Venti secoli di sanità a Rimini

ImmagineVenti anni dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Rimini. Venti secoli di sanità a Rimini. Una mostra documentaria che comprende oggetti, pubblicazioni e immagini, un percorso a tappe – ideato da un gruppo di lavoro coordinato dal dr. Stefano De Carolis – per ripercorrere la storia della medicina riminese da Eutyches, l’ormai celebre chirurgo della Domus, ai giorni nostri.

Della mostra si è già parlato su Newsrimini cercheremo quindi qui su Rimini Social di cogliere soprattutto gli aspetti sociali, connessi a quelli sanitari, che caratterizzano l’esposizione e la storia della medicina riminese.
Nella Mostra è ben evidenziato innanzitutto il contesto in cui gli ospedali, tra il XII secolo e l’inizio del Cinquecento, sono sorti a Rimini, come nel resto d’Europa. Si trattava infatti di veri e propri hospitium, luoghi di accoglienza per pellegrini, poveri, orfani e anziani…in cui alle attività curative si univano azioni ispirate ai principi di carità e assistenza.

1609855_481635641942351_458684260_nCome Fondazione San Giuseppe abbiamo già avuto l’opportunità di confrontarci con la storia di un’istituzione molto amata nella nostra città, l’Ospedale dei Bambini – per i riminesi L’Ospedalino – attraverso il lavoro di ricerca appassionato condotto prima dal prof. Antonio Montanari e poi dalla dr.ssa Antonella Chiadini e dal rag. Paolo Freddi in occasione dei festeggiamenti per il Centenario. La storia dell’Aiuto Materno/Fondazione San Giuseppe è un valido esempio di come gli aspetti sanitari possano e debbano intrecciarsi con quelli sociali ed educativi. Lo ha testimoniato a partire dalla sua nascita nel 1910 scaturita proprio dall’incontro tra scienza (la professionalità del medico Antonio Del Piano) e carità (la generosità della nobildonna votata suora di Carità Isabella Soleri) ma è stato soprattutto con la donazione delle sorelle Bronzetti in memoria del fratello Guglielmo e sotto la guida valente del prof. Ugo Gobbi che il nuovo Ospedale dei Bambini ha saputo trasformarsi in uno dei poli più all’avanguardia nei settori della Pediatria, Neonatologia e Neuropsichiatria Infantile.

All’Ospedalino dei bambini – come ha ricordato anche il Presidente dell’Ordine dr. Maurizio Grossi – si è sperimentato infatti un nuovo modo di prendersi cura dei bambini ancora oggi considerato un’eccellenza nella storia della medicina riminese e non solo.

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Studenti stranieri: ben integrati, ma scettici sul futuro in Italia

Negli ultimi dieci anni la presenza di studenti stranieri con cittadinanza non italiana nelle scuole italiane è quasi quadruplicata, e in Emilia-Romagna l’incidenza degli studenti stranieri sulla percentuale totale è la più alta, pari al 14,6% (dati Quaderni Ismu 1/2013). Altrettanto significativa la situazione delle scuole riminesi dove su una popolazione complessiva di 38.632 studenti, ben 3.843 sono ragazzi stranieri (pari a circa il 10%).

Il tema degli studenti stranieri cresce in rilevanza ogni giorno di più e non è un caso che sia stato al centro dell’indagine conoscitiva svolta nella provincia di Rimini e presentata in conferenza stampa lo scorso 21 Gennaio, dal titolo: Giovani stranieri nella provincia di Rimini – Un focus sulla scuola secondaria di II grado e sul Sistema di Istruzione e Formazione professionale. La ricerca è stata condotta da Linda Pellizzoli, ricercatrice in ambito sociale e giovanile, ed è stata realizzata all’interno del progetto Conoscere è cambiare, dentro le vulnerabilità e l’integrazione coordinato da Judith Mongiello e promosso dalle Associazioni Arcobaleno, Pacha Mama, Rumori Sinistri, Nido del Cuculo, Tiger of Bangladesh, Borgo della Pace, Legambiente La Roverella, Avulss di Bellaria, Aibid, Espero, Maria Negretto e Vite in Transito in collaborazione con Arci, Educaid e Isur e con il sostegno di Volontarimini – Centro di Servizio per il Volontariato della provincia di Rimini.

L’indagine ha coinvolto 55 studenti stranieri (33 ragazzi e 22 ragazze) di 21 differenti nazionalità, nell’obiettivo di coinvolgere le scuole e i policy maker in un processo di maggiore conoscenza del fenomeno e di miglioramento della qualità dei servizi offerti.
Tra gli elementi più interessanti dell’indagine emergono le difficoltà che gli studenti stranieri affrontano nell’inserirsi nel sistema scolastico italiano (per esempio la difficoltà ad apprendere la lingua italiana e alcuni episodi di discriminazione) ma in generale un giudizio complessivo positivo sulla scuola italiana e sulle relazioni con i compagni e gli insegnanti. Particolarmente apprezzato è l’approccio degli insegnanti degli Enti di Formazione professionale, considerati più attenti al singolo e sensibili nella relazione con gli studenti.

Colpisce però come la maggior parte degli studenti (i due terzi) non immagini in un futuro di rimanere in Italia: i giovani intervistati hanno infatti espresso preoccupazione per la crisi economica che attraversa il paese e si sono mostrati critici sul sistema lavorativo italiano, considerato troppo poco meritocratico.
A questo proposito Massimo Spiaggiari, dell’ARCI Rimini, ha evidenziato l’importanza di tenere conto anche del clima culturale in cui questi ragazzi crescono e studiano e della necessità di metterci in discussione e attrezzarci per dare risposte alle esigenze di questa generazione, anche rispetto al tema della dispersione scolastica.
All’interno del progetto è stata inoltre inserita una campagna di promozione del volontariato giovanile: “Lo faccio anch’io” presentata attraverso uno spot realizzato da Alberto Romanotto (nel sito: lofaccioanchio.wordpress.com) che si propone di ribaltare gli stereotipi sul volontariato e sensibilizzare e informare in maniera virale i giovani rispetto alla possibilità di impegnarsi in progetti di volontariato attraverso le associazioni riminesi.

Silvia Sanchini

in http://www.newsrimini.it/sociale

Baby gang e bullismo, non solo fenomeni individuali

È notizia di qualche giorno fa, l’ennesimo episodio di bullismo nella nostra Provincia che ha visto coinvolte un gruppo di ragazzine che hanno aggredito in discoteca una loro coetanea dopo avere programmato tutto attraverso Facebook (qui la notizia su newsrimini.it). In Italia le statistiche ci dicono che 1 ragazzo su 5 è stato vittima di bullismo, soprattutto tra le pareti scolastiche (nel 51% dei casi) e 1 ragazzo su 2 dichiara di aver assistito a episodi di bullismo (questi dati sono il risultato di un’indagine su 5.000 adolescenti italiani condotta nell’ambito del progetto europeo E-Abc – Antibullying Campaign). In questo quadro anche il fenomeno del bullismo al femminile sembra essere preoccupantemente in crescita, pur presentandosi in maniera diversa dal bullismo maschile. Si tratta infatti spesso di episodi più nascosti, difficili da riconoscere almeno fino a quando non esplodono in aggressività e violenze come nella notizia riminese.

Davanti a fenomeni di questo tipo è facile lanciare accuse: contro la scuola, le famiglie, gli stessi ragazzi, internet. Accuse che non fanno altre che alimentare un clima di tensione e paura. Il problema è ben più profondo e va a toccare le radici del pensiero e della cultura che come mondo adulto rischiamo di trasmettere ai più giovani. Come stupirsi, infatti, di questi episodi di violenza tra i più giovani quando assistiamo quotidianamente anche nella politica – che dovrebbe essere per eccellenza il luogo deputato alla costruzione del bene comune – ad atteggiamenti aggressivi, prevaricatori e arroganti? O quando, accendendo la televisione, troviamo un modo di fare comunicazione e intrattenimento spesso solo urlato e invadente? Un palcoscenico pubblico nel quale dove – come scrive il sociologo Zygmunt Bauman – se non appari, non esisti. Ancora più terribile poi se pensiamo ai modelli femminili predominanti.

Il profilo di vittime e bulli è molto più simile di quanto si possa pensare. Entrambi vivono una condizione di fragilità che chi compie atti di bullismo riesce più spesso però a mascherare facendosi forza nel gruppo. Ma anche un atto di bullismo è espressione di malessere e disagio, di profonda insicurezza.
Altrettanto preoccupante è poi il ruolo di chi assiste a questi episodi e rimane in silenzio, divenendone in qualche modo complice o vittima egli stesso di un clima di intimidazioni e paura.
Per questo più che di colpe e accuse, si dovrebbe parlare di responsabilità.

Quel che ci deve infatti preoccupare di più è il fatto che nella maggioranza dei casi chi subisce atti di bullismo o chi vi assiste non senta di potersi avvalere dell’ascolto o dell’aiuto di un adulto.
Se la cooperazione tra adulti, tra genitori e insegnanti o tra insegnanti e educatori, viene a mancare, forse diviene ancora più difficile per i più giovani riporre fiducia negli adulti e trovare in loro rifugio e sicurezza.
Per questo il problema del bullismo non è solo un fenomeno individuale, non è solo un problema delle scuole o delle famiglie, ma ci riguarda tutti come cittadini e come adulti.

in http://www.newsrimini.it/sociale

Namastè, un ponte tra l’Italia e l’India attraverso l’Adozione a distanza

1473071_182485308622336_55576864_n“Namastè – Onore a te” è una ONLUS nata nel 1996 a San Lazzaro (Bologna) per sostenere bambini e ragazzi in condizioni di estrema povertà a vivere e studiare nel proprio paese d’origine, l’India (e recentemente anche Moldova e Nepal), in dignità. Sono oltre 1.000 i bambini accompagnati tramite le “Adozioni a distanza” ma attraverso altri progetti l’associazione sostiene anche anziani, asili nido, centri studi e interi villaggi. Da qualche anno l’associazione ha sede anche a Rimini e, ad oggi, “Gli amici di Rimini & C.” hanno realizzato 58 adozioni distanza.
Una delle prerogative di “Namastè” è quella che i soci seguano costantemente l’andamento dei progetti con i propri volontari che si recano frequentemente sul posto. E’ il caso di Gabriele Burnazzi, vicepresidente dell’Associazione e referente del gruppo “Gli amici di Rimini & C.”, che nella vita, di mestiere, ha sempre fatto tutt’altro (è stato fino a qualche mese fa amministratore unico di Rimini Holding) ma da tanti anni di “Namastè” è l’anima instancabile, insieme alla moglie Antonella e agli altri amici e volontari. Lo scorso 4 Dicembre più di 150 persone si sono ritrovate alla Parrocchia del Crocifisso per essere aggiornate sull’andamento dei progetti dell’associazione e sostenerla, quest’anno anche grazie per la prima volta al supporto degli universitari dell’Associazione Slash. Abbiamo intervistato proprio in quell’occasione per Rimini Social Gabriele Burnazzi per conoscere meglio la realtà di “Namastè”.

Come hai conosciuto “Namastè”?
L’incontro è sempre casuale e non sai come evolverà la situazione; un po’ come quando uno si innamora e ci si sposa … l’importante, come sempre, è dire “si”.
Ho conosciuto Namastè tramite un amico che mi ha invitato ad un incontro. Ho adottato allora un ragazzino, di nome Fredy, ho aiutato la sua famiglia e poi, otto anni fa, ho deciso di partire. Volevo controllare sul posto la situazione. E lì ho riscontrato che il tetto di casa sua era stato rifatto, che il ragazzino studiava e, caso abbastanza singolare, giocava bene a calcio. Due anni fa mi è venuto a prendere in Kerala in sella ad una motocicletta… mi ha spiegato che era diventato il goleador della nazionale del Tamil Nadu, non percepiva compensi per l’attività sportiva ma era stato assunto dalle Ferrovie dello Stato del Tamil Nadu. L’anno scorso ha sposato una bellissima ragazza, Tina; ha fatto di tutto affinché fossi presente a casa sua “prima” del matrimonio in chiesa (una chiesa sulle sponde dell’Oceano Indiano) affinché, insieme ai familiari e alla comunità lo “benedicessi”. Ora Tina attende un bimbo e li incontrerò nei prossimi giorni.
Ma ciò che ha dato una svolta alla mia vita è stato proprio ciò che è accaduto nel primo viaggio nel corso delle visite ai bambini. Sunilkumar, un ragazzo indiano, si era offerto di raccogliere per noi delle noci di cocco ed era caduto dall’albero dall’altezza di circa 15 metri, una caduta rovinosa che lo aveva lasciato più morto che vivo. Abbiamo cercato di capire chi fosse e abbiamo scoperto che aveva già due figlie, aveva lasciato la moglie precedente e si era accompagnato con una vedova con 4 figli, dalla quale aveva avuto un ulteriore figlio. Viveva guidando un taxi-risciò che aveva preso a noleggio… quattro dei figli della vedova erano in orfanotrofio. In ospedale l’hanno salvato, abbiano finanziato tutte le cure per rimetterlo in piedi, abbiamo fatto tornare a casa i bambini in orfanotrofio e li abbiamo adottati, abbiamo assunto la vedova come cuoca in uno dei nostri asili. L’avevamo salvato e i bimbi adottati erano cresciuti repentinamente.

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La fine e l’inizio, tra Bologna e la Sicilia

20140101_121636Anche quest’anno ho concluso e cominciato un nuovo anno viaggiando sola (cosa che adoro) per raggiungere gli amici. Quest’anno l’occasione era particolarmente speciale, il matrimonio di due persone care: Andrea e Saretta. Per raggiungere la Sicilia ho fatto tappa a Bologna e mi sono regalata una passeggiata notturna per la città che è stata casa mia per qualche anno. In piazza Maggiore c’era una bella installazione: “Recondite formelle”, un’iniziativa per ridare vita alle formelle rinascimentali di Palazzo del Podestà con la possibilità per tutti di interagire con l’installazione camminando semplicemente sul Crescentone. L’opera è stata realizzata da Loop con il contributo del Comune di Bologna nell’ambito del progetto “BO ON”, Bologna si accende. Era divertente l’idea di tante persone che nel centro della piazza cercavano di capire il senso di quella proiezione e saltellavano da una parte all’altra e mi è sembrata una bella idea per valorizzare il patrimonio storico e culturale della città in chiave moderna. E’ tradizione bolognese inoltre il “Rogo del Vecchione”, quest’anno simboleggiato da un grande innaffiatoio bucato, simbolo dello spreco, realizzato dal duo artistico TO/LET, che è stato poi bruciato a mezzanotte di Capodanno come auspicio di sobrietà e di un futuro libero da sperperi. C’è poco da fare: Bologna ha sempre qualcosa di bello e originale da offrire. La modernità di Bologna si è intrecciata nel mio viaggio con la tradizione della Sicilia, in particolare nella  sua punta estrema, la provincia di Ragusa. Sicilia che è da sempre per me sinonimo di volti amici, accoglienza, paesaggi inediti, cannoli alla ricotta, chiese barocche e scorci suggestivi. Per il matrimonio ho avuto l’opportunità di visitare la cittadina di Vittoria e mi sono gustata soprattutto la piazza della Basilica di San Giovanni Battista e del Teatro Comunale, le case in stile art decò e liberty con i loro balconi fioriti e portoni antichi sormontati da fregi, la via crucis che costella le vie della città realizzata con le ceramiche di Caltagirone. Per il ricevimento del matrimonio siamo stati a Ragusa e, anche se solo di passaggio, ho rivisto la maestosa Cattedrale che, anche in notturna, è sempre bellissima. Una fine d’anno insolita, con il brindisi di mezzanotte che è coinciso con il taglio della torta degli sposi, e un’occasione per affacciarsi al nuovo anno riempendosi ancora una volta di quella bellezza che solo viaggiare può restituire.

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