E’buono!

ebuono-facebook1Oggi voglio parlarvi di un progetto, un piccolo grande sogno, che in queste settimane mi sta appassionando moltissimo.

O meglio, non sarò io a parlarvene, ma voglio lasciare la parola a Jennifer: una giovane donna con un passato difficile ma con una forza e una determinazione fuori dal comune e tanta voglia di aiutare altri ragazzi e ragazze che vivono o hanno vissuto situazioni simili alla sua.

A lei allora la parola per raccontarvi il progetto “E’buono” che l’Associazione Agevolando promuove insieme alla Consulta Diocesana di Genova, all’Associazione Ancoraggio e al Consorzio Farsi Prossimo di Milano per l’apertura di gelaterie completamente gestite da ragazzi/e provenienti da esperienze “fuori famiglia”.

Un dolce sogno che non è solo un progetto imprenditoriale, ma un progetto di vita. 

E se vi va di darci una mano e sostenerci in questa avventura, Jennifer vi spiega come votarci e aiutarci a vincere un concorso che potrebbe dare ali al nostro sogno.

Mi chiamo Jennifer, ho quasi 25 anni, sono di Villaputzu (CA) ma abito da 10 anni a Bologna. Mi sono trasferita a Bologna perché i miei genitori non erano in grado di crescere adeguatamente me e i miei fratelli. Sono andata in affido da una parente: avevo 15 anni, ero arrabbiata, avevo bisogno di rielaborare un passato pesante e di curare cicatrici profonde. Così dopo qualche mese con i servizi sociali ho deciso di entrare in una casa famiglia – più comunemente chiamata comunità – in cui sono stata ospite per 5 bellissimi anni.
Quando ho compiuto diciott’anni sono stata fortunata e ho potuto godere del prosieguo amministrativo sino ai 21 anni. Molto spesso però a 18 anni i ragazzi e le ragazze nella mia stessa situazione sono costretti a ritornare nelle loro famiglie d’origine e viene imposto loro di interrompere un percorso molto delicato di rielaborazione ed accettazione… Alcuni di loro sono praticamente lasciati in mezzo ad una strada senza lavoro e senza casa.
Per questo è da quasi 5 anni che sono socia di Agevolando e circa un anno fa sono stata socia fondatrice di Agevolando Sardegna.
Ora ho quasi 25 anni, sono una ragioniera programmatrice e lavoro come impiegata negli acquisti in un’azienda da quasi 5 anni, ho una casa che condivido con un’amica. Ma avrei il desiderio di poter mettere in piedi qualcosa per coloro che non hanno avuto la mia forza e la mia fortuna… Questo progetto di apertura di una gelateria a Bologna vedrebbe il mio sogno realizzarsi: poter aiutare davvero chi si ritrova in situazioni di disagio dopo tanta strada percorsa per uscire dalle tenebre del passato. Il tuo aiuto sarebbe un mattoncino da posare nelle fondamenta di un progetto d’aiuto concreto. Grazie. Jennifer”
 
DSCN3738Come puoi aiutare Jennifer e gli altri ragazzi?
Innanzitutto votando il nostro progetto al link: www.labuonavernice.it/ebuono/.
Puoi votare tramite Facebook (3 punti) o tramite e-mail (1 punto). Si può votare una sola volta, fino al 31 Agosto p.v. Invita anche i tuoi amici a votarci inoltrando questa e-mail o invitandoli tramite Facebook.
Puoi anche fare una donazione (specifica nella causale progetto “E’buono!”).
E per essere sempre aggiornato sugli sviluppi del progetto seguici su: www.agevolando.org.

Abdoul…e una nuova collaborazione con “Punto Famiglia”

person-690354_640-640x336E così inizia una nuova avventura. Se vi va di seguirmi mi trovate ogni due settimane sul portale Punto Famiglia, un importante magazine che si propone di accompagnare e sostenere la famiglia (e poi su Riminisocial2.0), per raccontarvi storie di ragazze e ragazzi che vivono o hanno vissuto “fuori famiglia”. La prima storia che vi racconto è quella di Abdoul, giovane arrivato dal Marocco quando aveva solo 14 anni. Storie che ho incrociato e incrocio ancora grazie al lavoro con la Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS e l’Associazione Agevolando. Storie inventate da me, ma al tempo stesso autentiche perché sempre ispirate alla realtà. Se vi va di seguirmi, leggere e commentare, criticare, discutere…beh, inutile dirvi che per me sarebbe molto bello. Un grande grazie va, come sempre, a chi ha fiducia in me e non smette di offrirmi opportunità e occasioni di parlare di questi temi.

Quando sono arrivato in Italia avevo 14 anni. Ero poco più che un bambino, ma mi sentivo un uomo. Avevo viaggiato per settimane – non so nemmeno dire quante – nascosto in un camion che trasportava pneumatici. La mia famiglia aveva pagato più di 5.000 euro per farmi fare quel viaggio. Abbiamo attraversato il Marocco, la Spagna, la Francia…e infine l’Italia. Il camion mi ha lasciato ai bordi di una strada, nei pressi di Rimini. Era il 12 febbraio e faceva freddo, ma io avevo soprattutto sete. Sentivo dentro lo stomaco come una voragine, qualcosa che mi risucchiava, non riuscivo a capire cosa. Ho cominciato a camminare, non avevo idea di dove mi trovassi e intorno a me vedevo solo scritte in una lingua che non capivo minimamente. Avevo un numero di telefono. Mia madre mi aveva detto di chiamare mio cugino Ahmed appena arrivavo in Italia e che avrebbe pensato lui a me. Su una cosa era stata chiarissima: per nessun motivo sarei dovuto tornare indietro. Continua a leggere

Un etto di luoghi comuni?

roma-141113144703Io non ce l’ho con gli extracomunitari…ma basta. Diamo loro 35 euro al giorno. Li ospitiamo negli alberghi a quattro stelle. E poi il telefonino, il computer… e non sono mai contenti! Ma io dico, è giusto spendere tutti questi soldi per dei clandestini, quando gli italiani fanno fatica ad arrivare alla fine del mese?”.

Et voilà, il lavaggio del cervello è servito. Se anche la signora che incontro tutte le settimane al supermercato ha imparato come in un rosario la litania dei luoghi comuni da sciorinare quando si parla di immigrati, significa che l’annichilimento culturale di cui siamo vittime è ormai irreversibile.

La signora Concetta è una brava donna. Ha superato gli 80 anni, ha lavorato tutta la vita insieme al marito per poter garantire una casa e un aiuto ai suoi figli e ai suoi nipoti.

Vorrei parlare con la signora Concetta di storia e geopolitica. Chiederle di sforzarsi di ricordare se e quanti dei suoi parenti sono partiti agli inizi del ‘900 per l’America o la Svizzera, in cerca di fortuna. Ma potrei anche azzardare una disquisizione più alta e spostare la discussione sul tema del colonialismo, dello sfruttamento indiscriminato delle risorse, sulle nostre responsabilità nei confronti dei paesi in via di sviluppo.

Ma potrei anche parlarle di economia. E cercare di spiegare a Concetta, che sicuramente è sempre stata brava a far quadrare i conti del suo bilancio familiare, che gli stranieri che vivono in Italia non ci sottraggono risorse. Semmai ci fanno guadagnare. Basterebbe leggere con attenzione qualche statistica e qualche dato.

Potrei parlare con questa arzilla signora anche di etica cristiana. Lei va a Messa a tutti i giorni, partecipa alle attività della Parrocchia, per qualche anno ha fatto anche la catechista. Per cui non farà fatica a ricordare quante volte le Sacre Scritture ci parlino di ospitalità dello straniero. Di misericordia. Di porte aperte e non chiuse. Di amore per i nostri fratelli, soprattutto per i più piccoli. Sicuramente queste nozioni Concetta le conosce molto meglio di me.

Ma potrei parlarle anche di welfare, di sistema di accoglienza. Di come vengono utilizzati in realtà quei 35 euro di cui tutti parlano. Di quante brave persone ci siano e di quante realtà del terzo settore (associazioni di volontariato, cooperative…) lavorino seriamente per l’accoglienza. Che non tutti sono viscidi e corrotti come nelle storie emerse da quella vergogna che è “Mafia capitale”.

Mentre si fa affettare un etto di prosciutto e sceglie il formaggio da mettere in tavola questa sera, intorno a Concetta si forma un capannello di persone. Anche loro hanno tutta una serie di luoghi comuni e pregiudizi da impugnare come verità assolute. Anche loro commentano con fastidio la situazione attuale, inveiscono contro il “vu cumprà” che non li lascia in pace un secondo nemmeno al mare. E mentre pensano a riempirsi le pance, commentano con disprezzo le vite di chi di fame e di sete rischia ogni giorno di morire.

Anche con loro vorrei fermarmi a parlare un poco. Leggere i dati sull’evasione fiscale in Italia, e in particolare nella provincia di Rimini. Commentare con lo stesso disprezzo le scelte di tanti uomini (quasi sempre sposati e con un buon lavoro) che alimentano il mercato del turismo sessuale e dello sfruttamento della prostituzione, anche minorile. Parlare di infiltrazioni e connivenze mafiose. Di quanto sia doloroso essere discriminati ed emarginati.

Ma so che non ne varrebbe la pena. Qualunque cosa possa dire non farà cambiare loro idea.

C’è una cosa di cui mi piacerebbe però parlare con Concetta e con gli altri. Anzi, una cosa che mi piacerebbe fare insieme a loro. Mi piacerebbe accompagnarli a casa di Ahmed, sedersi al tavolo con lui, prendere un caffè e farsi raccontare la sua storia. Mi piacerebbe che lo guardassero negli occhi quando racconta della famiglia lontana, dei figli che forse non rivedrà più, del dolore e della paura che hanno attraversato la sua esistenza. Di un paese che ama, ma dove non potrà più tornare. Mi piacerebbe che incontrassero Mustafa, che è poco più che maggiorenne, e che deve cavarsela da solo lontano dal suo paese e dai suoi affetti. Mi piacerebbe che raccontasse loro del suo viaggio. Del mese che ha trascorso nel deserto. Degli abusi e delle violenze che ha subito quando era solo un bambino. Di quando ha rischiato di morire per un’intossicazione perché sulla nave che lo ha portato in Italia gli hanno dato da mangiare del pesce avariato.

Ma ormai è tardi. Mentre la mia mente è affollata da questi pensieri, Concetta ha già finito la sua spesa ed è in fila alla cassa per pagare. Forse mentre tornerà a casa, Ahmed le cederà il posto sull’autobus. Forse i pomodori che mangerà stasera, li avrà raccolti Mustafa, lavorando per tante ore al giorno sotto al sole per poco più di qualche spicciolo.

Ma Concetta continuerà a struggersi per le ingiustizie che crede di subire. Perché è più facile trovare un nemico che guardarsi dentro o intorno e cercare, davvero, di capire.

Silvia Sanchini

Pubblicato originariamente su: http://www.newsrimini.it/2015/07/un-etto-di-luoghi-comuni/

Cio’che inferno non è. Alessandro D’Avenia racconta Padre Pino Puglisi

cio-che-inferno-non-e-900Padre Pino Puglisi, per tutti 3P, era una persona che non semplificava la vita delle persone che incontrava, semmai la rendeva più complicata. Sacerdote del quartiere Brancaccio di Palermo, insegnante di religione, all’aula insegnanti preferiva decisamente il corridoio, dove incontrare i suoi studenti. Lui era fatto così. Era una persona capace di aiutarti ad abitare il tuo volto con autenticità, a non indossare maschere. Soprattutto in quella fase della vita, l’adolescenza, in cui dirsi il proprio io è così difficile. Don Pino sapeva amare e farsi custode della vita degli altri.

A raccontarcelo così è Alessandro D’Avenia, che a Pino Puglisi ha dedicato il suo ultimo romanzo: “Ciò che inferno non è”, presentato a Rimini lo scorso 12 Giugno nell’ambito del Festival di letteratura per ragazzi “Mare di Libri”.

Davanti a una platea bellissima e attenta di giovani lettori, D’Avenia ha reso omaggio a un uomo piccolo ma grande, che ha trasformato il destino in una destinazione, fino alla tragica morte per mano mafiosa, nel giorno del suo compleanno.

Nel cammino della vita, così pieno di pericoli e difficoltà, l’incontro con i “maestri” è una vera benedizione, un aiuto necessario. Di testimoni così i più giovani però ne incontrano sempre meno. Ma Padre Pino è stato capace di indicare una direzione. E lo ha fatto in un quartiere drammaticamente difficile (io l’ho visitato e lo ricordo molto bene), dove sembra non esistano spiragli e fessure in cui la luce possa penetrare. Ma per Padre Pino la bellezza e la grazia abitavano anche quei vicoli, quelle case. Anzi, forse di più. La bellezza dei bambini e degli adolescenti di strada con cui ogni giorno trascorreva il suo tempo e ai quali aveva dedicato uno spazio in cui ritrovarsi, il Centro “Padre Nostro”. La bellezza di tante giovani donne, spesso ragazze madri, a cui la vita aveva insegnato troppo presto cosa significano il dolore e la violenza, e che Padre Pino accoglieva come un padre. La bellezza di quei volti a cui troppe volte era stata sottratta la speranza e che per lui erano diventati vera ragione di vita.

Nel suo libro D’Avenia cita un proverbio molto evocativo della tradizione araba: “Chi semina datteri non mangia datteri”. Un apparente paradosso, che in realtà descrive molto bene la vita di uomini come Pino Puglisi. Un vita in cui l’amore è un gioco a perdere, ma capace di vincere su tutto. Padre Pino ha sempre sorriso a tutti, persino al suo assassino mentre lo stava uccidendo, perché dentro di lui la morte aveva già vinto da tempo. In lui la pianta di datteri aveva già portato frutto, perché non si era mai stancato di seminare. Nonostante la fatica, le delusioni cocenti, la paura. Con una sola certezza e cioè che “se metti amore dove non ce n’è, raccogli amore”. Una perfetta sintesi di ogni esperienza educativa.

Per questo che qualcuno abbia il desiderio di narrare la sua storia, e tanti altri di leggerla e ascoltarla, è oggi così urgente e necessario.

Silvia Sanchini

Pubblicato per: http://www.newsrimini.it/2015/06/padre-pino-puglisi-raccontato-da-alessandro-davenia/