Fate il nostro gioco – Mostra a Rimini

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La mostra “Fate il nostro gioco”

L’idea di fondo è applicare la matematica e le scienze per spiegare fenomeni sociali.

“Fate il nostro gioco” è un’efficacissima mostra a cura di Taxi1729 per aiutare i visitatori a riflettere sugli aspetti emotivi e matematici che governano il mondo dell’azzardo.

Lo sapevate che è più facile che l’asteroide Apophis 99942 colpisca la terra che azzeccare una sestina all’enalotto?
O che i “Gratta e vinci” con un premio elevato sono pochissimi, mentre è molto facile vincere piccole cifre che invitano poi a tornare a giocare?

Attraverso esperienze dirette, la mostra svela i segreti e le regole del gioco per accrescere la nostra consapevolezza e contrastare un fenomeno dal volume d’affari di 102 miliardi l’anno.

La mostra è a Rimini, ancora, fino al 17 febbraio.
Consigliatissima per tutti, soprattutto educatori, insegnanti, ragazzi.

Per saperne di più >> http://www.fateilnostrogioco.it

 

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Maria: “Il Natale in comunità, bello e triste al tempo stesso”

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Maria – Foto: Monica Romei

Mi chiamo Maria, ho 24 anni e vivo in provincia di Salerno. Lavoro in una fabbrica come operaia. Sono di origine rumena, arrivata in Italia quando avevo 15 anni. Sono stata una ragazza costretta, purtroppo, a crescere troppo in fretta.

Sono stata accolta in una casa-famiglia, “Casa di Kim”, dall’eta di 15 anni. Quando si sono avvicinati i 18 anni la comunità ha provato a farmi conoscere una famiglia affidataria, ma nessun successo.

Ho tanti ricordi, tristi e belli al tempo stesso, legati al periodo di Natale.

Ho trascorso cinque volte il Natale in comunità, ogni volta è stata diversa dall’altra. Quando si avvicinavano le feste mi sentivo triste, perché ero l’unica della casa-famiglia a non avere una famiglia da cui tornare o una famiglia affidataria oppure di appoggio che mi ospitasse. Mi sentivo anche un peso per i miei educatori, che dovevano organizzarsi per portarmi a casa loro o per lavorare durante le vacanze.

Prima di Natale era abitudine, però, organizzare una cena tutti insieme. C’eravamo noi ragazzi della comunità, gli educatori ma anche gli amici, i volontari, persone importanti come il sindaco. Era un momento bellissimo, in cui facevamo festa.

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Ahmed: “L’integrazione? Tanta pazienza e la fortuna di incontrare le persone giuste”

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Ahmed – Foto Letizia Agosti

Mi chiamo Ahmed, per tutti Momo, ho 23 anni. Ho lasciato la scuola in Egitto a 11 anni per andare a lavorare. Un giorno la mia famiglia mi ha chiesto di lasciare tutto e partire per l’Italia, per accompagnare mio fratello più piccolo. Ho raccontato tante volte il mio viaggio. Un viaggio terribile, attraverso il deserto, e su una barca per dieci giorni nel mare agitato prima di raggiungere Lampedusa.

Ma oggi voglio raccontare soprattutto cosa succede a noi ragazzi stranieri dopo l’arrivo in Italia.

Io e mio fratello siamo stati inseriti prima in una Casa di pronta accoglienza, Amarkord, e poi a Casa Clementini, entrambe a Rimini.

È molto faticoso all’inizio: sei un ragazzo solo, straniero, non conosci la lingua italiana. Ti trovi in un paese nuovo senza la tua famiglia, devi conoscere una nuova cultura e adattarti.

I responsabili e gli educatori della Fondazione San Giuseppe e della Cooperativa Il Millepiedi mi hanno aiutato tanto.

Ci sono tante realtà (cooperative, associazioni…) che aiutano i ragazzi quando arrivano in Italia e il loro compito è fondamentale. Le persone che lavorano in queste realtà sono molto importanti per l’Italia.

Gli educatori fanno un lavoro pagato troppo poco, ma davvero bello. Donano una parte della loro vita e del loro tempo per aiutare ragazzi come noi.

Ricordo il coordinatore Roberto, Annalisa, Giacomo e tutti gli educatori che all’inizio ci hanno accolto. Hanno avuto la pazienza di conoscerci, un poco alla volta, dedicandosi a noi. Mi hanno dato un grande sostegno morale, prima che pratico. Ci hanno dato il tempo giusto per conoscerci, senza urlare o arrabbiarsi, e ci hanno insegnato tante cose che era importante sapere.

Ricordo Nikka, un’educatrice, la prima volta che mi ha accompagnato a prendere l’autobus. Sono piccole cose ma per noi importantissime per imparare come vivere qui in Italia.

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10 consigli per stare accanto a “ragazzi difficili”

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Pro-vocazione – Manu Invisible 2018

Lo scorso 7 ottobre sono stata ospite (coccolatissima…ancora grazie) del Convegno Educatori dell’Azione Cattolica della Diocesi di Padova.

Durante la mattinata al Seminario Minore insieme a Monica Coppola (psicologa) e Irene Zandarin (avvocato) ci siamo confrontate con circa 400 educatori dei gruppi giovani. Un quiz a risposte multiple con il Kahoot (provatelo!) per riflettere sul tema della relazione educativa, tra prossimità e giusta distanza. Cosa fare se un ragazzo nel gruppo mi racconta di fare uso di sostanze? E se mi innamoro di uno dei “miei” giovanissimi? Come accettare che i ragazzi possano anche deludermi? Tante domande per orientare la progettazione e le iniziative delle diverse parrocchie.

Nel pomeriggio abbiamo lavorato a gruppi e a me è stato affidato il tema della relazione educativa con ragazzi che vivono situazioni difficili. Quelli che nel gruppo non mancano mai, quelli che ci sfidano, quelli che in fin dei conti ci fanno crescere e migliorare.

Mi sono lasciata guidare da alcuni riferimenti: il libro di don Claudio Burgio “Non esistono ragazzi cattivi” (Paoline 2010), il manuale di Piero Bertolini “Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee di intervento” (riedito nel 2017 da Franco Angeli, un vero e proprio caposaldo della mia formazione), l’immagine del writer Manu Invisible “Pro-vocazione” e le tante considerazioni che gli educatori mi hanno consegnato.

Ne è nato questo decalogo, dieci semplici consigli (nessuna ricetta, ma solo un punto di partenza) per stare accanto a ragazzi che vivono situazioni difficili.

Lo condivido volentieri, per continuare il dibattito e il confronto in occasioni future o con chi avrà voglia di leggere e commentare.

Un decalogo per lavorare con ragazzi che vivono esperienze difficili

  1. Sospendere il giudizio (Esercitare l’epoché)
  2. Capire cosa c’è “dietro” (un comportamento, una provocazione…)
  3. Osservare e conoscere il contesto
  4. Non concentrarsi solo su quello che manca…ma su quello che c’è (risorse/potenzialità/opportunità/competenze)
  5. Creare alleanze con le altre agenzie educative
  6. Lavorare in squadra (quello che non vedo io, può vederlo un altro…dove non riesco io può arrivare l’altro…)
  7. Al centro la relazione. Condita da empatia, prossimità e anche un po’di ironia
  8. Permettere di dilatare il campo dell’esperienza (esperienza del bello, del difficile, esperienza spirituale)
  9. Ricordarsi che l’azione educativa è intenzionale e irreversibile
  10. Accogliere il “tradimento”

E infine…lasciare sempre un “buon ricordo”, certi che – per usare le parole di Dostoevskij – anche solo un ricordo. può essere occasione di salvezza.

Vi ritrovate in queste indicazioni? Come affrontate la relazione con i “ragazzi difficili” nei diversi contesti educativi in cui operate? Avete consigli di lettura su questo tema da suggerire?

Amir: dall’Afghanistan a Rimini…in pizzeria

Questa storia comincia in Afghanistan e finisce in una pizzeria riminese. Protagonista di questa avventura è Amir: è solo un bambino quando si ritrova completamente solo al mondo ed è costretto a lasciare il suo paese e trasferirsi in Pakistan. Da questa repubblica dell’Asia inizia una storia incredibile: Amir ha 8 anni e lavora quindici ore al giornoImpara a fare il pane, e in qualche modo questa abilità gli tornerà utile. Quando è poco più che un ragazzino decide che quella vita è insostenibile e inizia un lungo e incredibile viaggio. Attraversa l’Iran, la Turchia, la Grecia. In ogni paese si arrangia come può per sopravvivere: lavora come muratore, dorme in fabbriche dismesse, vive in strada, lavora addirittura come guida turistica a cavallo in Cappadocia. La sua capacità di adattarsi e resistere è straordinaria.

“Sono stato molto fortunato ad arrivare in Italia. Ho viaggiato con un gruppo di amici fino in Grecia, poi sono rimasto da solo – racconta Amir a Rimini Social – Per un mese ho provato a partire per l’Italia, ma non ci riuscivo. Poi un giorno sono riuscito a nascondermi sotto un camion che era stato imbarcato su una nave. Sono rimasto 30 ore senza mangiare e senza bere. Pensavo: quando finirà questo viaggio, devo avere una bella vita. In Italia davvero tutto è cambiato. È difficile essere da solo in un paese dove non conosci nessuno, senza soldi e senza documenti. Ho pregato molto. L’incontro con gli educatori della cooperativa Il Millepiedi ha cambiato la mia vita, ora finalmente mi sento bene. In Afghanistan e in Pakistan non ho nessuno, ho sempre vissuto da solo. Ora è qui la mia famiglia”.

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Sugli smartphone gli adolescenti scrivono la loro biografia. Intervista a Boccia Artieri

 

Hate speech, cyberbullismo, flaming. Sono termini più o meno conosciuti ma certamente all’ordine del giorno, che raccontano di un mondo del web che sembra diventare sempre più tossico, difficile, ostile. Un cambiamento che può influenzare anche i rapporti tra le generazioni, divise da un diverso approccio alle nuove tecnologie e ai nuovi media.

Ecco perché non è stato strano parlare di “Comunicazione non ostile” anche nel contesto del ciclo di incontri promossi dal Centro per le Famiglie del Comune di Rimini. Un percorso dedicato a genitori, insegnanti ed educatori di ragazzi pre-adolescenti e adolescenti.

Lo scorso 8 maggio l’ultima tappa, con protagonista il prof. Giovanni Boccia Artieri, esperto di media education e docente di Sociologia dei Processi Culturali presso l’Università degli Studi di Urbino.

 

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Burla e dieci anni di graffiti a Casa Pomposa

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Emanuele Battarra, per tutti Burla. 38 anni e 10 anni di lavoro sul campo in ambito educativo, grazie a una grande passione e a un prezioso talento da writer. Tutto è cominciato a Casa Pomposa, storico spazio aggregativo ed espressivo per i giovani riminesi, gestito dalla coop. sociale Il Millepiedi in una struttura del Comune di Rimini.

“Frequentavo Casa Pomposa già da qualche tempo anche come luogo dove realizzare i miei graffiti – ci racconta Emanuele – poi gli educatori mi hanno proposto di collaborare con loro. È nata così l’idea di un corso di graffiti rivolto ad adolescenti e giovani. Da allora sono trascorsi 10 anni e abbiamo realizzato tanti corsi e laboratori: i ragazzi che li frequentano a volte sono gli stessi, poi crescono, cambiano, i loro interessi si trasformano, a volte ritornano…io per loro resto a disposizione e spesso mi chiedono un punto di vista sul loro lavoro anche quando non frequentano più il centro”.

Un lavoro artistico che dunque cambia sempre, si evolve: “È molto interessante osservare come la libera creatività dei ragazzi non si fermi alla sola arte dei graffiti ma possa trovare molte e diverse forme di espressione. Penso ad amici come Blatta, Korj, Felix…solo per citarne alcuni. Ci sono ragazzi che hanno frequentato il mio corso e oggi si sono buttati in un’avventura editoriale. Qualcuno frequenta scuole d’arte in Italia o in Europa. C’è chi è diventato un grafico o un tatuatore. Mi piace stimolare i ragazzi ad amare e a frequentarla, per questo ad esempio quando dipingiamo ascoltiamo sempre musica”.

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“Uno sguardo ti cambia la vita”. Intervista a don Claudio Burgio e a Daniel, Comunità Kayros

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Don Claudio Burgio e Daniel – Foto: Monica Romei

Ragazzi ribelli, devianti, ragazzi di strada, bulli, delinquenti. Per don Claudio Burgio semplicemente ragazzi. Ragazzi a cui ha donato la sua vita: a partire dal 1996, quando ha fatto ingresso per la prima volta al Carcere minorile Beccaria di Milano. Per poi arrivare a fondare, nel 2000, l’associazione Kayros che gestisce servizi di accoglienza per minorenni e neomaggiorenni in difficoltà.

Incontriamo don Claudio lo scorso 10 marzo a Bologna, durante l’assemblea nazionale dei soci di Agevolando.

Com’è stato il tuo primo impatto con il mondo dei ragazzi del Beccaria?

Un impatto ovviamente difficile, perché ogni incontro contiene il prefisso “in” per indicare lo stare insieme, la condivisione ma c’è anche un “contro”. Il primo messaggio che i ragazzi mi rivolgono è quasi sempre una provocazione. Ma non dimentichiamo che nella parola provocazione c’è anche l’idea di vocazione, di chiamata. Una chiamata “pro” e quindi a vantaggio di. Con le loro parole dure e i loro comportamenti difficili, i ragazzi che ogni giorno incontro mi provocano ma al tempo stesso mi chiamano, cercano una relazione. L’importante è andare oltre quell’atteggiamento, quel primo impatto.

Qual è la filosofia delle comunità di accoglienza Kayros che tu hai fondato?

Il nostro tentativo è quello di puntare più sulla libertà che sulle regole. Una scommessa che ovviamente non sempre riesce… Ma vorremmo offrire ai ragazzi la possibilità di scommettere sul proprio talento e allargare il loro orizzonte, lo spazio delle possibilità. I ragazzi non rimarranno in comunità per sempre, la vera sfida li attende fuori. È a questo che dobbiamo prepararli, prima di ogni cosa.

Come accettare anche la fragilità e il fallimento che in qualche modo caratterizzano sempre la relazione educativa?

All’inizio quasi sempre i ragazzi ti usano. Ma ho capito che è necessario anche lasciarsi sfruttare e tradire. Ognuno di noi adulti ha il suo equilibrio, i suoi affetti. Nella nostra libertà possiamo tollerare quel tradimento, senza averne paura. Penso alla storia di Monsef e Tarik, due ragazzi accolti nella mia comunità che hanno scelto di partire per la Siria e diventare jihadisti. Io non ho potuto impedire la loro scelta, ma spero che in loro qualcosa sia comunque rimasto. Potevo vivere come un tradimento la loro partenza, ma so che il nostro rapporto è stato comunque vero e questo nessuno potrà togliercelo. Spesso più che una guerra di religione o una difficoltà di integrazione, il vero problema di questi ragazzi è l’identità. Non hanno chiaro chi sono e cercano risposte forti, è importante invece scegliere le persone giuste con cui stare, di cui fidarsi. Io credo che in fondo il momento in cui siamo più fragili e in cui veniamo traditi è il momento in cui davvero certifichiamo il nostro amore.
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Cesare Moreno, il maestro con i sandali

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L’incontro al Centro giovani RM25 con Cesare Moreno – Foto: Emiliano Violante

Cesare Moreno è insegnante, formatore, progettista. Ma sopra ogni cosa si definisce “Maestro di strada”. Un maestro con un bagaglio leggero, che propone un modello educativo basato sulla mobilitazione delle risorse dei giovani e sulla reciprocità delle relazioni. Il “maestro con i sandali”, indossati anni fa in segno di protesta nei confronti delle istituzioni carenti. Insieme alla moglie Carla Melazzini, scomparsa nel 2009, ha dato vita nella sua Napoli al “Progetto Chance” per combattere la dispersione scolastica con interventi nei quartieri più difficili della città. Ha fondato l’associazione Maestri di strada di cui è presidente. Questa intervista nasce lo scorso 9 marzo a Rimini in un incontro organizzato dal coordinamento provinciale di “Libera” e dall’associazione “Vedo sento parlo”.

Da dove nasce l’idea dei maestri di strada?

Il maestro di strada ha un approccio che non si riferisce solo al contesto in cui opera, ma che è anche e soprattutto mentale. Trae spunto anche dall’immagine dell’amico Andrea Canevaro, che ha paragonato l’educatore a un viandante, al coureur de bois. Il maestro di strada ha uno zaino leggero perché è interessato a reperire risorse strada facendo. Lungo la strada è sicuro di incontrare alleati, non nemici da combattere. Per questo la prima cosa che sceglie di fare è mettersi in ascolto, guardando l’altro negli occhi e parlandogli. Spesso è difficile iniziare un dialogo con chi è molto arrabbiato ma all’inizio è importante semplicemente far capire che ci sei. Una insegnante ha usato una volta una definizione che ho apprezzato moltissimo e fatto mia: abbiamo una ‘responsabilità di presenza’ nei confronti dei giovani che incontriamo, che è il primo passo per costruire una relazione.

Che cosa intende quando parla di alleanza educativa?

In educazione non servono prediche, ma pratiche. Nel concetto di alleanza risiede anche l’idea di reciprocità. Non sto andando a beneficare qualcuno, ma sto costruendo un rapporto, stabilendo un noi. Dobbiamo trasmettere anche all’altro il senso del beneficio che riceviamo dallo stare insieme. In fondo la relazione educativa è una relazione d’amore: non un concetto sdolcinato o sentimentale ma un rapporto che si costruisce giorno per giorno. Rosa Agazzi, pedagogista, aveva ideato a scuola il ‘Museo didattico’, una mensola in cui raccoglieva gli oggetti più inutili o anche sgradevoli, ma per loro preziosi, dei suoi bambini. Lo stesso deve fare l’educatore: non deve buttare via niente, ma assumere anche le ‘schifezze’ nel suo percorso.

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Se sociale e mondo dell’impresa si incontrano

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È una bella storia quella di Casabrigandi, un nuovo locale inaugurato a Rimini lo scorso 22 dicembre nel cortile di Palazzo Carli, a due passi da piazza Tre Martiri.

Ristorante ed enoteca, si caratterizza per la scelta di piatti ricercati, originali cocktail studiati da Andrea Terenzi e arredi in legno così belli che sembra quasi di essere in un locale nordeuropeo.

Ma dietro a tavoli e mensole c’è un segreto in più: gli arredi di Casabrigandi sono infatti stati realizzati da Claudio Scola, insieme alle persone che frequentano il Cso (Centro socio occupazionale) di Lagomaggio e ai ragazzi che vivono alla Casa per le emergenze “Amarkord”.

Il primo è un servizio attivo a Rimini sin dal 1979: un centro gestito dall’Associazione Sergio Zavatta onlus destinato a persone con disabilità che non possono accedere al mondo del lavoro in forma temporanea o permanente. “Amarkord” è invece una struttura di pronta accoglienza per minorenni gestita dall’Associazione Sergio Zavatta insieme alla coop. sociale Il Millepiedi.

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