Le storie di Casa Solferino

DSC00384“Mohamed, possiamo fare una foto insieme?”, “Keita mi fai una firma sul diario?”. Sono imbarazzati ma al tempo stesso divertiti da queste richieste, i giovani migranti che lo scorso 13 maggio hanno incontrato gli studenti dell’Istituto comprensivo di Misano Adriatico invitati dal dirigente scolastico e dagli insegnanti.
Un gruppo di ragazzi ospiti di “Casa Solferino”, servizio per l’accoglienza di Croce rossa italiana – Comitato di Rimini. Con loro anche Mamadou e Maria Laura Gualandi, che insieme al marito Mario e ai loro figli ha deciso di aprire le porte della propria casa al giovane senegalese.
Mamadou è il primo a raccontare la sua storia. Almeno una cinquantina i ragazzi dagli 11 ai 13 anni ad ascoltarlo, un’età in cui stare fermi sembra impossibile, eppure quando parla c’è un silenzio attento e rispettoso.
“In Senegal avevo una situazione familiare difficile. Mio padre aveva risposato un’altra donna che non mi accettava perché non ero suo figlio e subivo ogni forma di violenza nel corpo e nello spirito. Ho deciso di andarmene, ma ero solo e non sapevo cosa fare. Ho attraversato il Mali, il Burkina Faso, il Niger, la Libia. In Libia sono stato in carcere, anche qui ho subito violenze. Non avrei mai immaginato dopo tanto dolore di trovare una famiglia in Italia pronta ad accogliermi e a volermi così bene”.

Anche la storia di Keita, 24 anni, arrivato in Italia dalla Nuova Guinea, è piena di dolore ma altrettanta voglia di riscatto: “È difficile per me ricordare e raccontare la situazione drammatica che vivevo nel mio paese. Povertà, malattia, disperazione. Eppure oggi tutto è cambiato”. Keita è volontario di Croce Rossa, indossa con orgoglio la divisa. Sorride quando per strada le persone lo fermano e si stupiscono che lo stereotipo del migrante bisognoso si sia in questo caso ribaltato, nella generosità di Keita che si mette a disposizione degli altri.

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Migrante a chi?

“Migrante a chi?” è il titolo del pomeriggio di confronto, in stile sinodale, che la Parrocchia Sant’Andrea dell’Ausa – Crocifisso di Rimini ha organizzato in preparazione all’Assemblea diocesana di Pentecoste dei prossimi 2-3 giugno.
Questo video racconta il senso e lo spirito della giornata ed è bellissimo non solo da un punto di vista tecnico ma soprattutto perché racconta un percorso difficile, ma al tempo stesso importante, di integrazione, accoglienza, corresponsabilità.

La mia vita da zucchina

locandinaPer il festival di letteratura per ragazzi “Mare di Libri” ho recensito “La mia vita da zucchina”, il libro di Gilles Paris diventato un film d’animazione nel 2016. La recensione fa parte di una bibliografia più ampia, a cura di Elena Lia Bot, dedicata ad affido, comunità e adozione. L’autore francese sarà inoltre a Rimini per la prossima edizione del Festiva.

La mia vita da zucchina (Autobiografia di una zucchina nella prima edizione) è un libro del 2008 dell’autore francese Gilles Paris, divenuto nel 2016 un film d’animazione con la regia di Claude Barras e la sceneggiatura di Céline Sciamma.
In entrambi i casi protagonista è lo sguardo di Icare, detto Zucchina: la sua voce narrante nel libro, i suoi occhi grandi e i disegni attraverso cui racconta la sua quotidianità nella pellicola d’animazione.

Zucchina ha 9 anni e cresce “fuori famiglia”, alle Fontane: una casa-famiglia che accoglie bambini con storie di vita difficili. Impossibile, per chi conosce e lavora in questo mondo, non ritrovare nei protagonisti i volti e le storie di tanti bambini e ragazzi che ogni giorno incontriamo e le stesse dinamiche che caratterizzano la vita in una casa di accoglienza.
La trama del film solo in alcuni punti e per alcune scelte di sceneggiatura si discosta dal libro, ma ha in comune con il romanzo di Paris lo stile misurato, ironico, poetico, la delicatezza con cui si avvicina senza retorica alle tematiche più difficili. L’autore del romanzo ha frequentato per mesi il mondo delle case-famiglia prima di scrivere questa storia, ed è evidente una conoscenza diretta del tema che affronta.
Bambini e ragazzi vittime di abusi e violenze, genitori in carcere o rimpatriati, adulti incapaci di prendersi cura dei più piccoli. E poi: lo spaesamento iniziale di chi si trova a crescere in una casa diversa dalla propria, la solitudine e gli ostacoli, i piccoli castighi quotidiani (la rampa della scala da pulire se la fai grossa) ma anche esperienze di straordinaria solidarietà e relazioni nuove, capaci di ridare un senso alla propria vita e al proprio dolore. Fratelli e sorelle, genitori e figli non di sangue ma per scelta.
Soprattutto è merito dell’autore e del regista quello di restituire a una realtà complessa come quella delle case-famiglia un aspetto di dignità e profonda bellezza.
Non si nega il dolore, non si fanno sconti alla realtà: “Noi siamo come dei fiori selvatici che nessuno ha voglia di cogliere”, è il grido di disperazione di Simon, grande amico di Zucchina. E il pensiero costante della dolce Camille è “ai bambini che hanno dei veri genitori e che adesso sono con loro”.
Eppure La mia vita da zucchina è anche una storia piena di speranza. Perché anche quando il mondo sembra crollare possono accadere cose positive. Perché, con le parole di Friedrich Hölderlin, “lì dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. E se hai qualcuno che ti tiene la mano e che riesce a comprenderti, è più semplice.

(in: http://www.maredilibri.it/libri/la-mia-vita-da-zucchina/)

Chi ha paura dello straniero?

bonding-1985863_960_720Da qualche tempo quando incontro gruppi di studenti, parrocchie o associazioni per parlare di immigrazione, comincio con qualche domanda. Quanti sono gli stranieri in Italia? Quanti a Rimini?

Le risposte, quasi sempre, sovradimensionano il fenomeno.

Una ricerca molto interessante dell’istituto britannico Ipsos Mori conferma quanto evidenziato dal mio piccolo campione statistico: nel 2015 gli italiani ritenevano che la percentuale di stranieri sul territorio italiano fosse vicina al 26 per cento. Gli stranieri residenti in Italia sono invece 5.026.153, pari all’8,3% della popolazione (dati al 1°gennaio 2016). Uno scarto di almeno 18 punti percentuali.

Ancora meno rilevante la percentuale dei rifugiati: l’Italia è agli ultimi posti in Europa per incidenza sulla popolazione totale (1,9 ogni mille abitanti). Il maggior numero di rifugiati non risiede in Europa ma in paesi extraeuropei (Turchia, Pakistan, Libano)1. A Rimini si conta appena 1 rifugiato ogni 2.500 abitanti2.

Un altro tema che si collega alla presenza della popolazione migrante nel nostro paese è quello della sicurezza.

La percezione diffusa è quella di città sempre meno sicure. Io stessa potrei raccontare di tanti episodi di furti, rapine o aggressione che hanno riguardato me, la mia famiglia o i miei vicini di casa negli ultimi mesi, per questo non voglio assolutamente sminuire il problema. Ma, anche in questo caso, il senso di vulnerabilità dei cittadini è spesso superiore al dato di realtà.

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Una Mehari e la verità. Ricordando Giancarlo Siani

L’amore. Gli amici. La musica e qualche concerto. Il lavoro precario, anzi abusivo. Non c’è nulla di fuori dall’ordinario nella vita del ventiseienne Giancarlo Siani.

Ma è il 1985 e se decidi di fare il giornalista, o meglio il giornalista-giornalista, a Torre Annunziata qualcosa nello scorrere delle tue giornate comincia a cambiare. E a bordo di quella Mehari verde acido, inconfondibile, inizia l’incontro con la sconvolgente realtà della camorra fatta di stragi di sangue, violente vendette, istituzioni complici. E i chilometri macinati sulla Mehari diventano il simbolo di un cammino che ha solo un obiettivo: ricercare e raccontare la verità. Perché “le persone per scegliere devono sapere, devono conoscere i fatti”.

In questi giorni a Rimini è stata esposta l’auto di Giancarlo Siani, in una tappa del tour “Il viaggio legale”. Sono stati organizzati dalle associazioni promotrici incontri e dibattiti e proiettato il bellissimo film di Marco Risi che racconta la sua storia, “Fortapasc”. Giancarlo ha scritto in pochi anni più di 900 articoli, uno di questi (pubblicato il 10 giugno 1985 su “Il Mattino”) ha decretato la sua condanna a morte per mano della camorra. La sua storia – e con lui quella degli altri operatori dell’informazione uccisi o minacciati dalla mafia – è ancora poco conosciuta, eppure la sua lezione è quanto mai attuale e ci ricorda anche e soprattutto in quest’epoca di bufale e post-verità che c’è un unico modo di fare giornalismo, che non fa sconti, e ha un solo compito: rendere chi legge più consapevole, e quindi più libero.

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Il presepe più bello

img_20161228_123842Quest’anno il presepe più bello di Rimini, non lo troverete segnalato su nessun sito o rivista di informazione turistica.
E’l’opera dell’artista bulgaro, ma ormai borghigiano d’adozione, Kiril Cholakov. E’un acrilico su tela, 310×990 cm esposto alla Chiesa di San Giuliano Martire (nel borgo San Giuliano di Rimini). L’artista ha voluto raffigurare tutte le situazioni che, come è capitato alla famiglia di Nazaret, spingono a dover lasciare drammaticamente la propria casa. E così in questo straordinario presepe entrano a pieno titolo le vittime del terremoto, rifugiati e migranti, persone senza fissa dimora. Ma non manca anche un messaggio di speranza: una bimba, tra le braccia di Papa Francesco. Un ramoscello che germoglia tra le macerie. E i tre re magi, simbolicamente raffigurati come volontari della Croce rossa e della protezione civile.
L’autore sembra anticipare le parole di Papa Francesco nell’omelia di Natale: “Il mistero del Natale, che è luce e gioia, interpella e scuote, perché è nello stesso tempo un mistero di speranza e di tristezza. Porta con sé un sapore di tristezza, in quanto l’amore non è accolto, la vita viene scartata. Così accadde a Giuseppe e Maria, che trovarono le porte chiuse e posero Gesù in una mangiatoia, “perché per loro non c’era posto nell’alloggio”. Gesù nacque rifiutato da alcuni e nell’indifferenza dei più. Anche oggi ci può essere la stessa indifferenza, quando Natale diventa una festa dove i protagonisti siamo noi, anziché Lui; quando le luci del commercio gettano nell’ombra la luce di Dio; quando ci affanniamo per i regali e restiamo insensibili a chi è emarginato”.
Un’opera non solo piena di intensità e bellezza, ma che racchiude in sè e ci aiuta a meditare il senso vero del Natale. Penso che un presepe così, sarebbe piaciuto anche a San Francesco.

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Ethicjobs, lavorare bene per vivere meglio

ethicjobsLuca Carrai ha solo 27 anni ma idee chiare e ambiziose: cambiare il mondo un poco alla volta, attraverso pratiche e scelte quotidiane. Nato in Toscana a Castiglione della Pescaia, dopo una laurea in Lettere e Filosofia a Firenze, approda a Rimini per studiare Economia, in particolare la Laurea Magistrale in Tourism Economics and Management. Si innamora di questa città e la sua passione lo porta, ancora una volta, a impegnarsi concretamente per fare qualcosa di innovativo e importante. Decide di mettere radici in Romagna e, insieme a un gruppo di amici, fonda l’associazione universitaria “Slash”.

Ma questo non basta: la sua idea è quella di fare incontrare business ed etica come dimensioni non contrapposte, ma complementari. Così, quasi per caso, nasce l’idea di “Ethicjobs”, un progetto che sin da subito riscuote successo e attenzione da parte di tanti e che sta muovendo i suoi primi passi. Facciamo qualche domanda a Luca per saperne qualcosa di più.

Come nasce l’intuizione di “Ethicjobs” e quali sono i punti di forza di questo progetto?

È stato calcolato che ogni persona passa nella vita circa 109.800 ore lavorando per un totale di 14.600 giorni. In pratica dedichiamo al lavoro il 15% della nostra esistenza. Un aspetto così importante, non può allora essere dato per scontato. Da qui l’intuizione di fare qualcosa perché le ore spese al lavoro possano essere sempre più un tempo di qualità.

Ethicjobs è un progetto che nasce con l’idea di premiare ed elevare la qualità del lavoro in Italia (anche) attraverso una piattaforma che darà visibilità e certificherà le aziende che offriranno i migliori standard di qualità lavorativa. Un processo bottom-up, in cui saranno gli stessi dipendenti dell’azienda a certificare le proprie condizioni lavorative contribuendo a delineare un quadro delle migliori imprese italiane. La logica è un po’quella di “Trip Advisor” ma applicata al mondo del lavoro e con scopi totalmente diversi.

Attualmente mi sento di dire che il progetto ha quattro fondamentali punti di forza: un’idea vincente e innovativa, un team di tredici persone variegato ma unito da forte motivazione ed entusiasmo, partnership strategiche e un buon numero di finanziamenti già ottenuti.

Per noi è fondamentale che il progetto abbia una ricaduta territoriale forte: vogliamo migliorare Rimini, la città in cui viviamo mettendo al centro una visione etica del lavoro. E vogliamo che l’esperienza riminese sia poi d’esempio per altri comuni.

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Appunti dalla Biennale del Disegno di Rimini

IMG_20160709_130950Si è conclusa anche la seconda edizione della “Biennale del Disegno” di Rimini: 27 mostre, circa 2.000 disegni, opere dal XVI secolo ad oggi. Anche se solo nell’ultima settimana, sono riuscita a visitare un buon numero di esposizioni, usufruendo  degli ingressi gratuiti e diventandone testimone grazie alla partecipazione al photocontest #MyBiennaleRN (per me che adoro Instagram, un’occasione troppo ghiotta!).

Alcuni appunti e alcune suggestioni da questa interessante kermesse: ho sbagliato a non prenotare visite guidate, che avrebbero sicuramente favorito una maggiore consapevolezza e comprensione delle mostre. Non tutto infatti era così accessibile, c’erano alcuni pannelli esplicativi ma lo sguardo di un esperto avrebbe sicuramente giovato per me che non sono un’addetta ai lavori.

Tra le esperienze più belle non posso non citare la mostra dedicata ad Andrea Pazienza (“Credevo fosse uno sprazzo, era invece un inizio”), nel Foyer del Teatro Galli, emozionante e divertente ritrovare il suo tratto così deciso e irriverente in una cornice tanto raffinata e importante. A Castel Sismondo sono invece rimasta colpita dalla sezione dedicata alla Basilica di Loreto (“Profili del cielo”) con i disegni del Pomarancio e di Giuseppe Maccari e dal ritrovare le opere del genio di Bruno Munari (nella mostra “I Marziani”): per chi si occupa di educazione e didattica il Metodo Munari è un punto di riferimento importante, ma è interessante osservarlo come artista poliedrico anche nel campo del disegno e della grafica. Alla FAR (Fabbrica Arte Rimini, Palazzo del Podestà) ho ritrovato con piacere due opere di Eron (la Fontana della Pigna e il Ponte di Tiberio): per me che amo la street art è un onore essere concittadina di un artista così importante nel panorama internazionale.

Una nota di merito particolare va sicuramente alle location scelte per le esposizioni: le pareti intrise di storia di Castel Sismondo, l’eleganza del Teatro Galli finalmente (almeno in parte) restituito alla città e l’Ala Moderna del Museo cittadino che è ormai  diventata suggestiva cornice dei più importanti appuntamenti culturali e artistici riminesi e che anche in questo caso si è rivelata contesto perfetto per il bellissimo “Cantiere Disegno”: cinquanta artisti che, nella loro diversità, sono stati chiamati a ricomporre “il volto del mondo”.

Insomma, anche quest’anno torno a casa con gli occhi pieni di stimoli e di bellezza.

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Djibril, Oumar, Moussa e Mamadou: la Giornata del Rifugiato a Rimini

20160623_191502.jpgOre storiche per l’Europa, con il voto del Referendum Brexit in Gran Bretagna. E mentre il 51,9% dei cittadini britannici scriveva “Leave” sulla propria scheda referendaria, in tutto il mondo si svolgevano eventi e iniziative in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato.

Anche a Rimini i progetti SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) del Comune di Rimini (“Rimini Porto sicuro” e “Karibu Rimini”) in collaborazione con tutti i soggetti che gestiscono i centri di accoglienza e le associazioni che lavorano per l’integrazione hanno deciso di promuovere un evento in Piazza Cavour giovedì 23 giugno.

A partire dalle ore 18.00 la piazza comincia a popolarsi: un semplice biliardino diventa punto di ritrovo e aggregazione. Su morbidi cuscini c’è chi intrattiene i più piccoli colorando e raccontando favole dal mondo. Le cooperative espongono oggetti artigianali realizzati assieme ai migranti, c’è chi offre te e dolcetti, chi si propone di scrivere il tuo nome in bengalese o urdu.

Secondo i più recenti dati dell’UNHCR, l’Agenzia ONU per i rifugiati, 1 persona ogni 113 nel mondo è un richiedente asilo, uno sfollato interno o un rifugiato. Nel 2015 per la prima volta è stata superata la soglia delle 60 milioni di persone costrette a fuggire (circa quante l’intera popolazione della Francia), di queste il 51% sono bambini (Global Trends 2015, https://s3.amazonaws.com/unhcrsharedmedia/2016/2016-06-20-global-trends/2016-06-14-Global-Trends-2015.pdf).

Ma torniamo a Rimini. Commenta Patrizia Fiori, della Direzione Servizi Educativi e di Protezione Sociale del Comune di Rimini:“L’Amministrazione comunale è molto soddisfatta dell’evento: volevamo che fosse un momento informale e di festa, lasciando soprattutto spazio ai protagonisti di una migrazione epocale che suscita emozioni contrastanti ed opposte”.

È felice di esserci Djibril, 24 anni, che viene dalla Guinea e dopo essere stato ospite di “Casa Solferino”, un progetto della Croce Rossa riminese, ne è diventato valido collaboratore: “Questa festa è un modo per dimostrare che possiamo stare tutti insieme, senza confini e divisioni. Siamo tutti uguali e non dovrebbero esserci discriminazioni. Io in Italia mi sono sentito accolto e aiutato, per questo oggi sono in piazza anche per dire il mio grazie”.

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(Ph. Emiliano Violante)