“Mi offrono un incarico di responsabilità…”

CCFUCILo scorso 10 giugno a Roma mi è stato chiesto di riflettere insieme al Consiglio Centrale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) su un tema difficile: l’assunzione di ruoli di responsabilità e di impegno nella Federazione. Non è stato semplice, perché il tema apre numerose piste di riflessione e problematiche, e il rischio di utilizzare un tono demagogico o paternalista era fortemente in agguato. Per fortuna ho ricevuto almeno due grandi aiuti: le parole di don Matteo Ferrari, che ha anticipato il mio intervento con una riflessione sul discernimento (più che una riflessione, una vera e propria regola di vita che dovremmo tutti fare nostra) e che ha aperto il cuore e la mente di tutti noi all’ascolto, in secondo luogo l’apporto di tanti amici a cui ho chiesto aiuto per costruire quest’intervento. Che considero quindi una riflessione corale, che ancora una volta mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con persone con cui condividiamo lo stesso sentire[1].

Che cosa significa assumere un incarico nella Federazione? Come devono essere scelti i responsabili? Come sollecitare un servizio?

Questo è un tema importante, ma non l’unico. Da tanto tempo se ne dibatte in FUCI, si cercano soluzioni, ci si confronta. Ma non può diventare il centro di ogni dibattito, si corre altrimenti il rischio di perdere di vista altri e più importanti obiettivi e quello che rende significativa e piacevole la vita della Federazione.

Cosa rende per me efficace e sostenibile la scelta di un responsabile? Ecco alcune chiavi di lettura che spero possano venirci in aiuto.

  • PRENDERSI CURA. Innanzitutto delle persone: che vengono prima delle tessere, dei ruoli, degli incontri o di uno Statuto. Le forme (che pure servono!) non possono venire prima dei contenuti. La prima preoccupazione è quella di fare in modo che ogni fucino possa sperimentare quella straordinaria maturazione di fede e di vita che abbiamo avuto noi per primi l’occasione di vivere. In secondo luogo è necessario prendersi cura della Federazione. Questo significa anche saper leggere i bisogni della FUCI in quel determinato momento e modulare il proprio impegno sulla base delle reali necessità e non dei propri desideri o aspirazioni. Non ti servi della FUCI, ma servi la FUCI!
  • SUPERARE I PERSONALISMI. Con incarichi di così breve durata non c’è spazio per l’individualità fine a se stessa, per autocelebrarsi. Questo è sempre più difficile nell’epoca dei personalismi, dei selfie, di generazioni cresciute immerse dentro al mito di Narciso (G. Pietropolli Charmet). Ma proprio per questo bisogna costruire percorsi che più che il singolo lascino emergere la voce del gruppo e creino spazi di crescita per altri. Questo è importante anche per sentirsi sostenuti: il mio impegno non sarebbe stato lo stesso senza il sostegno della mia famiglia, del mio gruppo diocesano, della mia comunità parrocchiale. Da soli si va più veloce, ma insieme si arriva più lontano.
  • LA FUCI E’MOLTO…MA NON TUTTO. Anche se può sembrare un’esperienza totalizzante (e a volte lo è), è fondamentale preservare il proprio spazio di vita al di fuori della FUCI. Come? Innanzitutto attraverso la cura di sé intesa come il proprio diritto/dovere di essere studente (la serietà nello studio – inteso in senso montiniano – è un aspetto fondamentale e che deve qualificarci perché dallo studio nasce la ragione stessa dell’umiltà e ci si apre al servizio agli altri), nutrendo la propria formazione culturale e spirituale, coltivando le relazioni importanti e le proprie amicizie anche fuori dalla FUCI. È fondamentale conservare una buona dose di ironia e sana leggerezza. Questo significa anche non farsi schiacciare da una storia e da un passato importanti: Papa Francesco parla di fedeltà alla tradizione ma anche libertà (“Tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”, scriveva G. Mahler).
  • AD ECCEZIONE DI MARY POPPINS…NESSUNO E’PERFETTO! Il Presidente ideale mary-poppins-julie-andrewsnon esiste (neppure l’Incaricato Regionale o il RAF o il Presidente di gruppo), per questo la FUCI educa a lavorare insieme e nella corresponsabilità per trasformare i limiti di ciascuno in risorse e possibilità, mettendo in comune le proprie competenze e imparando anche a lasciarsi aiutare e correggere senza paura di essere condannati e giudicati ma sostenendosi invece a vicenda.

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L’importante è partecipare

IMG_5962Dopo oltre un anno di lavoro si è svolta a Bologna venerdì 18 Dicembre la II Conferenza del Care Leavers Network dell’Emilia-Romagna promossa dall’Associazione Agevolando. Titolo dell’evento: L’importante è partecipare!, chiara sin dal titolo l’intenzione di valorizzare il protagonismo dei giovani care leavers emiliano-romagnoli.
Si intende per “care leavers” chi lascia i percorsi di tutela e di cura, sono giovani che vivono una situazione delicata e un complicato percorso di transizione all’autonomia, spesso senza poter contare sul sostegno di una famiglia.
La Conferenza si è aperta con l’intervento di Elisabetta Gualmini, vicepresidente e assessore al welfare della Regione Emilia-Romagna: “Rispondere a chi chiede aiuto non è semplice per le istituzioni ma dobbiamo essere capaci di interpretare e assecondare il cambiamento in atto nella società. Voi rappresentate il mondo che cambia, siatene fieri e fate anche delle vostre storie difficili una ricchezza! Il tema dell’allontanamento della propria famiglia di origine e del compimento della maggiore età per i ragazzi “fuori famiglia” ci sta particolarmente a cuore: sappiate che vi abbiamo in mente e che desideriamo ascoltarvi”.

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Dieci cose che ho imparato dai ragazzi in comunità

CAPITOLO # 18-4Potrà sembrare un po’generico e rischioso, ma dopo quasi sei anni trascorsi ad ascoltare le storie di ragazzi fuori famiglia (due settimane fa l’ultima occasione: http://www.newsrimini.it/2015/10/neomaggiorenni-care-leavers-ragazzi/) e a condividere la loro quotidianità, ecco dieci cose importanti che credo di aver imparato dalle ragazze e dai ragazzi che vivono in comunità o in casa-famiglia:

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Non importa ciò che sei…ma ciò che dici!!

Sarai 2Un nuovo progetto promosso dall’ Autorità Nazionale Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza sta coinvolgendo un gruppo di giovani provenienti da diverse parti d’Italia, compresa la nostra città. Si tratta della prima radio istituzionale fatta dai e per i ragazzi per raccontare il loro mondo rendendoli protagonisti aggregando un network di radio digitali di tutta Italia.

Un’idea nata ispirandosi a una delle prime web radio fatte da studenti in Italia: Radio Kreattiva di Bari, che racconta il mondo con la voce diretta dei più giovani e che è nata nel territorio barese anche come azione di contrasto alla cultura mafiosa e a tutte le forme di devianza. Ma sono state coinvolte anche Radio USB di Milano, Radio 100 passi di Palermo e il network di Napoli che dà voce a un gruppo di giovani migranti.

Sarai Teens Digital Radio, il nome scelto per questo progetto, ha in palinsesto diversi programmi e altri format verranno man mano ideati dalle redazioni di tutta Italia e dai gruppi dei giovani coinvolti. Obiettivo della radio sarà anche quello di essere uno strumento di partecipazione e di riscatto per quei ragazzi che vivono in territori spesso considerati ai margini.

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Maggiorenni si diventa – un evento a Rimini

Immagina di compiere 18 anni, di avere un passato difficile alle spalle, e di ritrovarti da un giorno all’altro completamente solo ad affrontare la vita adulta. È quello che accade ogni anno a circa 3.000 ragazzi in Italia e che succede anche a Rimini.

L’Associazione Agevolando nasce per promuovere percorsi per sostenere l’autonomia abitativa, lavorativa e relazionale dei giovani cresciuti “fuori famiglia” (in comunità, affido, casa-famiglia) accompagnandoli in particolare nel delicato passaggio alla maggiore età e promuovendone il protagonismo e la partecipazione. Per presentarvi le attività dell’Associazione abbiamo organizzato una serata: Venerdì 16 Ottobre a partire dalle ore 20.45 al Centro per le Famiglie (Piazzetta dei Servi 1 Rimini) con musica, letture, testimonianze, storie…e anche qualche dolcetto!

Un’occasione per conoscere le storie di vita di questi ragazzi e, perché no, pensare a come dare attivamente il proprio contributo perché possano sentirsi meno soli e costruire serenamente il loro futuro! L’iniziativa è realizzata nell’ambito del “Mese delle Famiglie” in collaborazione con il Centro per le Famiglie del Comune di Rimini, la Libreria Viale dei Ciliegi 17, Mare di Libri e Riminisocial 2.0.

volantino 16 ottobre DEF- di

Alzare lo sguardo a Tor Marancia

DSCN8171Camminare a testa alta, non guardare a terra. È un tratto distintivo di orgoglio, dignità, coraggio.

Se sei nato nella periferia di una grande città non è sempre così facile. A volte intorno preferisci non guardarti perché di bello non c’è proprio niente. Roma è la città con le Chiese più belle del mondo, ma forse a Tor Marancia se ne sono dimenticati e anche la parrocchia del quartiere qui è solo cemento. A Tor Marancia ci sono palazzi, tutti uguali, qualche panchina, pochi negozi. Il quartiere è noto per l’alto tasso di criminalità e di spaccio. Qui abitano circa 20.000 persone, la maggioranza in alloggi popolari gestiti dall’Ater. Gli abitanti di questa borgata si fanno chiamare “sciangaini” perché come accade nella metropoli cinese, questa zona è sempre stata particolarmente vulnerabile alle alluvioni.

Ma da qualche settimana questo quartiere ha assunto un aspetto completamente diverso grazie all’opera di alcuni writers che hanno decorato con le loro opere le pareti delle palazzine del civico 63.

C’è il murales dedicato dall’artista parigino Seth a Luca, un bimbo del quartiere morto mentre giocava a calcio e simbolicamente rappresentato mentre sale su una scala colorata e guarda oltre l’orizzonte. O il “Veni vidi vinci” di Lek&Swoat pensato per Andrea Vinci, un ragazzo costretto su una carrozzina che abita al secondo piano di questo edificio e a cui la Fondazione Roma ha promesso un ascensore.

C’è l’“Hic sunt adamantes” di Diamonds per chi di questo quartiere si è un po’ innamorato e vi ha scoperto molti tesori e l’opera “Nostra Signora di Shangai” di Mr. Klevra che simboleggia la tenerezza con cui questo quartiere di Roma chiede alla Città Eterna più attenzione. E poi la raffinata ricerca cromatica di Alberonero, la mano di Elisabetta – abitante della palazzina – che diventa costellazione nell’opera di Philippe Baudelocque.

Sono 20 in tutto gli artisti internazionali (da Jerico a Reka, da Danilo Bucchi a Gaia) che hanno partecipato a questo progetto, “Big City Life” promosso da 999contemporary e finanziato dal Comune di Roma e dalla Fondazione Roma.

Ci tenevo molto a vedere queste opere, anche se Tor Marancia non è esattamente negli itinerari turistici romani e non ci capiti per caso. Arrivata qui ho vissuto emozioni molto forti. Progetti di riqualificazione dei quartieri popolari come questo hanno molto più del già indubbio valore culturale e artistico.

L’obiettivo è quello di promuovere cambiamento attraverso, ancora una volta, la partecipazione dal basso. Gli abitanti della borgata hanno contribuito alla scelta delle opere. E i ragazzi del quartiere si sono costituiti in una associazione – “Rude” – per farsi promotori di un comitato che dovrà valorizzare e tutelare questo museo a cielo aperto.

Ci riusciranno?

Certo, diranno i più cinici o pragmatici, non basta l’arte per salvare un quartiere come questo. Servono servizi, infrastrutture, opportunità. È questo compito della politica e delle istituzioni ma c’è anche un problema fortemente educativo. Qui, e lo percepisci in pochi passi, le persone rischiano fortemente di sentirsi sole e prive di opportunità, più che altrove.

Sarò una sognatrice, ma se fossi un’educatrice romana farei di tutto per portare in questo quartiere un Centro di aggregazione giovanile, tanto per cominciare. O un servizio per la prima infanzia. Ma anche un serio progetto di educativa di strada e un servizio per la mediazione dei conflitti. Mi piacerebbe proporre a chi ha finanziato queste opere straordinarie di accompagnare progetti di questo tipo a un’equivalente investimento pedagogico. Un esempio possibile è, in questo senso, l’Exmè di Cagliari, in via Sanna, dove oltre si è riusciti ad integrare l’intervento artistico con la progettazione socio-educativa.

Ma regalare un po’di bellezza in fondo non è già mezzo di redenzione?

Alzare lo sguardo senza paura e trovare qualcosa di bello e di inaspettato, a cui tu stesso hai contribuito, non è già il primo segno di riscatto?

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Diritti al futuro

10995817_10206037602366299_6387657668718654679_nDi questa giornata con l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Vincenzo Spadafora qui nella nostra città, a Rimini, porto a casa Viola e Elena, e il loro amore per la lettura. La loro freschezza, positività, l’impegno condiviso con tanti altri adolescenti per una realtà preziosa come quella di Mare di Libri. Porto a casa l’immagine di adulti capaci di dare fiducia e anche di mettersi da parte, perchè qualcun altro possa crescere e brillare. E ancora: il Garante che tiene in tasca il bigliettino di Ilaria, e in quel biglietto c’è non solo racchiusa una richiesta, ma una speranza. Porto a casa la bellezza di condividere passi, sentieri, relazioni, creando sinergie anche insolite o inaspettate. Porto a casa l’autentica passione educativa di tanti (colleghi, amici) che offrono il loro supporto a cause difficili, che ogni giorno si mettono in discussione, capaci di dare spesso senza riserve. Porto a casa il sorriso dei ragazzi di RadioKreattiva Bari che si esprimono, si informano, fanno domande, raccontano. Porto a casa alcune frasi: “Speriamo che le cose cambino davvero”, “Non dovete sentirvi soli”, “Il futuro a volte mi fa paura”. Porto a casa il pensiero di quel dolore e quella preoccupazione che “la sera pesano quando appoggi la testa al cuscino” e il desiderio di allievare un po’quella pesantezza. Porto a casa la fatica e la complessità dei processi partecipativi, ma anche la loro opportunità e il loro valore. Porto a casa la consapevolezza che esperienze come quelle di Agevolando, nella loro fragilità, non sono solo utili, ma necessarie ed insostituibili. Andremo forse ancora e sempre “in direzione ostinata e contraria”, ma lo faremo insieme. E oggi con un po’di forza in più.

Il protagonismo giovanile nelle mani che tremano di Alban

10847809_10205708416540018_5531640906245936244_nLa mamma di Chiara è in carcere, il papà non l’ha mai conosciuto… quando dice che si sente sola al mondo è difficile darle torto. Kalim è arrivato in Italia quando aveva 14 anni, senza un soldo in tasca e senza documenti, senza nessuno che si prendesse cura di lui. Luca è in comunità solo da qualche mese mentre i suoi genitori stanno facendo un percorso per vincere la dipendenza dall’alcool, ma gli hanno promesso che staranno bene e potrà tornare presto a casa. Andrea ha solo 16 anni ma ha già conosciuto la solitudine, la violenza, il carcere.

Sabato scorso a Bologna è successa una cosa un po’anomala. Questi ragazzi, insieme ad altri loro coetanei, hanno preso la parola. Non per raccontare le loro storie, non per impietosire, non per cercare consensi. Hanno preso la parola per dire la loro su alcuni temi importanti: come si cresce, come dovrebbero essere gli adulti che incontrano, come si diventa autonomi, cosa significa sentirsi parte attiva del proprio percorso di vita. E, in particolare, cosa significa farlo quando per diverse ragioni ci si trova a vivere parte della propria infanzia e/o adolescenza “fuori famiglia”: in una comunità di accoglienza, in una casa-famiglia o in affido. Ritrovandosi, spesso, completamente soli al compimento del diciottesimo anno di età.

L’opinione pubblica poco conosce o sente parlare di questi temi. A volte vengono affrontanti in maniera distorta o, peggio, strumentale. Anche noi operatori sociali pensiamo talvolta di saperne già abbastanza, di non avere bisogno di ulteriori stimoli per migliorarci nel nostro lavoro. Poi c’è un problema più generale: le politiche giovanili e i processi partecipativi coinvolgono, quasi sempre, solo quei giovani che già sono in possesso di strumenti e risorse. Chi rischia di rimanere più indietro è invece chi in partenza possiede già meno, almeno apparentemente. Chi non crede di potercela fare. Chi non ha mai avuto nessuno che davvero credesse in lei o in lui.

Il 13 Dicembre all’Università di Bologna un gruppo di ragazzi e ragazze che vivono o hanno vissuto “fuori famiglia” provenienti da 7 province dell’Emilia-Romagna (Rimini compresa) hanno presentato ai decisori politici, agli operatori sociali, ai giornalisti, alla cittadinanza tutta le loro “Raccomandazioni” per migliorare i percorsi di cura e transizione all’autonomia. Un’iniziativa promossa dall’Associazione Agevolando, che ha fatto proprio del tema dell’advocacy una delle sue principali attenzioni. E così grazie a questi ragazzi ho capito che la partecipazione e il protagonismo giovanile sono nelle mani che tremano di Alban. Nelle parole di Nicole che sbuffa e dice: “Speriamo che ci ascoltino!”. Nel tenero balbettio di Karima che si sforza di leggere in una lingua che non è la sua. Nella lettera che Alberto ha scritto alla sua assistente sociale: “Voglio lottare per i miei diritti”.

Perché trovarsi a vivere esperienze familiari difficili non significa non avere niente da dire, ce lo spiega bene il Presidente di Agevolando, Federico Zullo: “A volte ci sentiamo o preferiamo sentirci invisibili. Noi vogliamo rompere questo schema. Se le nostre storie di vita difficili diventano esempio di resilienza per altri facciamo qualcosa di straordinario”.

Sul sito di Agevolando (www.agevolando.org) il testo completo delle Raccomandazioni presentate dai ragazzi del Care Leavers Network dell’Emilia-Romagna: #perfarciascoltare

Silvia Sanchini

Foto: Jennifer Zicca

in: http://www.newsrimini.it/2014/12/il-protagonismo-giovanile-nelle-mani-che-tremano-di-alban/

Una nuova alleanza tra le generazioni. Il Rapporto Giovani 2013 a Rimini

ImmagineSi parla molto di giovani in Italia, soprattutto negli ultimi anni. Ma poco si fa ancora in concreto per dare vere risposte alle nuove domande di cui le giovani generazioni sono oggi portatrici. Il “Rapporto Giovani”, curato dall’Istituto Giuseppe Toniolo, muove proprio da questa consapevolezza: per offrire risposte è innanzitutto necessario mettersi in ascolto del mondo giovanile, superare luoghi comuni e letture parziali della realtà, effettuare una osservazione e analisi autentica dei cambiamenti in atto. Ecco quindi l’idea di un Osservatorio per conoscere e migliorare la condizione dei Millenials, cioè di quei giovani under 30 che sono diventati maggiorenni dopo il 2000. Una ricerca condotta operativamente da Ipsos nel 2012 su un campione di 9.000 persone tra i 18 e i 29 anni in tutto il territorio nazionale.
Gli esiti di questa indagine, pubblicati nel volume “La condizione giovanile in Italia” (Il Mulino 2014), sono stati presentati a Rimini lo scorso 11 Aprile grazie a un’iniziativa del Centro Culturale Paolo VI in collaborazione con l’Istituto Toniolo e con il patrocinio del Comune di Rimini. L’incontro dal titolo “Giovani: non spettatori ma protagonisti. Ma misi me per l’alto mare aperto… (Inferno XXVI,100)” è stato realizzato nella significativa cornice dell’Aula Magna dell’Università di Bologna – Campus di Rimini.

“Ci sono molti luoghi comuni sui giovani” – ha evidenziato Paola Bignardi, pedagogista e coordinatrice del progetto – “ma il Rapporto ha messo in luce come i giovani siano molto meno schizzinosi e bamboccioni di come li descriviamo o vogliamo credere… Esiste piuttosto uno scarto profondo tra la realtà, sempre più complessa e precaria, e i desideri di autonomia e appartenenza che sembrano abitare il cuore dei più giovani“.

“Un altro dato colpisce profondamente nella ricerca: l’assenza di fiducia che i più giovani ripongono nel mondo adulto. I politici sono all’ultimo posto in questa classifica mentre è straordinario il successo riscosso da una figura come quella di Papa Francesco, anche per i giovani che si dichiarano non credenti. Questo ci dice molto delle responsabilità del mondo adulto e di come i più giovani siano in cerca soprattutto di figure di riferimento coerenti e credibili”.

“Tra gli stimoli che il Rapporto Giovani offre” – ha commentato poi Giuseppe Savagnone, docente di formazione politica al “Centro Arrupe” di Palermo – “vi è sicuramente la necessità di ripensare al rapporto tra autonomia e libertà. Ci crediamo più liberi rispetto al passato, e in parte sicuramente lo siamo, ma dimentichiamo un aspetto fondamentale della libertà: non c’è libertà senza l’altro! Senza l’altro anche il mio io appassisce e i desideri si spengono. Il concetto di libertà si lega indissolubilmente a quello di responsabilità. Spesso il mondo adulto si pone davanti ai giovani completamente a mani vuote. Deve invece riscoprire la capacità di offrire alle nuove generazioni desideri profondi e motivi veri per cui la vita valga la pena di essere vissuta…

Ha concluso Emilio Rebecchi, psichiatra e psicoterapeuta, evidenziando la presenza di un altro aspetto fondamentale messo in luce nel Rapporto: “Non può esserci autonomia senza lavoro, e questa situazione di fatica e precarietà che vivono tanti giovani dal punto di vista lavorativo è uno dei limiti più forti alla loro realizzazione ed emancipazione. Dobbiamo tornare a trasmettere ai più giovani che non sono i consumi che contano, ma i valori”.

I tre relatori sono stati sollecitati nella loro presentazione anche dalle domande di alcuni gruppi giovanili presenti, in particolare l’Associazione universitaria Slash e la Gioc (Gioventù Operaia Cristiana) riminese. Tanti i temi sollevati dai portavoce delle due associazioni, Luca Carrai e Davide Melucci, che hanno innanzitutto evidenziato la mancanza di positività che il mondo adulto spesso trasmette ai più giovani e che li porta a chiudersi in se stessi e all’apatia ma anche la mancanza di ascolto, dialogo e spazio per il protagonismo delle nuove generazioni e la mancanza di una solidarietà intergenerazionale che andrebbe invece riscoperta e ricostruita. Perché i giovani ci sono e hanno voglia di impegnarsi, anche per gli altri.

Suggestive le risposte. Se è vero, infatti, che è necessario un ripensamento del rapporto tra le generazioni a partire innanzitutto da una revisione del mondo adulto e delle istituzioni (politiche, educative, ecclesiali), è altrettanto vero che anche ai più giovani è richiesto di riscoprire la capacità di pensare e pensarsi nel futuro, scrutando il mare come Telemaco che attendeva il ritorno del padre Ulisse.
Solo da una nuova alleanza tra adulti responsabili e giovani capaci di guardare oltre l’orizzonte sarà possibile provocare dei cambiamenti positivi e offrire nuove e reali possibilità.

Silvia Sanchini

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in http://www.newsrimini.it/sociale

Mafie in riviera. Intervista al coordinatore provinciale di Libera

mafie_in_rivieraÈ stato presentato lo scorso 11 Ottobre al Liceo Scientifico “A. Volta” di Riccione alla presenza del Prefetto di Rimini e di molti rappresentanti istituzionali davanti a una platea di circa 300 studenti il rapporto sulle Ecomafie, un dossier curato dalla Fondazione Libera Informazione e da Legambiente con un apposito focus proprio sul tema delle infiltrazioni mafiose nella riviera romagnola. Numeri che sconcertano: i dati relativi al 2012 vedono infatti l’Emilia Romagna al decimo posto della classifica nazionale con 1.035 infrazioni accertate, 944 persone denunciate e 410 sequestri effettuati. Sono ben 200 le strutture alberghiere, su 2.400 censite nella provincia di Rimini, finite sotto i riflettori della magistratura per modalità sospette. E Rimini si segnala anche per la frequenza di casi di abusivismo edilizio, o mancate demolizioni.
Commentiamo questi dati e non solo con Michael Binotti, educatore e coordinatore della sezione provinciale di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”.

Le mafie, dunque, sono sempre più radicate anche in Romagna?
Purtroppo sì. Basti pensare che in Romagna sono presenti tutte le mafie italiane (soprattutto la camorra e in particolare i casalesi) e alcune organizzazioni internazionali. La mafia cerca i luoghi dove si concentrano denaro e potere e lì si inserisce. Non stupisce allora la sua presenza nel territorio romagnolo attraverso attività quali il traffico di stupefacenti e il riciclaggio di denaro tramite anche il settore alberghiero. Anche la vicinanza alla Repubblica di San Marino ha esposto il nostro territorio a forti rischi, ne sono una testimonianza il volume “San Marino spa” di Davide Maria De Luca e Davide Grassi (Rubbettino 2013) e gli studi portati avanti dal “Gruppo Antimafia Pio La Torre”.

Nel contrasto alla criminalità mafiosa nel nostro territorio, qual è il ruolo di “Libera”?
Libera Rimini è un coordinamento di associazioni impegnate per la legalità e la giustizia che si è ricostituito nel 2012. Le attività principali di Libera e delle sue associate sono tre: la prima è un’attività di informazione perché è fondamentale un lavoro di studio e di ricerca per conoscere e far conoscere alla cittadinanza il fenomeno. La seconda azione di Libera riguarda la promozione sociale perché siamo convinti che il cambiamento possa avvenire veramente solo dal basso, a partire dall’impegno di tutti. La criminalità organizzata è infatti solo la punta più efferata e visibile di un iceberg, ma se esiste è perché esiste un contesto che non la ostacola, che le permette di emergere. Infine la terza azione è quella che forse ci sta più a cuore e riguarda l’educazione alla legalità, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.

Quali sono le attività che avete avviato a questo proposito?
Innanzitutto una serie di progetti nelle scuole, tra cui quest’anno la novità della costituzione di un gruppo di studenti selezionati al Liceo Scientifico A. Einstein che svolgeranno durante tutto l’anno scolastico un’attività di volontariato nella nostra associazione. Un’altra novità in cantiere e che ci auguriamo davvero possa concretizzarsi è la promozione di un momento di formazione rivolto proprio a chi si occupa dell’educazione dei più giovani: insegnanti, educatori, capi scout… in collaborazione con l’Ufficio scuola e l’Ufficio di Pastorale sociale della Diocesi di Rimini.

Cosa significa educare i più giovani alla legalità?
Io parto dal presupposto fondamentale che ciascuno di noi può essere agente di cambiamento. Perché questo accada deve innanzitutto conoscere e informarsi. La conoscenza implica una responsabilità, il dover scegliere da che parte stare (non dimenticandosi che anche non fare niente è una scelta!). Alla scelta devono conseguire delle azioni personali, perché sono proprio i piccoli gesti di ogni giorno che magari consideriamo banali (chiedere lo scontrino al bar, scegliere con attenzione i prodotti che acquistiamo, avere cura dell’ambiente in cui viviamo…) che possono poco alla volta cambiare le cose. Ma l’azione personale non basta se non diventa anche un’azione condivisa. In questo il ruolo delle associazioni mi sembra particolarmente importante. In fondo le mafie sono potenti, perché sono delle criminalità “organizzate”. Come possiamo pensare di sconfiggerle se anche noi non ci uniamo per combatterle?

Cosa è possibile fare oggi, in concreto, per collaborare alle attività di “Libera” nella nostra Provincia?
Innanzitutto potete seguire le nostre attività nella pagina Facebook “Libera Rimini” oppure chiedendo informazioni all’indirizzo e-mail rimini@libera.it. Chi desidera impegnarsi in maniera continuativa può partecipare alle riunioni di coordinamento che si svolgono mensilmente presso il Centro Giovani “RM25” di Rimini e aderire all’associazione. In generale penso che comunque quello che conti maggiormente è darsi da fare nell’ottica di sentire nel profondo quel “morso in più” (per usare le parole del presidente e fondatore di Libera Don Luigi Ciotti) cioè quel valore aggiunto e quella spinta necessari per operare delle scelte capaci davvero di portare un cambiamento positivo nel mondo.

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini.it/sociale