Alice, per la prima volta c’era qualcuno che si prendeva cura di me

Nuova puntata dal blog: “Maggiorenni si diventa”!

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Chissà cosa credevo quando, ormai più di 8 anni fa, sono venuti a casa a prenderci. Mi ricordo che c’era l’assistente sociale e un educatore del Comune. La mamma piangeva ma io pensavo: «Perché piange se poi torno a casa?». Anche il mio fratellino, Andrea, piangeva e mi stringeva la mano. Ma io già allora avevo imparato ad essere forte e a prendermi cura di lui, della mamma, di tutti e non ho versato neanche una lacrima.

A scuola non ci andavamo più da un po’. La mamma faceva qualche lavoretto, saltuario, ma a mantenerci faceva fatica. Io in casa mi occupavo un po’ di tutto, dalle faccende più banali alle medicine per la mamma.

Quando ho messo piede in comunità per i primi tempi mi è sembrata una vacanza, finalmente potevo riposarmi. Lo so che è brutto pensarlo, perché uno dovrebbe essere triste quando viene allontanato dalla sua famiglia e può vedere sua mamma solo una volta al mese.

Ma io in comunità mi sentivo al sicuro. Per la prima volta c’era qualcuno che si prendeva cura di me, e non il contrario. Certo, è stata dura, soprattutto i primi tempi. Era difficile rispettare certe regole o condividere la stanza con persone che per me erano sconosciute.

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Allontanamento dei minori: il punto dopo una settimana di fuoco

DSCN75726 città d’Italia (Torino, Milano, Bologna, Napoli, Bari, Palermo), 6 organizzazioni nazionali coinvolte (Agevolando, Cismai, CNCA, CNCM, Progetto Famiglia, Sos Villaggi dei Bambini), oltre 700 persone presenti. Sono solo alcuni numeri della tappa del tour per presentare il Manifesto “#5buoneragioni per accogliere i bambini che vanno protetti” dello scorso 29 Gennaio. Nelle diverse sedi sono intervenuti rappresentanti istituzionali, politici (dal Sindaco di Napoli Luigi de Magistris al Presidente del Consiglio Regionale della Puglia Onofrio Antona, solo per citarne alcuni), testimonial famosi (Fabio Geda, Marzio Honorato), Garanti per l’infanzia, presidenti dei Tribunali per i Minorenni, educatori, assistenti sociali, operatori, giornalisti e tanti ragazzi ex ospiti di comunità di accoglienza/case-famiglia. Si è cercato di affrontare il tema dell’allontanamento dei minorenni senza pregiudizi portando anche la voce dei ragazzi e delle famiglie.

Questo anche alla luce dei recenti attacchi mediatici, primo tra tutti quello di “Presa Diretta”: una trasmissione autorevole, che ha trattato però il tema in maniera generica e fuorviante. Molte organizzazioni (CNCA, Agevolando, Unione Nazionale Camere Minorili, Sos Villaggi dei Bambini, Ordine degli Assistenti Sociali, l’Associazione Nazionale dei Magistrati per i Minorenni…) hanno inviato lettere alla redazione o prodotto comunicati stampa e chiesto di replicare alla puntata dedicata alle “Famiglie Abbandonate”, ma al momento senza risultati.

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#5buoneragioni: storie di vita oltre i luoghi comuni

banner_800x600_2014_2015Per Jennifer la comunità è stata l’esperienza che le ha permesso di ricominciare a vivere, il luogo dove riscrivere la sua storia e ricominciare a vedere lucidamente il mondo.

Per Antonio gli educatori sono stati un’ancora di salvezza.

Denise in casa-famiglia ha sentito di poter essere se stessa, ha potuto finalmente smettere di nascondere i problemi sotto la sabbia.

Per Jonathan la comunità è stata una famiglia, l’occasione per raggiungere alcuni obiettivi insperati come concludere la scuola e trovare lavoro.

Case e non gabbie. Luoghi di accoglienza e protezione e non luoghi di sofferenza o in cui si fa business. Un punto di vista molto diverso da quello che una parte dell’opinione pubblica, della politica e del mondo dell’informazione giornalistica da alcuni mesi e in diverse occasioni porta alla ribalta. Il punto di vista di chi un percorso di accoglienza in comunità/affido/casa famiglia lo ha vissuto e desidera raccontarlo.

Ci sono alcuni luoghi comuni e generalizzazioni con cui ultimamente gli operatori che lavorano nel settore dei minorenni allontanati dalla loro famiglia di origine, si trovano sempre più spesso a confrontarsi. Per sfatarli, ma anche semplicemente per raccontarsi, una campagna iniziata lo scorso 17 Luglio a Roma e promossa da sei organizzazioni (Agevolando, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza – CNCA, Coordinamento Nazionale Comunità per Minori – CNCM, Cismai, Sos Villaggi dei Bambini, Progetto Famiglia) che hanno redatto un Manifesto: “#5buoneragioni per accogliere i bambini che vanno protetti”.

E’ importante conoscere il mondo dell’accoglienza dei minorenni fuori famiglia per quello che rappresenta, a partire dalle loro storie e dai dati reali, e non seguendo ideologie e generalizzazioni che spesso partono da fatti di cronaca singoli e circoscritti”, ci spiega il Presidente di Agevolando Federico Zullo. “Con questo spirito è partita la campagna #5buoneragioni che, dopo Roma e Trento, arriva il prossimo 29 Gennaio in contemporanea in sei città d’Italia: Milano, Torino, Bologna, Napoli, Bari, Palermo e che proseguirà il 27 Febbraio ad Ancona e il 9 Marzo a Firenze, all’Istituto degli Innocenti”.

Proviamo ad analizzare alcune delle affermazioni sentite più spesso sul tema e che di sicuro non ne rappresentano la complessità.

  • “I figli vengono tolti alle famiglie povere per ragioni economiche”. FALSO. Quando si parla di povertà familiare non si parla solo di povertà economica ma di tutto il contesto, e non è mai l’unico elemento che può determinare un allontanamento, ci sono sempre delle concause. Se qualcuno si permette di allontanare un minore solo perché la famiglia ha delle difficoltà economiche, quello è un abuso (la legge italiana lo vieta). I motivi per cui i minorenni vengono allontanati sono più complessi e riguardano situazioni di grave trascuratezza, negligenza, abuso, violenza.

  • Ci sono comunità/case-famiglia che prendono rette da 400 euro al giorno per l’accoglienza”. FALSO. In media le comunità italiane percepiscono rette da 100 euro al giorno (la media si abbassa significativamente nelle regioni del Sud d’Italia). Inoltre diverse ricerche hanno dimostrato che tali rette non sono affatto sufficienti per garantire sole gli standard di accoglienza fissati a livello normativo, costringendo così numerose comunità a grossi sacrifici, che vanno ad aggiungersi ai già drammatici tagli al welfare e ai servizi sociali.

  • In Italia si allontana troppo, più che negli altri paesi Europei”. FALSO. In tutti i lavori comparativi a livello europeo, l’Italia è uno dei Paesi che in Europa meno ricorre all’allontanamento. Infatti, i dati al 31.12.2010 dicono che: in Francia i minorenni fuori dalla famiglia d’origine sono 133.671 (pari al 9 per mille della popolazione 0/17 anni); in Germania alla stessa data sono 111.300 (pari all’8 per mille); nel Regno Unito sono 60.240 (pari al 6 per mille); in Spagna sono 37.075 (pari al 4 per mille); in Italia sono 29.388 (pari al 3 per mille).

  • Gli allontanamenti sono aumentati a causa della crisi economica”. FALSO. Anche in questo caso non c’è una correlazione tra la crisi economica e l’aumento del numero dei minorenni allontanati dal loro nucleo familiare di origine. Anzi, i minori “fuori famiglia” in Italia al 31-12-2012 risultano persino diminuiti rispetto agli anni precedenti, in particolare rispetto alla data del 31-12-2007, dunque prima della crisi economica (dati ministeriali ufficiali).

  • Tra affido, casa-famiglia e comunità esiste una contrapposizione”. FALSO. Affido, comunità, casa-famiglia sono e debbono essere risposte complementari e non in contrapposizione o subordinate l’una all’altra. Situazioni complesse, come quelle dei bambini e dei ragazzi che vivono nella loro famiglia di origine esperienze di dolore e sofferenza, richiedono risposte diversificate sulla base dei bisogni. Ogni ragazzo ha il diritto ad un progetto per sé: attento, curato e specifico. Il territorio riminese, così ricco e diversificato rispetto alle diverse esperienze presenti, può essere una testimonianza positiva della complementarità dei diversi interventi che devono lavorare in rete, attivare sinergie finalizzate il più possibile al benessere e alla positiva integrazione nel territorio dei ragazzi accolti.

Un’altra riflessione va aggiunta sul tema della prevenzione. E’ auspicata da tutti la riduzione del numero degli allontanamenti ed è necessario fare in modo che vengano realmente garantiti tutti i sostegni e gli interventi possibili di supporto alle famiglie di origine prima di ricorrere a questa misura estrema, ma al contempo è doveroso, sul piano pratico, allontanare con determinazione e tempestività bambini e adolescenti che nel loro contesto familiare subiscono gravi violazioni dei loro diritti.

E ancora: gettare fango sul sistema di tutela in maniera indiscriminata e generica sicuramente non aiuta né i bambini e i ragazzi stessi né le loro famiglie.Certo, un sano contradditorio è importante e può essere un’ulteriore forma di protezione. Abusi e ingiustizie vanno denunciati prontamente, qualsiasi violazione dei diritti portata alla luce. Ma la realtà non può essere raccontata solo in modo parziale o distorto. Fare informazione ascoltando solo genitori arrabbiati o minorenni spaventati non è un buon servizio alla società. Le famiglie non devono avere paura di chiedere aiuto. I bambini e i ragazzi devono sentirsi tutelati, non stigmatizzati.

La campagna #5buoneragioni in fondo nasce per questo. Non tanto per la necessità arroccarsi sulle proprie posizioni e difendere a spada tratta il lavoro dei servizi sociali. Ma semplicemente per accogliere questa complessità, per conoscere prima di giudicare, per rimettere al centro il superiore interesse dei bambini e dei ragazzi più fragili. Per questo il 29 Gennaio saremo a Milano, Torino, Bologna, Napoli, Bari e Palermo. Ad ascoltare il punto di vista dei ragazzi, delle loro famiglie, degli educatori, degli assistenti sociali, dei giudici e di tutti i soggetti coinvolti nei percorsi di tutela. E speriamo davvero di essere in tanti.

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini.it/rimini-social

Mi raccomando!

DSCN7371Le ragazze e i ragazzi che vivono in comunità, affido o casa-famiglia sono saliti in cattedra. E non in senso metaforico, ma realmente: lo scorso 13 Dicembre un gruppo di 38 giovani provenienti da esperienze “fuori famiglia” ha presentato dieci “Raccomandazioni” per migliorare i percorsi di accoglienza e transizione all’autonomia nell’Aula Magna del Dipartimento di Scienze dell’Educazione di Bologna in occasione della prima Conferenza del “Care Leavers Network” dell’Emilia-Romagna promossa dall’Associazione Agevolando. Ad ascoltarli operatori sociali, rappresentanti istituzionali, giornalisti, studenti, docenti universitari.

Il primo a prendere il microfono è Abdel, un ragazzo marocchino di 23 anni, con lo sguardo sveglio e vivace e una storia difficile alle spalle. Un viaggio della speranza per raggiungere l’Italia, un periodo di clandestinità, e poi l’incontro con una comunità di accoglienza a Ravenna, l’inizio di un percorso di impegno e responsabilità e oggi, finalmente, il raggiungimento di importanti obiettivi: una casa, un lavoro, una serenità, relazioni e amicizie su cui contare.

“Voglio ringraziare tutti per averci permesso di partecipare a questo progetto e per essere qui ad ascoltarci” – esordisce Abdel – “io porto soprattutto la testimonianza dei ragazzi stranieri che arrivano qui in Italia da soli, senza genitori o adulti che si prendono cura di noi. La nostra è un’esperienza difficile, vi chiediamo sempre maggiore impegno per sostenerci e non lasciarci soli”.

Con lui prende la parola A., ancora minorenne ma alle spalle già tanto dolore e tanta fatica, ospite di una comunità di accoglienza a Rimini, ci dice: “Siamo ragazzi che stanno facendo un percorso, che vogliono guardare al futuro con fiducia nonostante tutte le difficoltà che abbiamo conosciuto. Vi chiediamo di averci non solo in mente, ma anche nel vostro cuore”.

Si giunge così alle vere e proprie “Raccomandazioni”: un decalogo rivolto ai decisori politici, agli educatori, ai servizi sociali, ai giornalisti e alla cittadinanza tutta redatto dai ragazzi in due mesi di intenso lavoro insieme ai volontari di Agevolando.

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Il protagonismo giovanile nelle mani che tremano di Alban

10847809_10205708416540018_5531640906245936244_nLa mamma di Chiara è in carcere, il papà non l’ha mai conosciuto… quando dice che si sente sola al mondo è difficile darle torto. Kalim è arrivato in Italia quando aveva 14 anni, senza un soldo in tasca e senza documenti, senza nessuno che si prendesse cura di lui. Luca è in comunità solo da qualche mese mentre i suoi genitori stanno facendo un percorso per vincere la dipendenza dall’alcool, ma gli hanno promesso che staranno bene e potrà tornare presto a casa. Andrea ha solo 16 anni ma ha già conosciuto la solitudine, la violenza, il carcere.

Sabato scorso a Bologna è successa una cosa un po’anomala. Questi ragazzi, insieme ad altri loro coetanei, hanno preso la parola. Non per raccontare le loro storie, non per impietosire, non per cercare consensi. Hanno preso la parola per dire la loro su alcuni temi importanti: come si cresce, come dovrebbero essere gli adulti che incontrano, come si diventa autonomi, cosa significa sentirsi parte attiva del proprio percorso di vita. E, in particolare, cosa significa farlo quando per diverse ragioni ci si trova a vivere parte della propria infanzia e/o adolescenza “fuori famiglia”: in una comunità di accoglienza, in una casa-famiglia o in affido. Ritrovandosi, spesso, completamente soli al compimento del diciottesimo anno di età.

L’opinione pubblica poco conosce o sente parlare di questi temi. A volte vengono affrontanti in maniera distorta o, peggio, strumentale. Anche noi operatori sociali pensiamo talvolta di saperne già abbastanza, di non avere bisogno di ulteriori stimoli per migliorarci nel nostro lavoro. Poi c’è un problema più generale: le politiche giovanili e i processi partecipativi coinvolgono, quasi sempre, solo quei giovani che già sono in possesso di strumenti e risorse. Chi rischia di rimanere più indietro è invece chi in partenza possiede già meno, almeno apparentemente. Chi non crede di potercela fare. Chi non ha mai avuto nessuno che davvero credesse in lei o in lui.

Il 13 Dicembre all’Università di Bologna un gruppo di ragazzi e ragazze che vivono o hanno vissuto “fuori famiglia” provenienti da 7 province dell’Emilia-Romagna (Rimini compresa) hanno presentato ai decisori politici, agli operatori sociali, ai giornalisti, alla cittadinanza tutta le loro “Raccomandazioni” per migliorare i percorsi di cura e transizione all’autonomia. Un’iniziativa promossa dall’Associazione Agevolando, che ha fatto proprio del tema dell’advocacy una delle sue principali attenzioni. E così grazie a questi ragazzi ho capito che la partecipazione e il protagonismo giovanile sono nelle mani che tremano di Alban. Nelle parole di Nicole che sbuffa e dice: “Speriamo che ci ascoltino!”. Nel tenero balbettio di Karima che si sforza di leggere in una lingua che non è la sua. Nella lettera che Alberto ha scritto alla sua assistente sociale: “Voglio lottare per i miei diritti”.

Perché trovarsi a vivere esperienze familiari difficili non significa non avere niente da dire, ce lo spiega bene il Presidente di Agevolando, Federico Zullo: “A volte ci sentiamo o preferiamo sentirci invisibili. Noi vogliamo rompere questo schema. Se le nostre storie di vita difficili diventano esempio di resilienza per altri facciamo qualcosa di straordinario”.

Sul sito di Agevolando (www.agevolando.org) il testo completo delle Raccomandazioni presentate dai ragazzi del Care Leavers Network dell’Emilia-Romagna: #perfarciascoltare

Silvia Sanchini

Foto: Jennifer Zicca

in: http://www.newsrimini.it/2014/12/il-protagonismo-giovanile-nelle-mani-che-tremano-di-alban/

Alla scoperta di Trento

Trento è proprio quella che nel mio immaginario è la tipica città del Nord. Un centro storico raccolto e curato che si gira facilmente a piedi, edifici importanti, le montagne a fare da cornice (con le prime nevi già a Novembre), un freddo pungente ma al tempo stesso asciutto, vin brulè e mercatini natalizi…da perderci la testa. A me è piaciuta molto, forse anche perchè l’ho visitata in un’occasione importante e mi ha dato la possibilità di rivedere un sacco di volti amici (grazie a Dile e a tutti!) e incrociare storie di vita, di quelle che restano indelebili. A Trento con l’associazione Agevolando e altre organizzazioni (CNCA, Cismai, Cncm, Progetto Famiglia, Sos Villaggi dei Bambini), abbiamo aperto il tour di presentazione del Manifesto: “#5buoneragioni per accogliere i bambini che vanno protetti”, che avevamo già lanciato lo scorso 17 Luglio a Roma. Luoghi e volti, per superare pregiudizi e ideologie, raccontare e non più essere solo raccontati.

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Al dovere, ho come sempre unito il piacere di esplorare la città: a partire dall’elegante zona di via Belenzani (con Palazzo Geremia) e Piazza Duomo (con alcuni dei palazzi più belli) per poi raggiungere i mercatini natalizi di Piazza Fiera e Piazzetta Lodron, dove scoprire piccoli gioielli artigianali: dal vetro soffiato, al legno intarsiato, dagli orecchini realizzati con i fiori pressati fino al cioccolato nelle forme più varie (per me, Christmas addicted, è un sogno!). Ai mercatini non ci si può esimere dal bere anche un bicchiere, anzi una tazza, di vin brulè…con quel sapore speziato che ti entra nelle narici e nella gola e ti fa affrontare il freddo con più coraggio! 🙂

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Ovviamente non poteva mancare anche una passeggiata a Le Albere: l’esclusivo e nuovissimo quartiere progettato da Renzo Piano. E’ effettivamente molto bello (sembra di essere in un paese del Nord Europa, spazi verdi, ampi marciapiedi…) ma al tempo stesso poco vissuto, freddo, praticamente disabitato e privo di negozi. Insomma, un luogo bello da vedere ma non da vivere probabilmente, troppo distante dalle esigenze concrete delle persone (e di certo non accessibile alle tasche della maggior parte di noi). Per fortuna un bel po’di gente si raduna per il “MuSe”, che è effettivamente una delle esposizioni dedicate alla scienza più belle che abbia visto sino ad ora. Merita da solo il viaggio a Trento! Non un semplice museo, ma un’esperienza interattiva e sensoriale: con giochi di logica, tunnel da attraversare che riproducono suoni e atmosfere dei diversi habitat, maxi schermi interattivi da utilizzare per approfondimenti. Il percorso espositivo consigliato comincia dall’alto, con la ricostruzione di un ghiacciaio fino a scendere al piano -1 con una serra tropicale. Le sezioni che ho preferito: quella dedicata alle nuove frontiere della ricerca (affascinante!), il labirinto della biodiversità alpina, quella che ripercorre la storia dell’uomo dalla preistoria ad oggi, con le recenti scoperte tecnologiche (per esempio la stampante 3d!). Un museo che è anche esposizioni temporanee, eventi, laboratori e percorsi didattici a misura di bambino e ragazzo, un luogo insomma accessibile a tutti e che si vede, ha una fortissima vocazione internazionale, anche per questo faccio il tifo per questo luogo. Il sito del MuSe

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Infine, vi segnalo anche questo grazioso locale trentino (prima o poi aprirò anche io un posto del genere!!!): si chiama “Bookique” ed è in via Torre d’Augusto 29. E’ un caffè letterario, piccolo ma molto accogliente, che propone una serie di eventi collegati alla musica e alla poesia, ai libri e all’arte, uno di quei luoghi in cui bere un buon bicchiere di vino e sentirsi bene in compagnia delle persone con cui non ti stancheresti mai di chiacchierare e condividere passioni e affinità. Da Trento porto a casa anche questo bel locale e le chiacchiere con N., che raccontandomi la trama di uno dei suoi libri preferiti mi dice: “Non importa quanto tu abbia sofferto, non importa la tua storia, non importa quanto due persone possano essere diverse…se incontri qualcuno che ti capisce e che ti ascolta costruirai un legame che vi terrà uniti per sempre”. E quando incontri ragazzi così, non puoi che sentirti privilegiata per il lavoro che fai…

P.S. Dimenticavo! A Trento passa anche il trenino di Babbo Natale!!!!! 😉

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Minori stranieri non accompagnati: usciamo dall’emergenza

MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI: USCIAMO DALL’EMERGENZA
Dall’inizio dell’anno sono approdati in Italia
12000 bambini soli e 3000 di loro sono irreperibili

10553477_688846844556316_7742316005636791199_nL’Associazione Agevolando, l’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia,  l’Associazione Libera (associazioni, nomi e numeri contro le mafie), l’Associazione Consulta Diocesana per le Attività a favore dei minori e delle famiglie ONLUS, il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, il Coordinamento Nazionale Comunità per Minori, il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia,  il Coordinamento regionale comunità per minori dell’Emilia Romagna, il Coordinamento regionale comunità per minori delle Marche, Federazione Progetto Famiglia ONLUS, SOS Villaggi dei Bambini ONLUS e Terra dei Piccoli ONLUS esprimono sincera preoccupazione per l’attuale situazione dell’Emergenza minori stranieri non accompagnati (MSNA) che sta coinvolgendo tutto il territorio nazionale, e per la sua gestione.

Secondo il report diffuso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dall’inizio del 2014 i minori non accompagnati arrivati in Italia dal nord Africa sono stati oltre 12mila: di questi poco più di 3mila – un quarto del totale – non si trovano più!
Una questione davvero grave perché questi 3.000 ragazzi irreperibili sono potenziali vittime di sfruttamento sessuale, lavorativo e accattonaggio forzato.
Su questo, anche in seguito alle nostre segnalazioni, la Senatrice Silvana Amati,  insieme ad altri 20 Senatori, ha predisposto e depositato in questi giorni una interrogazione parlamentare.

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Accoglienza, sostegno, accompagnamento, relazione

#Perchèsonoqui. N.1

guido-fontanaUn nuovo progetto di comunicazione in cui amministratori e collaboratori della Fondazione San Giuseppe si raccontano e raccontano il senso del proprio lavoro e del proprio impegno. Ma anche un modo per aggiornare sulle nostre attività e progetti. Non potevamo che cominciare con un’intervista al Presidente della Fondazione, Guido Fontana. Classe 1953, educatore professionale, ma anche ottimo cuoco e tifoso della squadra di calcio della Roma. Sposato con Grazia, ha due figli e – da poco – un nipotino. Da più di vent’anni collabora a progetti di formazione professionale e prevenzione del disagio giovanile.

Come è nata la sua collaborazione con la Fondazione San Giuseppe?

Tutto è iniziato…per sbaglio! Probabilmente perché nessuno voleva accettare questo incarico prima di me. Io ho accettato soprattutto per curiosità nei confronti dei ragazzi che erano ospiti del San Giuseppe e che già conoscevo per il mio lavoro all’Enaip come coordinatore di corsi di formazione professionale. E poi c’era l’amicizia e la stima che mi legavano all’allora direttore Rocco Erbisti e al coordinatore Maurizio Bertozzi. Dal 1999 sono stato nominato membro del Consiglio di Amministrazione, grazie alla sollecitazione dell’allora Assessore ai servizi sociali e amico Stefano Vitali. Nel 2006 sono stato nominato vicepresidente e, infine, nel 2012 ho raccolto l’eredità di Paolo Mancuso come presidente. Come amministratore mi sono sempre sentito un po’ un pesce fuor d’acqua perché non ho competenze specifiche sugli aspetti tecnici e amministrativi, ma ho sempre cercato di dare il mio contributo soprattutto sugli aspetti educativi e nel lavoro di rete con le altre realtà del territorio.

#Perchèsonoqui. Da dove è maturata la motivazione per le sue scelte e per il suo impegno in questa realtà?

Innanzitutto dalle relazioni e dalle amicizie con le persone con cui ho collaborato in questi anni: oltre a quelle già citate mi piace ricordare Benito Lombardi, Francesco Soldati, Elisabetta Savorelli con le altre educatrici della comunità “La Sorgente” e Roberto Vignali, coordinatore delle comunità educative. Grazie a lui ho approfondito anche il rapporto con i responsabili delle altre comunità e con gli educatori della cooperativa “Il Millepiedi”, insieme ai quali lavoriamo in sinergia per il bene dei nostri ragazzi. Poi sono molto orgoglioso del lavoro fatto dal Consiglio di Amministrazione in questi anni: abbiamo attraversato fasi di grande cambiamento ma sempre in un’ottica di umiltà e fedeltà sociale ed educativa al valori cristiani e alla passione che animarono i nostri fondatori. Non posso qui non citare Suor Isabella Soleri, nostra fondatrice, i fratelli Bronzetti, il prof. Vincenzo Spazi e i tanti benefattori che negli anni ci hanno consentito di andare avanti, con l’auspicio che se ne aggiungano sempre altri, a cui va la garanzia della trasparenza e della gestione oculata del patrimonio. Infine molto del mio impegno è anche frutto del mio cammino di fede: per me Gesù Cristo è un modello educativo per eccellenza, seguire le sue orme nella mia vita significa umilmente mettermi anche a servizio dei più piccoli.

Quale pensa sia oggi il ruolo della Fondazione nella Città di Rimini?

Il San Giuseppe è nato per dare una risposta alle necessità di bambini orfani e mamme in difficoltà e, in un certo senso, ancora oggi questa rimane la sua specificità: offrire all’infanzia e all’adolescenza abbandonata un ambito di crescita, un luogo dove ripensarsi e ricostruire relazioni positive con gli adulti (in questo caso gli educatori) “simulando” una vera e propria famiglia. Il grande merito del San Giuseppe negli anni è stato proprio quello di avere sempre il coraggio di trasformarsi in base alle esigenze della città, senza mai smettere di essere una casa per tante persone in difficoltà.

Quali sfide e quali progetti attendono la Fondazione per il futuro?

Stiamo affrontando una fase di forte difficoltà dal punto di vista della contrazione delle risorse destinate ai servizi sociali e un momenti di cambiamenti forti. È necessario individuare nuovi strumenti. Negli ultimi anni, ad esempio, abbiamo elaborato un progetto per l’accoglienza dei ragazzi anche dopo la maggiore età. Poi ci sono state le attività didattiche e laboratoriali: il restauro del mobile, portato avanti grazie a una nostra educatrice, Eleonora Alvisi e il laboratorio di riparazione delle biciclette, portato avanti anche in questo caso da un nostro educatore, Daniele Stefanini in collaborazione con l’equipe della “Ciclofficina” dell’Enaip. Importante anche la collaborazione con l’Università: abbiamo co-finanziato una interessante ricerca realizzata dalla Facoltà di Scienze della Formazione e coordinata dalla prof.ssa Elena Malaguti e abbiamo in atto anche una collaborazione con la Facoltà di Economia e in particolare con la prof.ssa Maria Gabriella Baldarelli che insieme alla prof.ssa Mara Del Baldo stanno approfondendo la storia del San Giuseppe da un punto di vista amministrativo e gestionale. In generale, per il futuro, credo nella necessità di individuare sempre più forme di accoglienza leggera e transitoria, una sorta di “ponte” tra l’assistenza e la piena autonomia abitativa e lavorativa. Il tema dell’housing sociale ci sembra molto attuale e ci sta particolarmente a cuore. Anche il disagio che coinvolge i più giovani ha assunto nuove forme: nuove problematiche familiari e sociali, nuove dipendenze, nuovi interrogativi posti dalla sempre maggiore presenza di ragazzi stranieri nelle nostre città. In quest’ottica mi sembra fondamentale una sempre maggiore qualificazione della relazione tra pubblico e privato sociale.

Come sintetizzerebbe la mission della Fondazione San Giuseppe con alcune parole-chiave?

Accoglienza, sostegno, accompagnamento relazione. Tra queste relazione è la più importante: indica la capacità degli educatori di mettersi in gioco, in un mondo dove gli adulti sul piano educativo stanno fallendo. Noi invece cerchiamo di riscoprire insieme la fatica, ma anche la bellezza, del compito educativo per garantire un futuro migliore a bambini e ragazzi che vivono situazioni di difficoltà.

Silvia Sanchini

RiminiSocial 2.0

AgevolanDay: 100 ragazzi fuori famiglia a Riccione per una giornata di festa

10622906_10203563376518208_2809301265907020576_nUn’associazione, Agevolando, nata da solo qualche anno ma che cresce ogni giorno di più. Quasi 100 ragazzi che stanno vivendo o hanno vissuto un percorso in comunità di accoglienza e che provengono da ogni parte del mondo: dal Marocco al Bangladesh, dall’Italia al Senegal, dalla Colombia alla Tunisia. Un gruppo di educatori che mette con pazienza e amore a disposizione una domenica pomeriggio per stare insieme ai ragazzi. Sei squadre di calcetto agguerritissime in arrivo da Ferrara, Bologna, Cesena e Rimini. Un nutrito ed entusiasta gruppo di volontari di Rimini ma anche di Bologna e Trento. Un luogo bellissimo, lo Stadio del Nuoto di Riccione, che ci ospita gratuitamente per darci l’opportunità di realizzare questa iniziativa.

Tutti questi tasselli danno vita insieme a quel mosaico coloratissimo e un po’ caotico che è “AgevolanDay”, la festa nazionale dei ragazzi che (per un po’) non vivono nella loro famiglia. Giunta alla sua quinta edizione questa festa itinerante ha scelto come destinazione quest’anno la Provincia di Rimini, dove da più di un anno è nata una vivace sede dell’Associazione grazie alla collaborazione con la Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS. Qualche tessera del nostro mosaico nella giornata era sbagliata o è andata persa: è normale, in una festa di questo tipo, gli imprevisti non mancano. Ma alcuni tasselli invece si sono inseriti a meraviglia: a partire dalla incantevole giornata di sole, merce rara in un’Estate così meteorologicamente imprevedibile.

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#5buoneragioni, il resoconto della Conferenza stampa

1549574_663242727103608_3204466236591446097_nForte e chiara si è alzata la voce delle Associazioni per presentare i dati e raccontare le tante esperienze vissute in molti anni di lavoro con ragazzi e famiglie. I minorenni fuori famiglia in Italia al 31.12.2011 sono secondo stime ufficiali 29.388, di questi solo 10.148 in comunità. Alla stampa è stato chiesto di non amplificare in modo strumentale le drammatiche vicende di vita di bambini e adolescenti segnati da gravi problemi nelle loro famiglie.Lo scorso 17 Luglio, nella cornice istituzionale della Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, l’Associazione Agevolando insieme al Cismai, al Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA), al Coordinamento Nazionale Comunità per Minori (Cncm), a Progetto Famiglia e SOS Villaggi dei Bambini ha promosso la conferenza stampa: “#5buoneragioni per accogliere i bambini che vanno protetti” per presentare pubblicamente l’omonimo Manifesto nato con l’obiettivo di chiarire all’opinione pubblica alcuni aspetti fondamentali che riguardano i minorenni allontanati dalla loro famiglia.

Un manifesto che è già stato sottoscritto da diversi esponenti della cultura, dello spettacolo e della società civile tra cui Alessandro Bergonzoni, Mauro Biani, Luigi Cancrini, Stefano Cirillo, Massimo Cirri, don Virginio Colmegna, Tosca d’Aquino, Fabio Geda, Fiona May, Alessandro Sortino, e anche i riminesi “d’adozione” Andrea Canevaro e Elena Malaguti… e molti altri, alcuni dei quali hanno realizzato anche un video per spiegare il perché della loro scelta di sostenere la causa.

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