Un albero con le radici verso il cielo, parole per comprendere il dolore. La storia di Elisa Luvarà

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Elisa Luvarà – Foto di Matteo Coltro

“Le parole con me si sono sempre fatte avanti, lasciandomi l’idea che il dolore può essere compreso”. Sono versi di Luigi Cappello, uno dei più grandi poeti contemporanei, recentemente scomparso.

Dall’esigenza di raccontare e raccontarsi è nato il libro “Un albero al contrario” (Rizzoli 2017) che giovedì 5 ottobre alle 18 a “Il Giardino della Madia” (via Pimentel 5 – Milano) verrà presentato in un incontro organizzato da Agevolando Lombardia, in collaborazione con Rizzoli e con il sostegno della coop. sociale Comin.

Come è nata in te l’idea di questo libro?

Ho sempre scritto, sin da bambina. Anche in comunità un’educatrice mi aveva regalato una macchina da scrivere! Io scrivevo i miei racconti e obbligavo i più piccoli a leggerli. Passavo tanto tempo a narrare, a immaginare. Ho continuato a farlo anche in affido, tanto che un giorno la mia mamma affidataria mi ha detto: ‘Perché non racconti la tua storia? Potrebbe servire a te e agli altri’. Ho pensato: ‘Proviamo!’. È nato un diario, un lungo flusso di coscienza. Ho pubblicato questa prima versione del libro su una piattaforma di crowdfunding e inaspettatamente ho raccolto in poco tempo 4.000 euro, senza alcuna pubblicità. Dopo questa prima pubblicazione sono stata contattata da alcuni editori e in particolare ho ricevuto una proposta da Rizzoli, che mi ha subito convinto. Mi hanno chiesto di riscrivere il libro, con un nuovo taglio: dovevo staccarmi dal personaggio e avere una visione più obiettiva. Così dal mio diario è nata la storia di Ginevra, un vero e proprio romanzo, pubblicato a marzo di quest’anno.

Scrivere ti è stato d’aiuto per rielaborare la tua storia?    

Avevo tante cose da raccontare. Intrecci, storie, episodi anche divertenti, legami di amicizia con gli altri ragazzi… e qualcosa sul rapporto con la mia famiglia di origine. Scrivere mi ha aiutato a fare pace con aspetti della mia vita di cui non parlavo mai: gli incontri difficili con mia madre, i nostri dialoghi assurdi. È stato anche un modo per parlarne agli altri, a tante persone con cui non mi ero ancora aperta. Mi sentivo figlia di una storia complessa e antica, che sembrava lontanissima e troppo fuori dalla normalità, non mi andava di spiattellarla. Avevo paura di raccontare di mia mamma e della sua sofferenza mentale, che è ancora oggi un tabù per molti. La meraviglia è stata poter allargare il cerchio di persone con cui potevo parlare senza ferirmi. Mi sono sentita risarcita di un silenzio troppo lungo. Le persone che leggono questa storia mi stanno vicino come se tornassimo indietro nel tempo, al momento in cui provavo quel dolore.

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La mia vita da zucchina

locandinaPer il festival di letteratura per ragazzi “Mare di Libri” ho recensito “La mia vita da zucchina”, il libro di Gilles Paris diventato un film d’animazione nel 2016. La recensione fa parte di una bibliografia più ampia, a cura di Elena Lia Bot, dedicata ad affido, comunità e adozione. L’autore francese sarà inoltre a Rimini per la prossima edizione del Festiva.

La mia vita da zucchina (Autobiografia di una zucchina nella prima edizione) è un libro del 2008 dell’autore francese Gilles Paris, divenuto nel 2016 un film d’animazione con la regia di Claude Barras e la sceneggiatura di Céline Sciamma.
In entrambi i casi protagonista è lo sguardo di Icare, detto Zucchina: la sua voce narrante nel libro, i suoi occhi grandi e i disegni attraverso cui racconta la sua quotidianità nella pellicola d’animazione.

Zucchina ha 9 anni e cresce “fuori famiglia”, alle Fontane: una casa-famiglia che accoglie bambini con storie di vita difficili. Impossibile, per chi conosce e lavora in questo mondo, non ritrovare nei protagonisti i volti e le storie di tanti bambini e ragazzi che ogni giorno incontriamo e le stesse dinamiche che caratterizzano la vita in una casa di accoglienza.
La trama del film solo in alcuni punti e per alcune scelte di sceneggiatura si discosta dal libro, ma ha in comune con il romanzo di Paris lo stile misurato, ironico, poetico, la delicatezza con cui si avvicina senza retorica alle tematiche più difficili. L’autore del romanzo ha frequentato per mesi il mondo delle case-famiglia prima di scrivere questa storia, ed è evidente una conoscenza diretta del tema che affronta.
Bambini e ragazzi vittime di abusi e violenze, genitori in carcere o rimpatriati, adulti incapaci di prendersi cura dei più piccoli. E poi: lo spaesamento iniziale di chi si trova a crescere in una casa diversa dalla propria, la solitudine e gli ostacoli, i piccoli castighi quotidiani (la rampa della scala da pulire se la fai grossa) ma anche esperienze di straordinaria solidarietà e relazioni nuove, capaci di ridare un senso alla propria vita e al proprio dolore. Fratelli e sorelle, genitori e figli non di sangue ma per scelta.
Soprattutto è merito dell’autore e del regista quello di restituire a una realtà complessa come quella delle case-famiglia un aspetto di dignità e profonda bellezza.
Non si nega il dolore, non si fanno sconti alla realtà: “Noi siamo come dei fiori selvatici che nessuno ha voglia di cogliere”, è il grido di disperazione di Simon, grande amico di Zucchina. E il pensiero costante della dolce Camille è “ai bambini che hanno dei veri genitori e che adesso sono con loro”.
Eppure La mia vita da zucchina è anche una storia piena di speranza. Perché anche quando il mondo sembra crollare possono accadere cose positive. Perché, con le parole di Friedrich Hölderlin, “lì dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. E se hai qualcuno che ti tiene la mano e che riesce a comprenderti, è più semplice.

(in: http://www.maredilibri.it/libri/la-mia-vita-da-zucchina/)

5 libri per l’Estate

5libriEstateVa bene, l’Estate è ormai agli sgoccioli (non ricordatemelo!), ma i consigli letterari non scadono, giusto?

Ecco cinque libri da leggere sotto l’ombrellone, su una panchina in riva a un lago, davanti a un bel tramonto in montagna…insomma, dove volete! Cinque libri che mi hanno fatto compagnia durante l’Estate (o giù di lì) e che mi va di consigliare.

  • S. Rossini, Podissea (Antonio Tombolini Editore, 2015)

A metà strada tra l’ironia di Stefano Benni e una partita a scacchi con la morte insieme ad Antonius Block, c’è “Podissea”, il romanzo d’esordio di Stefano Rossini, giornalista freelance. Un libro onirico e anche molto ironico, surreale e grottesco che nasce però da un’esperienza reale: un viaggio dell’autore lungo il fiume Po in compagnia di Michele Marziani. E anche il protagonista del romanzo, Marco Alieni, compie un viaggio lungo il fiume più lungo d’Italia alla ricerca del mitico e misterioso storione d’argento. Tra intermezzi avventurosi e strani incontri di ogni tipo (esilarante il capitolo dedicato a un fantomatico bando europeo per ottenere finanziamenti), Marco e i suoi compagni scopriranno che un viaggio è molto più dei chilometri percorsi e che tra il cielo e la terra il legame è più forte di quel che a volte sembra.

  • A. Matteo, Tutti muoiono troppo giovani (Rubbettino 2016)

“Aveva solo 80 anni, è morto giovane”. Alzi la mano chi non ha mai pronunciato o sentito pronunciare una frase simile. Ebbene sì, in Italia tutti ormai muoiono troppo giovani. Cosa ha a che fare questo con la nostra vita e con l’esperienza di fede? Torna ad interrogarsi a partire da questa domanda il teologo Armando Matteo, con il suo sguardo lucido e profondo sulla realtà ecclesiale e sociale. Se la vecchiaia è uno dei principali tabù della nostra società, se ognuno di noi sente di poter disporre di più vite e di potere ad ogni età in qualche modo ricominciare, se la morte viene ostracizzata o negata come potrà far breccia nel cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo il messaggio cristiano, incentrato sulla morte in croce e sulla resurrezione? La longevità cambia la nostra vita e la nostra fede e ci impone di interrogarci anche sul nostro modo di essere adulti e di educare.

  • G. Bertagna, A. Ceretti, C. Mazzuccato (a cura di), Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto (Il Saggiatore 2015)

Questo libro mi sta accompagnando in preparazione all’evento a cui parteciperò a fine agosto a Camaldoli (Cristiani in Ricerca). È un libro che non racconta solo una storia, ma che realmente fa la storia. È la testimonianza dell’incontro tra familiari delle vittime e responsabili della lotta armata, una testimonianza concreta, dolorosa e liberante di cosa significhi credere nell’idea e nella possibilità di una giustizia riparativa, che è molto di più della mera applicazione di una pena o risarcimento di un danno. Perché, con le parole di Agnese Moro: “La giustizia si occupa del reato ma non del dolore che il reato lascia”. Ed è questo dolore l’unico sentimento da cui ripartire per ricominciare a vivere, per ricominciare ad amare.

  • G. Mazzariol, Mio fratello rincorre i dinosauri (Mondadori 2016)

Leggerezza, ironia, semplicità. Sono i tre aggettivi con cui descriverei questo libro, di un giovanissimo ragazzo di Castelfranco Veneto che merita davvero che gli dedichiate qualche ora del vostro tempo. Accettare la disabilità, soprattutto se riguarda la tua famiglia come in questo caso, è molto difficile. Giacomo non lo nega (ed è questo che mi piace di lui) ma al tempo stesso sa divertirsi e impara a scoprire quanto può essere fantastico ogni giorno condividere la propria vita con un fratellino con la sindrome di down. Perché la sua presenza ti aiuta ad essere più autentico e ad avere uno sguardo diverso sul mondo e sulle persone che ti circondano. E forse sei tu quello che deve cambiare occhiali (Se avete bisogno di un’iniezione quotidiana di dolcezza e buonumore seguite Giovanni e Giacomo, Jack and John, sulla loro pagina Facebook, ne vale la pena).

  • F. e G. Carofiglio, La casa nel bosco (Rizzoli 2015)

Un libro senza alcuna pretesa, se non quello di aiutarci a fare un viaggio nei ricordi e un tuffo nell’infanzia a partire da suoni, odori, sapori (in appendice al libro anche alcune gustose ricette). Potranno cambiare gli scenari, ma in tanti potranno ritrovarsi in qualche modo nelle storie e nelle sensazioni che raccontano i due fratelli, autori e protagonisti di questo libro. Si legge in poche ore, ma lascia addosso un sorriso e il sapore dell’Estate (e una gran voglia, perché no, di trovarsi qualche giorno in una masseria della Puglia).

Avete letto questi libri? Che ne pensate? E avete qualche ulteriore lettura estiva da consigliare?

Ecco perchè il film dedicato al “Piccolo Principe” per me è un capolavoro a metà

(ATTENZIONE. POST AD ALTO CONTENUTO DI SPOILER)

piccolo-principe-33Ho atteso il film ispirato al romanzo di Saint-Exupery con desiderio e timore. Desiderio perchè come milioni di persone nel mondo ho amato sin da bambina le pagine del “Piccolo Principe”, l’ho letto e riletto, regalato, utilizzato per attività didattiche, riscritto e condiviso le citazioni più belle.

Timore perchè trasporre sul grande schermo un libro così amato e conosciuto è sempre un rischio, avevo paura che potesse in qualche modo dissolversi la magia di questo racconto davvero insuperabile.

Ora, dopo averlo visto al cinema, posso dire che il film di Mark Osborne è secondo me un capolavoro a metà, e vi spiego perchè.

Ne ho amato la fotografia, la poesia delle immagini, la colonna sonora, l’ottimo doppiaggio di tanti celebri attori italiani. Mi è piaciuta l’idea di attualizzare la vicenda intrecciandola con la storia di una bimba sin troppo matura per la sua età e di una mamma che le trasmette solo responsabilità e pressioni. Mi è piaciuto il rapporto di amicizia con il vecchio aviatore, che restituisce alla piccola Prodigy l’infanzia e la capacità di sognare.

Ma ecco cosa non mi è piaciuto (ed ecco lo spoiler): non mi è piaciuta l’idea di dare un seguito alla storia del Piccolo Principe, costruendo un finale diverso da quello dell’autore. Il piccolo principe del romanzo rimane inizialmente sullo sfondo (anche se è protagonista di alcune delle sequenze più belle grazie alla raffinata tecnica della slot motion), ma vederlo poi cresciuto sulla terra è stata per me una forzatura, quasi uno shock. L’idea di un piccolo principe che ha scordato chi era, vittima anche lui del mondo cinico degli adulti, stride con l’immagine che credo tutti noi abbiamo sempre custodito nel cuore di uno dei protagonisti più amati della letteratura.

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I miei oscar culturali 2015 (grazie Ali!)

Prendo in prestito dalla cara Alice una nuova tradizione per celebrare la fine di un anno. Mi piacciono i piccoli riti che si ripetono ed è bello condividere con gli amici e con chi ti legge passioni e scoperte. Con Pennac sono convinta che “amare vuol dire far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo”. E così grazie di cuore ad Alice ed ecco le mie preferenze  con la mia (umilissima e forse banale, abbiate pietà) classifica culturale del 2015.

MIGLIOR LIBRO PER RAGAZZI – Sicuramente “La Libraia” di Fulvia Degl’Innocenti (San Paolo Edizioni). Perché è stata una piacevole e inaspettata scoperta, perché racconta in modo molto verosimile il mondo dell’affido e delle comunità e di come una passione e gli incontri giusti possano cambiare – e a volte salvare – la vita.

MIGLIOR LIBRO PER ADULTI – “Chi manda le onde” di Fabio Genovesi (Mondadori). Da tempo non mi commuovevo e sorridevo così tanto con un libro. E’una storia di profondo dolore e solitudine ma anche di nuovi inizi. Mi è piaciuto perché vi ho trovato la mia stessa passione viscerale per il mare, l’idea che l’aiuto possa provenire da persone e situazioni spesso impensabili e infine perché i personaggi del romanzo non sono eroi irraggiungibili ma persone assolutamente normali, che ti fanno arrabbiare, che mille volte vorresti rimproverare e nei quali poterti identificare con le tue paure, limiti, incoerenze (e poi c’è Zot: personaggio indimenticabile!).

MIGLIOR FILM AL CINEMA – Anche in questo caso premio un italiano: Nanni Moretti e il suo ultimo film, “Mia madre”. Perché credo che per questo film Moretti abbia avuto molto coraggio nel mettersi a nudo e raccontarsi e chi ammette e condivide le sue fragilità e la sua umanità con intelligenza, per me va sempre premiato.

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Voglio vederti danzare. #BuonFerragosto

foto libro madriTorno con piacere a parlarvi grazie a Punto Famiglia del libro “Madri” e di quella meraviglia che sono Antonia Chiara Scardicchio e sua figlia Serena, nonchè della felice intuizione della HopeSchool!
Con le sue parole di ‪‎speranza‬, auguro a tutti buon Ferragosto!

«Madri è un piccolo gioiello. Semplice, delicato, intenso, profondo ed eccentrico. Proprio come la sua autrice». Sono le parole di Piero D’Argento, consulente del Welfare della Regione Puglia, così efficaci nel descrivere un libro che è molto di più del semplice racconto di una mamma e del suo rapporto con la figlia affetta da autismo.

L’autrice, Antonia Chiara Scardicchio, è ricercatrice in Pedagogia sperimentale e professore di Progettazione e valutazione dei processi formativi presso l’Università degli studi di Foggia. Dal 1988 conduce atelier autobiografici mediante i linguaggi del gioco e dell’arte. Ha al suo attivo numerose pubblicazione e nel 2015 ha fondato insieme alle Edizioni “La Meridiana” la prima scuola italiana di “speranza scientificamente fondata”: la “HopeSchool”. È sposata con Giovanni ed è mamma di Serena e Gabriele.

Come nasce il libro “Madri” è qual è il messaggio che questo testo desidera trasmettere?

Il messaggio del libro muove, posso dire con Ligabue, da “il giorno di dolore che uno ha”: non riguarda dunque soltanto la disabilità di mia figlia Serena ma la sofferenza che tutti – seppur in forme diverse – attraversiamo nella nostra storia. Ed è il racconto del dolore, che è solo la penultima notizia, perché la croce – come amava ripetere don Tonino Bello – è “collocazione provvisoria”.

Questo non significa negare il peso, la fatica, la tragedia. Significa non riconoscergli eternità. Ed è allora – quando il dolore smette di farci credere che è senza scampo – che la vita ci stupisce.

“Madri”, per esempio, è nato in maniera del tutto inaspettata, in risposta ad una situazione dolorosa. Il testo che avevo scritto per me era nel mio cassetto, a segnare un momento di passaggio nella mia storia. Finché Antonella Chiadini, medico e giornalista riminese dallo straordinario estro, mi ha dato l’occasione di trasformarlo in condivisione, grazie alle Edizioni NFC e alla Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile, una ONLUS impegnata nel tutelare i diritti dell’infanzia e promuovere una positiva cultura della maternità.

“Madri” raccoglie anche diversi preziosi contributi: le interviste di Mariangela Taccogna e Alessandra Erriquez, le fotografie di Giovanni Ventura, le illustrazioni di Patrizia Casadei, le opere della scultrice Angela Micheli. È dunque un coro, una comunità di voci che racconta che sì, si può morire anche mentre siamo in vita. Ma le croci al terzo giorno si possono spiantare.

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Cio’che inferno non è. Alessandro D’Avenia racconta Padre Pino Puglisi

cio-che-inferno-non-e-900Padre Pino Puglisi, per tutti 3P, era una persona che non semplificava la vita delle persone che incontrava, semmai la rendeva più complicata. Sacerdote del quartiere Brancaccio di Palermo, insegnante di religione, all’aula insegnanti preferiva decisamente il corridoio, dove incontrare i suoi studenti. Lui era fatto così. Era una persona capace di aiutarti ad abitare il tuo volto con autenticità, a non indossare maschere. Soprattutto in quella fase della vita, l’adolescenza, in cui dirsi il proprio io è così difficile. Don Pino sapeva amare e farsi custode della vita degli altri.

A raccontarcelo così è Alessandro D’Avenia, che a Pino Puglisi ha dedicato il suo ultimo romanzo: “Ciò che inferno non è”, presentato a Rimini lo scorso 12 Giugno nell’ambito del Festival di letteratura per ragazzi “Mare di Libri”.

Davanti a una platea bellissima e attenta di giovani lettori, D’Avenia ha reso omaggio a un uomo piccolo ma grande, che ha trasformato il destino in una destinazione, fino alla tragica morte per mano mafiosa, nel giorno del suo compleanno.

Nel cammino della vita, così pieno di pericoli e difficoltà, l’incontro con i “maestri” è una vera benedizione, un aiuto necessario. Di testimoni così i più giovani però ne incontrano sempre meno. Ma Padre Pino è stato capace di indicare una direzione. E lo ha fatto in un quartiere drammaticamente difficile (io l’ho visitato e lo ricordo molto bene), dove sembra non esistano spiragli e fessure in cui la luce possa penetrare. Ma per Padre Pino la bellezza e la grazia abitavano anche quei vicoli, quelle case. Anzi, forse di più. La bellezza dei bambini e degli adolescenti di strada con cui ogni giorno trascorreva il suo tempo e ai quali aveva dedicato uno spazio in cui ritrovarsi, il Centro “Padre Nostro”. La bellezza di tante giovani donne, spesso ragazze madri, a cui la vita aveva insegnato troppo presto cosa significano il dolore e la violenza, e che Padre Pino accoglieva come un padre. La bellezza di quei volti a cui troppe volte era stata sottratta la speranza e che per lui erano diventati vera ragione di vita.

Nel suo libro D’Avenia cita un proverbio molto evocativo della tradizione araba: “Chi semina datteri non mangia datteri”. Un apparente paradosso, che in realtà descrive molto bene la vita di uomini come Pino Puglisi. Un vita in cui l’amore è un gioco a perdere, ma capace di vincere su tutto. Padre Pino ha sempre sorriso a tutti, persino al suo assassino mentre lo stava uccidendo, perché dentro di lui la morte aveva già vinto da tempo. In lui la pianta di datteri aveva già portato frutto, perché non si era mai stancato di seminare. Nonostante la fatica, le delusioni cocenti, la paura. Con una sola certezza e cioè che “se metti amore dove non ce n’è, raccogli amore”. Una perfetta sintesi di ogni esperienza educativa.

Per questo che qualcuno abbia il desiderio di narrare la sua storia, e tanti altri di leggerla e ascoltarla, è oggi così urgente e necessario.

Silvia Sanchini

Pubblicato per: http://www.newsrimini.it/2015/06/padre-pino-puglisi-raccontato-da-alessandro-davenia/

#IoLeggoPerchè e un compleanno speciale

Oggi è il compleanno di una personcina deliziosa: Marianna Balducci. Marianna è una perla rara, un talento che la città di Rimini deve valorizzare e custodire con cura. La storia della sua famiglia si intreccia con quella della nostra città (vi dice qualcosa il ristorante “La Marianna”?), la sua penna straordinaria e il suo tratto inconfondibile segnano in maniera indelebile eventi, appuntamenti, progetti della nostra città arricchendoli di colore e di immagini buffe, originali, straordinariamente evocative.
Oggi è anche la Giornata Mondiale del Libro e in tanti stanno in diversi modi lanciando messaggi di promozione della lettura attraverso l’hashtag‪ #‎IoLeggoPerchè‬.
Marianna, per il suo compleanno, ha scelto di fare a tutti un regalo: poter condividere una delle sue opere, quella che preferiamo, raccontando perché la amiamo così tanto (e sperando di vincere l’originale autografato!).
Io ho scelto di mettere insieme la ricorrenza del suo compleanno con la Giornata del Libro andando a ritrovare il “Lettore Orgoglioso” che Marianna ha ideato per i volontari di una delle esperienze riminesi alla quale sono più affezionata: Mare di Libri. Come ha scritto proprio oggi la mia amica Diletta, la lettura è un mediatore prezioso attraverso cui veicolare messaggi educativi importanti. Noi operatori del sociale non possiamo dimenticarcelo. E, soprattutto, per avere qualcosa da dire agli altri c’è bisogno ogni giorno di arricchirsi, nutrirsi e, in fin dei conti, educarsi. E quale miglior educatore di un buon libro?
Dunque: Io leggo perchè senza libri non potrei essere nè fare e, forse, neppure educare.

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#LettoDaMe: “L’adulto che ci manca” di Armando Matteo

A.Matteo (2014), L’adulto che ci manca. Perché è diventato così difficile educare e trasmettere la fede, Cittadella Editrice, Assisi, p. 112.

“Ecco dunque cosa manca nell’adulto che ci manca: la responsabilità verso il mondo in cui ha introdotto i figli e la responsabilità verso i figli che ha introdotto nel mondo”.

adultoPerché il messaggio evangelico non fa più breccia nel cuore delle giovani generazioni? Come mai sono così distanti dalle pratiche di fede e di preghiera? E le donne, da secoli fortezza e presenza silenziosa nella Chiesa, che fine hanno fatto? Perché iniziano anche loro a dileguarsi dal panorama delle nostre parrocchie? Che ne è stato del dialogo tra le generazioni?

Tante le domande che in questi anni nei suoi studi e nelle sue pubblicazioni Armando Matteo, teologo e assistente della FUCI dal 2005 al 2011, si è posto.

Le numerose questioni educative, culturali e pastorali sollevate in questi anni che hanno stimolato in noi e nella comunità ecclesiale così ampio dibattito e interrogativi, sembrano trovare però un comune denominatore nel tema scelto per la sua ultima fatica editoriale.

“L’adulto che ci manca” è la perfetta descrizione di un mondo adulto che non è più come quello di una volta, il ritratto di una generazione – in particolare quella nata tra il 1946 e il 1964 – che appare oggi incapace di educare e trasmettere ai più giovani i contenuti della fede.

Una generazione incatenata al mito dell’eterna giovinezza, incapace di mostrare ai più giovani la bellezza e l’affidabilità della vita adulta, una generazione di “Peter Pan” e “Campanellino” che “amano più la giovinezza che i giovani” (p.20).

Il volume, agile e come sempre appassionante, oltre a riportare alcune delle riflessioni sviluppate da Armando Matteo in questi anni, è anche un’efficace sintesi di alcune delle ricerche e delle pubblicazioni più autorevoli sul tema condotte in questi anni da diversi studiosi: da Umberto Galimberti a Francesco Stoppa, da Massimo Recalcati a Franco Garelli, solo per citarne alcuni, senza dimenticare uno sguardo ad autori più classici, come Romano Guardini e Hannah Arendt.

All’idolatria della giovinezza tipica della nostra società corrisponde, paradossalmente, l’oblio dei giovani, sempre più ai margini della società e irrilevanti anche numericamente. Una generazione in panchina, fuori dal recinto (Castegnaro). E accompagnati da adulti “sempre meno all’altezza della loro esistenziale vocazione educativa e generativa” (p.41).

Il quadro è lo stesso anche in campo ecclesiale, dove si riscontra una forte estraneità dei più giovani alla religione. Una triplice crisi: dell’autorità, dell’amore e del desiderio che rende sempre più difficile educare e trasmettere la fede. Un “deserto che cresce sotto la spinta di logiche neocapitalistiche e per nulla interessate all’umano e alla sua felice destinazione” (pag. 104).

Eppure anche in questo scenario così complesso possiamo scorgere un orizzonte incoraggiante e di speranza nell’osservare come le giovani generazioni questo deserto stiano “imparando ad abitarlo diversamente, sfidandolo e affrontandolo con pratiche di nuova umanità”. Perché “il deserto può sempre fiorire, annuncia il profeta biblico” (p. 104).

E allora anche la comunità ecclesiale è chiamata in questa prospettiva a giocare la sua parte e a cambiare rotta, facendosi carico di un nuovo compito: quello di rievangelizzare l’adultità.

Il merito di questo testo, così come dei precedenti volumi di Armando Matteo, è quello di non offrire soltanto un’analisi – seppur lucidissima – del contesto attuale ma di offrire altresì delle risposte, delle suggestioni, delle direzioni di lavoro e di impegno valide per il mondo adulto e per tutta la comunità ecclesiale. Riflessioni che chiamano in causa ciascuno di noi ricordandoci sempre che il vero antidoto ad ogni idolo postmoderno, come lo stesso Papa Francesco ci ha indicato, è uno soltanto: la “grande gioia di credere”.

Silvia Sanchini

in: “Ricerca – Bimestrale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana”, Numero 11/12- Novembre/Dicembre 2013

http://ricerca.fuci.net/22/02/2015/ladulto-che-ci-manca-perche-e-diventato-cosi-difficile-educare-e-trasmettere-la-fede/

#DIRITTIALFUTUROTOUR. A RIMINI CON IL GARANTE NAZIONALE PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA

10422109_438113589677071_551310592522563661_nDiritti al futuro tour. Una piccola grande Italia da raccontare. Dieci tappe in giro per l’Italia in cerca di «buone pratiche» per far girare informazioni, energia, speranza. E’ questo lo spirito del Tour promosso dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza(tour.garanteinfanzia.org) e che è stato inaugurato il 15 Febbraio all’Aquila e si prolungherà fino alla fine di Marzo. La quarta tappa del tour ha toccato lo scorso 24 Febbraio la città di Rimini dove il Garante Vincenzo Spadafora ha incontrato i ragazzi e i volontari di “Mare di Libri”, Festival dei ragazzi che leggono (www.maredilibri.it) e a seguire l’Associazione Agevolando (www.agevolando.org), al Centro Giovani “RM25”.

L’incontro con “Mare di Libri” si svolge al Museo della Città alla presenza anche dell’Assessore alla Cultura Massimo Pulini. È un incontro nato in maniera molto speciale. Viola, 16 anni, legge su Facebook che il Garante è in cerca di “buone notizie” che riguardino i bambini e gli adolescenti per incontrare realtà significative del territorio nazionale. Viola è da ormai 5 anni volontaria del Festival, un’esperienza che la rende molto orgogliosa. Decide di scrivere al Garante per invitarlo ad incontrare lei e gli altri ragazzi che organizzano il Festival e lui accetta subito il suo invito.

Davanti a un folto gruppo di adolescenti con le loro felpe blu e ai genitori e responsabili adulti del Festival che li accompagnano, Viola e Elena raccontano in maniera appassionata il loro amore per la lettura e Elena esprime anche la sua rabbia: “Siamo stanchi di sentire mass-media e adulti che descrivono la nostra generazione come superficiale, disinteressata ai libri e alla cultura, incapace di impegnarsi. La realtà di Mare di Libri, organizzata quasi totalmente da noi ragazzi, dimostra che gli adolescenti italiani hanno molto da dire e da offrire”.

Il Garante rimane piacevolmente colpito da questa realtà così unica nel panorama nazionale e si impegna a sostenere il Festival e a farlo conoscere affinchè sia un evento sempre più partecipato e coinvolgente, a partire dalla prossima edizione che si svolgerà a Rimini il 12-13-14 Giugno.

Dal Museo della Città ci si sposta al Centro Giovani “RM25”, dove il Garante incontra i ragazzi e i volontari dell’Associazione Agevolando. Ci racconta questo momento una delle protagoniste, Adina Jujic, socia di Agevolando Ferrara e del Care Leavers Network dell’Emilia-Romagna:

Un momento davvero significativo l’incontro a Rimini tra Agevolando (che propone servizi ai ragazzi neomaggiorenni, vissuti fuori dal contesto famigliare, il sostegno necessario per diventare autonomi) e il Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza Vincenzo Spadafora. Lo scambio di opinioni, idee e realtà differenti è stato incredibile:si percepiva l’impegno e la passione di chi portava le testimonianze, gli obiettivi raggiunti dai progetti, e di chi ne prendeva atto. Sono stati ricordati molti dei bisogni dei ragazzi, ospiti di comunità, riassunti il più fedelmente possibile nelle dieci Raccomandazioni del Care Leavers Network (una rete costituita DA ragazzi ex ospiti di comunità, PER i ragazzi che sentono la necessità di dire la loro, esprimere il proprio punto di vista o segnalare un comportamento non corretto da parte del sistema che li circonda), che verrà ufficializzato il 28 marzo 2015 a Bologna. L’ascolto interessato e sincero da parte del Garante ha reso possibile l’instaurazione di un dialogo, un impegno reciproco che è diventato simbolo dell’inizio di un cambiamento. Il tutto amplificato da un ambiente intimo e confortevole, capace di trasmettere benessere ai presenti”.

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