Jerreh, fuggito dal Gambia, ha imparato a leggere e ha scritto un libro per aiutare i ragazzi come lui

jerreh-642x336

Mi chiamo Jerreh, ho 19 anni e da quasi tre vivo in Italia. Ecco alcune cose che ho scoperto in questo strano e bellissimo paese. Innanzitutto ho scoperto che quando in Italia ti danno un appuntamento e ti chiedono di essere puntuale…non è un modo di dire! Se l’appuntamento, per esempio, è alle 10 le persone si aspetteranno davvero che tu arrivi per le 10.

Seconda scoperta: in Italia si mangia la pasta, ogni giorno! Il secondo giorno che mi trovavo in Italia ho mangiato un piatto di spaghetti al pesto: era la prima volta che li mangiavo e non mi sembravano per niente buoni, ma li ho mangiati tutti perché erano stati così gentili a prepararli per me.

In questo paese, infatti, esistono dei posti, delle vere e proprie case, in cui i ragazzi minorenni che arrivano in Italia da soli possono essere accolti. In queste case ci sono degli educatori e, a volte, dei volontari. C’è anche un assistente sociale, che incontri ogni tanto e che ti dà dei consigli su cosa fare.

Io in comunità a Parma ho incontrato Vanessa, la mia educatrice, che oggi è anche un’amica e la persona di cui mi fido di più. E ho conosciuto Roberto, il mio “secondo papà”, è stato lui a insegnarmi a leggere e a scrivere e a invitarmi a raccontare la mia storia in un libro.

Continua a leggere su Punto Famiglia

Annunci

L’importante è partecipare

IMG_5962Dopo oltre un anno di lavoro si è svolta a Bologna venerdì 18 Dicembre la II Conferenza del Care Leavers Network dell’Emilia-Romagna promossa dall’Associazione Agevolando. Titolo dell’evento: L’importante è partecipare!, chiara sin dal titolo l’intenzione di valorizzare il protagonismo dei giovani care leavers emiliano-romagnoli.
Si intende per “care leavers” chi lascia i percorsi di tutela e di cura, sono giovani che vivono una situazione delicata e un complicato percorso di transizione all’autonomia, spesso senza poter contare sul sostegno di una famiglia.
La Conferenza si è aperta con l’intervento di Elisabetta Gualmini, vicepresidente e assessore al welfare della Regione Emilia-Romagna: “Rispondere a chi chiede aiuto non è semplice per le istituzioni ma dobbiamo essere capaci di interpretare e assecondare il cambiamento in atto nella società. Voi rappresentate il mondo che cambia, siatene fieri e fate anche delle vostre storie difficili una ricchezza! Il tema dell’allontanamento della propria famiglia di origine e del compimento della maggiore età per i ragazzi “fuori famiglia” ci sta particolarmente a cuore: sappiate che vi abbiamo in mente e che desideriamo ascoltarvi”.

Continua a leggere su Rimini Social 2.0

Abdoul…e una nuova collaborazione con “Punto Famiglia”

person-690354_640-640x336E così inizia una nuova avventura. Se vi va di seguirmi mi trovate ogni due settimane sul portale Punto Famiglia, un importante magazine che si propone di accompagnare e sostenere la famiglia (e poi su Riminisocial2.0), per raccontarvi storie di ragazze e ragazzi che vivono o hanno vissuto “fuori famiglia”. La prima storia che vi racconto è quella di Abdoul, giovane arrivato dal Marocco quando aveva solo 14 anni. Storie che ho incrociato e incrocio ancora grazie al lavoro con la Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS e l’Associazione Agevolando. Storie inventate da me, ma al tempo stesso autentiche perché sempre ispirate alla realtà. Se vi va di seguirmi, leggere e commentare, criticare, discutere…beh, inutile dirvi che per me sarebbe molto bello. Un grande grazie va, come sempre, a chi ha fiducia in me e non smette di offrirmi opportunità e occasioni di parlare di questi temi.

Quando sono arrivato in Italia avevo 14 anni. Ero poco più che un bambino, ma mi sentivo un uomo. Avevo viaggiato per settimane – non so nemmeno dire quante – nascosto in un camion che trasportava pneumatici. La mia famiglia aveva pagato più di 5.000 euro per farmi fare quel viaggio. Abbiamo attraversato il Marocco, la Spagna, la Francia…e infine l’Italia. Il camion mi ha lasciato ai bordi di una strada, nei pressi di Rimini. Era il 12 febbraio e faceva freddo, ma io avevo soprattutto sete. Sentivo dentro lo stomaco come una voragine, qualcosa che mi risucchiava, non riuscivo a capire cosa. Ho cominciato a camminare, non avevo idea di dove mi trovassi e intorno a me vedevo solo scritte in una lingua che non capivo minimamente. Avevo un numero di telefono. Mia madre mi aveva detto di chiamare mio cugino Ahmed appena arrivavo in Italia e che avrebbe pensato lui a me. Su una cosa era stata chiarissima: per nessun motivo sarei dovuto tornare indietro. Continua a leggere

L’esodo degli invisibili

400719_178616492297430_508286664_n“Sono arrivato qui…senza niente in tasca. Non volevo venire in Italia ma i miei genitori mi hanno chiesto di partire…Oggi qui ho tutto. I sacrifici e la fatica vengono sempre ricompensati”.

Non è facile raccontarsi, soprattutto se hai 20 anni o giù di lì e un passato molto più impegnativo della maggioranza dei tuoi coetanei.

Non è facile ammettere di avere avuto paura, di esserti sentito solo, di sentire nostalgia dei tuoi genitori…quando sei immerso in una cultura che tende a promuovere solo modelli competitivi, improntati al successo.

Ahmed, Mahmoud e Blerin hanno scelto di provarci e di scommettere che fosse possibile raccontare storie di immigrazione senza cadere nella retorica o nei luoghi comuni, ma a partire dalla loro esperienza concreta.

Lo hanno fatto davanti a 240 studenti della Scuola Media “T. Franchini” di Santarcangelo e ai loro insegnanti.

Un incontro dal titolo: “L’esodo degli invisibili. Immigrazione, diritti negati, solidarietà, integrazione” ospitato dal Supercinema di Santarcangelo venerdì 10 Aprile.

Spiega la prof.ssa Paola Affronte, coordinatrice del progetto e responsabile dell’evento: “Il progetto ‘Per un pugno di libri’ che coordino è nato in collaborazione con la Biblioteca A. Baldini di Santarcangelo e con il Festival Mare di Libri. Durante l’anno ci prepariamo alle gare di lettura promosse nell’ambito del Festival leggendo libri su tematiche di attualità e promuovendo incontri con l’autore, testimonianze, approfondimenti. Quest’anno abbiamo scelto per le classi seconde il libro ‘Viki che voleva andare a scuola’ di Fabrizio Gatti. Nel leggere di questo ragazzino e della sua famiglia che abbandonano la loro terra, l’Albania, in cerca di una vita nuova, non abbiamo potuto fare a meno di chiederci: cosa prova chi lascia tutto per inseguire un sogno e si ritrova solo in un paese straniero? I nostri ragazzi si rendono conto di essere davvero dei privilegiati rispetto a chi vive esperienze come questa? Abbiamo chiesto all’Associazione Agevolando e alla Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Inantile di Rimini di aiutarci a trovare delle risposte, a partire dalle storie dei ragazzi che quotidianamente accolgono e incontrano”.

Continua a leggere

Verso la I Conferenza del Care Leavers Network regionale

Ho creato questo semplice video per conto dell’Associazione Agevolando per invitarvi in tanti a un importante evento che abbiamo in programma per Sabato 13 Dicembre presso l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze dell’Educazione di Bologna.

Un gruppo di care leavers, giovani che hanno vissuto o stanno per concludere esperienze di accoglienza “fuori famiglia” (in comunità, affido o casa-famiglia), presenteranno al pubblico in sala l’esito degli incontri che hanno portato alla redazione di alcune RACCOMANDAZIONI dirette agli educatori e alle comunità, agli operatori sociali, ai decisori politici, ai giornalisti per migliorare la qualità dei percorsi di cura e di transizione all’autonomia. Gli oltre 30 ragazzi coinvolti (di diversa età e nazionalità) provengono dalle province di Bologna, Modena, Forlì-Cesena, Parma, Ferrara, Rimini e Ravenna e sono stati supportati dai volontari di Agevolando per riflettere sul loro percorso in comunità, sul periodo di transizione, sul tema dell’acquisizione dell’autonomia, sull’essere minori stranieri non accompagnati, sulla cittadinanza attiva.

Non siete curiosi di ascoltare quello che avranno da dirci?

Qui il programma completo dell’evento

Minori stranieri non accompagnati: usciamo dall’emergenza

MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI: USCIAMO DALL’EMERGENZA
Dall’inizio dell’anno sono approdati in Italia
12000 bambini soli e 3000 di loro sono irreperibili

10553477_688846844556316_7742316005636791199_nL’Associazione Agevolando, l’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia,  l’Associazione Libera (associazioni, nomi e numeri contro le mafie), l’Associazione Consulta Diocesana per le Attività a favore dei minori e delle famiglie ONLUS, il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, il Coordinamento Nazionale Comunità per Minori, il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia,  il Coordinamento regionale comunità per minori dell’Emilia Romagna, il Coordinamento regionale comunità per minori delle Marche, Federazione Progetto Famiglia ONLUS, SOS Villaggi dei Bambini ONLUS e Terra dei Piccoli ONLUS esprimono sincera preoccupazione per l’attuale situazione dell’Emergenza minori stranieri non accompagnati (MSNA) che sta coinvolgendo tutto il territorio nazionale, e per la sua gestione.

Secondo il report diffuso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dall’inizio del 2014 i minori non accompagnati arrivati in Italia dal nord Africa sono stati oltre 12mila: di questi poco più di 3mila – un quarto del totale – non si trovano più!
Una questione davvero grave perché questi 3.000 ragazzi irreperibili sono potenziali vittime di sfruttamento sessuale, lavorativo e accattonaggio forzato.
Su questo, anche in seguito alle nostre segnalazioni, la Senatrice Silvana Amati,  insieme ad altri 20 Senatori, ha predisposto e depositato in questi giorni una interrogazione parlamentare.

Continua a leggere

Un mare di scrittura: intervista a Fabio Geda

nel_mare

Da una laurea in marketing a educatore per una comunità per minori a scrittore di successo. Un percorso inedito e affascinante che ha segnato la vita di Fabio Geda, che abbiamo avuto il piacere e la fortuna di incontrare nell’ambito del Festival “Mare di Libri” lo scorso 14 Giugno a Rimini, al Teatro degli Atti, prima della sua partecipazione allo spettacolo: “Viaggio nel Mediterraneo: da Ulisse ai migranti di Lampedusa”.

Torinese, classe 1972, vive tuttora a Torino ma gira il mondo insieme ai suoi libri.

Un romanzo d’esordio nel 2007 (Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani) e poi nel 2010 il vero boom con un racconto che è diventato ormai un classico della lettura per ragazzi e non solo: Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari (Dalai 2010), la storia dell’incredibile viaggio di un ragazzino afghano per raggiungere l’Italia e ottenere lo status di rifugiato politico. Un libro che ha fatto il giro del mondo e che è stato tradotto in oltre trenta paesi.

Oltre a scrivere romanzi, Geda collabora come giornalista de “La Stampa” e con la Scuola Holden di Torino.
La sua ultima fatica letteraria, Se la vita che salvi è la tua, è stata da poco pubblicata per Einaudi.

Da una laurea in Marketing alla scelta di lavorare come educatore…come è avvenuto questo deciso cambio di rotta?
Sicuramente c’è stata una componente vocazionale molto forte. Nella mia storia personale c’era stata sia l’esperienza dello scoutismo che quella come obiettore di coscienza con i Salesiani ed entrambe hanno fortemente segnato la mia formazione e la mia sensibilità. La laurea in marketing è stata una parentesi, ma in realtà la curiosità che avevo per il lavoro educativo era sempre molto forte. L’impatto con il lavoro nel quartiere San Salvario, una zona della città di Torino con una forte presenza di immigrati, è stato decisivo. Sentivo dentro di me una vera e propria fiamma che mi spingeva ad occuparmi dei più deboli, una fiamma su cui più volte, però, credo che la società abbia soffiato affinchè si spegnesse. Se penso infatti alla mia motivazione e al mio entusiasmo non posso però negare anche le frustrazioni, le fatiche, i problemi con cui quotidianamente deve scontrarsi chi lavora in ambito educativo e sociale.

Sempre in quel periodo hai lavorato anche in una comunità per minori, esperienza che hai raccontato nel romanzo L’esatta sequenza dei gesti (Instar 2008) …
Sì e anche di quel periodo durato dieci anni ho ricordi ambivalenti. Da un lato una grande passione e la bellezza delle relazioni educative che si instaurano con i ragazzi, tutti giovani con percorsi familiari e personali molto difficili alle spalle. Dall’altro lato però anche una profonda frustrazione, quasi un senso di martirio per una professione che deve affrontare tutta una serie inenarrabile di fatiche: dallo scarso riconoscimento sociale alla mancanza cronica di soldi, fino alla spiacevole sensazione che il proprio punto di vista non sia mai tenuto in considerazione perché poi, alla resa dei conti, sono i Tribunali e i Servizi sociali a prendere le decisioni importanti, come se l’educatore (che dei ragazzi vive la quotidianità) fosse l’anello più debole della filiera educativa. E questo causa malessere, un forte turn over degli operatori che lavorano all’interno di queste strutture e che è davvero deleterio perché rende più difficile favorire il senso di appartenenza e costruire qualcosa di solido. Insomma ho sperimentato sulla mia pelle come quella fiamma forte che sentivo dentro di me doveva essere tenuta accesa contro tutto e contro tutti e non era sempre facile resistere.

E la passione per la scrittura, invece, come l’hai scoperta?
Ho sempre scritto, tanto, in particolare narrativa e romanzi. È la cosa che sentivo di fare meglio. Il vero giro di boa è stato però nel momento in cui mi sono reso conto che le storie dei miei ragazzi potevo non solo viverle ma anche raccontarle. Il mio modo di prendermi cura di loro è diventato allora quello di parlare delle loro storie affrontando temi di cui in Italia la letteratura parla ancora poco. La svolta è stato naturalmente l’incontro con un giovane come Enaiatollah e la possibilità di raccontare la sua vicenda nel libro Nel mare ci sono i coccodrilli.

Il tuo ultimo romanzo, Se la vita che salvi è la tua, come è nato e di cosa racconta?
In realtà è una storia molto diversa dalle precedenti. Prima al centro dei miei romanzi c’erano sempre gli adolescenti, oggi non sono più un educatore ed è più difficile parlare di loro ma per fortuna la mia curiosità è sufficiente a elaborare storie nuove. Nonostante le differenze con i precedenti romanzi, Se la vita che salvi è la tua tratta però di alcuni temi ricorrenti nelle mie opere: il tema dell’identità e delle relazioni, il tema del viaggio (o, meglio, della fuga) e il tema dell’educazione intesa come sguardo al futuro. Il libro infatti è la storia di un insegnante precario che fugge a New York per una vacanza solitaria che si trasforma invece in un’esperienza dove scoprire le miserie dell’umanità e al tempo stesso la sua ricchezza e dove rimettere in discussione ogni scelta, per ritrovare se stessi.

Del tuo impegno educativo e sociale, oggi, cosa rimane?
Prima avevo un’idea molto “local” dell’impegno sociale, ero convinto di dover combattere per il posto in cui vivevo rimanendo legato a quel luogo. Oggi invece ho un pensiero più globale, viaggio dietro ai miei libri…pur continuando a considerare Torino casa mia. Il mio impegno sociale è soprattutto un impegno intellettuale e culturale, un impegno a costruire reti e sinergie positive. E poi c’è un’idea di fondo che ancora mi disturba moltissimo: l’idea che se facciamo del bene non possiamo guadagnare. L’assurdo pregiudizio che chi lavora in campo sociale debba essere un martire votato alla causa senza alcuna soddisfazione e gratificazione. Mi viene in mente il libro “I buoni” di Luca Rastelli o una recente conferenza di Dan Pallotta dal titolo: “The way we think about charity is dead wrong”. E’ un paradosso: se costruisco videogiochi o cellulari e guadagno milioni di dollari finisco sulla copertina del Times, se guadagno soldi magari per aver inventato un vaccino o risolto un problema sociale vengo considerato un disgraziato, che specula sulle sfortune altrui. Io credo che dobbiamo superare questo dualismo e l’idea che il lavoro sociale non debba essere riconosciuto anche economicamente se vogliamo davvero cambiare il mondo attraverso l’azione di quelle persone che, silenziosamente e coraggiosamente, ogni giorno dedicano la loro vita agli altri.

Silvia Sanchini
Nella foto Fabio Geda e Enaiatollah Akbari

#5buoneragioni. Perchè ho scelto di aderire.

Pensare che ci siano famiglie che non sono in grado, per vari motivi, di crescere i propri figli è un pensiero sgradevole, difficile da accettare, politicamente scorretto.
C’è una certa retorica dei buoni sentimenti che tende ad associare al tema famiglia un immaginario solo ideale, sicuramente più rassicurante, ma che non descrive totalmente la realtà.
Accanto a famiglie (la maggior parte per fortuna) dove è bello e piacevole crescere, esistono famiglie che questo diritto non lo riconoscono: famiglie maltrattanti, negligenti, violente, assenti.
O, ancora, esistono famiglie in difficoltà, genitori soli, o genitori malati…che semplicemente, per un periodo della loro vita, hanno bisogno di chiedere aiuto.
La normativa nazionale e internazionale stabilisce, giustamente, che ogni bambino ha diritto di crescere in una famiglia.
Ma sancisce altresì un principio fondamentale: ogni scelta dev’essere fatta nel preminente interesse del minore.
I bambini e i ragazzi, i soggetti più deboli, sono i primi a dover essere tutelati e protetti.
Se questo diritto non è garantito per un bambino all’interno della sua famiglia di origine, è dovere dello Stato e delle istituzioni competenti intervenire.
Nella mia esperienza professionale e personale ho avuto il privilegio di conoscere il mondo delle comunità per minori e delle case-famiglia grazie alla Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile, una ONLUS riminese che si occupa proprio di bambini e ragazzi momentaneamente allontanati dalla loro famiglia di origine con un decreto del Tribunale per i Minorenni, e collocati in strutture educative dai servizi sociali competenti.
Poi c’è stato l’incontro con l’Associazione Agevolando, costituitasi proprio grazie all’impegno di ragazzi che avevano vissuto parte della loro infanzia e adolescenza “fuori famiglia” in strutture di accoglienza. In particolare l’Associazione si occupa di tutelare i diritti di questi ragazzi anche dopo il compimento della maggiore età, momento in cui terminano tutta una serie di tutele da parte dello Stato.
Ho scoperto così un mondo difficile e stimolante: fatto di adulti, genitori accoglienti, educatori che ogni giorno si prendono cura con amore e professionalità di bambini e ragazzi che non sono figli loro, insieme al lavoro degli assistenti sociali e degli altri professionisti.

Continua a leggere

La storia di Mohammed, il mio augurio di buona Pasqua

Una storia di dolore e resurrezione. E’la storia che mi piace raccontarvi e condividere con voi per augurarvi davvero una gioiosissima e Santa Pasqua!

Il fondo per il lavoro…al lavoro. La storia di Mohammed.

immigrati_lavoro.jpgImmaginate di trovarvi in un paese che non è il vostro, senza conoscere la lingua, i vostri cari lontani. È la storia di tanti ragazzi giovanissimi che, soli, raggiungono l’Italia con un unico grande obiettivo: trovare lavoro e aiutare la propria famiglia. È la storia di Mohammed (nome di fantasia, ndr), che quando è arrivato a Rimini dopo un viaggio rocambolesco era ancora minorenne e aveva una storia dolorosissima, ma aveva anche le idee molto chiare sul da farsi. Il suo percorso ha avuto molti intoppi, molte battute d’arresto.
Non trovare lavoro, essere rifiutato da alcune aziende, il pensiero della propria famiglia in Africa sempre più in difficoltà, ha dilaniato Mohammed per settimane.
Pensieri che si rincorrevano incessanti, paura di aver sbagliato tutto.
Ma anche una certezza che regalava qualche speranza: aver trovato persone che si prendevano cura di lui, che gli volevano bene, di cui poteva fidarsi.
È stato davvero, il caso di dirlo, un lavoro di rete ben fatto.

Continua a leggere

Il sogno di Samir, Emmanuel, Aminul

anci2.2012A proposito di diritti dei mionori (ieri, 20 Novembre, si celebrava proprio la Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza), ho avuto l’opportunità di scrivere per il Settimanale della Diocesi di Rimini, Il Ponte, un articolo dedicato al tema dei “minori stranieri non accompagnati”:

Il sogno di Samir, Emmanuel, Aminul

C’è Emmanuel, che ha lasciato il proprio amato paese – l’Africa – per sfuggire a un conflitto etnico e civile di cui nessuno parla. Ha 16 anni e sogna di fare il cuoco oppure, come tanti suoi coetanei, il calciatore. E poi c’è Aminul, che viene dal Bangladesh, e ha un papà gravemente malato che però non può permettersi le cure e quindi desidera soltanto trovare un lavoro, e in fretta, per poterlo aiutare. E Abdul, che a soli 17 anni ha lasciato un bimbo in Senegal, di cui sente una tremenda nostalgia ma al quale vorrebbe offrire un futuro migliore qui in Italia. Ma ci sono anche le storie di Rino e Samir, rispettivamente albanese e tunisino, che dopo un’accoglienza in comunità e un percorso di formazione professionale concluso positivamente hanno trovato un buon lavoro qui a Rimini e hanno scelto di andare a vivere insieme.
I nomi qui riportati sono fittizi ma le storie raccontate sono straordinariamente reali.  Continua a leggere