Amir: dall’Afghanistan a Rimini…in pizzeria

Questa storia comincia in Afghanistan e finisce in una pizzeria riminese. Protagonista di questa avventura è Amir: è solo un bambino quando si ritrova completamente solo al mondo ed è costretto a lasciare il suo paese e trasferirsi in Pakistan. Da questa repubblica dell’Asia inizia una storia incredibile: Amir ha 8 anni e lavora quindici ore al giornoImpara a fare il pane, e in qualche modo questa abilità gli tornerà utile. Quando è poco più che un ragazzino decide che quella vita è insostenibile e inizia un lungo e incredibile viaggio. Attraversa l’Iran, la Turchia, la Grecia. In ogni paese si arrangia come può per sopravvivere: lavora come muratore, dorme in fabbriche dismesse, vive in strada, lavora addirittura come guida turistica a cavallo in Cappadocia. La sua capacità di adattarsi e resistere è straordinaria.

“Sono stato molto fortunato ad arrivare in Italia. Ho viaggiato con un gruppo di amici fino in Grecia, poi sono rimasto da solo – racconta Amir a Rimini Social – Per un mese ho provato a partire per l’Italia, ma non ci riuscivo. Poi un giorno sono riuscito a nascondermi sotto un camion che era stato imbarcato su una nave. Sono rimasto 30 ore senza mangiare e senza bere. Pensavo: quando finirà questo viaggio, devo avere una bella vita. In Italia davvero tutto è cambiato. È difficile essere da solo in un paese dove non conosci nessuno, senza soldi e senza documenti. Ho pregato molto. L’incontro con gli educatori della cooperativa Il Millepiedi ha cambiato la mia vita, ora finalmente mi sento bene. In Afghanistan e in Pakistan non ho nessuno, ho sempre vissuto da solo. Ora è qui la mia famiglia”.

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Sugli smartphone gli adolescenti scrivono la loro biografia. Intervista a Boccia Artieri

 

Hate speech, cyberbullismo, flaming. Sono termini più o meno conosciuti ma certamente all’ordine del giorno, che raccontano di un mondo del web che sembra diventare sempre più tossico, difficile, ostile. Un cambiamento che può influenzare anche i rapporti tra le generazioni, divise da un diverso approccio alle nuove tecnologie e ai nuovi media.

Ecco perché non è stato strano parlare di “Comunicazione non ostile” anche nel contesto del ciclo di incontri promossi dal Centro per le Famiglie del Comune di Rimini. Un percorso dedicato a genitori, insegnanti ed educatori di ragazzi pre-adolescenti e adolescenti.

Lo scorso 8 maggio l’ultima tappa, con protagonista il prof. Giovanni Boccia Artieri, esperto di media education e docente di Sociologia dei Processi Culturali presso l’Università degli Studi di Urbino.

 

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Burla e dieci anni di graffiti a Casa Pomposa

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Emanuele Battarra, per tutti Burla. 38 anni e 10 anni di lavoro sul campo in ambito educativo, grazie a una grande passione e a un prezioso talento da writer. Tutto è cominciato a Casa Pomposa, storico spazio aggregativo ed espressivo per i giovani riminesi, gestito dalla coop. sociale Il Millepiedi in una struttura del Comune di Rimini.

“Frequentavo Casa Pomposa già da qualche tempo anche come luogo dove realizzare i miei graffiti – ci racconta Emanuele – poi gli educatori mi hanno proposto di collaborare con loro. È nata così l’idea di un corso di graffiti rivolto ad adolescenti e giovani. Da allora sono trascorsi 10 anni e abbiamo realizzato tanti corsi e laboratori: i ragazzi che li frequentano a volte sono gli stessi, poi crescono, cambiano, i loro interessi si trasformano, a volte ritornano…io per loro resto a disposizione e spesso mi chiedono un punto di vista sul loro lavoro anche quando non frequentano più il centro”.

Un lavoro artistico che dunque cambia sempre, si evolve: “È molto interessante osservare come la libera creatività dei ragazzi non si fermi alla sola arte dei graffiti ma possa trovare molte e diverse forme di espressione. Penso ad amici come Blatta, Korj, Felix…solo per citarne alcuni. Ci sono ragazzi che hanno frequentato il mio corso e oggi si sono buttati in un’avventura editoriale. Qualcuno frequenta scuole d’arte in Italia o in Europa. C’è chi è diventato un grafico o un tatuatore. Mi piace stimolare i ragazzi ad amare e a frequentarla, per questo ad esempio quando dipingiamo ascoltiamo sempre musica”.

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“Uno sguardo ti cambia la vita”. Intervista a don Claudio Burgio e a Daniel, Comunità Kayros

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Don Claudio Burgio e Daniel – Foto: Monica Romei

Ragazzi ribelli, devianti, ragazzi di strada, bulli, delinquenti. Per don Claudio Burgio semplicemente ragazzi. Ragazzi a cui ha donato la sua vita: a partire dal 1996, quando ha fatto ingresso per la prima volta al Carcere minorile Beccaria di Milano. Per poi arrivare a fondare, nel 2000, l’associazione Kayros che gestisce servizi di accoglienza per minorenni e neomaggiorenni in difficoltà.

Incontriamo don Claudio lo scorso 10 marzo a Bologna, durante l’assemblea nazionale dei soci di Agevolando.

Com’è stato il tuo primo impatto con il mondo dei ragazzi del Beccaria?

Un impatto ovviamente difficile, perché ogni incontro contiene il prefisso “in” per indicare lo stare insieme, la condivisione ma c’è anche un “contro”. Il primo messaggio che i ragazzi mi rivolgono è quasi sempre una provocazione. Ma non dimentichiamo che nella parola provocazione c’è anche l’idea di vocazione, di chiamata. Una chiamata “pro” e quindi a vantaggio di. Con le loro parole dure e i loro comportamenti difficili, i ragazzi che ogni giorno incontro mi provocano ma al tempo stesso mi chiamano, cercano una relazione. L’importante è andare oltre quell’atteggiamento, quel primo impatto.

Qual è la filosofia delle comunità di accoglienza Kayros che tu hai fondato?

Il nostro tentativo è quello di puntare più sulla libertà che sulle regole. Una scommessa che ovviamente non sempre riesce… Ma vorremmo offrire ai ragazzi la possibilità di scommettere sul proprio talento e allargare il loro orizzonte, lo spazio delle possibilità. I ragazzi non rimarranno in comunità per sempre, la vera sfida li attende fuori. È a questo che dobbiamo prepararli, prima di ogni cosa.

Come accettare anche la fragilità e il fallimento che in qualche modo caratterizzano sempre la relazione educativa?

All’inizio quasi sempre i ragazzi ti usano. Ma ho capito che è necessario anche lasciarsi sfruttare e tradire. Ognuno di noi adulti ha il suo equilibrio, i suoi affetti. Nella nostra libertà possiamo tollerare quel tradimento, senza averne paura. Penso alla storia di Monsef e Tarik, due ragazzi accolti nella mia comunità che hanno scelto di partire per la Siria e diventare jihadisti. Io non ho potuto impedire la loro scelta, ma spero che in loro qualcosa sia comunque rimasto. Potevo vivere come un tradimento la loro partenza, ma so che il nostro rapporto è stato comunque vero e questo nessuno potrà togliercelo. Spesso più che una guerra di religione o una difficoltà di integrazione, il vero problema di questi ragazzi è l’identità. Non hanno chiaro chi sono e cercano risposte forti, è importante invece scegliere le persone giuste con cui stare, di cui fidarsi. Io credo che in fondo il momento in cui siamo più fragili e in cui veniamo traditi è il momento in cui davvero certifichiamo il nostro amore.
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Cesare Moreno, il maestro con i sandali

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L’incontro al Centro giovani RM25 con Cesare Moreno – Foto: Emiliano Violante

Cesare Moreno è insegnante, formatore, progettista. Ma sopra ogni cosa si definisce “Maestro di strada”. Un maestro con un bagaglio leggero, che propone un modello educativo basato sulla mobilitazione delle risorse dei giovani e sulla reciprocità delle relazioni. Il “maestro con i sandali”, indossati anni fa in segno di protesta nei confronti delle istituzioni carenti. Insieme alla moglie Carla Melazzini, scomparsa nel 2009, ha dato vita nella sua Napoli al “Progetto Chance” per combattere la dispersione scolastica con interventi nei quartieri più difficili della città. Ha fondato l’associazione Maestri di strada di cui è presidente. Questa intervista nasce lo scorso 9 marzo a Rimini in un incontro organizzato dal coordinamento provinciale di “Libera” e dall’associazione “Vedo sento parlo”.

Da dove nasce l’idea dei maestri di strada?

Il maestro di strada ha un approccio che non si riferisce solo al contesto in cui opera, ma che è anche e soprattutto mentale. Trae spunto anche dall’immagine dell’amico Andrea Canevaro, che ha paragonato l’educatore a un viandante, al coureur de bois. Il maestro di strada ha uno zaino leggero perché è interessato a reperire risorse strada facendo. Lungo la strada è sicuro di incontrare alleati, non nemici da combattere. Per questo la prima cosa che sceglie di fare è mettersi in ascolto, guardando l’altro negli occhi e parlandogli. Spesso è difficile iniziare un dialogo con chi è molto arrabbiato ma all’inizio è importante semplicemente far capire che ci sei. Una insegnante ha usato una volta una definizione che ho apprezzato moltissimo e fatto mia: abbiamo una ‘responsabilità di presenza’ nei confronti dei giovani che incontriamo, che è il primo passo per costruire una relazione.

Che cosa intende quando parla di alleanza educativa?

In educazione non servono prediche, ma pratiche. Nel concetto di alleanza risiede anche l’idea di reciprocità. Non sto andando a beneficare qualcuno, ma sto costruendo un rapporto, stabilendo un noi. Dobbiamo trasmettere anche all’altro il senso del beneficio che riceviamo dallo stare insieme. In fondo la relazione educativa è una relazione d’amore: non un concetto sdolcinato o sentimentale ma un rapporto che si costruisce giorno per giorno. Rosa Agazzi, pedagogista, aveva ideato a scuola il ‘Museo didattico’, una mensola in cui raccoglieva gli oggetti più inutili o anche sgradevoli, ma per loro preziosi, dei suoi bambini. Lo stesso deve fare l’educatore: non deve buttare via niente, ma assumere anche le ‘schifezze’ nel suo percorso.

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Se sociale e mondo dell’impresa si incontrano

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È una bella storia quella di Casabrigandi, un nuovo locale inaugurato a Rimini lo scorso 22 dicembre nel cortile di Palazzo Carli, a due passi da piazza Tre Martiri.

Ristorante ed enoteca, si caratterizza per la scelta di piatti ricercati, originali cocktail studiati da Andrea Terenzi e arredi in legno così belli che sembra quasi di essere in un locale nordeuropeo.

Ma dietro a tavoli e mensole c’è un segreto in più: gli arredi di Casabrigandi sono infatti stati realizzati da Claudio Scola, insieme alle persone che frequentano il Cso (Centro socio occupazionale) di Lagomaggio e ai ragazzi che vivono alla Casa per le emergenze “Amarkord”.

Il primo è un servizio attivo a Rimini sin dal 1979: un centro gestito dall’Associazione Sergio Zavatta onlus destinato a persone con disabilità che non possono accedere al mondo del lavoro in forma temporanea o permanente. “Amarkord” è invece una struttura di pronta accoglienza per minorenni gestita dall’Associazione Sergio Zavatta insieme alla coop. sociale Il Millepiedi.

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Minori non accompagnati: non più soli

tutori-volontariAvvocati, studenti universitari, insegnanti, pensionati, genitori adottivi. Cosa possono avere in comune? Sono un gruppo di privati cittadini, molto diversi tra loro, che si sono ritrovati intorno a uno stesso tavolo perché hanno deciso di formarsi per intraprendere un’esperienza di tutela legale e genitorialità sociale nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. Sono i “tutori volontari”, una figura che già esisteva da diversi anni, ma che la nuova Legge quadro sui minori stranieri non accompagnati (Legge 47/2017) ha voluto formalizzare con la creazione di appositi elenchi.
Questi elenchi vengono gestiti dai Garanti regionali per l’infanzia e l’adolescenza, il cui compito è quello di selezionare e formare gli aspiranti tutori e a garantire l’aggiornamento continuo di queste figure e adeguati spazi di supporto.

Dalla legge al bando. Anche l’Emilia-Romagna ha risposto all’appello e la Garante Clede Maria Garavini, in sinergia con il Tribunale per i minorenni, ha predisposto l’apertura di un avviso pubblico (disponibile sul sito www.assemblea.emr.it) per la selezione e la formazione di soggetti idonei a svolgere la funzione di tutore volontario. L’avviso fornisce indicazioni precise e dettagliate sui requisiti previsti per la presentazione della domanda e indicazioni per la presentazione della candidatura e sulla procedura che sarà seguita per la selezione degli aspiranti tutori.
È necessario avere almeno 25 anni e non avere avuto precedenti problemi con la giustizia. Requisiti preferenziali, una pregressa esperienza, volontaria o professionale, nel campo dell’integrazione e della tutela minori.

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Servizio logopedia: cercando le parole si trovano i pensieri

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Ph. Servizio logopedia Il Millepiedi

Disturbi del linguaggio, disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa): negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione intorno a questi temi, sia a scuola che in famiglia. Nascono così anche nuovi servizi, per rispondere alle esigenze di bambini e famiglie in maniera efficace. È il caso ad esempio del Servizio Logopedia e DSA promosso dalla coop. sociale Il Millepiedi di Rimini. Ce ne parla l’ideatrice: Federica Cani, psicologa e logopedista.

Come e quando è nato questo servizio?

Io sono laureata in psicologia e lavoravo da alcuni anni come responsabile di struttura in una comunità. Successivamente mi sono laureata anche in logopedia e ho pensato che sarebbe stato interessante aprire un servizio all’interno della cooperativa per cui lavoravo. La Millepiedi ha accolto la mia proposta e nel 2012 abbiamo finalmente inaugurato il “Servizio logopedia e DSA”. In questi anni non sono mai mancati pazienti, anzi, il servizio si è ampliato. I primi tempi abbiamo lavorato soprattutto sui disturbi del linguaggio per poi cominciare ad occuparci anche di disturbi dell’apprendimento, arricchendoci di nuove figure professionali. Oltre a me, che svolgo il ruolo di responsabile, lavorano per il servizio Martina Fabbri (logopedista), Silvia Baldazzi (psicologa), Daniela Ramagli (educatrice). Una delle novità di quest’anno è stata l’apertura del doposcuola “Mille…e una strategia” rivolto a bambini e ragazzi Dsa e Bes. Il doposcuola si trova presso la scuola D.G. Marconi di San Vito, e ci lavorano la nostra psicologa e la nostra educatrice, formata come tutor dell’apprendimento.

Com’è cambiato rispetto al passato l’approccio a queste problematiche?

A differenza del passato esistono trattamenti molto più efficaci. Anche i genitori sono più attenti, conoscono meglio l’offerta e cercano le risposte più adeguate ai loro bisogni. A noi si rivolgono famiglie con bambini dai 3 anni in su, con o senza diagnosi. Spesso le famiglie ci chiamano anche solo se hanno dei dubbi, non necessariamente perché ricevono una segnalazione da parte degli insegnanti.

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La lavatrice del cuore

Di persone che ti donano la vita e di altre che ti insegnano a vivere.
Di pietre e pasticcini.
Di lavaggi e centrifughe per mandare via i pensieri tristi e le paure.
Di abbandoni e abbracci al collo.
Di genitori e figli “veri” e di come tutte queste definizioni non abbiano poi così senso. 
Di domande inopportune.
Di risposte azzeccate.
Di… “non mi ricordo”.
Di burocrazia e lunghe attese.
Di famiglie di sangue e di cuore.
Di manine sulla maniglia di una porta, di nuovi inizi, di figli amati ancor prima di esserlo.

Di tutto questo e molto altro è piena “La lavatrice del cuore”.

22528562_10214541822086477_4663079558640319415_n(Uno spettacolo di Edoardo Erba con Maria Amelia Monti, tratto dal libro “Cara adozione” e dalle centinaia di lettere di genitori e figli adottivi. A Rimini lo scorso 20 ottobre al Teatro Novelli in occasione del “Mese delle Famiglie” promosso dal Centro per le Famiglie del Comune di Rimini).

L’esperienza dei Magnifici lettori volontari

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Ph. Silvia Sanchini

Dalle panchine “lettura fresca” dell’estate del 2007 alle corsie degli ospedali e ai corsi di formazione: da 20 anni il Centro per le famiglie del Comune di Rimini investe sulla promozione della lettura.

L’obiettivo è quello di costruire un lessico comune e valorizzare le molteplici narrazioni che una stessa storia può offrire, per favorire il dialogo e scoprire che narrare ha un potere terapeutico e inclusivo.

Oggi i Magnifici Lettori Volontari del Centro per le Famiglie decidono di regalare le loro voci e le loro storie soprattutto a chi rischia di essere maggiormente escluso o ai margini. Saranno inoltre protagonisti, il prossimo 21 ottobre, di una maratona di lettura promossa dal Comune di Rimini in occasione del “Mese delle famiglie”. Ci saranno diversi punti di lettura nelle piazzette riqualificate del centro storico e in contemporanea in ospedale, insieme agli stand e ai laboratori organizzati dalle associazioni.

A coordinare il gruppo del Magnifici Lettori riminesi Desiree Monciardini, counselor familiare e interculturale e esperta di biblioterapia, a cui abbiamo rivolto alcune domande.

Chi sono i lettori volontari e dove svolgono la loro attività?

I volontari che prestano la loro voce per il progetto Magnifici Lettori Volontari sono uomini e donne di tutte le età che decidono di donare il loro tempo in un periodo storico in cui tutti sembriamo non averne. Oggi i Lettori si dedicano in particolare ai bambini ricoverati nei reparti di Chirurgia Pediatrica, Pediatria, Oncologia Pediatrica e Terapia Intensiva Neonatale, abbiamo inoltre avviato un progetto in sperimentazione con il Lettore a domicilio dedicato a bambini con particolare fragilità, difficoltà motorie o malattie che impediscono loro di uscire. Abbiamo anche Lettori che regolarmente leggono in una delle strutture protette del territorio che ospita mamme e bambini vittime di violenza domestica.

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