Djibril, Oumar, Moussa e Mamadou: la Giornata del Rifugiato a Rimini

20160623_191502.jpgOre storiche per l’Europa, con il voto del Referendum Brexit in Gran Bretagna. E mentre il 51,9% dei cittadini britannici scriveva “Leave” sulla propria scheda referendaria, in tutto il mondo si svolgevano eventi e iniziative in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato.

Anche a Rimini i progetti SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) del Comune di Rimini (“Rimini Porto sicuro” e “Karibu Rimini”) in collaborazione con tutti i soggetti che gestiscono i centri di accoglienza e le associazioni che lavorano per l’integrazione hanno deciso di promuovere un evento in Piazza Cavour giovedì 23 giugno.

A partire dalle ore 18.00 la piazza comincia a popolarsi: un semplice biliardino diventa punto di ritrovo e aggregazione. Su morbidi cuscini c’è chi intrattiene i più piccoli colorando e raccontando favole dal mondo. Le cooperative espongono oggetti artigianali realizzati assieme ai migranti, c’è chi offre te e dolcetti, chi si propone di scrivere il tuo nome in bengalese o urdu.

Secondo i più recenti dati dell’UNHCR, l’Agenzia ONU per i rifugiati, 1 persona ogni 113 nel mondo è un richiedente asilo, uno sfollato interno o un rifugiato. Nel 2015 per la prima volta è stata superata la soglia delle 60 milioni di persone costrette a fuggire (circa quante l’intera popolazione della Francia), di queste il 51% sono bambini (Global Trends 2015, https://s3.amazonaws.com/unhcrsharedmedia/2016/2016-06-20-global-trends/2016-06-14-Global-Trends-2015.pdf).

Ma torniamo a Rimini. Commenta Patrizia Fiori, della Direzione Servizi Educativi e di Protezione Sociale del Comune di Rimini:“L’Amministrazione comunale è molto soddisfatta dell’evento: volevamo che fosse un momento informale e di festa, lasciando soprattutto spazio ai protagonisti di una migrazione epocale che suscita emozioni contrastanti ed opposte”.

È felice di esserci Djibril, 24 anni, che viene dalla Guinea e dopo essere stato ospite di “Casa Solferino”, un progetto della Croce Rossa riminese, ne è diventato valido collaboratore: “Questa festa è un modo per dimostrare che possiamo stare tutti insieme, senza confini e divisioni. Siamo tutti uguali e non dovrebbero esserci discriminazioni. Io in Italia mi sono sentito accolto e aiutato, per questo oggi sono in piazza anche per dire il mio grazie”.

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(Ph. Emiliano Violante)

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Stefano Vitali, un’intervista sociale

10629560_10203971169873863_7164263706057222602_nIn questo momento considero la mia esperienza politica un capitolo chiuso, non perché non mi interessi ma perché non ho trovato un progetto valido da portare avanti. In futuro si vedrà…Il mio percorso politico è sempre stato fatto di occasioni, mai cercate. Non voglio “mangiare” con la politica, ma solo spendermi per dei progetti che ritengo interessanti per il bene comune”.

Comincia così la nostra chiacchierata con Stefano Vitali: per quindici anni amministratore della cosa pubblica prima come Assessore ai servizi sociali del Comune di Rimini e poi come Presidente della Provincia e oggi tornato ad impegnarsi direttamente nella “sua” comunità, la Papa Giovanni XXIII. In particolare il suo impegno è dedicato alla ONG “Condivisione fra i popoli”. È reduce da un due viaggi di ricognizione in Africa: in Tanzania, Zambia e Burundi, presto partirà per il Bangladesh e il Nepal, poi sarà la volta dell’America Latina. Un bel cambiamento di vita, affrontato con molta serenità ed entusiasmo, che ci facciamo raccontare proprio da lui.

Di cosa si occupa nello specifico all’interno della Comunità Papa Giovanni “Condivisione fra i popoli”?

Condivisione è una ONG che segue tutti i progetti che non riguardano le case-famiglia (altra colonna portante della comunità) e in particolare tutte le realtà nate dall’iniziativa dei missionari della Comunità Papa Giovanni XXIII, responsabile di Condivisione è Elisabetta Garuti. Seguiamo i progetti anche da un punto di vista gestionale ed economico cercando di mantenere vivi i contatti con tutte le zone di missione. Non solo: il nostro è anche un lavoro culturale, legato alla rimozione delle cause vere della povertà e sfruttamento e volto a riequilibrare l’opinione pubblica, facendo conoscere direttamente queste realtà. Don Oreste Benzi diceva che non basta mettere la nostra spalla sotto la Croce del fratello, ma dobbiamo contribuire anche a fare in modo che chi ha messo quelle croci non lo possa più fare. Se ci sono 1.300.000 persone in Libia pronte a partire per l’Europa, noi dobbiamo far capire qual è la realtà da cui sfuggono e quali sono le necessità e i problemi veri su cui è necessario intervenire per evitare questi viaggi della disperazione.

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La storia di Mohammed, il mio augurio di buona Pasqua

Una storia di dolore e resurrezione. E’la storia che mi piace raccontarvi e condividere con voi per augurarvi davvero una gioiosissima e Santa Pasqua!

Il fondo per il lavoro…al lavoro. La storia di Mohammed.

immigrati_lavoro.jpgImmaginate di trovarvi in un paese che non è il vostro, senza conoscere la lingua, i vostri cari lontani. È la storia di tanti ragazzi giovanissimi che, soli, raggiungono l’Italia con un unico grande obiettivo: trovare lavoro e aiutare la propria famiglia. È la storia di Mohammed (nome di fantasia, ndr), che quando è arrivato a Rimini dopo un viaggio rocambolesco era ancora minorenne e aveva una storia dolorosissima, ma aveva anche le idee molto chiare sul da farsi. Il suo percorso ha avuto molti intoppi, molte battute d’arresto.
Non trovare lavoro, essere rifiutato da alcune aziende, il pensiero della propria famiglia in Africa sempre più in difficoltà, ha dilaniato Mohammed per settimane.
Pensieri che si rincorrevano incessanti, paura di aver sbagliato tutto.
Ma anche una certezza che regalava qualche speranza: aver trovato persone che si prendevano cura di lui, che gli volevano bene, di cui poteva fidarsi.
È stato davvero, il caso di dirlo, un lavoro di rete ben fatto.

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Sara Barraco, una vita per il volontariato

Perché si realizzino progetti grandiosi, quasi sempre è necessaria la presenza dietro le quinte di persone che lavorano silenziosamente e quotidianamente per attuarli. Sara Barraco è una di queste. Settantanove anni e una vitalità straordinaria, non ama apparire né i giri di parole ma ha tante cose da raccontare. Nella sua vita Sara Barraco è stata davvero una pioniera e ha portato avanti molti progetti nel campo del sociale e del volontariato. Da tredici anni collabora con la Caritas Diocesana, in qualità di responsabile del progetto “Operazione cuore”. Ma basta mettersi in ascolto per accorgersi delle tante storie di cui è testimone…

Innanzitutto, come è arrivata a Rimini dalla Sicilia?
Sono nata in provincia di Trapani, ho ricordo bellissimi della mia terra. Ero delegata delle Beniamine nell’Azione Cattolica ma avevo nel cuore anche un altro grande sogno: partire per l’Africa come missionaria. In seguito posso dire che, anche se non ho realizzato questo sogno, è stata l’Africa a trovarmi e a venire da me! Tornando alla mia giovinezza, a 21 anni circa ho capito che volevo fare della mia vita un dono totale agli altri. E così sono entrata in un istituto scolare e mi sono trasferita a Verona. A Rimini sono arrivata qualche anno dopo per gestire una “Casa di riabilitazione”.

Una “Casa di riabilitazione”, di cosa si trattava esattamente?
Pensate al contesto storico in cui quella casa aveva preso vita. Era il 1963 ed era in vigore da pochi anni la Legge Merlin. La casa aveva il compito di accogliere proprio ex prostitute o ragazze con problematiche sociali e familiari. In quel periodo nella casa vivevano circa 18/19 ragazze. È stato un periodo bellissimo per me perché ho creduto veramente tanto in questo progetto e in quelle ragazze. Giravo per Rimini come una trottola per trovare lavoro per loro e aziende che si assumessero il rischio di assumerle, garantivo io per loro. Mi ricordo in particolare la sensibilità di un imprenditore, Vittorio Taddei, che ha aiutato tante di queste ragazze a realizzarsi.

E in seguito?
In seguito cominciò ad emergere anche il problema della tossicodipendenza in modo sempre più dirompente. Così mi venne chiesto di collaborare con Don Oreste Benzi a un progetto per tossicodipendenti al Centro “San Facondino” e in una casa-famiglia, esperienze in cui ho conosciuto anche l’Associazione Papa Giovanni XXIII e in particolare Giorgio Pollastri e Don Nevio Faitanini. Successivamente sono stata sedici anni a Cesena dove ho lavorato in una struttura di accoglienza per ragazzi e adulti disabili. Insomma, non mi sono mai fatta mancare niente…

Poi è arrivata la Caritas…
Quando sono tornata a Rimini, ho cominciato la mia collaborazione con la Caritas diocesana. Non sapevo niente dell’Operazione Cuore, è stato Don Luigi Ricci a suggerirmi di conoscere Marilena Pesaresi e così ho scoperto questa realtà che oggi è davvero la mia vita. In questi anni abbiamo accolto a Rimini più di 200 bambini provenienti dall’Africa e che necessitavano di cure ospedaliere, in particolare cardiologiche. Questi bambini, che spesso sono piccolissimi e quindi arrivano insieme alle loro mamme, vengono accolti dalle famiglie riminesi. Sono circa una quarantina le famiglie attualmente coinvolte in questo progetto.

Il suo lavoro come responsabile di “Operazione cuore” nello specifico in cosa consiste?
L’Operazione Cuore si prende cura di questi bambini e delle loro mamme a trecentosessanta gradi: dall’arrivo in aeroporto alla partenza, dagli aspetti sanitari fino alle pratiche burocratiche necessarie per i permessi di soggiorno. Io sono il loro tramite con la realtà italiana, in particolare per tutto ciò che concerne i rapporti con i medici e il personale ospedaliero. E poi mi prendo cura delle famiglie riminesi che accolgono i bimbi, visitandole, accompagnandole e sostenendole. Mi riempie di stupore, ogni volta, assistere alla trasformazione dei bimbi che accogliamo. Arrivano in Italia che sembrano piccoli coniglietti impauriti e ritornano nel loro paese non solo, spesso, guariti ma completamente trasformati e più forti. Questo per me è il miracolo più grande. E sono orgogliosa di sentirmi un po’come una zia adottiva per tutti questi bimbi.

Dove ha trovato in questi anni e dove trova tuttora la forza per realizzare progetti così importanti?
Innanzitutto nel mio rapporto con Dio. Da quando ho fatto la scelta di consacrarmi non ho più posseduto nulla, eppure il Signore nella mia vita non mi ha mai fatto mancare niente. E poi la mia forza sono le persone che incontro. Non mi piace parlare di poveri, ma piuttosto di persone e dell’esigenza, come ci ricorda quasi quotidianamente anche Papa Francesco, di fare in modo che ciascuno possa ritrovare la propria dignità e piena umanità. Alla fine di tutto è questa la cosa più importante.

Silvia Sanchini

Operazione Cuore cerca famiglie per accoglienza

“Operazione cuore” cura i rapporti con la missione presso l’Ospedale Luisa Guidotti di Mutoko nello Zimbabwe, dove dal 1963 opera la dottoressa riminese Marilena Pesaresi. Grazie a questo progetto si offre la possibilità a bambini e a ragazzi africani, affetti da gravi cardiopatie, di giungere in Italia per essere sottoposti a interventi cardiochirurgici presso l’ospedale Sant’Orsola di Bologna.
A metà marzo arriveranno 4 bambini e siamo alla ricerca di famiglie disponibili ad accoglierli, insieme alle loro mamme, per il periodo pre e post intervento al cuore. Si tratta di una femminuccia di 2 anni, un maschietto di 9 anni, un altro bimbo di 10 anni e uno un po’ più grandicello di 13 anni.
È necessario reperire fondi per gli esami clinici da fare in Africa, per il viaggio, per l’assistenza e i medicinali.

Per informazioni e offerte:
CARITAS DIOCESANA: Via Madonna della Scala, 7
Rimini – Tel.0541.26040 Fax 0541.24826.
Chiedere di Sara.

Sito internet: www.caritas.rimini.it
E-mail: caritas@caritas.rimini.it

Il sogno di Samir, Emmanuel, Aminul

anci2.2012A proposito di diritti dei mionori (ieri, 20 Novembre, si celebrava proprio la Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza), ho avuto l’opportunità di scrivere per il Settimanale della Diocesi di Rimini, Il Ponte, un articolo dedicato al tema dei “minori stranieri non accompagnati”:

Il sogno di Samir, Emmanuel, Aminul

C’è Emmanuel, che ha lasciato il proprio amato paese – l’Africa – per sfuggire a un conflitto etnico e civile di cui nessuno parla. Ha 16 anni e sogna di fare il cuoco oppure, come tanti suoi coetanei, il calciatore. E poi c’è Aminul, che viene dal Bangladesh, e ha un papà gravemente malato che però non può permettersi le cure e quindi desidera soltanto trovare un lavoro, e in fretta, per poterlo aiutare. E Abdul, che a soli 17 anni ha lasciato un bimbo in Senegal, di cui sente una tremenda nostalgia ma al quale vorrebbe offrire un futuro migliore qui in Italia. Ma ci sono anche le storie di Rino e Samir, rispettivamente albanese e tunisino, che dopo un’accoglienza in comunità e un percorso di formazione professionale concluso positivamente hanno trovato un buon lavoro qui a Rimini e hanno scelto di andare a vivere insieme.
I nomi qui riportati sono fittizi ma le storie raccontate sono straordinariamente reali.  Continua a leggere

Mare, riportami l’amore della mia anima…

Oggi non c’è spazio per le parole. Oggi è il giorno del silenzio, del dolore, della preghiera e – come ha detto Papa Francesco – della vergogna.

E siccome parole giuste non esistono (o almeno io non le trovo) uso le parole che ho trovato nello straordinario blog Fortress Europe. Sono le parole di Tesfay Mehari, un famoso cantante eritreo, che dedica questo pezzo alla donna che ha perso nei mari d’Italia.

“Mare, dentro di te sta il mio amore.
Hai preso la sua anima e il suo cuore.
Mare, riportala a riva, fammi parlare di nuovo con lei.
Cercala ovunque, trovala, fallo per me.
Mare riportami l’amore della mia anima
Insieme ai suoi compagni pellegrini di questo destino.
Creature del mare, siete voi gli unici testimoni di questa storia
E allora ditemi: quali sono state le sue ultime parole prima di partire
Mare!
Non sei tu il mare? E allora rispondimi!”

Qui il video della canzone: https://www.youtube.com/watch?v=p3wXv0oQZlk

E qui le parole di qualcuno che in questi giorni è riuscito a esprimere al meglio lo sgomento e la rabbia per quanto accade:

“Lampedusa, i veri drammi e il teatrino della politica” di Marco Iasevoli nel portale dell’Azione Cattolica

“Il cimitero Lampedusa e la fiera delle banalità” dal blog “Buongiorno Africa”

Tu da che parte stai?

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Abdullah ha 18 anni e viene dal Senegal. L’ho incontrato qualche giorno fa, per caso, sull’autobus. Indossava gli abiti tradizionali del suo paese, con i quali da un po’di tempo non ero più abituata a vederlo visto che a scuola optava più semplicemente per un paio di jeans e una maglietta. Abdullah è arrivato in Italia, come molti suoi coetanei e connazionali, un paio di anni fa, lasciando in Senegal tutta la sua famiglia. Ha frequentato la terza media e poi un corso di formazione professionale, ha fatto alcuni lavoretti come gommista e magazziniere. Ma in Italia il lavoro non si trova così facilmente, figuriamoci se sei straniero, parli poco l’italiano, non hai un titolo di studio. E allora, spesso, scegli la strada apparentemente più semplice. Quest’estate Abdullah ha deciso di vendere merce sulla spiaggia. Braccialetti, collane, orecchini…che provengono dall’Africa. Niente merce contraffatta, mi dice. Gli chiedo perchè lo fa, gli dico che mi dispiace. E lui mi dice che gli uomini nel suo paese devono lavorare, devono mantenere la famiglia. In Senegal ha 11 fratelli e sua madre, deve assolutamente mandare loro dei soldi. Altrimenti cosa è venuto a fare in Italia? Perchè rischiare la vita in un viaggio se poi da questo non si trae alcuna opportunità o miglioramento? 

Mi sono sentita un po’ in colpa parlando con lui. Ho pensato a tutte le volte in cui, quest’Estate, mi ero unita alle chiacchiere da bar e al dibattito pubblico così acceso nella nostra città e fermamente schierato contro gli “abusivi” (termine già di per sè chiaramente dispregiativo). Abusivi che portano via il lavoro, che sono arroganti, aggressivi, maleducati, che rovinano il lungomare della nostra città.

Non voglio essere fraintesa. L’abusivismo è un fenomeno  serio, da deplorare, che davvero crea concorrenza sleale e alimenta la criminalità. Non ho soluzioni al problema, nè voglio darne una visione semplicistica o ingenua. Non sto elogiando chi sceglie questa strada, anzi, ma non posso fare a meno di pensare anche a chi o cosa sta dietro a questo fenomeno. Ce lo ha ricordato, di recente, anche il Presidente della Provincia di Rimini Stefano Vitali in una nota: “Se l’abusivismo in spiaggia, protagonista dell’estate 2013, è un complesso e grave fenomeno – di concorrenza commerciale indebita, di ordine pubblico, di sfruttamento, di penetrazione della criminalità organizzata – che si alimenta ogni volta che spirano forti i venti delle ‘opposte ideologie’, è pur vero che sbaglieremmo bersaglio e strategia se pensassimo che il problema provenga esclusivamente da fuori (extra, appunto). E’ la scoperta dell’acqua calda, ma brucia eccome quando continua a cadere sulla pelle: c’è un pezzo della nostra comunità che, in nome di un calcolo economico anche figlio della pratica della rendita, dà il suo (mensile) contributo a complicare un problema già di per sé complicato”. Dietro al fenomeno del commercio abusivo vi è infatti una rete di illegalità (affitti in nero, sfruttamento…) che ci riguarda eccome e che, quasi sempre, è nelle mani di tanti italiani e riminesi benpensanti che magari storcono il naso davanti all’ennesimo “vu cumprà” che propone loro di acquistare un pareo in spiaggia.

E poi ci sono gli occhi di Abdullah. A 18 anni penso che ogni giovane, da qualsiasi parte del mondo provenga, dovrebbe avere il diritto di scegliere. Dovrebbe essergli garantita un’istruzione, l’opportunità di lavorare, ma anche di vedere gli amici, di innamorarsi, di sognare. Non dovrebbe dormire su una brandina in un appartamento che divide che non si sa quanti connazionali. Non dovrebbe passare le giornate in spiaggia, sotto il sole, spesso a farsi maltrattare. Non dovrebbe preoccuparsi di mandare soldi alla mamma e ai fratelli lontani. Questa è invece la condizione che molti ragazzi vivono, anche nella nostra città, spesso nella totale indifferenza di tutti o, peggio, con un dito puntato contro. E spesso, lo ammetto, quel dito è stato anche mio.

Ma gli occhi e le parole di Abdullah l’altro giorno mi hanno restituito un po’di umanità. E mi hanno fatto venire in mente una canzone di Francesco De Gregori, che dice: “Tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati…o di chi ha costruiti rubando?”.

A noi il compito di scegliere, non solo nelle parole ma anche con i fatti, da che parte stare.

Foto: http://www.informazione.tv

Silvia Sanchini

Harraga: bruciare la frontiera

1690_8f53226b3507426aee2883f810db22eeAhmed è arrivato a Rimini dall’Egitto con il fratello Muhammad di 12 anni dopo 4 mesi terribili di viaggio. Jamila ha dovuto lasciare la sua amata Africa per l’intensificarsi della guerra civile in Costa d’Avorio. E Shahed che a soli 16 anni ha perso il papà che, già indebitato, aveva rinunciato alle cure mediche per permettergli di raggiungere l’Italia dal Bangladesh.

Come possiamo non interrogarci davanti a queste storie e a questi volti che quotidianamente incontriamo?

Li chiamiamo “non accompagnati” perché arrivano nel nostro territorio da soli, ma sperimentiamo ogni giorno quanto invece siano accompagnati da forti aspettative personali, dalle istanze delle loro famiglie e spesso anche dei loro paesi di origine.

Sul blog da lui fondato, “Fortress Europe”, Gabriele Del Grande cerca ogni giorno di documentare i numeri di quella strage di uomini e donne, bambini e adulti, che perdono la vita nella traversata del Mediterraneo: almeno 18.673 persone che dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell’Europa. Eroi silenziosi di cui nessuno parla, che nessuno celebra, che nessuno ricorda.

Negli stessi paesi di provenienza dei giovani migranti si sta svolgendo un dibattito molto acceso. Lo scopriamo ascoltando i versi di alcune delle canzoni più famose in Tunisia, Algeria, Libia… “Bruciare la frontiera” (harraga) è visto da alcuni giovani come l’estremo atto di coraggio, da altri come un inganno, da alcuni come una scelta sbagliata, da cui prendere le distanze. La musica di Reda Taliani, Balti, Samir Loussif (tra i più celebri rapper nord africani) è la colonna sonora di tanti giovani prima di partire e durante il viaggio: è la suoneria dei loro cellulari, la musica presente nei video che pubblicano su Facebook o su Youtube. Conoscere questo mondo ci aiuta a meglio comprendere le aspettative, i desideri, le paure dei giovani che giungono in Italia e delle loro famiglie.

Anche nella storia raccontata nel delicato romanzo di Carlotta Mismetti Capua, Come due stelle nel mare (Piemme 2012), l’autrice ci invita a guardare l’essenziale, aldilà della superficie, perché è proprio il vuoto generato dall’indifferenza intorno a questi temi che le ha permesso di guardare la realtà con occhi diversi.
Una storia che comincia su un autobus della capitale ma che in realtà parte da molto più lontano, dall’Afghanistan: 4950 km percorsi per lo più a piedi da quattro ragazzini da Tagab a Roma, che per loro è “la città di Asterix” (da qui il primo luogo dove questo incontro è stato raccontato, il blog: La città di Asterix. È la storia di una cittadina che compiendo un gesto di solidarietà e accoglienza si trova a costretta a scontrarsi con una realtà molto più complessa, fatta di burocrazia, solitudine, frustrazioni, risposte mancate.
Inizia così una storia complicata, piena di intoppi, ma che è anche un grande atto d’amore.

I racconti di Gabriele e Carlotta hanno un denominatore comune: l’idea che il racconto sia l’unico antidoto all’indifferenza. E per raccontare oggi servono parole nuove che aiutino a combattere due pericoli estremamente rischiosi: quello della disumanizzazione e quello della falsificazione. Per questo più che parlare di stranieri, rifugiati, profughi… dovremmo forse semplicemente parlare di giovani, guardarli negli occhi, ascoltare le loro storie.

Questo dovrebbe essere ancora più vero nelle nostre comunità cristiane (forse ancora troppo poco vocate all’accoglienza) se, come scriveva San Paolo e come ci ha più volte ricordato il nostro Vescovo, per i cristiani non vi sono né “ospiti” né “stranieri”.
Ed è uno sforzo necessario in un momento storico come quello odierno così complesso e mutevole, se pensiamo da un lato alle violenze che stanno quotidianamente segnando i paesi protagonisti della “primavera araba” come l’Egitto ma anche ai segnali di speranza che potrebbero giungere dagli Stati Uniti dove Obama si sta impegnando a varare un’importante riforma in materia di immigrazione.

Mi piace concludere con alcune di queste parole che possono e debbono aiutarci a sconfiggere la tentazione dell’indifferenza e del disimpegno. “Di solito delle tragedie si scrive al passato remoto.
[…] E quella di stanza temporale consente l’audacia di domandarsi come sia stato possibile che ciò sia accaduto. […] Ecco, io credo che quando un giorno i miei nipoti studieranno a scuola che tra gli anni Novanta e Duemila, 20 o 30.000 uomini e donne persero la vita nel Mediterraneo tentando di raggiungere l’Europa, mi porranno le stesse domande. Forse è il caso di iniziare a cercare le risposte sin da ora. Oppure di rimboccarsi le maniche” (dal libro di G. Del Grande: “Mamadou va a morire”).

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini/sociale

Una sintesi dell’articolo è apparsa anche sul settimanale “Il Ponte”  venerdì 23 Giugno 2013

Nella foto la copertina di Come due stelle nel mare

Dal Brasile alla Turchia, un comune denominatore

7310_10151663498922937_361123256_n Scherzando osservavo come per una assoluta casualità, entrambi i paesi in cui ho viaggiato lo scorso anno – Brasile e Turchia – sono attualmente protagonisti della cronaca internazionale da quando migliaia di persone sono scese in piazza per manifestare, esprimere il proprio dissenso, rivendicare libertà e diritti.

Sia in Brasile che in Turchia l’anno scorso ho potuto toccare con mano quanto si tratti di realtà che, pure con enormi contraddizioni, vivono una fase storica ed economica di crescita e fermento. Paesi giovani, dinamici, in profondo cambiamento.

Viene allora da chiedersi: come mai esplodono proteste proprio laddove è più forte la crescita economica? Perchè non in paesi come l’Italia o altri stati europei che vivono situazioni di crisi e disagio profondo?

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Anche in questo caso protagonisti delle rivolte sono i giovani e la rete, con i suoi nuovi strumenti per passarsi informazioni e condividere riflessioni (cfr il bell’articolo del giornalista francese Bernard Guetta su Internazionale: Il sussulto di un mondo adolescente).

Da Gezi Park a San Paolo, le nuove generazioni sembrano volerci dire che non sono sufficienti democrazia e benessere economico per evitare insoddisfazione e proteste (ne parla molto bene anche il blog “Buongiorno Africa” nell’articolo: Riflessioni (inconcluse) su Africa, Brasile, Turchia). E non è un caso che le manifestazioni in Turchia siano iniziate in difesa di un parco cittadino, luogo simbolico di libertà e benessere.

Continuo a seguire con interesse le vicende di questi paesi e le profonde trasformazioni dell’assetto politico ed economico del nostro pianeta, con insieme un sentimento di timore ma anche di forte speranza.

Foto Famiglia Cristiana e Internazionale

Andata e ritorno.

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Tra gli eventi in programma nella ricca edizione 2013 del Festival di Letteratura per ragazzi “Mare di Libri”, vero e proprio fiore all’occhiello della nostra città, un incontro sarà dedicato al tema del viaggio e alle storie di giovani migranti attraverso la presentazione di due libri. Il primo, Storia di Ismael che ha attraversato il mare di Francesco D’Adamo, è la storia di un ragazzo metà beduino e metà berbero che a soli 15 anni decide di “attraversare il mare” per raggiungere l’Italia per “comprarsi un’altra vita”. Yusdra e la città della sapienza, di Daniela Morelli, è invece la storia di un viaggio per ritornare alle origini intrapreso da una ragazzina marocchina che approfitta di una gita scolastica a Genova per imbarcarsi e riscoprire il suo paese. Due viaggi in opposte direzioni ma che hanno in comune l’essere narrati entrambi da due giovani alle prese con la loro identità e le loro speranze per il futuro. L’incontro, che si svolgerà venerdì 14 giugno p.v. alle ore 16.30 nella Sala Civica del Palazzo del Podestà di Rimini, sarà presentato da Simonetta Bitasi, lettrice “ambulante” di professione e impegnata in numerose attività di promozione alla lettura, ma sarà anche preceduto dalla voce di due giovani che, come i protagonisti dei romanzi, due anni fa hanno lasciato il loro paese, l’Egitto, per raggiungere il nostro paese e in particolare la nostra città. Entrambi sono oggi ospiti di due comunità per minori della Fondazione San Giuseppe e frequentano un corso di formazione professionale alla Fondazione Enaip S. Zavatta per prepararsi al lavoro. Sarà un’occasione sicuramente bella non solo per ascoltare affascinanti ma spesso anche drammatiche storie di viaggio, ma soprattutto per affrontare il tema delle migrazioni dall’inedito punto di vista dei più giovani.

Per prenotarsi e partecipare a questo incontro e consultare il programma completo del Festival: www.maredilibri.it