Gli auguri di don Ciotti

Non credo di riuscire ad essere davvero “eretica” nel senso profondo del termine e quanto vorrei, ma di sicuro ce la metto e ce la metterò tutta! Faccio lo stesso augurio anche a ciascuno di voi. Buon 2015 di eresia, coraggio, libertà, impegno!

Prendi il largo

Ciotti_10L’incontro è finito. La gente che affolla la pieve di Romena è tutta in piedi ad applaudire don Luigi Ciotti. Ma lui sente che manca ancora qualcosa. Mi chiede di nuovo il microfono: “Scusatemi – dice – ma vorrei dirvi un’altra cosa. Vorrei augurarvi il coraggio di essere eretici…”
E’ un augurio inusuale, vivo, aperto. Un augurio che parte quel giorno, durante il nostro incontro “Rischiamo il coraggio”.
Un augurio da rilanciare proprio oggi, alla vigilia di un nuovo anno, in un giorno dedicato alle promesse, alle speranze, alla voglia di cambiarsi e di cambiare…

Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso è colui che più della verità ama la ricerca della verità.
E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia. Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, l’eresia che sta nell’etica prima…

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Analisi del 2014

Grazie ai 4.200 visitatori che nel 2014 sono passati di qua e hanno avuto voglia di leggere, condividere, commentare queste pagine!!

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.200 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Le 10 Raccomandazioni del Care Leavers Network dell’Emilia-Romagna

#1:
“Ognuno di noi arriva in comunità con una propria storia di vita che va riconosciuta, e non sottovalutata”

E’ importante insegnare e favorire la capacità del prendersi cura di se stessi: perché ciò avvenga bisogna dare spazio alla soddisfazione dei propri bisogni, ricevere e darsi dei limiti, impararSenza titolo-1e a sapersi ascoltare, prendersi cura del proprio ambiente o di qualcosa (pianta o animale).
Sarebbe utile incoraggiare il volontariato verso una dimensione di cittadinanza attiva per creare un ponte tra i ragazzi e spingere i ragazzi a superare la logica che la gratuità corrisponda a qualcosa di inutile. Questo anche per gli stranieri che vengono in Italia con un progetto migratorio incentrato sul lavoro.
Il volontariato è importante ma per stimolarlo bisogna avere dei modelli di esempio e avere maggiore consapevolezza di sé: se non si aiuta prima se stessi è difficile aiutare gli altri.

#2:
“La differenza sta nella qualità dell’impegno, della passione, dell’ascolto attivo, nel genuino interesse verso di noi”

Chiediamo che gli educatori siano appassionati. Per noi è molto importante sentirci ascoltati e sapere che qualcuno tiene veramente a noi. La differenza la fa la qualità dell’impegno, della passione e dell’ascolto attivo, oltre alla capacità di non giudicarci. Chiediamo agli educatori di tenere in considerazione i diversi caratteri dei ragazzi e quindi di interagire, conversare, “punire” anche in base a questi. Non uniformare i comportamenti, perché noi siamo tutti diversi.
L’educatore dovrebbe relazionarsi ai ragazzi per come sono e non perSenza titolo-2 come vorrebbe che fossero. Il percorso educativo del minorenne deve tenere conto delle sue passioni: è importante imparare ad ascoltare e ad accogliere gli interessi di ciascun ragazzo.
L’educatore deve essere una figura di esempio per noi e pertanto deve essere coerente nelle sue azioni e pensieri.
Ai ragazzi che stanno per uscire dalle comunità consigliamo di non rompere il rapporto con gli educatori, soprattutto nella fase finale. Al tempo stesso chiediamo che possa essere garantita la continuità con almeno una figura di riferimento tra il prima e dopo l’uscita, qualcuno con cui noi ragazzi abbiamo un rapporto significativo.

#3:
“Accompagnarci, ma al tempo stesso darci la possibilità di sperimentare…senza sostituirsi alla nostra libertà”

Senza titolo-3Chiediamo agli educatori di poter essere trattati allo stesso modo dei nostri coetanei, potendo usufruire di maggiori autonomie, che comunque vanno valutate da caso a caso.
È importante che ci siano date regole e che siano fatte rispettare spiegando però il perché e facendoci riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni.
È importante che l’educatore favorisca l’autonomia dei ragazzi lasciandoli sperimentare e senza sostituirsi. Occorre insegnare ai ragazzi l’educazione sessuale, la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, la conoscenza delle sostanze.
Chiediamo inoltre di poter sperimentare un po’ più di autonomia anche all’interno della comunità, un percorso di sperimentazione di attività di gestione della casa.
Il lavoro sulle autonomie parte dal pensiero nei ragazzi, primi protagonisti e responsabili della loro vita. Siamo noi per primi a doverci aiutare nel nostro percorso cercando di essere attivi e propositivi ma occorre che gli educatori ci siano accanto nel percorso in comunità.

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Buon Natale (e qualche pensiero sulla famiglia)

IMG_20141224_184848La famiglia di Nazaret che celebriamo a Natale è una famiglia un po’atipica. Giuseppe e Maria non erano sposati, Giuseppe non era il padre naturale di Gesù, si trovavano al momento del parto forestieri in una città che non era casa loro e dove nessuno li voleva. Ogni giorno incontro molte famiglie in qualche modo atipiche, a volte lontane, altre volte in seria difficoltà. Poi incontro bambini e bambine, ragazzi e ragazze che mi insegnano che ci può essere famiglia anche in molti altri modi: anche se cresci per un po’in una casa che non è tua, anche se sei lontano dai tuoi genitori, anche se le persone con cui dividi la stanza non sono i tuoi fratelli e le tue sorelle di sangue. Uno di questi ragazzi, Steven, qualche settimana fa scriveva: “Alla fine tutti hanno bisogno di una famiglia. E per famiglia si intende superare i propri problemi di tutti i giorni insieme, aiutarsi a vicenda, litigare, ridere, scherzare, piangere, spiegarsi, ricadere e risollevarsi sapendo che la tua famiglia c’è sempre. È con te anche quando sei lontano, è dentro di te. Ma qualora non sia possibile avere questo tipo di famiglia c’è chi comunque anche se non è la tua famiglia ti vuole bene lo stesso e ti aiuta, la vita stessa è la tua famiglia”. Questo Natale voglio augurarmi che ciascuno di noi possa essere famiglia per tanti ragazzi e ragazze soli o in difficoltà. Che ciascuno possa sperimentare lo stesso amore che Giuseppe e Maria hanno trasmesso a Gesù. Di avere accanto persone con cui cadere e risollevarsi, pronte a scaldarci, pronte a farci sentire a casa e parte di una famiglia… anche quando ci sembra impossibile. Anche questo, in fondo, è il Natale.

Buone Feste a tutti.

Silvia

P.S. Nella foto un dettaglio del mio Presepe 🙂

Io sto con la sposa (e con Manar)

maxresdefaultTasnim è bellissima, di una bellezza malinconica e sofisticata. È lei la sposa, ed è lei a pronunciare alcune delle frasi più intense del film: “C’è un sole unico per tutta l’umanità, una sola luna. Anche il mare è di tutti, così la vita. È di tutti e per tutti”. Come è possibile che alcuni siano liberi di attraversare il mare, mentre per altri farlo significa rischiare di morire? Ahmad e Mona sono marito e moglie, sembrano personaggi usciti da un film di Ozpetek. Non sono giovanissimi, ma si tengono per mano come due adolescenti innamorati. Lei ha sempre detto che non avrebbe mai lasciato la Siria, lui le aveva promesso di portarla in Francia…e alla fine ci è riuscito. Alaa al-din è un uomo alto, con una grande dignità e orgoglio, e un forte senso della famiglia. Si chiede come sia possibile che uomini e donne arrivino a pagare cifre esorbitanti per affrontare un viaggio della speranza e, a volte, morire. Con lui c’è suo figlio Manar, che mi ha subito rubato il cuore. Ha 12 anni, la sua passione è il rap, ha una proprietà di linguaggio e una furbizia che lo fanno apparire più grande…ma anche quegli occhi teneri e profondi e il naso un po’a patata che gli restituiscono tutta la sua fanciullezza e innocenza. E infine Abdallah: giovane studente, ha già conosciuto da vicino la morte e la disperazione. È uno dei sopravvissuti alla strage di Lampedusa dell’11 Ottobre, era su quella barca che ha visto annegare in mare 250 persone. È proprio grazie a lui che nasce l’idea del film: un pomeriggio a Milano in cui alla stazione di Porta Garibaldi incontra Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry e Tareq Al Jabr e chiede loro dove prendere un treno per la Svezia.

IMG_1148La Svezia: sogno proibito di tanti rifugiati in fuga da paesi in guerra come i protagonisti di questo film documentario. Un viaggio che ha realmente coinvolto 23 persone tra palestinesi, siriani e italiani: giornalisti, operatori sociali e cooperanti ma anche una troupe di operatori guidati dal regista Antonio Agugliaro. Obiettivo: raggiungere la Svezia partendo da Milano e attraversando la Francia, la Germania e la Danimarca, quattro giorni e tremila chilometri, inscenando un corteo nuziale. Perché, “quale poliziotto di frontiera chiederebbe mai i documenti a una sposa?”. Un film che gli autori definiscono: “una storia fantastica ma al tempo stesso dannatamente reale”. Un film che ha un po’ il sapore delle atmosfere di Kusturica e di Mihăileanu, un film che chiede di schierarsi, di scegliere da che parte stare. E non è un caso che sia nato da una produzione dal basso: oltre 2.000 persone che attraverso il crowdfunding hanno finanziato l’opera, scegliendo apertamente di stare dalla parte della sposa. Un film che è soprattutto un viaggio: per attraversare la “Fortezza Europa”, e dimostrare che il Mediterraneo, culla della nostra civiltà, può essere ancora un mare che unisce invece che dividere. Del film mi è piaciuto lo sguardo non retorico ma concreto e reale di chi ha conosciuto e visto la guerra con i propri occhi. I rifugiati protagonisti del film non appaiono qui come vittime ma in tutta la loro autentica umanità: con la loro ironia, nostalgia, coraggio e fragilità. E poi c’è Manar. Manar ha lo stesso sorriso di Ahmed, Mohammed, Nordin, Omar…di tutti i ragazzi che ogni giorno intrecciano le nostre esistenze di operatori impegnati in percorsi di accoglienza. Ragazzi con un progetto che, come canta Manar, “o fallisce o sparisce”.Ragazzi a cui vorremmo restituire un po’di speranza e di fiducia nel futuro, che è un loro diritto, a dispetto di tutte le discriminazioni e i pregiudizi con cui si trovano ogni giorno a convivere e a lottare in un paese che sembra almeno all’apparenza sempre meno accogliente e solidale.  E allora, non posso fare a meno di sentirmi ancor più dalla sua parte e di cantare insieme a Manar:

Voglio raccontare la mia vita con le mie parole

Perché durino nel tempo.

Per me è solo l’inizio.

L’inizio della libertà.

Fratello, è un mio diritto!

Sul serio fratello, è una responsabilità.

Penso a quando vivevamo felici in Palestina

E adesso siamo rifugiati, di nuovo in fuga.

Che Dio abbia misericordia di noi rifugiati.

Siamo bambini normali,

vogliamo un po’di tenerezza.

Torneremo in Palestina, riavremo ciò che è nostro”

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini.it/2014/12/io-sto-con-la-sposa-e-con-manar/

Il sito ufficiale di “Io sto con la sposa”: http://www.iostoconlasposa.com/

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Get your way: formazione e crescita in Turchia

1382893_10203045453841762_6950665218221964424_nUno degli ambiti di intervento più significativi coordinati da Volontarimini (Centro servizi per il volontariato della provincia di Rimini) riguarda la possibilità di promuovere scambi europei. Dal 2009 ad oggi sono stati infatti finanziati dall’Unione Europea e coordinati da Volontarimini 6 progetti nell’ambito del Programma Leonardo da Vinci per la mobilità europea. Grazie a questi progetti ben 531 giovani e 97 professionisti e volontari che si occupano di inserimento lavorativo di persone disabili o con disagio sociale hanno avuto l’opportunità di fare esperienze di tirocinio formativo e scambi professionali all’estero. Diversi anche gli Stati europei coinvolti: Spagna, Lituania, Grecia, Turchia, Portogallo, Slovenia, Germania, Svezia, U.K., Malta, Irlanda, Polonia. I ragazzi che hanno avuto l’opportunità di partire sono soprattutto giovani con problematiche particolari legate alla disabilità o giovani a rischio di emarginazione e disagio, che difficilmente potrebbero fare esperienze all’estero di questo tipo da soli.

Tra i progetti di scambio coinvolge da tre anni il territorio riminese il progetto “GET YOUR WAY” (European challenges to enhance knowledge and living skill through education and job training): un’iniziativa per favorire l’inserimento lavorativo attraverso tirocini formativi all’estero promossa da Volontarimini e realizzata in partenariato con i Centri di Servizio per il Volontariato delle province di Forli-Cesena, Bologna, Modena, Parma, Reggio Emilia, Piacenza, Cosenza e della regione Marche.

Tra i giovani che hanno potuto recentemente fruire del progetto ci sono anche cinque ragazzi riminesi: Francesco, Mustapha, Sara, Claudio e Jilmas che insieme agli accompagnatori Lunida Ruli e Livio Liguori sono stati ospiti della città di Ankara per due settimane, dal 9 al 23 Ottobre scorsi.

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Il protagonismo giovanile nelle mani che tremano di Alban

10847809_10205708416540018_5531640906245936244_nLa mamma di Chiara è in carcere, il papà non l’ha mai conosciuto… quando dice che si sente sola al mondo è difficile darle torto. Kalim è arrivato in Italia quando aveva 14 anni, senza un soldo in tasca e senza documenti, senza nessuno che si prendesse cura di lui. Luca è in comunità solo da qualche mese mentre i suoi genitori stanno facendo un percorso per vincere la dipendenza dall’alcool, ma gli hanno promesso che staranno bene e potrà tornare presto a casa. Andrea ha solo 16 anni ma ha già conosciuto la solitudine, la violenza, il carcere.

Sabato scorso a Bologna è successa una cosa un po’anomala. Questi ragazzi, insieme ad altri loro coetanei, hanno preso la parola. Non per raccontare le loro storie, non per impietosire, non per cercare consensi. Hanno preso la parola per dire la loro su alcuni temi importanti: come si cresce, come dovrebbero essere gli adulti che incontrano, come si diventa autonomi, cosa significa sentirsi parte attiva del proprio percorso di vita. E, in particolare, cosa significa farlo quando per diverse ragioni ci si trova a vivere parte della propria infanzia e/o adolescenza “fuori famiglia”: in una comunità di accoglienza, in una casa-famiglia o in affido. Ritrovandosi, spesso, completamente soli al compimento del diciottesimo anno di età.

L’opinione pubblica poco conosce o sente parlare di questi temi. A volte vengono affrontanti in maniera distorta o, peggio, strumentale. Anche noi operatori sociali pensiamo talvolta di saperne già abbastanza, di non avere bisogno di ulteriori stimoli per migliorarci nel nostro lavoro. Poi c’è un problema più generale: le politiche giovanili e i processi partecipativi coinvolgono, quasi sempre, solo quei giovani che già sono in possesso di strumenti e risorse. Chi rischia di rimanere più indietro è invece chi in partenza possiede già meno, almeno apparentemente. Chi non crede di potercela fare. Chi non ha mai avuto nessuno che davvero credesse in lei o in lui.

Il 13 Dicembre all’Università di Bologna un gruppo di ragazzi e ragazze che vivono o hanno vissuto “fuori famiglia” provenienti da 7 province dell’Emilia-Romagna (Rimini compresa) hanno presentato ai decisori politici, agli operatori sociali, ai giornalisti, alla cittadinanza tutta le loro “Raccomandazioni” per migliorare i percorsi di cura e transizione all’autonomia. Un’iniziativa promossa dall’Associazione Agevolando, che ha fatto proprio del tema dell’advocacy una delle sue principali attenzioni. E così grazie a questi ragazzi ho capito che la partecipazione e il protagonismo giovanile sono nelle mani che tremano di Alban. Nelle parole di Nicole che sbuffa e dice: “Speriamo che ci ascoltino!”. Nel tenero balbettio di Karima che si sforza di leggere in una lingua che non è la sua. Nella lettera che Alberto ha scritto alla sua assistente sociale: “Voglio lottare per i miei diritti”.

Perché trovarsi a vivere esperienze familiari difficili non significa non avere niente da dire, ce lo spiega bene il Presidente di Agevolando, Federico Zullo: “A volte ci sentiamo o preferiamo sentirci invisibili. Noi vogliamo rompere questo schema. Se le nostre storie di vita difficili diventano esempio di resilienza per altri facciamo qualcosa di straordinario”.

Sul sito di Agevolando (www.agevolando.org) il testo completo delle Raccomandazioni presentate dai ragazzi del Care Leavers Network dell’Emilia-Romagna: #perfarciascoltare

Silvia Sanchini

Foto: Jennifer Zicca

in: http://www.newsrimini.it/2014/12/il-protagonismo-giovanile-nelle-mani-che-tremano-di-alban/

Verso la I Conferenza del Care Leavers Network regionale

Ho creato questo semplice video per conto dell’Associazione Agevolando per invitarvi in tanti a un importante evento che abbiamo in programma per Sabato 13 Dicembre presso l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze dell’Educazione di Bologna.

Un gruppo di care leavers, giovani che hanno vissuto o stanno per concludere esperienze di accoglienza “fuori famiglia” (in comunità, affido o casa-famiglia), presenteranno al pubblico in sala l’esito degli incontri che hanno portato alla redazione di alcune RACCOMANDAZIONI dirette agli educatori e alle comunità, agli operatori sociali, ai decisori politici, ai giornalisti per migliorare la qualità dei percorsi di cura e di transizione all’autonomia. Gli oltre 30 ragazzi coinvolti (di diversa età e nazionalità) provengono dalle province di Bologna, Modena, Forlì-Cesena, Parma, Ferrara, Rimini e Ravenna e sono stati supportati dai volontari di Agevolando per riflettere sul loro percorso in comunità, sul periodo di transizione, sul tema dell’acquisizione dell’autonomia, sull’essere minori stranieri non accompagnati, sulla cittadinanza attiva.

Non siete curiosi di ascoltare quello che avranno da dirci?

Qui il programma completo dell’evento

Matrioska Lab Store numero 6

Un contenitore per artisti emergenti e creativi che producono oggetti unici realizzati a mano. Un luogo dove mostrare i propri prodotti e come vengono realizzati, scambiarsi idee, comunicare. Matrioska Lab store è questo è molto di più: un’iniziativa ormai consolidata nel territorio riminese e giunta alla sua sesta edizione. Uno spazio espositivo poliedrico come è appunto la Matrioska, la bambola russa dalle tante incognite e sorprese. A Rimini dal 6 all’8 Dicembre, questa volta nell’Ala Moderna del Museo della Città (l’ex ospedale civile), l’evento è a cura dell’Ass.ne culturale L’Equilibrista, ha il patrocinio del Comune di Rimini e collabora con White Studio, Lara Giorgetti Fotografia e Norooof Studio.

Tra gli aspetti originali di questa edizione: “Cartoline”, una collettiva di arte contemporanea con cartoline create ad hoc per l’evento letteralmente pronte da portar via, la “Fucina del pensiero” in cui designer e architetti si scambiano idee e progetti, “Matrioska OFF!”, il Fuori Salone ricreativo di Matrioska.

Nelle stanze dell’ex Ospedale si alternano prodotti di ogni tipo: i gioielli in carta di “Pamphlet”, le creazioni artigianali riciclate a mano di 1+1=7, le “marmorizzazioni” della carta secondo l’antica tecnica del suminagashi realizzate da Giulia Violanti, gli arredi di “Bottega pensante”…e molto altro ancora come le mostre d’arte e fotografia tra cui colpisce in particolare “Chi sono io per giudicare?” di Elvis Spadoni.

Per noi di Rimini Social non possono non saltare all’occhio però soprattutto alcune idee interessanti: innanzitutto i Baby Lab, ottime occasioni per stimolare creatività ed ingegno anche nei più piccoli, organizzati da alcune associazioni del territorio (Are Ere Ire, l’Arca di Noè, Ramina Lab, Mo.a.cca., Le Terre, Ineditart, lablab): si va da attività con il rame all’utilizzo di materiali di riciclo, dal progetto di una casa intorno a un albero alla manipolazione dell’argilla, fino ovviamente ad arrivare alla realizzazione di addobbi natalizi, che nel mese di Dicembre non possono certo mancare.

E poi non possiamo non sottolineare anche in questa occasione la presenza di alcuni “Manu/fatturieri” speciali.

10416578_10205341276598590_6397008634576665648_nCominciamo da Borse dArte (www.borsedarte.com ): un progetto della Cooperativa sociale Insieme di Rimini che si pone l’obiettivo di creare nuove opportunità di lavoro nel sociale. Si tratta di borse che nascono da tele dipinte da artisti che vivono una condizione di vulnerabilità ma che hanno trovato uno spazio di espressione del loro disagio attraverso l’arte. Ogni borsa realizzata dalla Cooperativa diventa così un pezzo unico: non solo un oggetto bello esteticamente e assolutamente originale, ma anche uno strumento per offrire dignità attraverso il lavoro a chi lo realizza. Un intreccio di arte, moda, sociale assolutamente unico.

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3 Dicembre. Giornata delle persone con disabilità.

c_c00878e304Oggi è il 3 Dicembre: Giornata mondiale delle persone con disabilità. Vi segnalo su questo tema il blog di Claudia e questo post dove per celebrare questa giornata ci suggerisce tante letture dedicate soprattutto ai più piccoli. E riprendo con piacere una citazione tratta dal libro “Una vita imprudente” di Claudio Imprudente. Claudio Imprudente, giornalista e scrittore è affetto sin dalla nascita da tetraparesi spastica e comunica attraverso una lavagnetta in plexiglas…ma questo non lo ha certo fermato! Grazie Claudio, perchè ci fai guardare oltre ogni nostro limite trasformandolo in opportunità:

“…e la mia disabilità? Microscopica mancanza rispetto a tutto ciò che mi è stato donato, un granello di sabbia in meno in una infinita spiaggia!”