Agevolando Rimini ha trovato…casa

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È arrivato il momento di raccontare una storia.

Questa storia inizia da un bisogno: aiutare ragazzi e ragazze cresciuti “fuori famiglia” a trovare casa.

Con un progetto che non aveva la presunzione di inventare nulla di nuovo, ma che desiderava attivare in modo generativo una comunità.

Questa storia continua con il contributo di una professionista, Nicoletta, che ci aiuta a dare forma concreta alla nostra idea. Sull’esempio di altre città: Bologna, Trento, Ravenna.

E prosegue con un lungo percorso fatto di azioni condivise e partecipate.

Il contributo del Comune di Rimini, la scelta di uno studio grafico (15<19), di un logo che piacesse tanto ai ragazzi quanto ai potenziali destinatari, il dono delle illustrazioni di Roberto Ballestracci, la scrittura dei testi, la registrazione di uno spot con Icaro tv, il coordinamento di Cristina Gambini e la regia di Marco Colonna, l’onore di avere Beppe Chirico protagonista, 5 ragazzi disponibili a recitare e un’intera comunità di accoglienza, Casa Clementini, pronta ad aprirci le porte.

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Insieme siamo una famiglia. La storia di Mike, Giada e Alessandro

Giada Alessandro Mike

Ha appena compiuto 22 anni, Mike.

Poche settimane dopo il suo compleanno, esattamente 5 anni fa, arrivava in Italia, a Taranto.

Era partito dalla Nigeria a soli 16 anni. Ad accoglierlo don Francesco e l’associazione “Noi&voi”.
Ci sono diversi volontari che ogni giorno passano dalla struttura di accoglienza in cui Mike trascorre quattro mesi. Ma con due di loro, Alessandro e Giada, si crea un rapporto diverso.

Così racconta Mike: “Con Alessandro e Giada ci siamo conosciuti e ci siamo scelti. Io avevo un grande sogno, poter studiare. Loro volevano darmi questa opportunità. E così dopo alcuni weekend trascorsi insieme e dopo esserci conosciuti meglio, a ottobre 2014 mi hanno proposto di vivere con loro”.

Oggi Mike studia, frequenta un Istituto alberghiero. Durante l’estate o nei fine settimana lavora in un bar e in un ristorante.

“All’inizio era difficile vivere con una famiglia italiana – lo dice chiaramente – soprattutto perché io parlavo solo inglese e Alessandro e Giada non lo parlavano così bene. Anche capire la cultura italiana e integrarmi non era semplice. Loro non conoscevano la mia storia e io non sapevo nulla di loro. Ma quando sei solo al mondo e ti manca tutto, è importante incontrare persone su cui poter contare. Avevo tanto bisogno di sentire delle persone vicino, perché nel frattempo i miei genitori in Africa erano morti”.

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Massimo e Mamadou: “Vivere insieme ci aiuta a crescere”

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Massimo e Mamadou

Massimo ha 26 anni ed è nato e cresciuto a Trento. È al secondo anno di un dottorato di ricerca in Ingegneria.

Mamadou viene dal Gambia e a scuola non c’è mai andato. Coltivava le arachidi nel suo paese, che gli manca moltissimo. Nel 2014 è arrivato in Italia, prima a Catania e poi proprio a Trento.

Cosa hanno in comune Massimo e Mamadou? Apparentemente nulla.

Eppure, da due anni vivono insieme, perché la vita spesso regala opportunità inaspettate.

“Casa Olmi” è un appartamento co-gestito da Comunità Murialdo Trentino Alto-Adige e Agevolando nell’ambito del progetto “Mi casa mi vida”. Quattro posti a disposizione di altrettanti ragazzi, che dal 2016 hanno avuto l’opportunità di convivere nella logica del co-housing. Da alcune settimane un secondo appartamento è stato inaugurato in via Isarco a Trento, sempre grazie alla collaborazione tra i due enti.

Mamadou vive a Casa Olmi dall’agosto del 2016 e racconta: “Ho vissuto prima con Erica, Floriana e Fabio. Poi sono arrivati Massimo, Moussa e Gul Agha. All’inizio la cosa più difficile per me era capire le cose che mi dicevano in italiano. Mi ricordo che con Floriana spesso non ci capivamo! Ma lei mi ha insegnato molto, e abitare con altri ragazzi mi ha fatto imparare meglio la lingua e capire come vivere con persone diverse da me”.

Massimo non è cresciuto in una comunità di accoglienza, ma ha frequentato per alcuni anni un centro diurno. Il progetto prevede che non solo ragazzi cresciuti “fuori-famiglia” possano accedere all’appartamento, ma anche studenti o lavoratori che abbiano voglia di mettersi in gioco: “Questa casa nasce innanzitutto per offrire un’opportunità a ragazzi con particolari bisogni, ma anche ad altri giovani che vogliano sperimentare un percorso di autonomia. Per questo è molto diversa da un gruppo appartamento di transizione o da una comunità. È una proposta molto interessante perché unisce persone diverse tra loro”.

Continua: “Io sono arrivato a Casa Olmi dopo aver ricevuto una proposta da Fabrizio (ndr, Fabrizio Pedron referente di Agevolando Trentino e educatore di condivisione di Comunità Murialdo). Altrimenti vivrei ancora a casa con i miei genitori probabilmente. Mi sono buttato, per mettermi alla prova. Inoltre, avrei dovuto iniziare il dottorato a Trento…era un’opportunità che arrivava nel momento giusto”.

Molto diversa la situazione di Mamadou, che non ha dubbi: “Se non fossi entrato in questa casa avrei dovuto vivere in un dormitorio. Sono sicuro non avrei mai potuto trovare un lavoro e cambiare vita. Una volta entrato qui si sono aperte molte altre porte. L’assistente sociale mi ha aiutato con i documenti, ho trovato un lavoro. Ho conosciuto Diletta e tutti i volontari di Agevolando. È cambiata la mia vita e anche quella dei miei genitori in Africa perché ora posso aiutarli e loro sono felici perché sanno che sto bene”.

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Maria: “Il Natale in comunità, bello e triste al tempo stesso”

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Maria – Foto: Monica Romei

Mi chiamo Maria, ho 24 anni e vivo in provincia di Salerno. Lavoro in una fabbrica come operaia. Sono di origine rumena, arrivata in Italia quando avevo 15 anni. Sono stata una ragazza costretta, purtroppo, a crescere troppo in fretta.

Sono stata accolta in una casa-famiglia, “Casa di Kim”, dall’eta di 15 anni. Quando si sono avvicinati i 18 anni la comunità ha provato a farmi conoscere una famiglia affidataria, ma nessun successo.

Ho tanti ricordi, tristi e belli al tempo stesso, legati al periodo di Natale.

Ho trascorso cinque volte il Natale in comunità, ogni volta è stata diversa dall’altra. Quando si avvicinavano le feste mi sentivo triste, perché ero l’unica della casa-famiglia a non avere una famiglia da cui tornare o una famiglia affidataria oppure di appoggio che mi ospitasse. Mi sentivo anche un peso per i miei educatori, che dovevano organizzarsi per portarmi a casa loro o per lavorare durante le vacanze.

Prima di Natale era abitudine, però, organizzare una cena tutti insieme. C’eravamo noi ragazzi della comunità, gli educatori ma anche gli amici, i volontari, persone importanti come il sindaco. Era un momento bellissimo, in cui facevamo festa.

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Almas: “Finalmente una stanza tutta per me”

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Almas – Foto: Monica Romei

Per la rubrica “Storie resilienti” dell’associazione Agevolando, questo mese il racconto di Almas.

Sono nata in un lontano paesino a nord del Pakistan il 21 dicembre di 23 anni fa, mi chiamo Almas. Sono arrivata in Italia quando avevo 8 anni e mezzo, insieme ai miei genitori e ai miei quattro fratelli.
Mi ricordo il primo impatto con la scuola: noi eravamo appena arrivati in questo paese e io non sapevo neanche una parola d’italiano. È stato traumatico.

Poi è iniziato per me un periodo molto difficile: il divorzio dei miei genitori, il nuovo matrimonio di mio padre e purtroppo la sua continua violenza su noi figli.

A un certo punto la misura era colma e abbiamo deciso di chiedere aiuto al Tribunale per i minorenni. Da quel momento è iniziata una nuova fase della mia vita, con l’inserimento in una comunità prima a Riva del Garda e poi a Trento, grazie alla Progetto92.

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Davide: “Abbiamo avuto delle difficoltà, ma abbiamo risorse incredibili”

Per l’associazione Agevolando ho iniziato a raccogliere da alcuni mesi le “storie resilienti” di  ragazzi cresciuti in comunità o in affido. Una volta al mese pubblicate nel sito e nella newsletter dell’associazione. Il mese di settembre è stato dedicato a Davide, da Verona, 13 anni vissuti “fuori famiglia”.

Davide-1-255x300“Sono Davide, ho 28 anni, abito a Verona e ho trascorso circa 13 anni fuori famiglia. Per di più in affido presso delle famiglie ma ho avuto anche una piccola esperienza in comunità (di pochi mesi).

Attualmente sono infermiere e lavoro da circa 3 anni: una professione che mi realizza molto. Nei momenti liberi cerco di stare in compagnia dei miei amici, con i quali mi diverto molto e cerco sempre più di coltivare le mie passioni: ad esempio suono degli strumenti a percussione e ascolto moltissima musica.

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Un albero con le radici verso il cielo, parole per comprendere il dolore. La storia di Elisa Luvarà

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Elisa Luvarà – Foto di Matteo Coltro

“Le parole con me si sono sempre fatte avanti, lasciandomi l’idea che il dolore può essere compreso”. Sono versi di Luigi Cappello, uno dei più grandi poeti contemporanei, recentemente scomparso.

Dall’esigenza di raccontare e raccontarsi è nato il libro “Un albero al contrario” (Rizzoli 2017) che giovedì 5 ottobre alle 18 a “Il Giardino della Madia” (via Pimentel 5 – Milano) verrà presentato in un incontro organizzato da Agevolando Lombardia, in collaborazione con Rizzoli e con il sostegno della coop. sociale Comin.

Come è nata in te l’idea di questo libro?

Ho sempre scritto, sin da bambina. Anche in comunità un’educatrice mi aveva regalato una macchina da scrivere! Io scrivevo i miei racconti e obbligavo i più piccoli a leggerli. Passavo tanto tempo a narrare, a immaginare. Ho continuato a farlo anche in affido, tanto che un giorno la mia mamma affidataria mi ha detto: ‘Perché non racconti la tua storia? Potrebbe servire a te e agli altri’. Ho pensato: ‘Proviamo!’. È nato un diario, un lungo flusso di coscienza. Ho pubblicato questa prima versione del libro su una piattaforma di crowdfunding e inaspettatamente ho raccolto in poco tempo 4.000 euro, senza alcuna pubblicità. Dopo questa prima pubblicazione sono stata contattata da alcuni editori e in particolare ho ricevuto una proposta da Rizzoli, che mi ha subito convinto. Mi hanno chiesto di riscrivere il libro, con un nuovo taglio: dovevo staccarmi dal personaggio e avere una visione più obiettiva. Così dal mio diario è nata la storia di Ginevra, un vero e proprio romanzo, pubblicato a marzo di quest’anno.

Scrivere ti è stato d’aiuto per rielaborare la tua storia?    

Avevo tante cose da raccontare. Intrecci, storie, episodi anche divertenti, legami di amicizia con gli altri ragazzi… e qualcosa sul rapporto con la mia famiglia di origine. Scrivere mi ha aiutato a fare pace con aspetti della mia vita di cui non parlavo mai: gli incontri difficili con mia madre, i nostri dialoghi assurdi. È stato anche un modo per parlarne agli altri, a tante persone con cui non mi ero ancora aperta. Mi sentivo figlia di una storia complessa e antica, che sembrava lontanissima e troppo fuori dalla normalità, non mi andava di spiattellarla. Avevo paura di raccontare di mia mamma e della sua sofferenza mentale, che è ancora oggi un tabù per molti. La meraviglia è stata poter allargare il cerchio di persone con cui potevo parlare senza ferirmi. Mi sono sentita risarcita di un silenzio troppo lungo. Le persone che leggono questa storia mi stanno vicino come se tornassimo indietro nel tempo, al momento in cui provavo quel dolore.

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Il futuro che cambia è una somma di piccole cose

 
La chiamano resilienza. Per me si tratta di coraggio, tenacia, fiducia. E, soprattutto, motivazione. Una forza interiore che ti trascina nella giusta direzione. Un desiderio di riscatto e rivincita. Non so come sia possibile, ma in comunità mi era più facile studiare che a casa, anche se mi giravano intorno altri 8 ragazzini e altrettanti educatori.

A casa era tutto difficile. La mamma, le sue crisi, il disordine. A volte si dimenticava anche di prepararmi da mangiare. Ho sempre pensato che una mamma dovesse essere per eccellenza la persona capace di prendersi cura degli altri, e naturalmente dei propri figli. Mia mamma non era così, non sapeva prendersi cura neanche di se stessa. E questo mi faceva rabbia e paura allo stesso tempo.

Eravamo solo io e lei, non sapevo a chi o cosa aggrapparmi.

Sono cresciuta con tante insicurezze, sentendomi diversa da tutte le mie amiche, vergognandomi anche solo di invitarle a casa nostra per una merenda.

Solo in una cosa riuscivo bene: studiare.

Mi piaceva leggere, scrivere, inventare storie…era la mia valvola di sfogo. Il mio mondo felice e ancora incontaminato. In comunità mi incoraggiavano in questo.

E finito il mio percorso insieme a loro, a 19 anni, è successa una cosa che mai mi sarei immaginata: ho deciso di iscrivermi all’Università.

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È buono, il nuovo gelato di Bologna

èbuono_gelatoNel rione Cirenaica di Bologna si trovano i primi resti dell’insediamento etrusco in questa zona. È anche il quartiere di alcune delle osterie fuori porta bolognesi più famose, ritrovo abituale in passato di artisti come Dalla, Gaber, Guccini. Proprio Guccini ha abitato qui, in via Paolo Fabbri, dedicando alla sua strada il celebre album nel 1976.

Questo quartiere vivace, ricco di storia e cultura, da qualche tempo è sede di una nuova gelateria. La bottega di “È buono”, in via Palmieri 37, porta non solo la novità di un gelato gustoso e naturale ma unisce all’aspetto commerciale un valore etico e sociale. Il gelato che qui si produce e si vende è infatti l’ultimo anello di una catena di buone scelte: a partire dalle materie prime, selezionate perché a km0 o provenienti da filiera sociale. Per poi passare ai metodi di lavorazione, tradizionali, per mantenere intatti sapori e proprietà degli ingredienti. Infine la scelta di offrire opportunità lavorative a giovani provenienti da situazioni di vulnerabilità.

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Ph. E’buono

Verona in love

20161220_120052Due giorni a Verona, gli scorsi 19 e 20 dicembre. Per ascoltare, con cuore grato, le riflessioni che i care leavers del Veneto hanno voluto consegnarci.

Hanno cominciato così:”Perdiamo fiducia nei confronti del mondo nel momento in cui dobbiamo lasciare la nostra famiglia di origine. Dobbiamo però cercare di recuperarla e per fare questo chiediamo aiuto a voi”. E ancora, sul rapporto tra fratelli: “Sappiamo che là fuori da qualche parte del mondo ci possono essere i nostri fratelli e sorelle e spesso ci domandiamo: come stanno? Ci pensano? Anche loro chiedono di noi o forse si sono dimenticati?”.
Si è parlato anche di casa: “Casa non è solo un luogo dove vivi o hai vissuto. Casa sono i rapporti, le relazioni, i punti di riferimento”.
E, per concludere: “Crediamo che le nostre esperienze siano importanti e utili per le istituzioni e la politica al fine di produrre miglioramenti al sistema di protezione e cura. Ci piacerebbe che le nostre proposte, che crediamo essere costruttive, venissero prese sul serio”.
A noi il compito di custodire queste parole e dare un seguito, insieme, alle tante proposte.

Due giorni intensi, ma non è mancata l’occasione per godersi anche il centro storico di Verona. Tra luci, addobbi e mercatini di Natale ancora più bello. E, ulteriore fortuita circostanza, in questi giorni a Verona si trovano diverse opere del Museo Picasso di Parigi esposte a Palazzo Forti. La mostra, dedicata alle “Figure” che hanno trovato felice rappresentazione nella pittura e scultura (ma non solo) dell’eclettico artista, merita di essere visitata per lasciarsi guidare alla scoperta delle diverse fasi della vita di Picasso con una ricca collezione di 91 opere. Tra le tante in mostra sono rimasta senza fiato davanti alla potenza de”L’acrobata”, ho ammirato i colori e l’intensità de “La donna che legge” , la tensione amorosa di una piccola tela come “Il Bacio”. Un artista pieno di carisma che, a 89 anni, ancora dipingeva con straordinaria vitalità. Come ne “L’abbraccio”, ultima opera che incanta i visitatori di questa bella retrospettiva.

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