La comunità: una via di fuga dalla pazzia

“Riconosciamo in quel luogo un punto di riferimento, come se noi fossimo delle barchette in mezzo al mare e quello fosse il nostro faro”

Oggi vi segnalo il blog di Jenny, realizzato grazie alla redazione di Vita.it. Jenny ha 23 anni e ha trascorso parte della sua adolescenza “fuori famiglia”, in una comunità per minori di Bologna. Oggi è socia dell’Associazione “Agevolando”, una ONLUS nata proprio dall’esperienza di ex ospiti di comunità/case famiglia.

Il suo blog è consultabile su: http://blog.vita.it/agevolando/2013/05/27/hello-world/. La seguiremo e potremo leggere i suoi articoli ogni 8/10 giorni.

In bocca al lupo Jenny!

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“E se ognuno fa qualcosa…” Padre Pino Puglisi beato

imagesSe ho conosciuto e cominciato ad amare davvero la FUCI è un po’ grazie anche a Padre Pino Puglisi, e a quella Scuola di Formazione del 2003 a Palermo che mi ha aperto un nuovo sguardo sul mondo e sul mio modo di vivere l’esperienza universitaria.

Padre Pino Puglisi (3P per tutti)  ha vissuto con semplicità ma sempre a testa alta il suo essere prete in un quartiere di Palermo, Brancaccio, completamente controllato dalla criminalità organizzata. Camminare per le vie di Brancaccio e pensare all’opera di padre Pino, visitare il Centro “Padre Nostro” da lui così fortemente desiderato per offrire un’alternativa ai ragazzi di strada, è un’esperienza davvero incredibile. Padre Pino ha testimoniato la sua passione educativa anche nella sua attività di insegnante e nel suo impegno nell’Azione Cattolica e nella FUCI. La sua azione, apparentemente così semplice e al tempo stesso così rivoluzionaria, è stata sempre tesa a un unico grande ideale: “educare alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e dello studio”.

Oggi Padre Pino è stato proclamato dalla Chiesa Beato. Non gli sarebbe piaciuto essere definito un eroe, e forse neanche un martire, perché ha vissuto la sua esistenza di santità con quella naturalezza e quella forza di cui solo i grandi uomini sono capaci. A testa alta, senza mai piegarsi di fronte ai potenti, sempre dalla parte degli ultimi, testimone dell’amore di Dio nei confronti degli uomini.

Per tutto questo e per molto altro ancora, GRAZIE 3 P. 

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Per conoscere meglio la figura di Padre Pino Puglisi: http://www.padrepinopuglisi.diocesipa.it/. Dedicato a lui anche un bellissimo film di Roberto Faenza del 2005: “Alla luce del sole” 

Da una casa speciale a un territorio solidale

Ci siamo ritrovati in tanti a Rimini per flettere insieme del sistema di cura e dei progetti di accoglienza che riguardano i bambini e gli adolescenti che vivono un’esperienza “fuori famiglia”. In tempi di grave crisi economica e culturale mi è sembrato davvero un bel segnale. Sono tante a Rimini le “case speciali” che accolgono minori in difficoltà, ma il loro compito non può esaurirsi se insieme agli educatori, alle famiglie, agli operatori del sociale… anche il territorio non si apre in una rete accogliente e inclusiva. Mi auguro che anche questo incontro abbia contribuito a stimolare la creatività e l’intelligenza di tanti per pensare a nuovi modelli e a strumenti che permettano di allargare gli orizzonti e offrire nuove opportunità a chi in questo momento è più fragile.

Da una casa speciale a un territorio solidale

Non sempre possiamo essere determinanti nella vita dei ragazzi che accogliamo, ma possiamo essere come una freccia, capaci di indicare una direzione. E questo è già tanto. (Andrea Canevaro)

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Nella foto: Stefano Vitali, Gino Passarini, Prof. Luigi Guerra, Gloria Lisi, Mirco Tamagnini, Agostina Melucci, Don Danilo Manduchi

Oltre duecento persone si sono incontrate il 21 maggio a Rimini nell’Aula Magna della Facoltà di Scienze della Formazione per riflettere sull’accoglienza di bambini e ragazzi che trascorrono parte della loro infanzia e adolescenza fuori famiglia.

“Una casa speciale”, il titolo del seminario, vuole proprio indicare la particolare esperienza di vita che questi minori vivono, seppure in forme e con modalità diverse e che è stata approfondita attraverso un analitico lavoro di ricerca condotto dalla Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione dell’Università di Bologna cofinanziato dalla Fondazione stessa e che ha visto coinvolti 205 minori e 103 adulti. Punto di forza del gruppo di lavoro che ha condotto la ricerca coordinato da Elena Malaguti è stato sicuramente l’aver coinvolto per la prima volta tutti gli attori che nel nostro territorio provinciale si occupano dell’accoglienza di minori fuori famiglia (case-famiglia, comunità, famiglie affidatarie, servizi sociali territoriali).
Già da una prima analisi dei lavori è emerso che, se da un lato la qualità di vita e di relazione nelle strutture del riminese viene valutata tutto sommato soddisfacente dai ragazzi, dall’altro emerge chiaramente il bisogno di migliorare le risorse esterne, ossia quelle forme di relazioni e di accoglienza che la società tutta può mettere in campo verso i minori fuori famiglia.
Rilanciamo qui alcuni punti che hanno contraddistinto le riflessioni dei tanti e qualificati esperti intervenuti e il lavoro nei workshop tematici ai quali hanno preso parte con vivacità referenti istituzionali, educatori, assistenti sociali, genitori affidatari, insegnanti, studenti e tanti altri operatori del sociale. Confrontandoci dunque sui processi di resilienza e sui modelli educativi di presa in carico dei minori fuori famiglia ci preme dire che:

    • Oggi più che mai c’è bisogno di informare su questi temi in maniera corretta, di sfatare pregiudizi e luoghi comuni che spesso alimentano il dibattito (bambini rubati alle famiglie, business milionari…), di sensibilizzare l’opinione pubblica tutta intorno a questa realtà;
    • È importante superare il dualismo comunità/famiglia che spesso ha contraddistinto la riflessione intorno all’accoglienza. Siamo convinti che di fronte a domande e bisogni complessi occorrano risposte differenziate ed eterogenee, realmente appropriate rispetto alle storie, ai vissuti e alle esperienze dei ragazzi in una prospettiva di comunità che si fa famiglia e, viceversa, di famiglia che diviene comunità;
    • Parlare di “casa speciale” significa anche ribadire la necessità di un “territorio speciale” e quindi solidale, in cui tutti si fanno carico dei processi di accoglienza dei minori, ciascuno secondo la propria specificità costruendo reti di prossimità a partire dalle risorse del territorio (scuola, formazione professionale, centri di aggregazione giovanile…) e in cui tutta la società (dalla politica ai singoli cittadini) si mostri accogliente e inclusiva.

Paradigmatica è stata a questo proposito per la Fondazione San Giuseppe l’esperienza di progetti per i neomaggiorenni che solo attraverso una proficua integrazione tra le risorse del pubblico e del privato sociale è stato possibile costruire e attuare. Tema evocato anche nel cortometraggio Capitolo 18 presentato per la prima volta proprio in occasione di questo seminario e che rappresenta la metafora di tanti ragazzi che vivono l’esperienza dell’affido etero-familiare.

Infine, in un momento di crisi economica e in cui il lavoro educativo e sociale è difficile, precario, spesso ignorato e penalizzato, non possiamo qui non esprimere un pensiero di ringraziamento a tutti coloro che quotidianamente si prendono cura di bambini e ragazzi che vivono condizioni di vulnerabilità e fatica e che, nonostante le difficoltà, riescono ad offrire a questi minori risposte di senso e relazioni significative.

Questa giornata vuole essere solo il primo passo di una riflessione che possa aiutarci a costruire nuovi modelli e sistemi di protezione ma anche la prosecuzione di un impegno che deve coinvolgere tutti a vario livello perché, siamo convinti, che la vera ricchezza di una società si misuri prima di tutto da quanto sa mostrarsi adulta e responsabile nei confronti di chi è più fragile. 

Strumenti:
I numeri e i risultati dell’indagine

Guido Fontana, Silvia Sanchini
Presidente e Direttore Generale della Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS di Rimini

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Nella foto: Monica Pedroni, Prof.ssa Elena Malaguti, prof.ssa Chiara Maci, prof. Andrea Canevaro

Una casa speciale

Si svolgerà a Rimini, il prossimo 21 maggio, un seminario dedicato al tema dell’accoglienza e presa in carico dei “minori fuori famiglia”, a partire da una ricerca condotta nel territorio provinciale dal Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna e co-finanziata dalla Fondazione San Giuseppe e che ha visto coinvolte istituzioni pubbliche e private, famiglie, agenzie educative e i minori stessi.

Dal sito http://www.minori.it (Centro Nazionale di Documentazione e Analisi per l’Infanzia e l’Adolescenza)

Come promuovere l’inclusione dei minori che vivono fuori dalla famiglia di origine? Come sostenere le famiglie in difficoltà? I relatori del seminario Una casa speciale. Accoglienza e presa in carico dei minori che vivono fuori dalla famiglia di origine e sostegno alla genitorialità complessa: processi di resilienza e modelli educativi, in programma il prossimo 21 maggio a Rimini, partiranno da queste domande, per avviare una riflessione generale su un tema che non riguarda solo i servizi e gli operatori del settore, ma «deve divenire prerogativa di tutta la comunità».

La giornata di studio, organizzata dalla Scuola di psicologia e scienze della formazione dell’Università di Bologna e dalla Fondazione San Giuseppe per l’aiuto materno e infantile Rimini onlus, sarà l’occasione per presentare i risultati di una ricerca sull’inclusione dei minori fuori famiglia e sulle prospettive dei processi di resilienza e dei modelli di “resilienza assistita”, coordinata da Elena Malaguti, docente dell’Università di Bologna e cofinanziata dalla fondazione riminese. L’indagine, condotta nel 2012 sul territorio della provincia di Rimini, ha coinvolto minori fuori famiglia, istituzioni pubbliche e private, agenzie educative e famiglie.

Il seminario è articolato in tre sessioni. La prima prenderà il via con l’intervento di Monica Pedroni, del Servizio politiche familiari, infanzia e adolescenza della Regione Emilia Romagna, sul tema Minori fuori famiglia e sostegno alla genitorialità: il punto di vista della Regione Emilia Romagna, e proseguirà con la presentazione dei risultati della ricerca da parte di Elena Malaguti. Gli interventi successivi, invece, si concentreranno su altri due argomenti: Lavorare con la famiglia nella tutela minorile e Verso una scuola inclusiva? Educare per educarsi.

Nel pomeriggio è prevista la seconda sessione, dedicata alla proiezione del corto Capitolo 18, di Alessia Travaglini, Elena Malaguti e Andrea Zucchini, a cui seguiranno tre workshop incentrati su questi temi:Servizi che includono o escludono? Politiche di welfare e sistemi educativi inclusiviFamiglie e care givers possibili o impossibili? Presa in carico dei minori che vivono fuori dalla famiglia di origineGiocarsi la libertà nel divenire adulti: advocacy, diritti di cittadinanza e processi di resilienza.

La giornata di studio terminerà con la restituzione dei lavori in plenaria e le conclusioni, riportate nel programma della terza e ultima sessione. (bg)

(Crediti foto)

http://www.minori.it/minori/minori-fuori-famiglia-esperti-a-confronto

Dalla cronaca alla riflessione

Un tema drammatico, di cui non è semplice parlare, ma che richiede oggi come mai una presa di coscienza e una riflessione culturale e educativa da parte di tutti.

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Indagine pedofilia a Rimini: dalla cronaca alla riflessione

Lo scorso 10 maggio si è celebrata in Italia la Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia istituita con la Legge nr. 51 del 4 maggio 2009. E solo qualche giorno dopo, purtroppo, anche la nostra Provincia è stata coinvolta nell’indagine della polizia postale di Catania che ha portato all’arresto di quattro persone per gravi reati di pedopornografia attraverso una nuova frontiera da combattere, il “Deep web”, una parte nascosta di internet in cui si ritrovano le associazioni a delinquere di tutto il mondo.

Qualsiasi forma di violenza nei confronti di minori è quanto di più aberrante la nostra società possa conoscere. E va ricordato, come ha recentemente sottolineato anche il Ministro per le Politiche Giovanili Josefa Idem, che si tratta di una delle forme di maltrattamento meno denunciate perché nella maggior parte dei casi la violenza nei confronti delle bambine e dei bambini avviene tra le mura domestiche, o comunque in circuiti di fiducia. Oggi poi le violenze sono ulteriormente aggravate dall’uso distorto delle nuove tecnologie, utilizzate per diffondere gli abusi quasi come atto di ulteriore attestazione del dominio del carnefice sulla vittima.
È urgente una maggiore presa di coscienza da parte del mondo degli adulti e un lavoro capillare nell’ottica della prevenzione, come ricorda spesso anche don Fortunato Di Noto, fondatore e presidente dell’Associazione Meter da anni impegnata nella lotta alla pedopornografia on line e che ha contribuito tra le altre cose alla stesura del “Codice di Autoregolamentazione Internet @ Minori” e che ogni anno monitora e denuncia migliaia di riferimenti pedopornografici in rete (nei primi cinque mesi del 2013 sono già 28.024 i siti segnalati).

Come operatori del sociale sperimentiamo quanto drammatiche e dolorose possano essere le conseguenze di atti di violenza nei confronti di minori, come possano generare sensi di colpa, paure, insicurezze e in generale un’idea distorta delle relazioni, dell’amore, della sessualità che può compromettere a volte anche in modo irreversibile il proprio modo di stare al mondo e di relazionarsi agli altri. È necessario un accompagnamento costante per giungere a un lento recupero di quell’identità così duramente frammentata e colpita.
Per questo notizie tragiche come questa ci devono indurre a una seria riflessione e presa di coscienza, a un lavoro che come sempre è prima di tutto educativo e di formazione. Far comprendere prima di tutto ai bambini che ci sono forme di amore malate, sbagliate, distorte è il primo passo per una consapevolezza e un’educazione a un rapporto corretto con se stessi e con gli altri, con il proprio corpo e la propria affettività. Gli adulti devono poi formarsi a riconoscere i segnali di un disagio, che spesso rischia di rimanere inascoltato, ed essere sempre più consapevoli del potenziale positivo ma anche dei rischi connessi all’utilizzo di internet.

Le parole pronunciate da Papa Francesco lo scorso 5 Maggio ci appaiono oggi come un forte monito: “Vorrei dire con forza che tutti dobbiamo impegnarci con chiarezza e coraggio affinché ogni persona umana, specialmente i bambini, che sono tra le categorie più vulnerabili, sia sempre difesa e tutelata”.

Silvia Sanchini

Pubblicato su: http://www.newsrimini.it/sociale.html

[La notizia di cronaca: Pedofilia, quattro arrestati, coinvolto anche un riminese.]

Strumenti:
www.114.it – Emergenza Infanzia – Il 114 è un numero di emergenza al quale rivolgersi tutte le volte che un bambino o un adolescente è in pericolo.
www.osservatoriopedofilia.gov.it – Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile

 

Abitare sociale

“Dare un letto non basta, se non si sa dare la buonanotte”

(T. Bello).

Oggi ero a un interessante seminario sul tema dell’ housing sociale e mi sono venute in mente queste parole dell’amato Vescovo don Tonino Bello. L’emergenza abitativa (insieme al problema del lavoro) è sicuramente sempre più urgente e preoccupante, ma pensare di intervenire con una semplice attribuzione di alloggi è riduttivo, semplicistico. La casa è il luogo della famiglia, degli affetti, dell’identità. Offrire una casa non basta se parallelamente non si costruiscono opportunità, servizi, luoghi di relazione, insomma se non si crea coesione sociale. Mi piace l’idea di pensare a nuove forme di “abitare sociale” dove al centro stia la persona, ma mai slegata dal contesto bensì in un’ottica di comunità, luoghi accoglienti che non si trasformino in “ghetti”  ma in ambiti dove anche la fatica può trasformarsi in solidarietà. E allora davvero saremo in grado di dare a tutti non solo un letto ma anche la buonanotte.

L’Italia sono anch’io

Non ho dubbi. Se per cittadinanza intendiamo l’insieme dei diritti e dei doveri di un uomo o di una donna ma anche il senso di appartenenza e di identità nei confronti di una comunità, una legge che finalmente riconosca lo ius soli così come nuovamente proposto dal neo-ministro per l’integrazione Cécile Kyenge, non farebbe altro che ufficializzare e riconoscere qualcosa che di fatto esiste già e che, come operatori del sociale, sperimentiamo quotidianamente.

Penso alle classi sempre più colorate e multiculturali dei centri di formazione professionale, alle comunità per minori dove sotto a uno stesso tetto convivono con naturalezza (o almeno ci provano!), tante etnie diverse, penso ai corridoi dei Centri Giovani, spazio di incontro e di espressione per ragazzi e ragazze provenienti da ogni parte del mondo per i quali è sufficiente un biliardino o un torneo di calcetto per sentirsi pienamente “integrati”. Penso ai giovani stranieri che conosco e che si interessano alla politica e all’attualità del nostro Paese, che lavorano e pagano le tasse, che guardano film e leggono libri in italiano pur mantenendo nella mente e con il cuore (a volte non senza fatica) un legame con i loro paesi di origine.

Non sto dicendo che sia semplice, ma il cambiamento è già in atto da tempo, noi dobbiamo solo intercettarlo.

http://www.litaliasonoanchio.it/ L’Italia sono anch’io – Campagna per i diritti di cittadinanza

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(Foto Centro Giovani “RM25” – Rimini)

Cose che nessuno sa. La storia di J. dalla Costa d’Avorio a Rimini

Oltre 3.000 le persone morte in Costa d’Avorio, per una guerra di cui nessuno parla. J. che a 16 anni è dovuto fuggire dal suo Paese per sfuggire a questo terribile conflitto ci aiuta a fare luce su uno dei tanti conflitti dimenticati. J. è uno dei ragazzi che abbiamo accolto a Rimini come Fondazione San Giuseppe nell’ambito del progetto “Emergenza Nord Africa” di cui tanto si è discusso in questi mesi. Ha un’intelligenza spiccata, parla correttamente tre lingue ma è anche molto fragile e, forse anche per questo, la sua storia mi sta particolarmente a cuore.

Cose che nessuno sa. La storia di J. dalla Costa d’Avorio a Rimini

Mentre in Italia viviamo una situazione politica sempre più precaria e complicata, in molte parti del mondo avvengono conflitti cruenti e violazioni dei più basilari diritti umani nella quasi totale indifferenza. Come uscire da questa dimensione autocentrata e far sì che i conflitti nel mondo non vengano ignorati? Lo chiediamo a J., che a soli 16 anni ha dovuto lasciare il suo paese, la Costa d’Avorio, per sfuggire a una terribile guerra civile.

Da quanto tempo sei in Italia e come sei arrivato nel nostro Paese?
Sono in Italia da ormai due anni, sono partito dalla Costa d’Avorio nell’aprile del 2010. Sono arrivato a Rimini un po’per caso, dopo un viaggio attraverso Ghana, Togo, Benin, Niger, Libia per poi sbarcare a Lampedusa. In Italia sono stata accolto prima in una struttura di accoglienza a Riccione e poi a Rimini in una casa per le emergenze, in una comunità per minori e oggi in un gruppo appartamento per neomaggiorenni.

Perché hai scelto di lasciare la Costa d’Avorio?
Purtroppo non l’ho scelto, ma sono stata costretto. Nel 2010 in Costa d’Avorio si è intensificato un terribile conflitto nel quale ho perso tutta la mia famiglia. Anche per me era pericoloso rimanere là, per questo mi hanno consigliato di lasciare subito il mio Paese e sono partito dall’Africa, senza nulla e senza sapere dove andare, insieme a mia cugina.

Qual è attualmente la situazione della Costa d’Avorio?
È una situazione drammatica. Ci sono conflitti etnici e religiosi tra i vari gruppi e le varie etnie del paese (che sono più di 60). La situazione è esplosa dopo oltre vent’anni di grandi disastri politici ed economici. 1993 infatti dopo la morte del Presidente Félix Houphuët-Boigny si è accesa nel Paese una forte lotta per la successione, con un candidato sostenuto dalla Francia, Henri Konan Bédié, che si è autoproclamato presidente creando però nel paese forti tensioni. Nel dicembre 1999 Bédié è stato rovesciato dall’esercito e si è creato un governo di transizione fino al 2002 quando è stato eletto presidente Laurent Gbagbo, ma poco dopo un nuovo tentativo di colpo di stato ha spaccato in due il Paese e tutt’ora permane questa forte divisione tra nord e sud. Le elezioni del 2010 si sono risolte con un nuovo conflitto, per il quale io stesso sono dovuto fuggire, che ha portato 3.000 morti. Attualmente il presidente eletto è Alassane Ouattara mentre Gbagbo è in attesa di processo. Nel 2011 si è avviato un percorso di riconciliazione ma nei fatti continuano massicce violazioni dei diritti umani da parte delle forze armate ivoriane nei confronti dei sostenitori dell’ex presidente Gbagbo (di cui la mia stessa famiglia era sostenitrice). Sento quasi quotidianamente i miei amici in Costa d’Avorio e mi raccontano di continue violenze e di un clima di forte paura.

Pensi che l’Europa abbia qualche responsabilità nei confronti della situazione dell’Africa e del tuo paese?
Assolutamente sì: sia per gli interessi economici che prevalgono sulle logiche umanitarie (basti pensare che la Costa d’Avorio è uno dei principali produttori al mondo di caffè e cacao), sia per le logiche politiche che hanno legato l’Africa all’Europa anche dopo la fine del colonialismo. E poi l’indifferenza totale nei confronti della nostra situazione: da quando sono in Italia non ho quasi mai sentito parlare della guerra in Costa d’Avorio né sui giornali né alla televisione. L’unica organizzazione che denuncia da anni la situazione del mio Paese è Amnesty International.

Cosa pensi si dovrebbe fare per cambiare questa situazione? Come sensibilizzare maggiormente l’Italia sulla condizione del tuo Paese?
Sicuramente informare e far conoscere è molto importante. Raccontare correttamente quello che sta accadendo è un primo passo anche per far capire perché tanti africani sono costretti a lasciare il loro paese e a cercare una vita migliore in Italia o in altri stati dell’Europa.

Come è stato il tuo impatto con la realtà italiana?
La difficoltà più grande per me è quella di crescere e diventare adulto senza una famiglia sulla quale contare. Però qui mi trovo molto bene e vivere in un paese senza avere continuamente paura dello scoppio delle bombe o di guerriglie mi ha aiutato a ritrovare un po’di serenità.

Se pensi al tuo futuro e al futuro del tuo Paese cosa provi?
Ho molta paura. Vorrei tornare nel mio paese, l’Africa mi manca moltissimo, ma so che adesso non è possibile e questo mi fa soffrire. Per la Costa d’Avorio sogno un vero governo democratico e il ristabilirsi di una situazione di pace. Per il mio futuro, nonostante tutto, sono fiducioso perché in Italia ho trovato delle persone che mi hanno accolto e aiutato a credere nei miei sogni e nelle mie capacità. Mi piacerebbe fare lo scrittore o, visto che studio in un istituto alberghiero, lo chef. Penso che la cucina sia un’arte!
Grazie J. e in bocca al lupo da tutti noi.

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini.it/sociale.html

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foto Human Rights Watch