Addio Margherita

La scomparsa di Margherita Hack mi riempie di malinconia. E’stata una donna straordinaria, un modello nello studio e nella vita, di quelli di cui l’Italia e tutti noi abbiamo davvero bisogno. Ho avuto il grande privilegio di intervistarla insieme alla mia amica Ada per il libro che ho curato per l’editrice AVE: “Io farò, io sarò. Viaggio curioso nel mondo delle professioni“. Ecco un estratto dell’intervista.

Come hai scoperto la passione per la scienza, e in particolare per l’astrofisica?

Ho sempre avuto una predilezione per le materie scientifiche e soprattutto per la fisica sin dai tempi della scuola…nonostante un anno sia stata rimandata in matematica! Ho sempre fatto il mio dovere a scuola ma non sono mai stata la prima della classe. L’amore per lo studio e la ricerca li ho scoperti in seguito. Terminato il Liceo classico mi sono infatti iscritta alla Facoltà di Lettere…ho resistito appena un’ora. Ho capito che la mia vera passione era la fisica e mi sono trasferita alla Facoltà di Fisica dell’Università di Firenze. Qui tra osservazioni, telescopi, lastre e montagne di libri…ho capito davvero cosa voleva dire fare ricerca e che mi sarebbe piaciuto fare proprio questo nella vita. Mi sono laureata con una tesi in astrofisica grazie al giovane assistente Mario Gerolamo Fracastoro, molto disponibile ed entusiasta…anche perché ero la sua prima tesista!

Essere donna ha influito sul tuo percorso professionale?

Non credo. Certo, fino a qualche tempo fa, esisteva un pregiudizio nei confronti delle donne, si pensava che fossero più portate per le materie umanistiche piuttosto che per quelle scientifiche. Niente di più falso, era infatti solo un problema di accesso agli studi (liceali e universitari) che per tanto tempo è stato loro negato. Oggi invece sempre più donne possono emergere in questo campo, basti pensare che oltre la metà dei ricercatori sono donne.

A questo proposito, il tema della ricerca è molto attuale oggi in Italia. Pensi che ci siano reali opportunità per i giovani di impegnarsi in questo campo?

Purtroppo da parte di chi ci governa c’è troppa poca cultura in questo senso. Non ci si rende conto dell’importanza della ricerca. Si parla tanto di innovazione per poi fare tagli sempre più ingenti alla scuola e all’università, un vero controsenso. Fare ricerca oggi in Italia è diventato davvero difficile, anche gli stipendi dei ricercatori sono molto miseri rispetto agli altri paesi europei.

Cosa pensi dei giovani di oggi? Hai qualche consiglio da dare per appassionarli allo studio della scienza?

Penso che i ragazzi di oggi non siano né migliori né peggiori di un tempo. La gioventù è sempre la stessa. Io ho molta fiducia nei giovani. Bisogna educarli a seguire le proprie passioni, le proprie inclinazioni, i propri interessi personali… e soprattutto far scoprire loro che la scienza può essere anche una cosa piacevole e divertente.

Ada Serra e Silvia Sanchini

Qui la versione integrale: http://www.editriceave.it/catalogo/news/416/

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Foto Repubblica.it

Harraga: bruciare la frontiera

1690_8f53226b3507426aee2883f810db22eeAhmed è arrivato a Rimini dall’Egitto con il fratello Muhammad di 12 anni dopo 4 mesi terribili di viaggio. Jamila ha dovuto lasciare la sua amata Africa per l’intensificarsi della guerra civile in Costa d’Avorio. E Shahed che a soli 16 anni ha perso il papà che, già indebitato, aveva rinunciato alle cure mediche per permettergli di raggiungere l’Italia dal Bangladesh.

Come possiamo non interrogarci davanti a queste storie e a questi volti che quotidianamente incontriamo?

Li chiamiamo “non accompagnati” perché arrivano nel nostro territorio da soli, ma sperimentiamo ogni giorno quanto invece siano accompagnati da forti aspettative personali, dalle istanze delle loro famiglie e spesso anche dei loro paesi di origine.

Sul blog da lui fondato, “Fortress Europe”, Gabriele Del Grande cerca ogni giorno di documentare i numeri di quella strage di uomini e donne, bambini e adulti, che perdono la vita nella traversata del Mediterraneo: almeno 18.673 persone che dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell’Europa. Eroi silenziosi di cui nessuno parla, che nessuno celebra, che nessuno ricorda.

Negli stessi paesi di provenienza dei giovani migranti si sta svolgendo un dibattito molto acceso. Lo scopriamo ascoltando i versi di alcune delle canzoni più famose in Tunisia, Algeria, Libia… “Bruciare la frontiera” (harraga) è visto da alcuni giovani come l’estremo atto di coraggio, da altri come un inganno, da alcuni come una scelta sbagliata, da cui prendere le distanze. La musica di Reda Taliani, Balti, Samir Loussif (tra i più celebri rapper nord africani) è la colonna sonora di tanti giovani prima di partire e durante il viaggio: è la suoneria dei loro cellulari, la musica presente nei video che pubblicano su Facebook o su Youtube. Conoscere questo mondo ci aiuta a meglio comprendere le aspettative, i desideri, le paure dei giovani che giungono in Italia e delle loro famiglie.

Anche nella storia raccontata nel delicato romanzo di Carlotta Mismetti Capua, Come due stelle nel mare (Piemme 2012), l’autrice ci invita a guardare l’essenziale, aldilà della superficie, perché è proprio il vuoto generato dall’indifferenza intorno a questi temi che le ha permesso di guardare la realtà con occhi diversi.
Una storia che comincia su un autobus della capitale ma che in realtà parte da molto più lontano, dall’Afghanistan: 4950 km percorsi per lo più a piedi da quattro ragazzini da Tagab a Roma, che per loro è “la città di Asterix” (da qui il primo luogo dove questo incontro è stato raccontato, il blog: La città di Asterix. È la storia di una cittadina che compiendo un gesto di solidarietà e accoglienza si trova a costretta a scontrarsi con una realtà molto più complessa, fatta di burocrazia, solitudine, frustrazioni, risposte mancate.
Inizia così una storia complicata, piena di intoppi, ma che è anche un grande atto d’amore.

I racconti di Gabriele e Carlotta hanno un denominatore comune: l’idea che il racconto sia l’unico antidoto all’indifferenza. E per raccontare oggi servono parole nuove che aiutino a combattere due pericoli estremamente rischiosi: quello della disumanizzazione e quello della falsificazione. Per questo più che parlare di stranieri, rifugiati, profughi… dovremmo forse semplicemente parlare di giovani, guardarli negli occhi, ascoltare le loro storie.

Questo dovrebbe essere ancora più vero nelle nostre comunità cristiane (forse ancora troppo poco vocate all’accoglienza) se, come scriveva San Paolo e come ci ha più volte ricordato il nostro Vescovo, per i cristiani non vi sono né “ospiti” né “stranieri”.
Ed è uno sforzo necessario in un momento storico come quello odierno così complesso e mutevole, se pensiamo da un lato alle violenze che stanno quotidianamente segnando i paesi protagonisti della “primavera araba” come l’Egitto ma anche ai segnali di speranza che potrebbero giungere dagli Stati Uniti dove Obama si sta impegnando a varare un’importante riforma in materia di immigrazione.

Mi piace concludere con alcune di queste parole che possono e debbono aiutarci a sconfiggere la tentazione dell’indifferenza e del disimpegno. “Di solito delle tragedie si scrive al passato remoto.
[…] E quella di stanza temporale consente l’audacia di domandarsi come sia stato possibile che ciò sia accaduto. […] Ecco, io credo che quando un giorno i miei nipoti studieranno a scuola che tra gli anni Novanta e Duemila, 20 o 30.000 uomini e donne persero la vita nel Mediterraneo tentando di raggiungere l’Europa, mi porranno le stesse domande. Forse è il caso di iniziare a cercare le risposte sin da ora. Oppure di rimboccarsi le maniche” (dal libro di G. Del Grande: “Mamadou va a morire”).

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini/sociale

Una sintesi dell’articolo è apparsa anche sul settimanale “Il Ponte”  venerdì 23 Giugno 2013

Nella foto la copertina di Come due stelle nel mare

Vedremo giorni di sole

image-500x283Ho conosciuto Ali Ulusoy lo scorso settembre quando, insieme a un gruppo di professionisti e operatori del sociale, abbiamo avuto l’opportunità di partecipare al progetto Go to goal, finanziato dall’ Unione Europea e coordinato a Rimini dal Centro di servizi per il Volontariato Volontarimini. Un’opportunità di scambio di esperienze e buone prassi tra chi opera nell’ambito dell’inserimento lavorativo. Sede del nostro viaggio è stata la Turchia, un paese che ci è apparso subito accogliente, dinamico, desideroso di cambiamenti e dalla forte vocazione europea e che oggi è protagonista delle cronache internazionali da quando i giovani turchi (e non solo) sono scesi in piazza per manifestare dapprima contro la chiusura del Gezi Park, un parco nel centro di Istanbul, e poi per contrastare nel suo complesso le politiche attuali del governo.

Ali ha 52 anni e vive da Ankara. Padre di Osama, giovane con la sindrome di down, dedica con straordinaria energia ed entusiasmo la sua vita e il suo lavoro alla promozione dei diritti e a percorsi di inclusione sociale rivolti a giovani con disabilità. In particolare è Responsabile dell’Associazione Happy Kids network che dal 1992 promuove attività per bambini e giovani.
Da cittadino turco da molti anni impegnato nel sociale e a contatto con molte realtà istituzionali e associative chiediamo ad Ali uno sguardo sulla situazione della Turchia alla luce del suo osservatorio privilegiato.

Qual è in questo momento la situazione del tuo Paese?

Il nostro amato Paese sta resistendo al potere politico in particolare del suo primo ministro, Erdogan, che sembra incapace di rispettare le idee diverse dalle sue. Il popolo turco è contrario a questa forma di dittatura.

Quali pensi siano state le principali cause della situazione di conflitto che oggi si è venuta a generare?

Il motivo principale di questo conflitto può essere così sintetizzato: “Le proteste in Turchia sono iniziate il 28 Maggio 2013. Sono state innescate dall’indignazione per il brutale sgombero di Gezi Park a Istanbul, con un sit-in per fermare la demolizione di questo parco. Successivamente proteste e scioperi hanno avuto luogo in tutta la Turchia con proteste per una vasta gamma di problemi quali la mancata libertà di stampa, di espressione, di riunione e il ruolo del governo nello sminuire la laicità del Paese”.

Cosa pensi che accadrà ora in Turchia?

La libertà è molto importante. Se perdi la libertà, non hai più niente. Anche la solidarietà è importante. Penso che la forma più grande di solidarietà sia quella di manifestare contro ogni forma di tirannia e dittatura e dire a gran voce che se vuoi essere veramente un paese moderno e parte dell’Unione Europea, è necessario innanzitutto rispettare gli altri. Il famoso poeta turco Nazim Hikmet ha scritto: Credi. I nostri bambini vedranno giorni migliori. Vedremo giorni di sole”. Noi crediamo che giorni di sole arriveranno anche per il nostro Paese.

Qual è la tua speranza per il tuo paese e in particolare per le nuove generazioni? Il fondatore della Repubblica turca, Mustafa Kemal Atatürk, ha dato grande importanza al ruolo dei giovani e ha detto che proprio i giovani sarebbero stati i “guardiani” della Repubblica. Se alle elezioni verrà sconfitto il partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) che è al governo con Erdogan 2002, i giovani avranno finalmente più libertà. Spero che tanti giovani vadano a votare alle prossime elezioni per sconfiggere Erdogan. Sono certo che la gioventù turca lavorerà duramente e avrà successo.

in: http://www.newsrimini.it/sociale

Foto Corriere.it 

Dal Brasile alla Turchia, un comune denominatore

7310_10151663498922937_361123256_n Scherzando osservavo come per una assoluta casualità, entrambi i paesi in cui ho viaggiato lo scorso anno – Brasile e Turchia – sono attualmente protagonisti della cronaca internazionale da quando migliaia di persone sono scese in piazza per manifestare, esprimere il proprio dissenso, rivendicare libertà e diritti.

Sia in Brasile che in Turchia l’anno scorso ho potuto toccare con mano quanto si tratti di realtà che, pure con enormi contraddizioni, vivono una fase storica ed economica di crescita e fermento. Paesi giovani, dinamici, in profondo cambiamento.

Viene allora da chiedersi: come mai esplodono proteste proprio laddove è più forte la crescita economica? Perchè non in paesi come l’Italia o altri stati europei che vivono situazioni di crisi e disagio profondo?

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Anche in questo caso protagonisti delle rivolte sono i giovani e la rete, con i suoi nuovi strumenti per passarsi informazioni e condividere riflessioni (cfr il bell’articolo del giornalista francese Bernard Guetta su Internazionale: Il sussulto di un mondo adolescente).

Da Gezi Park a San Paolo, le nuove generazioni sembrano volerci dire che non sono sufficienti democrazia e benessere economico per evitare insoddisfazione e proteste (ne parla molto bene anche il blog “Buongiorno Africa” nell’articolo: Riflessioni (inconcluse) su Africa, Brasile, Turchia). E non è un caso che le manifestazioni in Turchia siano iniziate in difesa di un parco cittadino, luogo simbolico di libertà e benessere.

Continuo a seguire con interesse le vicende di questi paesi e le profonde trasformazioni dell’assetto politico ed economico del nostro pianeta, con insieme un sentimento di timore ma anche di forte speranza.

Foto Famiglia Cristiana e Internazionale

Andata e ritorno.

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Tra gli eventi in programma nella ricca edizione 2013 del Festival di Letteratura per ragazzi “Mare di Libri”, vero e proprio fiore all’occhiello della nostra città, un incontro sarà dedicato al tema del viaggio e alle storie di giovani migranti attraverso la presentazione di due libri. Il primo, Storia di Ismael che ha attraversato il mare di Francesco D’Adamo, è la storia di un ragazzo metà beduino e metà berbero che a soli 15 anni decide di “attraversare il mare” per raggiungere l’Italia per “comprarsi un’altra vita”. Yusdra e la città della sapienza, di Daniela Morelli, è invece la storia di un viaggio per ritornare alle origini intrapreso da una ragazzina marocchina che approfitta di una gita scolastica a Genova per imbarcarsi e riscoprire il suo paese. Due viaggi in opposte direzioni ma che hanno in comune l’essere narrati entrambi da due giovani alle prese con la loro identità e le loro speranze per il futuro. L’incontro, che si svolgerà venerdì 14 giugno p.v. alle ore 16.30 nella Sala Civica del Palazzo del Podestà di Rimini, sarà presentato da Simonetta Bitasi, lettrice “ambulante” di professione e impegnata in numerose attività di promozione alla lettura, ma sarà anche preceduto dalla voce di due giovani che, come i protagonisti dei romanzi, due anni fa hanno lasciato il loro paese, l’Egitto, per raggiungere il nostro paese e in particolare la nostra città. Entrambi sono oggi ospiti di due comunità per minori della Fondazione San Giuseppe e frequentano un corso di formazione professionale alla Fondazione Enaip S. Zavatta per prepararsi al lavoro. Sarà un’occasione sicuramente bella non solo per ascoltare affascinanti ma spesso anche drammatiche storie di viaggio, ma soprattutto per affrontare il tema delle migrazioni dall’inedito punto di vista dei più giovani.

Per prenotarsi e partecipare a questo incontro e consultare il programma completo del Festival: www.maredilibri.it

Lettera d’amore

Direttamente dal matrimonio di un’amica, questa delicata lettera d’amore dal libricino per bambini(e non solo!!) “Due che si amano” di Wolf Erlbruch (E/O Edizioni)

Lettera d'amoreLettera d’amore

Questa è una lettera d’amore
molto dolce e molto delicata,
come potrebbe essere un fiore
o una farfalla colorata.

Il mio cuore ha bussato,
tu hai detto: “Ti aspettavo”.
E allora sono entrato,
era quello che sognavo.

Questa è una lettera d’amore
molto dolce come il tuo volto,
molto delicata come il tuo odore,
o anche solo: molto, molto.

18 anni. Una festa che non è uguale per tutti

Qualche giorno fa, una collega e cara amica mi ha portato in ufficio la pagina di un quotidiano riminese. L’intera pagina era stata utilizzata da una famiglia della nostra città per augurare al figlio, neomaggiorenne, buon compleanno. Aldilà del gesto, sicuramente affettuoso, ci ha colpito però il messaggio con cui i genitori facevano il loro augurio al figlio: “18 anni. Finalmente anche tu potrai guardare i film con il bollino rosso”.

Ora, non desidero sindacare sulla modalità e i contenuti del messaggio che, probabilmente, voleva semplicemente essere divertente e scherzoso. Spero che la famiglia protagonista della pagina di giornale non si risenta però se dico che il loro modo di fare gli auguri al figlio mi ha fatto riflettere.

La maggiore età dovrebbe essere, per eccellenza, il momento di una presa di coscienza e assunzione di responsabilità. A questa età trovano il proprio compimento doveri e diritti (per esempio il diritto di voto) che dovrebbero condurre sempre più i giovani a un positivo percorso di cittadinanza e pieno inserimento nella società.

Per molti giovani, poi, il diciottesimo anno è un traguardo tutt’altro che agognato perché, per i giovani “fuori famiglia” e affidati ai servizi sociali, coincide spesso con la fine di una presa in carico da parte dello Stato che può portare questi ragazzi, che già partono da una situazione di svantaggio, a sentirsi ancora più soli e in difficoltà.

Per altri giovani, quelli che chiamiamo “seconde generazioni”, il diciottesimo anno è anche il momento delicato in cui vedersi finalmente concesso, purtroppo dopo lunghi iter burocratici e non sempre dall’esito positivo, quel diritto di cittadinanza che, nei fatti, già vivono e sperimentano quali cittadini nati in Italia, seppur da genitori stranieri.

Sono solo alcuni esempi che però ci dicono chiaramente che anche compiere diciott’anni non è una tappa uguale per tutti.

 Quella pagina di giornale, involontariamente, può farci riflettere sul modello educativo che scegliamo di trasmettere alle giovani generazioni. Il vento della nostra società oggi soffia sempre più forte nella direzione dell’individualismo, dell’esaltazione delle qualità personali, della competizione sfrenata, del successo e della bellezza esibita a tutti i costi. Ma anche nei piccoli gesti e nelle scelte quotidiane possiamo ribellarci a questi modelli e promuovere invece quei valori della solidarietà sociale, della condivisione e del rispetto, della cura di chi è più fragile che stanno alla base di una società realmente accogliente e inclusiva. Sta a noi scegliere da che parte stare.