Voglio vederti danzare. #BuonFerragosto

foto libro madriTorno con piacere a parlarvi grazie a Punto Famiglia del libro “Madri” e di quella meraviglia che sono Antonia Chiara Scardicchio e sua figlia Serena, nonchè della felice intuizione della HopeSchool!
Con le sue parole di ‪‎speranza‬, auguro a tutti buon Ferragosto!

«Madri è un piccolo gioiello. Semplice, delicato, intenso, profondo ed eccentrico. Proprio come la sua autrice». Sono le parole di Piero D’Argento, consulente del Welfare della Regione Puglia, così efficaci nel descrivere un libro che è molto di più del semplice racconto di una mamma e del suo rapporto con la figlia affetta da autismo.

L’autrice, Antonia Chiara Scardicchio, è ricercatrice in Pedagogia sperimentale e professore di Progettazione e valutazione dei processi formativi presso l’Università degli studi di Foggia. Dal 1988 conduce atelier autobiografici mediante i linguaggi del gioco e dell’arte. Ha al suo attivo numerose pubblicazione e nel 2015 ha fondato insieme alle Edizioni “La Meridiana” la prima scuola italiana di “speranza scientificamente fondata”: la “HopeSchool”. È sposata con Giovanni ed è mamma di Serena e Gabriele.

Come nasce il libro “Madri” è qual è il messaggio che questo testo desidera trasmettere?

Il messaggio del libro muove, posso dire con Ligabue, da “il giorno di dolore che uno ha”: non riguarda dunque soltanto la disabilità di mia figlia Serena ma la sofferenza che tutti – seppur in forme diverse – attraversiamo nella nostra storia. Ed è il racconto del dolore, che è solo la penultima notizia, perché la croce – come amava ripetere don Tonino Bello – è “collocazione provvisoria”.

Questo non significa negare il peso, la fatica, la tragedia. Significa non riconoscergli eternità. Ed è allora – quando il dolore smette di farci credere che è senza scampo – che la vita ci stupisce.

“Madri”, per esempio, è nato in maniera del tutto inaspettata, in risposta ad una situazione dolorosa. Il testo che avevo scritto per me era nel mio cassetto, a segnare un momento di passaggio nella mia storia. Finché Antonella Chiadini, medico e giornalista riminese dallo straordinario estro, mi ha dato l’occasione di trasformarlo in condivisione, grazie alle Edizioni NFC e alla Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile, una ONLUS impegnata nel tutelare i diritti dell’infanzia e promuovere una positiva cultura della maternità.

“Madri” raccoglie anche diversi preziosi contributi: le interviste di Mariangela Taccogna e Alessandra Erriquez, le fotografie di Giovanni Ventura, le illustrazioni di Patrizia Casadei, le opere della scultrice Angela Micheli. È dunque un coro, una comunità di voci che racconta che sì, si può morire anche mentre siamo in vita. Ma le croci al terzo giorno si possono spiantare.

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Abdoul…e una nuova collaborazione con “Punto Famiglia”

person-690354_640-640x336E così inizia una nuova avventura. Se vi va di seguirmi mi trovate ogni due settimane sul portale Punto Famiglia, un importante magazine che si propone di accompagnare e sostenere la famiglia (e poi su Riminisocial2.0), per raccontarvi storie di ragazze e ragazzi che vivono o hanno vissuto “fuori famiglia”. La prima storia che vi racconto è quella di Abdoul, giovane arrivato dal Marocco quando aveva solo 14 anni. Storie che ho incrociato e incrocio ancora grazie al lavoro con la Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS e l’Associazione Agevolando. Storie inventate da me, ma al tempo stesso autentiche perché sempre ispirate alla realtà. Se vi va di seguirmi, leggere e commentare, criticare, discutere…beh, inutile dirvi che per me sarebbe molto bello. Un grande grazie va, come sempre, a chi ha fiducia in me e non smette di offrirmi opportunità e occasioni di parlare di questi temi.

Quando sono arrivato in Italia avevo 14 anni. Ero poco più che un bambino, ma mi sentivo un uomo. Avevo viaggiato per settimane – non so nemmeno dire quante – nascosto in un camion che trasportava pneumatici. La mia famiglia aveva pagato più di 5.000 euro per farmi fare quel viaggio. Abbiamo attraversato il Marocco, la Spagna, la Francia…e infine l’Italia. Il camion mi ha lasciato ai bordi di una strada, nei pressi di Rimini. Era il 12 febbraio e faceva freddo, ma io avevo soprattutto sete. Sentivo dentro lo stomaco come una voragine, qualcosa che mi risucchiava, non riuscivo a capire cosa. Ho cominciato a camminare, non avevo idea di dove mi trovassi e intorno a me vedevo solo scritte in una lingua che non capivo minimamente. Avevo un numero di telefono. Mia madre mi aveva detto di chiamare mio cugino Ahmed appena arrivavo in Italia e che avrebbe pensato lui a me. Su una cosa era stata chiarissima: per nessun motivo sarei dovuto tornare indietro. Continua a leggere

“Madri” – Diventiamo maestri di speranza

11149283_866157260097728_6964535485508909819_nIn questa giornata non posso non parlarvi di un libro dedicato a tutte le madri, e non solo. Antonia Chiara Scardicchio, l’autrice, è formatrice e ricercatrice all’Università degli studi di Foggia e mamma di Serena, una bimba speciale. E’ inoltre ideatrice della “HopeSchool”, Scuola di Speranza, promossa insieme alle Edizioni La Meridiana.

“Madri” è un libro che ha avuto un grande successo, tanto da essere stato appena riproposto in una seconda edizione ampliata. Qual è il cuore di questa opera?

Il messaggio del libro muove, posso dire con Ligabue, da “il giorno di dolore che uno ha”: non riguarda dunque soltanto la disabilità di mia figlia Serena ma la sofferenza che, tutti, seppur in forme diverse, attraversiamo nella nostra storia. Ed è il racconto che questo dolore è solo la penultima notizia, perché la croce – come amava ripetere don Tonino Bello – è “collocazione provvisoria”. Questo non significa negare il peso, la fatica, la tragedia. Significa non riconoscergli eternità. Ed è allora – quando il dolore smette di farci credere che è senza scampo – che la vita ci stupisce. “Madri”, per esempio, è nato in maniera del tutto inaspettata, in risposta ad una situazione dolorosa. Il testo che è il cuore del libro lo avevo scritto solo per me ed era nel mio cassetto, a segnare un momento di passaggio nella mia storia. Finché Antonella Chiadini, medico e giornalista riminese dallo straordinario estro, mi ha dato l’occasione di trasformarlo in condivisione, grazie alle Edizioni NFC e alla Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile. “Madri” raccoglie anche diversi preziosi contributi: le interviste di Mariangela Taccogna e Alessandra Erriquez, le fotografie di Giovanni Ventura, le illustrazioni di Patrizia Casadei, le opere della scultrice Angela Micheli. E’ dunque un coro, una comunità di voci che racconta che, sì, si può morire anche mentre siamo in vita… Ma le croci al terzo giorno si possono spiantare.

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17 Aprile…tutti a scuola di speranza con Chiara SCARDICCHIO

17-4-2015 Incontro con Chiara ScardicchioL’Azione Cattolica della Parrocchia Nostra Signora di Fatima di Rivabella di Rimini e la Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS promuovono l’incontro pubblico: “A scuola di speranza. Da Jovanotti a Don Tonino Bello, una storia di resurrezione”.

L’incontro si svolgerà Venerdì 17 Aprile p.v. alle ore 20.45 nel Teatro della Parrocchia di Rivabella (via Coletti 174 – Rimini). Interverrà ANTONIA CHIARA SCARDICCHIO, formatrice e ricercatrice dell’Università degli studi di Foggia, esperta di narrazione autobiografica, e mamma di Serena, una bimba speciale affetta da autismo.

Nell’incontro verrà presentata la nuova edizione ampliata del libro “Madri…voglio vederti danzare” (NFC Edizioni, 2015 http://www.agenzianfc.com/shop/madri-1) che racconta la storia di Chiara e Serena anche grazie al contributo di Antonella Chiadini, Mariangela Taccogna e Alessandra Erriquez e attraverso le fotografie di Giovanni Ventura, le illustrazioni di Patrizia Casadei e le opere dell’artista Angela Micheli.

“Madri è un libro che parla di autismo e del mio rapporto con mia figlia Serena, ma non solo”spiega Chiara Scardicchio. “È la storia di chiunque si trovi a vivere una situazione di fatica e sofferenza e invece di cedere il passo alla disperazione, sceglie di rialzarsi in piedi e ricominciare. Solo così la disgrazia può trasformarsi in grazia, il dolore in speranza. La felicità infatti non consiste nell’assenza di pesi o di dolore ma nella loro trasformazione”.

La proposta di questa serata è nata dall’incontro tra la sensibilità educativa dell’Azione Cattolica, che da alcuni anni promuove incontri di formazione su tematiche di attualità nella Parrocchia N.S. Di Fatima di Rivabella e l’attività della Fondazione San Giuseppe, da oltre cent’anni impegnata nella promozione di una positiva cultura dell’infanzia e della maternità e che ha concretamente contributo alla pubblicazione del libro “Madri” per sostenere le spese del sostegno scolastico per Serena.

Nella serata verrà inoltre presentata l’iniziativa promossa dalla Editrice Meridiana: “Hope school”, la prima Scuola di Speranza italiana nata a Molfetta grazie all’iniziativa di un gruppo di professioniste nel settore editoria, comunicazione, ricerca, insegnamento e in particolare grazie al contributo della stessa Chiara Scardicchio, Direttrice scientifica della Scuola. Altre informazioni alla pagina http://www.edizionilameridiana.it/hopeschool/. Filosofia della scuola è che “la speranza non si può insegnare ma si può imparare”.

L’incontro di Venerdì 17 Aprile p.v. è gratuito e aperto a tutta la cittadinanza. Sarà seguito, nella mattinata di Sabato 18 Aprile p.v., da un laboratorio di formazione condotto dalla stessa Chiara Scardicchio: “Atelier bibiliografico tra Logica & Fantastica” al quale prenderanno parte gli operatori della Fondazione San Giuseppe e della Cooperativa Sociale “Il Millepiedi”.

Per saperne di più: http://www.sangiuseppe.org/news-eventi/a-scuola-di-speranza-incontro-con-chiara-scardicchio

Non siamo mai completi. Abbiamo bisogno degli altri. Intervista ad Andrea Canevaro

“Per aver dato impulso con i suoi studi e le sue ricerche, allo sviluppo del pensiero sui temi della disabilità, delle differenze e dei sistemi educativi a livello nazionale ed europeo […]. Per aver accompagnato il mondo dell’associazionismo e della cooperazione sociale riminese nella progettazione e nella costruzione di realtà di accoglienza e di inclusione sociale, educativa e occupazionale […] Per averci insegnato a guardare al benessere e all’inclusione delle giovani generazioni come elemento imprescindibile nella costruzione del futuro della nostra società […]”.
Con queste motivazioni l’Amministrazione Comunale ha scelto di conferire lo scorso 20 Novembre, Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, la cittadinanza onoraria ad Andrea Canevaro, ordinario di Pedagogia Speciale all’Università degli Studi di Bologna e figura chiave nello sviluppo del pensiero pedagogico in ambito nazionale e internazionale.

Durante la cerimonia solenne sono intervenuti la Presidente del Consiglio Comunale Donatella Turci, il sindaco Andrea Gnassi e la vice sindaco Gloria Lisi. La tradizionale laudatio è stata affidata all’Assessore alla Scuola e all’Università della Regione Emilia-Romagna Patrizio Bianchi che in un appassionato discorso ha sottolineato il dna educativo che contraddistingue la città di Rimini e che Canevaro ha contribuito ad implementare divenendo maestro per generazioni di educatori e operatori sociali, nell’ottica di una Pedagogia della complessità che si contrappone alla banalizzazione e alla linearizzazione così diffuse nella società odierna. Alla cerimonia solenne in onore del prof. Canevaro si è aggiunta poi una festa al Centro per le Famiglie dove simbolicamente l’amministrazione comunale ha voluto conferire ai bambini stranieri nati in Italia e residenti a Rimini la cittadinanza onoraria, come auspicata premessa dell’effettivo riconoscimento della cittadinanza italiana da parte della legislazione nazionale. In questa giornata che ha certamente riconosciuto il valore della sua persona ma anche e soprattutto inviato un messaggio preciso alla città di Rimini da parte dell’amministrazione, chiediamo proprio ad Andrea Canevaro un commento e qualche riflessione.

Qual è il suo rapporto con la città di Rimini e con i riminesi?
“Rimini mi ha sempre affascinato. Da bambino, andando a trovare una mia zia che stava a Torre Pedrera – io arrivavo, con i miei, dal ravennate – e sentivo che quando mi avvicinavo a Rimini mi sembrava di avvicinarmi ad un luogo proibito e meraviglioso. Quando, cresciuto, sono tornato a Rimini, il luogo non è stato più proibito ed è rimasto meraviglioso. Certi scorci della città, vicino al Castello o nelle piazzette tipo quella dei Teatini mi fanno sognare di essere a… Parigi. E incontro persone meravigliose, che tengono un caffè o un forno da pane con l’eleganza disponibile di chi conosce le antiche leggi dell’ospitalità.”

Come è possibile, allora, in questo contesto far crescere i valori dell’accoglienza e dell’educazione anche nella nostra città, in particolare nell’ottica dell’inclusione delle persone con bisogno speciali?
“Occorre partire dalle risorse esistenti per valorizzarle in un progetto che permetta l’assunzione della responsabilità dell’accompagnamento nel progetto di vita, che può anche comprendere la residenzialità, in diverse forme e accanto ad altre proposte. La logica dell’accompagnamento nel progetto di vita dovrebbe introdurre un cambiamento sostanziale: dalla percezione di percorso per un soggetto con bisogni speciali costituito da segmenti, alla costruzione di un percorso personalizzato in cui le parole intreccio e rete siano riferimenti di pratiche socio-educative capaci di dare vita a proposte riabilitative domiciliari, sociali, laboratoriali, residenziali per solo alloggio, residenziali con accoglienza completa…e gli operatori acquisiscano competenze per padroneggiare l’intera gamma delle possibilità che sortiranno, e che nasceranno anche dal loro operare progettando. E questo sarà fatto con il costante dialogo con i famigliari e le reti sociali dei soggetti con bisogni speciali.”

È fiducioso che questo sia possibile?
“Dobbiamo vivere la speranza, che è davanti a noi e non alle nostre spalle. La speranza, dice il vocabolario è attesa viva e fiduciosa di un bene futuro. Sperare è aprirsi al futuro. In una favola di La Fontaine, a proposito di un uomo vecchio che spera di conquistare una fra tre fanciulle, si dice che è meglio che non si illuda: quittez le long espoir et les vastes pensées (Abbandoni la speranza troppo ampia e i pensieri troppo vasti). Significa che il futuro deve essere misurato sul possibile, e non lasciato nel vago di un tempo impossibile. Chi vive l’emergenza continua della condizione assistenziale, non ha davanti il tempo. Lo ha alle spalle. Se l’attesa è di qualcosa di impossibile, cresce la disperazione. Viaggiando si può imparare a vivere il tempo, anche il tempo dell’attesa. Si può imparare a vivere attese possibili. Vivere gli incontri con fiducia, imparando a distinguere, superando i pietismi che sovente circondano chi vive in condizioni particolari e può sentirsi valutato sempre totalmente, e non unicamente per la specificità di una situazione.”

In questo senso potremmo quindi intendere il viaggio come metafora della vita?
“Certo. Basti pensare che quando eravamo bambini dipendevamo in tutto e per tutto dai nostri genitori, poi siamo cresciuti, siamo diventati capaci di camminare poi di andare in bicicletta: i periodi potrebbero essere scanditi in durate più brevi che permettono di capire meglio quello che succede in una serie di tappe importanti; non siamo nati già completi eppure riteniamo di aver avuto una vita in cui eravamo completi, normali, funzionanti, e poi… ci siamo accorti, finalmente, che non siamo mai completi e abbiamo sempre bisogno gli uni degli altri…”.

Dunque, in qualsiasi situazione ci troviamo, nel viaggio della vita abbiamo sempre e comunque bisogno gli uni degli altri e questo non è mai un limite, ma una ricchezza. Grazie ad Andrea Canevaro e alla città di Rimini per avercelo ricordato.

Silvia Sanchini

in http://www.newsrimini.it/sociale
foto: Comune di Rimini

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Live dal “Festival Francescano”. Terzo giorno giorno

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“Per sperare partirò”.

È una delle frasi che si legge sul wall “Appunti di viaggio” in piazza Tre Martiri, uno spazio dedicato ai partecipanti al Festival per lasciare pensieri, immagini, suggestioni. È una frase di Padre Daniele Badiali, sacerdote e missionario faentino, ucciso in Perù nel 1997.

Se partire è sinonimo di speranza, non vi è dubbio che questa quinta edizione del Festival Francescano abbia lasciato un messaggio di speranza nel cuore di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di parteciparvi.

In questa ultima giornata di eventi il meteo non ha purtroppo assistito l’organizzazione, ma la macchina del Festival non si è affatto fermata.

La mattinata si è aperta con la Celebrazione Eucaristica presieduta da Mons. Francesco Lambiasi, seguita dall’incontro con Fra Egidio Canil, incentrato sulla figura di Sant’Antonio da Padova.

Molto atteso anche l’appuntamento nel pomeriggio con Padre Raniero Cantalamessa, francescano tra i più noti, e la tavola rotonda: “Stranieri con Dio”, sul tema dell’ospitalità nelle tre religioni monoteiste raccontate da Khaled Fouad Allam, Piero Stefani e padre Claudio Monge moderati dal vaticanista Aldo Maria Valli.

Hanno poi rallegrato i più piccoli le voci bianche del Coro dell’Antoniano di Bologna. E nella Sala del Giudizio del Museo di Rimini, Syusy Blady ha incantato e divertito la platea raccontando e mostrando le immagini più belle della sua esperienza di “turista per caso” in giro per il mondo con uno sguardo sempre curioso e divertito. Ad accompagnarla le note dei Duende.

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Per chi avesse già nostalgia del clima e degli appuntamenti del Festival, ci sarà l’opportunità ancora fino al 3 Novembre di gustarne l’atmosfera visitando le sei mostre dedicate ad arte e spiritualità allestite presso Castel Sismondo volte a raccontare il viaggio come pellegrinaggio, fuga ed esperienza di condivisione, con artisti come Burri e Guercino.

Scendere in piazza, incontrare la gente, uscire dall’autoreferenzialità, diffondere la semplicità e la freschezza del messaggio di San Francesco d’Assisi erano tra i principali obiettivi del Festival Francescano sin da quando nel 2009 nacque dall’idea di un frate cappuccino, Padre Giordano Ferri, ed è diventato oggi un evento sempre più di portata nazionale. L’obiettivo è sicuramente raggiunto, ma la gioia e la bellezza di queste giornate non saranno sufficienti se rimarranno circoscritte al momento presente. Per questo la vera sfida del Festival è quella di trasformare chi vi partecipa, rinnovare l’impegno e la responsabilità di tutti, svolgere un’azione culturale e politica (nel senso più alto del termine) anche nella quotidianità. Con lo stesso spirito autentico e sereno che abbiamo avuto la fortuna di assaporare in questi giorni.

Al Movimento Francescano, agli organizzatori, ai collaboratori e ai volontari va dunque la più sincera gratitudine per queste giornate e, sin da ora, un arrivederci al prossimo anno perché…ebbene sì, il Festival tornerà a Rimini con la sua carica di energia positiva, vitalità ed entusiasmo!

Silvia Sanchini

Foto: Un’immagine del Wall “Appunti di viaggio”, Syusy Blady e i Duende

Papa Franceco e la GMG

imagesCi sono diversi modi di vivere una GMG (Giornata Mondiale della Gioventù). Ci si può accostare a questo evento con scetticismo, oppure con fiducia, curiosità, come occasione per fare nuovi incontri o come opportunità per approfondire la propria fede.
Quel che certo è che questa XXVIII Edizione dell’evento, nato per intuizione di Giovanni Paolo II nel 1985, ha avuto un significato particolare per il Paese che ha accolto circa 3.000.000 di giovani da tutto il mondo: il Brasile.
Il gigante latinoamericano vive infatti un momento di particolare complessità: da un lato segnali di speranza quali una crescita notevole del PIL che ha portato ad uscire dalla miseria negli ultimi anni 40.000.000 di cittadini, dall’altro ancora segni troppo forti di povertà e degrado di cui soprattutto i più giovani sembrano fare le spese (dal 1996 al 2010 quasi 2.000.000 di giovani brasiliani hanno trovato morte violenta)* e non è un caso che negli ultimi mesi migliaia di giovani siano scesi in piazza per rivendicare maggiori opportunità e diritti.
Come scrisse Jorge Amado, uno dei principali interpreti della cultura e letteratura brasiliana, il Brasile è davvero la “somma meravigliosa di ogni possibile contraddizione”, un intreccio affascinante ma spesso anche drammatico di popoli, opportunità, culture. Un divario evidente che ho potuto toccare con mano visitando sia le grandi metropoli che le favelas che circondano le principali città del paese come una vera e propria “corona di spine”.
Un viaggio particolarmente impegnativo, dunque, il primo viaggio di Papa Francesco all’estero.
Il messaggio che il Papa ha lanciato ai milioni di giovani presenti a Rio de Janeiro è molto chiaro: uscire dalla “globalizzazione dell’indifferenza” (come aveva già predicato a Lampedusa) per ritrovare il senso vero della propria fede e del proprio agire nell’apertura all’altro, soprattutto a chi è più povero o in difficoltà.

Per Papa Francesco è chiaro che l’obiettivo della GMG non è che i giovani si stringano intorno al Papa, né che possiamo accontentarci di radunare un numero incredibile di persone e pensare che il nostro compito si riduca a questo, a una vuota autocelebrazione.
“È stato bello partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù, vivere la fede insieme a giovani provenienti dai quattro angoli della terra, ma ora tu devi andare e trasmettere questa esperienza agli altri” ha detto il Papa nell’Omelia della Messa che ha concluso l’evento nello spettacolare scenario della spiaggia di Copacabana. Tre parole-chiave intorno alle quali far ruotare l’impegno futuro della Chiesa e soprattutto dei più giovani: andare, senza paura, per servire.
“Uscire e andare”, ha ricordato il Papa anche nell’Angelus, e il suo esempio in questo senso è lampante perché prima ancora che per salutare le autorità il Papa si è recato in Brasile per incontrare la gente, a partire dai malati e dai tossicodipendenti di Rio dei Janeiro, dai poveri della favela di Varginha, da quella famiglia che ha commosso il mondo intero presentando al Papa la propria bimba anencefala.
Ma il Papa non si rivolge solo ai giovani e ai più poveri, chiama in causa la Chiesa stessa, scuotendola dall’interno come ci ha già diverse volte abituato in questi mesi e richiamandola a un impegno vero: “meno clericalismo, più tenerezza” è il messaggio che infatti ha voluto consegnare ai Vescovi dell’America Latina, perché la Chiesa deve rendersi protagonista innanzitutto di una “pastorale della vicinanza”, piuttosto che pensare di accontentarsi di un semplice e sterile proselitismo.

Se ai giovani dunque è richiesto un impegno alto e controcorrente, alla Chiesa e alla società stessa è richiesto oggi con sempre maggiore urgenza di credere in loro, di investire reali risorse per permettere alle nuove generazioni di abbandonare quel sentimento diffuso di scetticismo e paura e ritrovare speranza e fiducia nel futuro, quella speranza che in molte parti del mondo – per i motivi più diversi – spesso ai giovani è negata.
Il Papa ha mostrato invece di riporre totale fiducia nei giovani e la certezza che proprio dalle nuove generazioni debba partire la riedificazione di un mondo nuovo e migliore.
Per questo e per molto altro ancora, obrigado (grazie) Papa Francesco, e appuntamento a Cracovia nel 2016.

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini.it//news/2013/luglio/29/internazionale/le_contraddizioni_del_brasile_e_la_visita_del_papa_per_le_gmg.html

* Fonte: Famiglia Cristiana Anno LXXXIII N.30 – 28 Luglio 2013

Brasile. La somma meravigliosa di ogni possibile contraddizione

530095_4407621595871_2040214068_nUn anno fa, come oggi, partivo per il Brasile. In questo momento Papa Francesco è lì, insieme a migliaia di giovani da tutto il mondo, a portare un seme di speranza in una terra potenzialmente ricchissima e così complicata. Quello che scrivevo un anno fa è il ricordo che porto nel cuore oggi, insieme a quel cerchietto di legno che porto sempre al dito (l’anello di Tucum) che è il simbolo del sogno di un mondo in cui i diritti di tutti, soprattutto dei più poveri, possano essere riconosciuti e rispettati.

http://turistipercaso.it/brasile/69267/il-brasile-e-la-somma-meravigliosa-di-ogni-possibi.html

«Dov’è tuo fratello?». Papa Francesco a Lampedusa

Signore in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo, Padre, perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore; Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».

Papa Francesco, Lampedusa 8 Luglio 2013

Oggi a Lampedusa insieme a Papa Francesco c’ero anch’io, c’eravamo tutti. Mi sono sentita lì insieme ai ragazzi che quotidianamente incontro e che accogliamo. Ho pensato ai volti di Omar, Mohammed, Ahmed…alle loro storie, ai loro racconti spesso ambientati proprio a Lampedusa, alle loro paure, alle loro speranze, ai loro incubi ricorrenti, al peso della responsabilità per le loro famiglie che – ancora troppo giovani – si caricano sulle spalle.

Papa Francesco ha parlato di giovani mamme, di uomini in preda alla disperazione…ma per me il volto dell’immigrazione oggi è soprattutto il volto di centinaia di bambini e adolescenti che ogni giorno arrivano, completamente soli, nel nostro paese per poi approdare, quasi sempre per caso, anche nella nostra città (oggi , secondo i dati del Ministero del lavoro e delle Politiche sociali, i Msna in Italia sono circa 7.000, di cui 4.000 accolti in strutture).

Pensando ai loro volti, al loro coraggio, alla loro bellezza ho sentito ancora più forte il monito del Papa rivolto a ciascuno di noi. Insieme a lui anche io desidero chiedere perdono per quella bolla di sapone fatta di indifferenza dentro cui spesso ci rinchiudiamo o per tutte le volte che davanti ai luoghi comuni, ai pregiudizi e alle parole sprezzanti che sentiamo pronunciare nei confronti degli stranieri non siamo in grado di replicare o non abbiamo il coraggio di difenderli. Siamo tutti responsabili del sangue ma anche delle umiliazioni e dell’ostilità con cui ogni giorno i nostri fratelli sono chiamati a convivere.

Guardo a questi piccoli uomini e donne anche con molta fiducia, perchè passo dopo passo riescono a costruirsi un futuro concreto. Gioisco insieme a loro per una promozione a scuola o un contratto d’assunzione, rimango ammirata di fronte alla facilità con cui imparano la nostra lingua e si inseriscono nelle nostre classi o nelle nostre strutture di accoglienza.

Papa Francesco oggi ci ha ricordato con straordinaria forza la direzione in cui dobbiamo guardare per una società più vera e più umana.

O’Scià.

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foto Repubblica.it