È buono, il nuovo gelato di Bologna

èbuono_gelatoNel rione Cirenaica di Bologna si trovano i primi resti dell’insediamento etrusco in questa zona. È anche il quartiere di alcune delle osterie fuori porta bolognesi più famose, ritrovo abituale in passato di artisti come Dalla, Gaber, Guccini. Proprio Guccini ha abitato qui, in via Paolo Fabbri, dedicando alla sua strada il celebre album nel 1976.

Questo quartiere vivace, ricco di storia e cultura, da qualche tempo è sede di una nuova gelateria. La bottega di “È buono”, in via Palmieri 37, porta non solo la novità di un gelato gustoso e naturale ma unisce all’aspetto commerciale un valore etico e sociale. Il gelato che qui si produce e si vende è infatti l’ultimo anello di una catena di buone scelte: a partire dalle materie prime, selezionate perché a km0 o provenienti da filiera sociale. Per poi passare ai metodi di lavorazione, tradizionali, per mantenere intatti sapori e proprietà degli ingredienti. Infine la scelta di offrire opportunità lavorative a giovani provenienti da situazioni di vulnerabilità.

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Ph. E’buono

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Non c’era posto

non-cera-posto-per-loro-nellalbergobuon-natale-a-chi-non-ha-nullama-in-fondo-ha-tuttoperche-sa-fare-posto-agli-altri“Non c’era posto per loro nell’albergo”.

È il versetto del Vangelo che ha risuonato con più forza nel mio cuore in questo tempo di attesa.

Non trovare posto, rimanere fuori, non sentirsi parte di qualcosa. A tutti è capitato di soffrire a causa di uno di questi motivi.

Ho pensato a chi non trova posto.

C’è Mario, che anche oggi ha bevuto fino a stare male. E così, come spesso accade, non troverà posto neppure in un dormitorio stanotte. Sono le regole, e lui passerà la vigilia di Natale sulla strada.

Oppure Ronald che ha ripreso la stessa nave che lo aveva portato, minorenne e solo, qui a Rimini dall’Albania. Ronald non aveva amici o parenti, difficoltà a capire e adattarsi, non era mai andato a scuola. Qui in Italia per lui non c’era posto, nessuna soluzione o disponibilità ad accoglierlo una volta divenuto maggiorenne. È tornato in quella baracca di legno in cui è cresciuto, senza futuro o opportunità.

Marica è una ragazzina con autismo. I suoi genitori, quotidianamente, si sentono dire che non c’è posto. A scuola, dove trovare una classe giusta per lei è difficile. A un corso di ballo, in cui non se la sentono di accettarla, anche se Marica quando sente la musica è felice e leggera. A volte persino in parrocchia, perché – spiegano i catechisti – è troppo difficile inserire Marica nel gruppo degli altri ragazzi.

Ma poi penso anche a Barbara. Che da più di vent’anni accoglie in affido bambini e ragazzi nella sua famiglia. A quel bimbo con sindrome di down che, alla fine, è diventato suo figlio.

E penso a Ugo, che in Sardegna dà un’opportunità a qualcuno che difficilmente troverebbe posto da solo nel mondo del lavoro.

Penso ad Agnese, che ha trovato spazio nel suo cuore per il perdono.

Ai ragazzi e alle ragazze “fuori famiglia” che non hanno avuto paura di ricominciare. Perché, scrivono, “le nostre storie rimangono ma non ci devono schiacciare”.

La voce del “non c’è posto per voi” è sicuramente più forte. Ma c’è una rivoluzione silenziosa di cui nessuno, forse, parlerà ma che come quel bambino nato in una mangiatoia ha la forza di cambiare il mondo.

È la rivincita di chi non ha nulla, ma in fondo ha tutto, perché sa fare posto agli altri.

Buon Natale. Silvia

 

Jerreh, fuggito dal Gambia, ha imparato a leggere e ha scritto un libro per aiutare i ragazzi come lui

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Mi chiamo Jerreh, ho 19 anni e da quasi tre vivo in Italia. Ecco alcune cose che ho scoperto in questo strano e bellissimo paese. Innanzitutto ho scoperto che quando in Italia ti danno un appuntamento e ti chiedono di essere puntuale…non è un modo di dire! Se l’appuntamento, per esempio, è alle 10 le persone si aspetteranno davvero che tu arrivi per le 10.

Seconda scoperta: in Italia si mangia la pasta, ogni giorno! Il secondo giorno che mi trovavo in Italia ho mangiato un piatto di spaghetti al pesto: era la prima volta che li mangiavo e non mi sembravano per niente buoni, ma li ho mangiati tutti perché erano stati così gentili a prepararli per me.

In questo paese, infatti, esistono dei posti, delle vere e proprie case, in cui i ragazzi minorenni che arrivano in Italia da soli possono essere accolti. In queste case ci sono degli educatori e, a volte, dei volontari. C’è anche un assistente sociale, che incontri ogni tanto e che ti dà dei consigli su cosa fare.

Io in comunità a Parma ho incontrato Vanessa, la mia educatrice, che oggi è anche un’amica e la persona di cui mi fido di più. E ho conosciuto Roberto, il mio “secondo papà”, è stato lui a insegnarmi a leggere e a scrivere e a invitarmi a raccontare la mia storia in un libro.

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La solidarietà non basta più

emmanuelSchierarsi dalla parte di Emmanuel (l’uomo nigeriano ucciso a Fermo da un ultrà che aveva insultato e deriso la sua compagna) è importante, ma non basta.
Da tempo ci siamo abituati a linguaggi e scelte razziste e violente, anestetizzati persino al dolore e alla morte. L’Estate scorsa abbiamo avuto bisogno della morte di un bimbo di 3 anni, Aylan, per aprire gli occhi (il tempo di un caffè o poco più) sulla tragedia della Siria e sull’inferno di Kobane.

È servita la morte di Emmanuel per ricordarci quello che Boko Haram sta facendo in Nigeria.

Qui a Rimini abbiamo dovuto assistere impotenti alla morte assurda di Petrit (l’uomo ferocemente freddato in strada da tre uomini perché aveva osato difendere la nipote vittima di violenze) perché qualcuno si accorgesse che l’integrazione per alcuni uomini e alcune famiglie è già una realtà.
Se c’è qualcosa di ancora più drammatico di queste morti, è il fatto che siano necessarie delle simili circostanze per toccare le nostre coscienze e ricordarci la nostra umanità.

I morti nel Mediterraneo non ci indignano più. Quello che accade nel mondo sembra non riguardarci.
Solo le morti violente ci ricordano di aprire gli occhi e ci mettono in discussione?

È necessario fare un passo in più capovolgendo il nostro tradizionale punto di vista, rinnovando il nostro sguardo. Senza retorica o buonismi, ma con tutta la fatica che nel quotidiano queste scelte comportano.
Servono risposte diverse da parte della politica e delle istituzioni. Ci sono tante esperienze di generosità e accoglienza che vanno raccontate e valorizzate, perché non prevalga una narrazione distorta del fenomeno migratorio e perché le “chiacchiere da social” non vengano scambiate con la realtà.

Serve un linguaggio diverso, perché anche le parole accendono l’odio. Non possiamo infatti negare che anche alcuni media e la politica abbiano in questi anni contribuito a legittimare razzismo e rancore.
Serve maggiore impegno da parte di tutti nel quotidiano per riscrivere una “nuova grammatica dell’umano” (Enzo Bianchi) e riscoprire nuove pratiche di condivisione e umanità.
Altrimenti anche questa ondata di indignazione e solidarietà sarà inutile.

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Comunicare il sociale…si può fare?

social-media-432498_640Raccontare e comunicare il mondo del non profit è un’impresa tutt’altro che semplice. In tanti, con molte più competenze ed esperienza di me, si sono interrogati su questo tema.

Nel mio piccolo, lo sperimento quotidianamente. Basta uno sguardo ai social network (che utilizzo in maniera piuttosto frequente): un post, una foto o un tweet che racconta episodi di vita quotidiana o affronta tematiche magari un po’ più leggere non fatica ad ottenere decine di commenti, condivisioni, likes. E un articolo che ha richiesto ore e ore di lavoro, attenzione, confronto di dati e punti di vista rimane il più delle volte poco letto o addirittura ignorato. Certo non è un “mi piace” in più a misurare la qualità del dibattito o dell’attenzione intorno a certi temi, ma sicuramente può darci qualche segnale.

I rischi della comunicazione nel sociale sono tanti: innanzitutto l’autoreferenzialità, l’idea di sentirsi sempre quelli più buoni o più puri, l’abitudine a cantarcele e suonarcele sempre tra addetti ai lavori utilizzando un linguaggio accessibile a pochi.
Le notizie difficili spesso attraggono solo se trattate in maniera superficiale o morbosa come certa cronaca nera o programmi di (dis)informazione tendono a fare, ma non se affrontate con rigore e professionalità.
Poi c’è il rischio di utilizzare un tono moralistico o, peggio ancora, di voler suscitare pietà nei lettori facendo leva solo sulle loro emozioni.
Dimenticando invece, come spiega bene nel suo piacevolissimo blog Nicola Rabbi, che dobbiamo aiutare a suscitare in chi legge senso di responsabilità, e non senso di colpa.

C’è chi è convinto che il mondo del non profit dovrebbe assimilare sempre più i linguaggi del profit.
Per altri, invece, contaminarsi con diverse esperienze è controproducente e sbagliato.
Ma forse basterebbe cominciare con il raccontare anche il sociale (o almeno parte di questo mondo) in maniera un po’ più pop: il che non significa con leggerezza o superficialità ma, magari, cominciando dallo stare in maniera dinamica e propositiva anche sui social network. O contaminando i propri linguaggi anche con quelli di altri settori: perché anche l’arte, la musica, la natura…possono aiutarci a parlare di disabilità, diritti, sviluppo, cooperazione, accoglienza. Utilizzando il più possibile tutti i media: radio, tv, web e tutti gli strumenti a disposizione: dal video alla fotografia, dai blog alle infografiche. Dando spazio anche ad esperienze positive o a tutte quelle notizie che non trovano spazio sui mezzi di comunicazione tradizionali.

Come operatori del sociale siamo certo molto più proiettati sul fare, che sul raccontare. Concentrati sull’operatività, pur necessaria, ma che non può esistere senza essere affiancata dalla capacità di leggere e approfondire e, di conseguenza, anche mettersi in gioco condividendo un pensiero educativo che possa fare cultura e aiutare a riflettere.
Questi sono solo alcuni spunti, forse ingenui. Ogni contributo, riflessione, critica, domanda arricchirà sicuramente il dibattito e la riflessione. Riusciremo a cambiare almeno un po’ il nostro modo di comunicare (e di pensare) anche grazie al mondo del sociale?

 Per approfondire ulteriormente:

Gong! Il blog di Nicola Rabbi
Non solo profit Il blog di Elena Cranchi
P. Springhetti, Solidarietà indifesa. L’informazione nel sociale, EMI 2008

Silvia Sanchini

Cose belle durante le feste, anche per chi rimane in città

IMG_20150106_180703Certo, partire per qualche meta esotica o alla scoperta di qualche città d’arte sarebbe stato bello e stimolante, ma quest’anno nel periodo natalizio mi sono “accontentata” di quello che aveva offrire il mio territorio e devo dire che non è andata affatto male, soprattutto perchè ho avuto tempo per coltivare relazioni e spendere tempo di qualità con persone care. Tra overdose di presepi e tombole in chiave solidale vi segnalo alcune cose belle viste e sperimentate in questi giorni. Innanzitutto come ogni anno le diverse comunità di immigrati della provincia di Rimini hanno promosso, coordinate dalla Caritas diocesana, la mostra dei “Presepi dal mondo”. Tante e diverse le rappresentazioni della Natività in mostra alla Sala dell’Arengo (in piazza Cavour) che raccontano la cultura e le tradizioni di diversi popoli: e così Gesù Bambino può essere nero o con i tratti sudamericani, indossare abiti tipici dell’Est o nascere in un campo rom. Quest’anno hanno scalato la classifica dei più votati dai visitatori i presepi delle Filippine, del Perù e dell’Afghanistan ma hanno ricevuto una menzione speciale dalla giuria anche l’Associazione Romagna-Irpinia, la Bulgaria e l’Ucraina. Nell’ambito della mostra il 28 Dicembre anche il concerto della Corale Nostra Signora di Fatima: “Waiting for Christmas“. La corale nasce nel 2001 per l’animazione liturgica ed è diretta dal Maestro Loris Tamburini: in repertorio anche numerosi brani della tradizione del Natale che si sono così perfettamente integrati con l’esposizione dei presepi creando una piacevolissima atmosfera.

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Stefano Vitali, un’intervista sociale

10629560_10203971169873863_7164263706057222602_nIn questo momento considero la mia esperienza politica un capitolo chiuso, non perché non mi interessi ma perché non ho trovato un progetto valido da portare avanti. In futuro si vedrà…Il mio percorso politico è sempre stato fatto di occasioni, mai cercate. Non voglio “mangiare” con la politica, ma solo spendermi per dei progetti che ritengo interessanti per il bene comune”.

Comincia così la nostra chiacchierata con Stefano Vitali: per quindici anni amministratore della cosa pubblica prima come Assessore ai servizi sociali del Comune di Rimini e poi come Presidente della Provincia e oggi tornato ad impegnarsi direttamente nella “sua” comunità, la Papa Giovanni XXIII. In particolare il suo impegno è dedicato alla ONG “Condivisione fra i popoli”. È reduce da un due viaggi di ricognizione in Africa: in Tanzania, Zambia e Burundi, presto partirà per il Bangladesh e il Nepal, poi sarà la volta dell’America Latina. Un bel cambiamento di vita, affrontato con molta serenità ed entusiasmo, che ci facciamo raccontare proprio da lui.

Di cosa si occupa nello specifico all’interno della Comunità Papa Giovanni “Condivisione fra i popoli”?

Condivisione è una ONG che segue tutti i progetti che non riguardano le case-famiglia (altra colonna portante della comunità) e in particolare tutte le realtà nate dall’iniziativa dei missionari della Comunità Papa Giovanni XXIII, responsabile di Condivisione è Elisabetta Garuti. Seguiamo i progetti anche da un punto di vista gestionale ed economico cercando di mantenere vivi i contatti con tutte le zone di missione. Non solo: il nostro è anche un lavoro culturale, legato alla rimozione delle cause vere della povertà e sfruttamento e volto a riequilibrare l’opinione pubblica, facendo conoscere direttamente queste realtà. Don Oreste Benzi diceva che non basta mettere la nostra spalla sotto la Croce del fratello, ma dobbiamo contribuire anche a fare in modo che chi ha messo quelle croci non lo possa più fare. Se ci sono 1.300.000 persone in Libia pronte a partire per l’Europa, noi dobbiamo far capire qual è la realtà da cui sfuggono e quali sono le necessità e i problemi veri su cui è necessario intervenire per evitare questi viaggi della disperazione.

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Conclusa la mostra “Infanzia rubata”

P1040205_Si è conclusa con oltre 1.000 presenze l’esposizione fotografica: “Infanzia rubata. Lewis Hine, le immagini che turbarono l’America”, allestita a Rimini dalla Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS presso la Parrocchia di San Giovanni Battista. Incontri, esperienze, storie che si sono intrecciate e unite nel ricordo ma anche nel segno della responsabilità. Sull’esempio di Malala e Satyarthi.

Questa mostra mi ha aperto gli occhi su una realtà che conoscevo troppo poco”, scrive Vanessa. “Pensando a quei bambini io mi sento fortunata”, è il pensiero di Marta. “Oggi purtroppo è come ieri. La mostra ci dice che dobbiamo cambiare, prima di tutto noi adulti”, aggiunge Luigi.

Sono solo alcuni dei commenti che, in questi giorni, gli oltre mille visitatori hanno voluto lasciare al termine della visita alla mostra “Infanzia rubata. Lewis Hine, le immagini che turbarono l’America”.

Turbamento, dolore e rabbia sono stati i sentimenti principali che le immagini del grande fotografo americano hanno suscitato…unite però alla speranza e alla fiducia per i germogli di bene che continuano a fiorire malgrado tutto.

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AgevolanDay: 100 ragazzi fuori famiglia a Riccione per una giornata di festa

10622906_10203563376518208_2809301265907020576_nUn’associazione, Agevolando, nata da solo qualche anno ma che cresce ogni giorno di più. Quasi 100 ragazzi che stanno vivendo o hanno vissuto un percorso in comunità di accoglienza e che provengono da ogni parte del mondo: dal Marocco al Bangladesh, dall’Italia al Senegal, dalla Colombia alla Tunisia. Un gruppo di educatori che mette con pazienza e amore a disposizione una domenica pomeriggio per stare insieme ai ragazzi. Sei squadre di calcetto agguerritissime in arrivo da Ferrara, Bologna, Cesena e Rimini. Un nutrito ed entusiasta gruppo di volontari di Rimini ma anche di Bologna e Trento. Un luogo bellissimo, lo Stadio del Nuoto di Riccione, che ci ospita gratuitamente per darci l’opportunità di realizzare questa iniziativa.

Tutti questi tasselli danno vita insieme a quel mosaico coloratissimo e un po’ caotico che è “AgevolanDay”, la festa nazionale dei ragazzi che (per un po’) non vivono nella loro famiglia. Giunta alla sua quinta edizione questa festa itinerante ha scelto come destinazione quest’anno la Provincia di Rimini, dove da più di un anno è nata una vivace sede dell’Associazione grazie alla collaborazione con la Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS. Qualche tessera del nostro mosaico nella giornata era sbagliata o è andata persa: è normale, in una festa di questo tipo, gli imprevisti non mancano. Ma alcuni tasselli invece si sono inseriti a meraviglia: a partire dalla incantevole giornata di sole, merce rara in un’Estate così meteorologicamente imprevedibile.

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La storia di Mohammed, il mio augurio di buona Pasqua

Una storia di dolore e resurrezione. E’la storia che mi piace raccontarvi e condividere con voi per augurarvi davvero una gioiosissima e Santa Pasqua!

Il fondo per il lavoro…al lavoro. La storia di Mohammed.

immigrati_lavoro.jpgImmaginate di trovarvi in un paese che non è il vostro, senza conoscere la lingua, i vostri cari lontani. È la storia di tanti ragazzi giovanissimi che, soli, raggiungono l’Italia con un unico grande obiettivo: trovare lavoro e aiutare la propria famiglia. È la storia di Mohammed (nome di fantasia, ndr), che quando è arrivato a Rimini dopo un viaggio rocambolesco era ancora minorenne e aveva una storia dolorosissima, ma aveva anche le idee molto chiare sul da farsi. Il suo percorso ha avuto molti intoppi, molte battute d’arresto.
Non trovare lavoro, essere rifiutato da alcune aziende, il pensiero della propria famiglia in Africa sempre più in difficoltà, ha dilaniato Mohammed per settimane.
Pensieri che si rincorrevano incessanti, paura di aver sbagliato tutto.
Ma anche una certezza che regalava qualche speranza: aver trovato persone che si prendevano cura di lui, che gli volevano bene, di cui poteva fidarsi.
È stato davvero, il caso di dirlo, un lavoro di rete ben fatto.

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