25 novembre. Contro la violenza sulle donne. Ogni giorno.

10359385_702314909845825_871326459505382695_nViolenza è non poter prendere un mezzo pubblico da sola la sera con tranquillità. Violenza è un datore di lavoro che fa allusioni maliziose. Violenza è quando alzi la voce e ti senti apostrofare come troppo emotiva o isterica, mentre se lo fa un uomo è perché è autorevole e bravo a dirigere. Violenza è ogni forma di sopruso e prepotenza: fisica, psicologica, morale. Violenza è essere giudicate sempre per il proprio aspetto e la propria età e mai per il proprio valore. Violenza è mancanza di amore. Sempre. Amore per se stessi e amore per gli altri. Violenza sono le discriminazioni sul lavoro. Violenza è un colloquio in cui ti chiedono se hai intenzione a breve di sposarti o di avere figli. Violenza è considerare le differenze in una gerarchia di valore. Violenza è solitudine. Violenza è essere private della possibilità di studiare o lavorare, di scegliere un compagno oppure di scegliere di non averlo. Violenza è negare la soggettività dell’altro, trasformarlo in oggetto per soddisfare il proprio piacere o colmare la propria insoddisfazione.Violenza è utilizzare la propria forza fisica sull’altro per esprimere un’opinione.
E c’è un solo modo, estremamente difficile,  per sopravvivere alla violenza che gli altri ci infliggono: “Trasformare il dolore in bene è l’arma più potente contro chi ci ha fatto del male” (Lucia Annibali).

#25novembre. Contro la #violenzasulledonne. Ogni giorno.

Unire l’agricoltura al lavoro sociale: la sfida di “Adama’h Factory”

IMG-20141111-WA0001Si è svolto al Centro Agricolo Sant’Aquilina lo scorso 30 Ottobre un interessante convegno dal titolo: “La buona raccolta. L’agricoltura sociale e nuove opportunità lavorative nel comparto agricolo”. Il convegno, promosso dalla Fondazione En.A.I.P. Sergio Zavatta di Rimini in collaborazione con l’associazione RiGas e la cooperativa Poco di Buono, ha voluto focalizzare l’attenzione sulle nuove opportunità lavorative nel settore dell’agricoltura, a partire dal Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020 formulato dalla Regione Emilia-Romagna, e dalle esperienze già attive sul territorio. Presenti infatti alcuni rappresentanti di realtà locali impegnate in questo settore: Giovanna Scaparrotti della Fondazione Enaip, Pieralberto Marzocchi della Coop. Sociale Cieli e Terra Nuova, Giovanni Grandi dell’Azienda Agricola Podere Roccolo, Stefano Valloni presidente dei RiGas, Laura Bongiovanni di Associazione Inset – impresasociale.net, Matteo Lucchi di Winet srl e Sauro Sarti del Servizio Agricoltura Tutela Faunistica della Provincia di Rimini.

Tra le nuove esperienze presentati durante il convegno anche la neonata Associazione “Adama’h Factory”: una associazione di promozione sociale che svolge attività nel settore agricolo come occasione di inserimento sociale e lavorativo per persone svantaggiate.

Ne parliamo con il Presidente, Luca Fabbri, psicoterapeuta, educatore e una grande passione per i temi dell’agricoltura sociale e per il lavoro agricolo.

Come nasce l’idea dell’Associazione Adama’h Factory?

Adama’h Factory nasce in continuità con due corsi che abbiamo realizzato per conto della Fondazione Enaip nel 2013 e nel 2014: Terre Fertili e Agricolando. I due progetti ci hanno dato la possibilità di realizzare un orto di 3.000 metri, di valorizzare e far fruttificare 3 ettari di vigna e 300 ulivi collaborando con un gruppo di utenti provenienti da fasce sociali deboli. Realizzando queste attività ci siamo accorti che il lavoro agricolo ha un potere sociale molto forte, capace di restituire dignità alle persone più fragili o che vivono condizioni di disabilità. Per questo a giugno del 2014 abbiamo pensato di continuare queste esperienze in maniera più stabile e duratura dando vita all’Associazione Adama’h. Insieme a me fanno parte del consiglio direttivo il vicepresidente Diego Tombesi, Roberta Torricelli e Salvatore Aloe. Tra i soci fondatori anche Mauro Strada, uno dei partecipanti ai primi due corsi. L’associazione ha sede a Sant’Aquilina, dove l’Enaip ci ha messo a disposizione in maniera gratuita il podere di sua proprietà, e siamo affiliati al circuito delle ACLI.

Quali sono le specificità della vostra Associazione?

L’idea fondamentale di Adama’h è che l’agricoltura debba essere non un punto di arrivo, ma uno strumento. Per noi al centro sta prima di tutto la persona: vogliamo che chi arriva da noi possa rinfrancarsi, ritrovare fiducia, imparare un’attività lavorativa che sia in grado poi di rendere chiunque più autonomo, capace di spendersi anche in altri contesti. Noi vogliamo principalmente che queste persone escano dall’isolamento in cui spesso si trovano, restituendo loro fiducia e dignità. Un’altra caratteristica del nostro lavoro è l’alto livello di democraticità: si lavora tutti insieme, perché davanti alla fatica siamo tutti uguali. Il gruppo è aspetto determinante, perché in solitudine questo tipo di lavoro sarebbe impossibile. Inoltre il lavoro agricolo ha il grande merito di insegnare l’arte della pazienza e del sapere aspettare, perché per realizzarlo è necessario rispettare i ritmi della terra e adeguarsi ad essi. Ecco perché abbiamo scelto di chiamare l’associazione “Adama’h”, che in ebraico significa terra, proprio per sottolineare la centralità di questo aspetto nel nostro lavoro, che è all’insegna del rispetto della natura e dell’ambiente.

Che progetti avete in cantiere?

Vogliamo consolidare la nostra realtà: per esempio ci proponiamo di ingrandire la vigna, aumentare il numero degli ulivi, portare l’orto a 5.000 metri e raggiungere 8 ettari di parte seminativa. Come già detto, ci sta a cuore soprattutto migliorare le condizioni di vita delle persone maggiormente a rischio di esclusione sociale. Il vero sogno nel cassetto è inoltre quello che la nostra produzione agricola diventi sufficiente per trasformarsi in un’attività lavorativa vera e propria per alcuni dei ragazzi che stiamo coinvolgendo, in modo che possano rendersi sempre più autonomi anche dal punto di vista lavorativo.

Silvia Sanchini

Per saperne di più:

Facebook: Adamah’ Factory

adamah.factory@gmail.com

in: http://www.newsrimini.it/rimini-social

25° Convenzione per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza

10703903_338165403036898_1180810597604886945_nOggi in tutto il mondo si celebra la Giornata Internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Una data non casuale, che celebra l’anniversario (quest’anno il 25°) dell’adozione da parte delle Nazioni Unite della Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ratificata dall’Italia nel 1991. Eppure ci sono circa 100.000 bambini presi in carico dai servizi sociali perchè vittime di maltrattamenti e abusi sessuali (dati Terres de Hommes), 3,8 milioni di minori in Italia vivono situazioni di povertà economica (dati Commissione parlamentare per l’infanzia). Oltre 30.000 minori che lavorano o vittime di sfruttamento in Italia. Tanti ragazzi soli abbandonati al compimento del diciottesimo anno d’età. O ancora: bambini disabili privi di una famiglia. Insomma, il cammino da compiere, per il pieno raggiungimento dei diritti dei bambini e degli adolescenti in Italia e nel mondo, è ancora molto lungo. Rimbocchiamoci le maniche…

Vivere sulla strada, a Rimini

C’era una volta un vecchio pazzo che viveva su un marciapiede,
circondato da una corolla di cartoni e di stracci,
vegliato solo da un colombo ferito.
Forse un tempo è stato un uomo importante,
ma nessuno ne ha più memoria, nemmeno lui stesso.
(Antonio Moresco – Fiaba d’amore)

F_IMG_9409C. ha 18 anni, gli occhi spenti, trascina a fatica i passi. Dorme per strada, a volte alla stazione, qualche volta quando è più fortunata alla Caritas o alla Capanna di Betlemme. Ha molti uomini intorno. Spesso in cambio del sesso riceve qualcosa da mangiare… o delle sigarette. Un anno fa è rimasta incinta, ma il suo bambino non l’ha mai conosciuto. È stato subito dato in affido a una famiglia. Anche lei qualche anno fa è stata ospite di una famiglia affidataria, e poi di una comunità… ma giorno per giorno si sentiva mancare il fiato. La sua disperazione si è trasformata presto in fughe, bugie, tossicodipendenza… E se la tua famiglia di origine ti ha insegnato solo insulti e violenza, è difficile fidarsi di nuovo degli adulti o delle persone che incontri.

A 18 anni i pensieri di una ragazza di solito sono legati agli affetti, alla scuola o al lavoro, ai viaggi da fare, ai sogni in cui credere. I pensieri di C. sono tutti rivolti alla strada: come evitare l’ennesima rissa, come trovare una grata da cui viene aria calda per riscaldarsi un po’ prima che la scopra qualcun altro, come rimediare qualcosa da mangiare o da bere.

A Rimini ci sono 967 persone che vivono in strada. Ripeto: novecentosessantasette (12.500 POVERI, 967 VIVONO IN STRADA. IL DRAMMA NEI NUMERI CARITAS).

Quasi mille uomini e donne, e tra questi anche minori, bambini e adolescenti, che la notte non hanno una casa a cui tornare. Alcuni fastidiosi, addirittura molesti… altre volte invisibili. E questo accade a Rimini, nella nostra città, nella città del turismo e dell’accoglienza. Ti guardi intorno e vedi chilometri di costa e decine su decine di alberghi. Leggi i giornali e scopri che a Rimini ci sono 28.000 appartamenti vuoti o poco utilizzati. Per non parlare di strutture abbandonate, o utilizzate solo in minima parte.
L’emergenza abitativa è una questione impellente quanto la mancanza di lavoro. Soluzioni semplicistiche non esistono. Spesso chi vive in strada è portato a rifiutare ogni forma di aiuto. Ma questo non ci deve autoassolvere. E ogni volta che incrocio lo sguardo di C. non posso fare a meno di ricordarmene.

In: http://www.newsrimini.it/2014/11/vivere-sulla-strada-rimini/

Stefano Vitali, un’intervista sociale

10629560_10203971169873863_7164263706057222602_nIn questo momento considero la mia esperienza politica un capitolo chiuso, non perché non mi interessi ma perché non ho trovato un progetto valido da portare avanti. In futuro si vedrà…Il mio percorso politico è sempre stato fatto di occasioni, mai cercate. Non voglio “mangiare” con la politica, ma solo spendermi per dei progetti che ritengo interessanti per il bene comune”.

Comincia così la nostra chiacchierata con Stefano Vitali: per quindici anni amministratore della cosa pubblica prima come Assessore ai servizi sociali del Comune di Rimini e poi come Presidente della Provincia e oggi tornato ad impegnarsi direttamente nella “sua” comunità, la Papa Giovanni XXIII. In particolare il suo impegno è dedicato alla ONG “Condivisione fra i popoli”. È reduce da un due viaggi di ricognizione in Africa: in Tanzania, Zambia e Burundi, presto partirà per il Bangladesh e il Nepal, poi sarà la volta dell’America Latina. Un bel cambiamento di vita, affrontato con molta serenità ed entusiasmo, che ci facciamo raccontare proprio da lui.

Di cosa si occupa nello specifico all’interno della Comunità Papa Giovanni “Condivisione fra i popoli”?

Condivisione è una ONG che segue tutti i progetti che non riguardano le case-famiglia (altra colonna portante della comunità) e in particolare tutte le realtà nate dall’iniziativa dei missionari della Comunità Papa Giovanni XXIII, responsabile di Condivisione è Elisabetta Garuti. Seguiamo i progetti anche da un punto di vista gestionale ed economico cercando di mantenere vivi i contatti con tutte le zone di missione. Non solo: il nostro è anche un lavoro culturale, legato alla rimozione delle cause vere della povertà e sfruttamento e volto a riequilibrare l’opinione pubblica, facendo conoscere direttamente queste realtà. Don Oreste Benzi diceva che non basta mettere la nostra spalla sotto la Croce del fratello, ma dobbiamo contribuire anche a fare in modo che chi ha messo quelle croci non lo possa più fare. Se ci sono 1.300.000 persone in Libia pronte a partire per l’Europa, noi dobbiamo far capire qual è la realtà da cui sfuggono e quali sono le necessità e i problemi veri su cui è necessario intervenire per evitare questi viaggi della disperazione.

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Fabi, Silvestri, Gazzè live insieme…ed è una vera festa! #fsglive

La terra rossa dell’Africa sullo sfondo di “Life is sweet”. Le percussioni che sanno di Sudamerica di Ramon. La natura semplice e perfetta che accompagna le parole e i suoni di “Costruire”. E infine le atmosfere marziane de “Il padrone della festa”. Un viaggio simbolico nello spazio ma anche nel tempo, a partire dagli anni ’90 di “Cara Valentina” o “Capelli”, passando per il primo decennio del 2000 sulle note di “Salirò”, “Il negozio di antiquariato”, “Il solito sesso”, fino ad arrivare ad oggi (peccato per non aver ascoltato “Il Dio delle piccole cose”, sarebbe stata la mia ciliegina sulla torta!). Un disco scritto a sei mani, “Il padrone della festa”, nato dopo l’esperienza di un viaggio insieme in Sud Sudan dei tre cantautori romani per sostenere le attività della ONG “Medici con l’Africa CUANN”. Un’amicizia artistica tra Niccolo’ Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri che nasce più di 20 anni fa sulla scena musicale romana e che si è nutrita in questi anni di diverse collaborazioni fino al progetto di un disco congiunto. Dopo alcune date all’estero, l’ #FSGLIVE (FabiGazzèSilvestri Live) è stato inaugurato in Italia a Rimini Venerdì 14 Novembre al 105 Stadium e proseguirà con una serie di tappe in giro per tutto il paese. Io ho avuto la fortuna di partecipare a questa bellissima serata di musica che, come dicevo, è stata non solo un viaggio metaforico, ma molto di più: è stata la scarpa a punta di Gazzè che gli impediva di suonare la gran cassa, la presenza sul palco degli amici musicisti di sempre, il divertente errore di scaletta di Silvestri, musiche e suoni in un’inedita fusione, il duello a suon di successi tra Gazzè e Fabi, molte risate, parole cariche di forza poetica, la preghiera del clown di Totò reintrepretata da Valerio Mastandrea, impegno sociale grazie all’attenzione per l’Africa e per la salute del nostro pianeta (“il sasso su cui poggia il nostro culo è il padrone della festa”). Un concerto e un album che hanno saputo valorizzare l’unicità e le peculiarità di ciascun artista, in una fusione equilibrata e mai eccessiva, in cui la percezione è stata proprio quella che non ci fosse da parte di nessuno l’intento di primeggiare, ma una vera coralità, che ha contribuito a creare un clima divertente, senza rinunciare a contenuti importanti. Perchè è stata una serata in cui “il collettivo ha prevalso sull’individuo” (Niccolo’ Fabi). Grazie quindi ai padroni di casa, Niccolo’, Daniele e Max, per averci invitati alla loro festa, per averci aperto la porta e fatto entrare tanta buona musica, per averci fatto alzare le mani, per aver dato voce ai nostri pensieri e alle nostre emozioni più complicate e più belle. E se la sfida era quella di portare sul palco “la componente ludica e giocosa del suonare insieme, mantenendo freschezza, originalità e voglia di fare”, possiamo tranquillamente affermare che è stata vinta.

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#iocisonostata. Pain de Mie a Londra

DSCN2474Un caffè francese, nel cuore di Londra…A due passi dal British Museum. Un apparente paradosso ma che in realtà è perfettamente integrato nel contesto e offre l’occasione di una pausa pranzo o di una merenda davvero gradevole, in un ambiente delizioso.

Se volete evitare il classico menù turistico che vi propinano nella zona adiacente al British Museum di Londra e recuperare energie e forze prima di riprendere a visitare i meravigliosi tesori di uno dei musei più belli del mondo, allontanatevi solo di qualche centinaia di metri dai negozi di souvenir e dai ristoranti adiacenti al British e raggiungete Oxford Street. Qui, nel pieno centro di Londra, troverete un caffè francese davvero delizioso. Ideale sia per la pausa pranzo che per una merenda o un caffè. Solo dolci e sandwich preparati in casa, diversi ogni giorno. Massima cura degli arredi: dalle tazzine ai vassoi, dalle deliziose alzatine dove le torte fatte in casa vengono esposte alla vetrina in cui prevalgono i colori pastello e deliziosi cuoricini. Il locale è piccolo, confortevole, ideale per scambiare quattro chiacchiere in un ambiente curato e rilassato. Croissant, plumcake, sandwich, succhi di frutta…Per tutti i gusti. Possibilità anche di take away. (http://turistipercaso.it/pain-de-mie/poi/)

Facebook: Pain de Mie

Indirizzo: 35 New Oxford Street, Londra WC1A 1BH, Inghilterra

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Antonio Nashy Distefano a Rimini

1391910_739351726114496_1005968429334299502_nHa gli occhi grandi e vivaci, parla a macchinetta come se il flusso dei suoi pensieri fosse più veloce delle sue parole, è timido e riservato nonostante il successo mediatico che in questi ultimi mesi lo ha travolto.

Ma andiamo con ordine. Il 6 Giugno 2014 Antonio Distefano, 23enne di origine angolana ma nato a Busto Arsizio e residente a Ravenna, pubblica su Amazon il suo libro: “Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?”. Una settimana dopo lo va a cercare in classifica e rimane esterrefatto: è il libro più venduto della settimana, ha addirittura sorpassato le ricette di Benedetta Parodi! Da qui inizia una parabola in ascesa, il libro viene scaricato da 10.000 persone, Antonio è sempre più seguito sui social network (in particolare Facebook e Youtube) e arrivano un poco alla volta importanti riconoscimenti: un contatto con la trasmissione di La7 “Anno Uno”, un’apparizione a Sky Tg24, oltre 40.000 visualizzazioni di un suo video rilanciato dal sito di Repubblica e un’opzione con la casa editrice Mondadori che decide di acquistare il suo libro.

Lo incontriamo a Rimini, al Centro Giovani “RM25”, dove è stato invitato per presentare il suo libro e incontrare i ragazzi che frequentano quotidianamente il Centro. Un’iniziativa promossa dal Centro Giovani RM25, progetto per l’aggregazione e la prevenzione del disagio giovanile gestito dall’Ass.ne S. Zavatta ONLUS e finanziato dal Comune di Rimini, in collaborazione con la Fondazione San Giuseppe ONLUS e l’Ass.ne Agevolando – sezione di Rimini nell’ambito delle iniziative per il “Mese delle Famiglie”. Non è un caso considerato quanto il tema delle cosiddette “seconde generazioni” stia particolarmente a cuore all’amministrazione comunale che lo scorso 12 Ottobre ha conferito la cittadinanza simbolica a circa 350 minori stranieri nati in Italia e residenti a Rimini.

Ma torniamo ad Antonio.

Come è nata l’idea del tuo libro e di cosa parla?

Il libro è nato per raccontare la mia storia d’amore con Linda, una storia d’amore che è stata però osteggiata dalla sua famiglia quando hanno scoperto che ero un ragazzo nero. Pensavo che fosse impossibile che queste cose potessero accadere ancora nel Terzo Millennio, eppure l’ho vissuto in prima persona. Oltre a questa storia il libro racconta di altri amori, amicizie, esperienze, della mia famiglia… è un condensato della mia vita in cento pagine. Non è un vero e proprio romanzo da leggere dall’inizio alla fine, ma piuttosto un insieme di brani raccolti come se fossero dei “post” di Facebook e introdotti sempre dal titolo di una canzone che mi ha ispirato nel momento in cui li scrivevo.

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Parole come sassi

B1JGTR_CcAAni4b“Le tue parole sono mine…” canta Cesare Cremonini. È vero, e tante volte non ci accorgiamo, di quanto le parole possano far male.
Sono certa che è capitato a tutti di utilizzare con assoluta leggerezza espressioni apparentemente innocenti come: “Sembri proprio autistico…”, “Ma sei mongolo?”, “Non fare l’handicappato…”. E via dicendo.
Termini entrati nel linguaggio comune, usati a volte quasi scherzosamente, altre volte volutamente per offendere.

Qualche sera fa dal mio profilo Facebook mi sono imbattuta nei commenti di alcuni genitori, che fanno parte del gruppo “Io ho una persona con autismo in famiglia”. Commentavano con dolore e rabbia un’altra pagina Facebook che derideva in maniera poco elegante una ragazza affibbiandole l’epiteto di autistica.
Leggendo il dispiacere e l’indignazione di quei genitori mi sono sentita male per tutte le volte in cui scegliamo (io per prima) con totale superficialità le parole che usiamo, dimenticandoci del potere che le parole stesse possono avere e di quanto termini che di per sé non hanno certo una connotazione offensiva possano diventare veri e propri insulti, lame taglienti, mine esplosive…quando utilizzati in maniera distorta.
Decidere se utilizzare o meno una determinata parola non è solo un esercizio formale o un atto retorico di buonismo, ma una scelta sostanziale.

L’ironia e l’umorismo sono di vitale importanza anche quando si ha a che fare con la disabilità (e i genitori lo sanno bene), non si sta qui facendo un elogio della seriosità ma evidenziando alcuni confini che sarebbe importante non valicare mai.
A questo proposito, in questi giorni, alcuni media tra cui Avvenire, Famiglia Cristiana, la Federazione italiana settimanali cattolici e l’Agenzia Armando Testa hanno lanciato la campagna “Migliorisipuò, insieme contro la discriminazione”. A Rimini anche il Settimanale Il Ponte ha aderito. Il messaggio è molto chiaro: anche le parole possono uccidere, trafiggere (come i volti scelti ad immagine dei manifesti), per questo occorre un’opera di informazione per superare i pregiudizi e costruire una società più sensibile e attenta.

Sempre in questi giorni il giornalista Luca Pagliari ha presentato agli studenti riminesi lo spettacolo “Link-storie di vita online”, che racconta una storia di cyber-bullismo. Pagliari ha più volte ricordato ai ragazzi che anche un “mi piace” di troppo su Facebook o una parola scritta sul web possono distruggere, ferire, finanche uccidere (come è successo al giovane romano, Andrea Spezzacatena).
Una parola scritta lascia il segno, non si cancella, rimane per sempre…e questo vale soprattutto per tutte quelle volte in cui ci sentiamo forti, perché ci nascondiamo dietro a uno schermo di un pc.
Perché, citando il film Palombella Rossa di Nanni Moretti: “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste. Le parole sono importanti!”.

Silvia Sanchini

http://www.newsrimini.it/2014/10/parole-come-sassi/

“Io valgo”. La marcia dei centri per disabili in ricordo di don Oreste

10710573_10205074893019167_7852503100388553772_nIo valgo perché sono simpatica. Io valgo perché sono bellissimo. Io valgo perché nonostante tutto resisto. Io valgo perché so ascoltare. Tanti motivi per dire insieme: “Io valgo”. È lo slogan scelto per la Marcia dei Centri residenziali e diurni per disabili della Provincia di Rimini promossa dall’Associazione Papa Giovanni XXIII nell’ambito di una tre giorni intitolata “Amare sempre” per ricordare Don Oreste Benzi a sette anni dalla sua salita al Cielo.

Dal piazzale antistante al Duomo di Rimini ha preso avvio la manifestazione: con il saluto del Presidente della Cooperativa sociale “La Fraternità” Valerio Giorgis e di don Giuseppe Tognacci in rappresentanza della Diocesi di Rimini. Entrambi hanno sottolineato come anche la fragilità debba essere considerata risorsa e che non esiste deficit o difficoltà che non possano essere affrontati in un’ottica di condivisione e solidarietà.

Poi il piazzale si è colorato di nastri che tra abbracci, carrozzine, balli e musica hanno simboleggiato in una danza il filo che ci unisce tutti in un’unica storia e in un percorso comune.

Alla marcia hanno preso parte non solo i centri dell’Associazione Papa Giovanni ma sono state invitate anche le altre realtà provinciali che lavorano nel settore disabilità (era presente, ad es., la cooperativa sociale Montetauro e la comunità “La Sorgente” della Fondazione San Giuseppe ONLUS).
La marcia è proseguita per le vie del Centro, da piazza Tre Martiri fino a piazza Cavour, tra la lettura di brani di don Oreste e i cartelli e le voci dei ragazzi dei Centri, degli operatori, dei volontari.
In piazza Cavour un ulteriore momento di ritrovo e condivisione accompagnati dalle parole di Paolo Ramonda, presidente nazionale della Papa Giovanni. Un bel momento di festa e rivendicazione del diritto di essere tutti, ciascuno a suo modo, protagonisti della vita della nostra Città.

Silvia Sanchini

http://www.newsrimini.it/2014/10/valgo-marcia-dei-centri-per-disabili-in-ricordo-don-oreste-benzi/

Foto: Silvia Sanchini

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