Sfide dell’umanità, paradigmi di umanesimo

DSCN9101“Sfide dell’umanità, paradigmi di umanesimo” è il titolo della tre giorni di riflessione, studio, confronto promossa dal gruppo ‘Cristiani in Ricerca’ in collaborazione con la FUCI e con il MEIC questo fine settimana al Monastero di Camaldoli. Inserendosi nella cornice ecclesiale più ampia di preparazione al Convegno di Firenze, obiettivo dell’incontro è stato quello di riflettere sulle sfide che l’umanità affronta nel tempo presente in diversi ambiti del sapere a partire da un dato essenziale per i cristiani: riconoscere l’umanità di Dio come centro del Vangelo.

Premessa metodologica è stata una riflessione sul tema della ricerca condotta da Beppe Elia, presidente del MEIC, che ha sottolineato come questa dimensione sia ancora poco presente nelle comunità parrocchiali che tendono ad offrire risposte piuttosto che a stimolare interrogativi, e ha evidenziato invece il valore della provvisorietà, dell’inquietudine (ben diversa dall’irrequietezza) e della diversità. Anche Matteo Ferrari, monaco camaldolese, ha approfondito il tema a partire da una duplice lettura del Vangelo di Marco: un piano di tipo esegetico ricercando tutte le volte in cui la parola “cercare” compare nel testo e un piano più nascosto di lettura del secondo Vangelo come continua ricerca di Gesù, che trova un’unica via autentica di realizzazione nella sequela.

Continua a leggere

#LettoDaMe: “L’adulto che ci manca” di Armando Matteo

A.Matteo (2014), L’adulto che ci manca. Perché è diventato così difficile educare e trasmettere la fede, Cittadella Editrice, Assisi, p. 112.

“Ecco dunque cosa manca nell’adulto che ci manca: la responsabilità verso il mondo in cui ha introdotto i figli e la responsabilità verso i figli che ha introdotto nel mondo”.

adultoPerché il messaggio evangelico non fa più breccia nel cuore delle giovani generazioni? Come mai sono così distanti dalle pratiche di fede e di preghiera? E le donne, da secoli fortezza e presenza silenziosa nella Chiesa, che fine hanno fatto? Perché iniziano anche loro a dileguarsi dal panorama delle nostre parrocchie? Che ne è stato del dialogo tra le generazioni?

Tante le domande che in questi anni nei suoi studi e nelle sue pubblicazioni Armando Matteo, teologo e assistente della FUCI dal 2005 al 2011, si è posto.

Le numerose questioni educative, culturali e pastorali sollevate in questi anni che hanno stimolato in noi e nella comunità ecclesiale così ampio dibattito e interrogativi, sembrano trovare però un comune denominatore nel tema scelto per la sua ultima fatica editoriale.

“L’adulto che ci manca” è la perfetta descrizione di un mondo adulto che non è più come quello di una volta, il ritratto di una generazione – in particolare quella nata tra il 1946 e il 1964 – che appare oggi incapace di educare e trasmettere ai più giovani i contenuti della fede.

Una generazione incatenata al mito dell’eterna giovinezza, incapace di mostrare ai più giovani la bellezza e l’affidabilità della vita adulta, una generazione di “Peter Pan” e “Campanellino” che “amano più la giovinezza che i giovani” (p.20).

Il volume, agile e come sempre appassionante, oltre a riportare alcune delle riflessioni sviluppate da Armando Matteo in questi anni, è anche un’efficace sintesi di alcune delle ricerche e delle pubblicazioni più autorevoli sul tema condotte in questi anni da diversi studiosi: da Umberto Galimberti a Francesco Stoppa, da Massimo Recalcati a Franco Garelli, solo per citarne alcuni, senza dimenticare uno sguardo ad autori più classici, come Romano Guardini e Hannah Arendt.

All’idolatria della giovinezza tipica della nostra società corrisponde, paradossalmente, l’oblio dei giovani, sempre più ai margini della società e irrilevanti anche numericamente. Una generazione in panchina, fuori dal recinto (Castegnaro). E accompagnati da adulti “sempre meno all’altezza della loro esistenziale vocazione educativa e generativa” (p.41).

Il quadro è lo stesso anche in campo ecclesiale, dove si riscontra una forte estraneità dei più giovani alla religione. Una triplice crisi: dell’autorità, dell’amore e del desiderio che rende sempre più difficile educare e trasmettere la fede. Un “deserto che cresce sotto la spinta di logiche neocapitalistiche e per nulla interessate all’umano e alla sua felice destinazione” (pag. 104).

Eppure anche in questo scenario così complesso possiamo scorgere un orizzonte incoraggiante e di speranza nell’osservare come le giovani generazioni questo deserto stiano “imparando ad abitarlo diversamente, sfidandolo e affrontandolo con pratiche di nuova umanità”. Perché “il deserto può sempre fiorire, annuncia il profeta biblico” (p. 104).

E allora anche la comunità ecclesiale è chiamata in questa prospettiva a giocare la sua parte e a cambiare rotta, facendosi carico di un nuovo compito: quello di rievangelizzare l’adultità.

Il merito di questo testo, così come dei precedenti volumi di Armando Matteo, è quello di non offrire soltanto un’analisi – seppur lucidissima – del contesto attuale ma di offrire altresì delle risposte, delle suggestioni, delle direzioni di lavoro e di impegno valide per il mondo adulto e per tutta la comunità ecclesiale. Riflessioni che chiamano in causa ciascuno di noi ricordandoci sempre che il vero antidoto ad ogni idolo postmoderno, come lo stesso Papa Francesco ci ha indicato, è uno soltanto: la “grande gioia di credere”.

Silvia Sanchini

in: “Ricerca – Bimestrale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana”, Numero 11/12- Novembre/Dicembre 2013

http://ricerca.fuci.net/22/02/2015/ladulto-che-ci-manca-perche-e-diventato-cosi-difficile-educare-e-trasmettere-la-fede/

La FUCI e Paolo VI Beato

10533450_537902783011232_4681342776724305174_nQuesto è stato un fine settimana di dolce nostalgia e ricordi ma anche di rinnovata responsabilità e impegno, in nuove forme e con uno sguardo più profondo. L’ho dedicato alla FUCI, che si è ritrovata ad Arezzo e Camaldoli per un congresso straordinario sulle orme di Paolo VI (per il quale ringrazio tanto di essere stata coinvolta), e mi sono sentita spiritualmente e idealmente in piazza San Pietro a Roma dove poche ore fa Papa Francesco ha proclamato Paolo VI Beato (qui l’Omelia di Papa Francesco).

Mi ha commosso vedere come in un tempo improntato spesso solo al consumismo e all’apparire, ci sia una gioventù controcorrrente, capace di affidare le sue energie migliori e il suo intelletto all’impegno nello studio e nell’associazionismo, che sceglie di consacrare questo tempo così propizio alla propria crescita non solo culturale ma anche spirituale e umana. Non sono d’accordo con chi crede che la FUCI sarebbe una realtà più numerosa e significativa se abbassasse un po’ il “tiro” della sua proposta, perchè credo che esistano ancora studenti capaci di meritarsi e desiderosi di sperimentare una proposta alta, non perchè snob o elitaria, ma perchè orientata al bene e al meglio.

Alla FUCI di Giovanni Battista Montini e di Igino Righetti, non ci stancheremo mai di dirlo, dobbiamo tanto: un metodo, una struttura, una definita spiritualità dello studio e della ricerca. Le sue parole e i suoi scritti sono stati e continuano ad essere la nostra bussola, i nostri compagni di viaggio più cari, anche rischiando a volte di essere un po’ ripetitivi ed autoreferenziali…ma sempre nella certezza di quel debito di riconoscenza immenso che sempre proviamo nei confronti di quello che sarebbe stato uno dei Papi più discussi e contestati del secolo scorso ma anche più innovativi e profetici.

E allora, con Papa Francesco e con tutta la Chiesa, anche io dico grazie a Montini e sono felice di averlo ricordato a Camaldoli, luogo che gli era così caro e di averlo invocato insieme alla FUCI di oggi (qui il Messaggio di Papa Francesco alla FUCI). Con tutti i nostri limiti e le nostre fragilità se possiamo guardare ancora avanti è proprio grazie a questi “giganti” che tengono noi “nani” sulle loro spalle e ci permettono di non perdere mai di vista il vero orizzonte e il vero significato del nostro impegno.

Credits: La prima immagine è di Ernst Gunter Hansing ed è tratta dalla Collezione Paolo VI, l’ultima fotografia è stata presa invece dalla pagina Facebook della FUCI.

65776_10204989643687987_3553622548742610005_n 1912215_10204984642322956_2246659002191838969_n 10505405_10204992036107796_7404399039413306271_n

 

 

1457477_808775379187193_7465860617222259107_n

Dieci buoni motivi per andare a Camaldoli

20140601_083213Di ritorno da un fine settimana a Camaldoli per parlare di “Secolarità del Cristianesimo. Responsabilità e competenza dei laici” con il gruppo di “Cristiani in ricerca”, ecco i miei dieci buoni motivi per cui vale sempre la pena trascorrere qualche giorno in uno dei Monasteri benedettini più importanti e apprezzati d’Italia.

  1. Per chi crede: per approfondire i contenuti della propria fede, in un clima di autentico dialogo, confronto, libertà, per riscoprire il gusto di una liturgia curata e partecipata, perché qui è possibile approfondire la conoscenza della Scrittura e della teologia con i migliori studiosi d’Italia.
  2. Per chi non crede o per chi è in ricerca, allo stesso modo, per confrontarsi con una realtà libera da pregiudizi, capace di mettersi in ascolto sincero e di confrontarsi.
  3. Per chi ama la natura, perché il Casentino è uno dei paesaggi più verdi e rilassanti d’Italia, cornice ideale per qualche giorno di riposo a contatto con l’ambiente.
  4. Per chi ama la buona cucina, perché tra affettati, porcini e schiacciate c’è l’imbarazzo della scelta. E se qualcosa rimane sullo stomaco, basta un buon bicchierino di Laurus 48 per digerire tutto.
  5. Se cercate un po’ di solitudine e silenzio, se avete bisogno di uno spazio in cui ritemprarvi e trovare voi stessi. A Camaldoli scordatevi televisione, rete per i telefonini, wi-fi. Per ricordarsi che c’è vita senza smartphone! E se volete vivere davvero un’esperienza ritirata, non perdete le possibilità di fermarvi qualche giorno all’Eremo.
  6. Se cercate invece compagnia e volete fare nuovi incontri, perché potete scegliere tra una vasta gamma di corsi, proposte, settimane di studio, cultura e spiritualità specifici per ogni fascia d’età, dalle proposte per i più giovani a quelle per gli adulti, in cui ritrovarvi a riflettere con persone provenienti da tutta Italia e non solo.
  7. Per sfatare molti pregiudizi e stereotipi sulla vita monastica. Se pensate ai monaci come persone serie, silenziose, staccate dal mondo qui potrete ricredervi e trovare invece una comunità accogliente e ospitale, variegata e curiosa, divertente e un po’stralunata, impegnata nelle attività più disparate: dallo studio al lavoro agricolo, dalla gestione della Foresteria alla preparazione dei prodotti per la celebre Farmacia.
  8. Se amate l’arte e la storia, perché la Toscana è da sempre culla della cultura e qui potrete trovare tante chicche: da una tela di Vasari alle opere di autori contemporanei che qui scelgono di esporre i loro dipinti, le loro fotografie, le loro sculture.
  9. Se amate i libri: la libreria del Monastero, recentemente rinnovata, è un luogo speciale dove trovare una vasta selezione di titoli, accuratamente scelti, non solo legati all’esperienza monastica ma anche libri di storia e cultura, narrativa, libri per bambini, biografie.
  10. Per don Benedetto Calati, per proseguire la tradizione della FUCI iniziata con Montini, per fare lunghe passeggiate, per vedere un luminosissimo cielo stellato, per le tisane con il miele…e per tutti gli infiniti altri motivi che ciascuno potrà scoprire e trovare in questa oasi di pace che da più di mille anni è punto di partenza e approdo sicuro per tanti che hanno la fortuna di passare anche solo per caso di qua.

20140601_103304 20140601_083907

Una nuova alleanza tra le generazioni. Il Rapporto Giovani 2013 a Rimini

ImmagineSi parla molto di giovani in Italia, soprattutto negli ultimi anni. Ma poco si fa ancora in concreto per dare vere risposte alle nuove domande di cui le giovani generazioni sono oggi portatrici. Il “Rapporto Giovani”, curato dall’Istituto Giuseppe Toniolo, muove proprio da questa consapevolezza: per offrire risposte è innanzitutto necessario mettersi in ascolto del mondo giovanile, superare luoghi comuni e letture parziali della realtà, effettuare una osservazione e analisi autentica dei cambiamenti in atto. Ecco quindi l’idea di un Osservatorio per conoscere e migliorare la condizione dei Millenials, cioè di quei giovani under 30 che sono diventati maggiorenni dopo il 2000. Una ricerca condotta operativamente da Ipsos nel 2012 su un campione di 9.000 persone tra i 18 e i 29 anni in tutto il territorio nazionale.
Gli esiti di questa indagine, pubblicati nel volume “La condizione giovanile in Italia” (Il Mulino 2014), sono stati presentati a Rimini lo scorso 11 Aprile grazie a un’iniziativa del Centro Culturale Paolo VI in collaborazione con l’Istituto Toniolo e con il patrocinio del Comune di Rimini. L’incontro dal titolo “Giovani: non spettatori ma protagonisti. Ma misi me per l’alto mare aperto… (Inferno XXVI,100)” è stato realizzato nella significativa cornice dell’Aula Magna dell’Università di Bologna – Campus di Rimini.

“Ci sono molti luoghi comuni sui giovani” – ha evidenziato Paola Bignardi, pedagogista e coordinatrice del progetto – “ma il Rapporto ha messo in luce come i giovani siano molto meno schizzinosi e bamboccioni di come li descriviamo o vogliamo credere… Esiste piuttosto uno scarto profondo tra la realtà, sempre più complessa e precaria, e i desideri di autonomia e appartenenza che sembrano abitare il cuore dei più giovani“.

“Un altro dato colpisce profondamente nella ricerca: l’assenza di fiducia che i più giovani ripongono nel mondo adulto. I politici sono all’ultimo posto in questa classifica mentre è straordinario il successo riscosso da una figura come quella di Papa Francesco, anche per i giovani che si dichiarano non credenti. Questo ci dice molto delle responsabilità del mondo adulto e di come i più giovani siano in cerca soprattutto di figure di riferimento coerenti e credibili”.

“Tra gli stimoli che il Rapporto Giovani offre” – ha commentato poi Giuseppe Savagnone, docente di formazione politica al “Centro Arrupe” di Palermo – “vi è sicuramente la necessità di ripensare al rapporto tra autonomia e libertà. Ci crediamo più liberi rispetto al passato, e in parte sicuramente lo siamo, ma dimentichiamo un aspetto fondamentale della libertà: non c’è libertà senza l’altro! Senza l’altro anche il mio io appassisce e i desideri si spengono. Il concetto di libertà si lega indissolubilmente a quello di responsabilità. Spesso il mondo adulto si pone davanti ai giovani completamente a mani vuote. Deve invece riscoprire la capacità di offrire alle nuove generazioni desideri profondi e motivi veri per cui la vita valga la pena di essere vissuta…

Ha concluso Emilio Rebecchi, psichiatra e psicoterapeuta, evidenziando la presenza di un altro aspetto fondamentale messo in luce nel Rapporto: “Non può esserci autonomia senza lavoro, e questa situazione di fatica e precarietà che vivono tanti giovani dal punto di vista lavorativo è uno dei limiti più forti alla loro realizzazione ed emancipazione. Dobbiamo tornare a trasmettere ai più giovani che non sono i consumi che contano, ma i valori”.

I tre relatori sono stati sollecitati nella loro presentazione anche dalle domande di alcuni gruppi giovanili presenti, in particolare l’Associazione universitaria Slash e la Gioc (Gioventù Operaia Cristiana) riminese. Tanti i temi sollevati dai portavoce delle due associazioni, Luca Carrai e Davide Melucci, che hanno innanzitutto evidenziato la mancanza di positività che il mondo adulto spesso trasmette ai più giovani e che li porta a chiudersi in se stessi e all’apatia ma anche la mancanza di ascolto, dialogo e spazio per il protagonismo delle nuove generazioni e la mancanza di una solidarietà intergenerazionale che andrebbe invece riscoperta e ricostruita. Perché i giovani ci sono e hanno voglia di impegnarsi, anche per gli altri.

Suggestive le risposte. Se è vero, infatti, che è necessario un ripensamento del rapporto tra le generazioni a partire innanzitutto da una revisione del mondo adulto e delle istituzioni (politiche, educative, ecclesiali), è altrettanto vero che anche ai più giovani è richiesto di riscoprire la capacità di pensare e pensarsi nel futuro, scrutando il mare come Telemaco che attendeva il ritorno del padre Ulisse.
Solo da una nuova alleanza tra adulti responsabili e giovani capaci di guardare oltre l’orizzonte sarà possibile provocare dei cambiamenti positivi e offrire nuove e reali possibilità.

Silvia Sanchini

www.rapportogiovani.it
www.paolosestorimini.org

in http://www.newsrimini.it/sociale

Addio Margherita

La scomparsa di Margherita Hack mi riempie di malinconia. E’stata una donna straordinaria, un modello nello studio e nella vita, di quelli di cui l’Italia e tutti noi abbiamo davvero bisogno. Ho avuto il grande privilegio di intervistarla insieme alla mia amica Ada per il libro che ho curato per l’editrice AVE: “Io farò, io sarò. Viaggio curioso nel mondo delle professioni“. Ecco un estratto dell’intervista.

Come hai scoperto la passione per la scienza, e in particolare per l’astrofisica?

Ho sempre avuto una predilezione per le materie scientifiche e soprattutto per la fisica sin dai tempi della scuola…nonostante un anno sia stata rimandata in matematica! Ho sempre fatto il mio dovere a scuola ma non sono mai stata la prima della classe. L’amore per lo studio e la ricerca li ho scoperti in seguito. Terminato il Liceo classico mi sono infatti iscritta alla Facoltà di Lettere…ho resistito appena un’ora. Ho capito che la mia vera passione era la fisica e mi sono trasferita alla Facoltà di Fisica dell’Università di Firenze. Qui tra osservazioni, telescopi, lastre e montagne di libri…ho capito davvero cosa voleva dire fare ricerca e che mi sarebbe piaciuto fare proprio questo nella vita. Mi sono laureata con una tesi in astrofisica grazie al giovane assistente Mario Gerolamo Fracastoro, molto disponibile ed entusiasta…anche perché ero la sua prima tesista!

Essere donna ha influito sul tuo percorso professionale?

Non credo. Certo, fino a qualche tempo fa, esisteva un pregiudizio nei confronti delle donne, si pensava che fossero più portate per le materie umanistiche piuttosto che per quelle scientifiche. Niente di più falso, era infatti solo un problema di accesso agli studi (liceali e universitari) che per tanto tempo è stato loro negato. Oggi invece sempre più donne possono emergere in questo campo, basti pensare che oltre la metà dei ricercatori sono donne.

A questo proposito, il tema della ricerca è molto attuale oggi in Italia. Pensi che ci siano reali opportunità per i giovani di impegnarsi in questo campo?

Purtroppo da parte di chi ci governa c’è troppa poca cultura in questo senso. Non ci si rende conto dell’importanza della ricerca. Si parla tanto di innovazione per poi fare tagli sempre più ingenti alla scuola e all’università, un vero controsenso. Fare ricerca oggi in Italia è diventato davvero difficile, anche gli stipendi dei ricercatori sono molto miseri rispetto agli altri paesi europei.

Cosa pensi dei giovani di oggi? Hai qualche consiglio da dare per appassionarli allo studio della scienza?

Penso che i ragazzi di oggi non siano né migliori né peggiori di un tempo. La gioventù è sempre la stessa. Io ho molta fiducia nei giovani. Bisogna educarli a seguire le proprie passioni, le proprie inclinazioni, i propri interessi personali… e soprattutto far scoprire loro che la scienza può essere anche una cosa piacevole e divertente.

Ada Serra e Silvia Sanchini

Qui la versione integrale: http://www.editriceave.it/catalogo/news/416/

ImmagineE

Foto Repubblica.it