Un weekend ad Helsinki, città gentile

Helsinki Central Library Oodi – Foto: Silvia Sanchini

Sono stata a Helsinki a fine maggio, ma ancora non avevo avuto l’occasione per scriverne con calma. Questo pomeriggio piovoso di metà agosto, mi sembra il momento giusto.

Sono stata in visita alla mia amica Diletta per quattro giorni, più che sufficienti per visitare questa città fredda, ma estremamente gentile. Poco più di 630.000 abitanti, raggiungibile con poco più di 3 ore di volo, Helsinki è davvero l’ideale per un fine settimana e – a meno che non vogliate aggiungere anche escursioni sulle isole o nei dintorni – potrete visitarla tranquillamente in lungo e in largo.

Al mio arrivo la capitale della Finlandia mi ha accolto placida, silenziosa, raccolta. È un freddo inimmaginabile anche se siamo ormai in estate e piove da due giorni, ma c’è luce fino alle 22 e questo basta per perdonare questa città dei suoi capricci meteo.

Helsinki ha abitanti dai capelli “gold”, luoghi dove si lavora e si studia senza scarpe, spazi straordinari per il gioco e la cultura, nomi di strade che sembrano la password sicura di Google e la certezza che mangerai burro a qualunque ora del giorno.

La capitale della Finlandia ha anche quella malinconia, un po’ tipica dei Paesi dell’est. D’altronde San Pietroburgo dista appena 300 km da qui. Non è un caso che anche il conflitto tra Russia e Ucraina sia fortemente sentito dai finlandesi, che proprio durante il mio soggiorno stavano decidendo dell’ingresso nella Nato.

Nella prima giornata a Helsinki abbiamo visitato in particolare il Centro Oodi, la Biblioteca centrale, uno spazio polifunzionale straordinario di cui mi sono innamorata: tre piani adibiti a biblioteca, aule studio, caffetteria, una terrazza panoramica e – immancabile in un Paese a misura di bambini – addirittura un “parcheggio passeggini”! Progettata da Alvaro Alto questa struttura interpreta magnificamente l’idea di cultura che debba essere gratuita e accessibile a tutti, in cui i cittadini e le cittadine hanno un ruolo determinante nella progettazione e realizzazione dei servizi. Un luogo davvero moderno, democratico e affascinante, in cui poter trascorrere ore e ore senza mai stancarsi.

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Perchè sarò sempre debitrice ad Andrea Canevaro

Andrea Canevaro – Foto dal sito del Corriere Romagna

Caro Andrea

maestro di tanti, maestro di tutti.

Te ne sei andato in silenzio, con compostezza, troppo in fretta forse…e io non ti ho neppure potuto salutare.

Così stringo forte a me ogni parola, ogni ricordo, ogni insegnamento, le tue intuizioni, le tue email, i tuoi scritti… perché niente sia perduto. 

Nel 2007 mi sono laureata all’Università della Bologna, in Scienze della Formazione, perché avevo deciso con quella spinta un po’naïve dei vent’anni di diventare educatrice professionale. In quel triennio ti ho conosciuto come insegnante e amico, come relatore di tesi e compagno di viaggio.

Tua l’intuizione di farmi lavorare sul tema dell’educazione alla pace, anzi – come amavi dire tu – alle “paci”, perché non esiste un solo modo di riconciliarsi e bisogna percorrere tutte le strade possibili. Un messaggio di un’attualità incredibile. 

Ho avuto l’opportunità di riproporre nella mia tesi i contenuti del Convegno internazionale Città educativa, che si era svolto a Rimini, e di analizzare il percorso che alcuni enti del terzo settore del nostro territorio stavano cercando di compiere.

Ancora una volta tuo lo spunto di farmi indagare il tema delle paci studiando anche le dinamiche dei giochi da tavolo – la “logica del Domino” – e di scegliere di non parlare mai di “gestione” dei conflitti ma invece di “valorizzazione” dei conflitti, descrivendoli come un’esperienza che può essere di crescita e generativa.

Avevo solo 24 anni ed esclusivamente grazie a te e con la collaborazione dello Studio Kaleidon la mia tesi è diventata un piccolo libro e gioco multimediale, “Lo scontro è l’occasione per fare pace. Sei percorsi (quasi) umoristici per confrontarsi con i ragazzi sui conflitti quotidiani”, edito addirittura da da Erickson. Un gioco in cui grazie al lavoro di Patrizia Casadei e Valter Toni bambini e ragazzi, con i/le loro insegnanti, potessero cimentarsi nell’affrontare i conflitti quotidiani con ironia e creatività.

Insieme a Guido Fontana, anche lui per me primo maestro in ambito educativo, a Rimini avete portato freschezza e novità. Così diversi, eppure complementari, buffo vedervi lavorare insieme: Guido ci coinvolgeva con le sue celeberrime grigliate, tu ci affascinavi con le tue metafore e i tuoi scritti.

Vostra l’intuizione, in cui mi avete coinvolta, di dare vita all’ “Università della marginalità”.

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Costruire un alfabeto nuovo e comune. La sfida di comunicare i care leavers e il leaving care

“Le parole non descrivono ciò che esiste, lo creano”. [1]

Nel descrivere dieci anni di lavoro nell’ambito della comunicazione sociale dedicati a raccontare il mondo di chi cresce “fuori famiglia” [2] (in comunità, affido o casa-famiglia) e in particolare il delicato momento della transizione all’autonomia al compimento della maggiore età [2], è necessario fare alcune premesse:

  • Il linguaggio cambia, si evolve. Basti pensare all’attuale vivacità del dibattito su alcuni temi sensibili[3]: politically correct, cancel culture, uso dello schwa, inclusione e accessibilità…
  • Ad ogni causa sociale corrisponde anche una questione di narrazione e linguaggio. Lo vediamo da tempo anche su altri temi quali disabilità, immigrazione, orientamento di genere, salute mentale… Cresce lo sforzo di intellettuali, attivisti/e, scrittori/scrittrici e influencer per rendere il linguaggio sempre più inclusivo e rappresentativo di tutti i gruppi sociali, spesso grazie alle stesse persone che quella problematica la vivono in prima persona.
  • Non esisteva un “prima” in Italia nella comunicazione sul tema dei care leavers e del leaving care, non avevamo una bibliografia specifica di riferimento in Italia a cui fare riferimento, tanto che abbiamo scelto di guardare al panorama internazionale e adottare una definizione anglofona, appunto “care leavers”. 

Insomma, si è trattato di costruire insieme un nuovo alfabeto.

Detto questo, cosa abbiamo cercato di fare?

Una prima azione è stata quella di sensibilizzare e creare cultura intorno a queste tematiche. Non abbiamo cercato semplice visibilità ma un posizionamento nel panorama sociale, culturale, politico e mediatico affermandoci come fonte autorevole e affidabile.

Questo ha significato trasparenza e condivisione con gli stakeholders (volontari e volontarie, collaboratori e collaboratrici…), apertura al dialogo e al confronto con i professionisti del settore (educatori/educatrici, assistenti sociali, psicologi/psicologhe ma anche giornalisti/e e professionisti/e della comunicazione) e capacità di interlocuzione con le istituzioni e la politica.

Il passaggio più importante è stato poi quello di costruire una narrazione che coinvolgesse gli stessi beneficiari, i ragazzi e le ragazze care leavers.

Anche questa è sicuramente un’operazione non priva di una buona dose di paternalismo, appropriazione e rischio di retorica.

È importante compierla essendo consapevoli della nostra “posizione di privilegio” e dei nostri bias/pregiudizi, della necessità di decolonizzare il nostro sguardo.

Come professionisti abbiamo cercato di metterci a servizio della causa con le nostre competenze, non volendoci però sostituire allo sguardo dei veri protagonisti: come canta Cristicchi “basta mettersi al fianco invece di stare al centro”.

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Cinque libri ambientati a Roma

Il rapporto tra viaggi e letteratura per me è imprescindibile.

Prima di viaggiare o visitare una città mi preparo sempre con alcune letture, che mi aiutano a pregustare l’atmosfera dei luoghi che visiterò o in cui vivrò. E allora ecco qui un primissimo elenco di cinque libri ambientati nella mia amata città di Roma, molto diversi tra loro per spaziare tra differenti epoche e generi, che vi consiglio.

Approfitto per segnalarvi che potete trovare questi e altri contenuti dedicati a Roma nel mio nuovo account Instagram “My Rhome” e sulla pagina Facebook “My R(home)”. Mettete un like, condividete e seguitemi se vi piace!

La casa degli sguardi – Daniele Mencarelli

La storia si svolge nell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Il protagonista, Daniele, è un giovane per il quale la vita sembra non avere più uno scopo, schiacciato dalla sua sofferenza e dalla dipendenza dall’alcool. Un incaro come addetto alle pulizie nell’Ospedale romano lo mette a contatto con il dolore della malattia dei più piccoli e delle loro famiglie e con l’umanità vibrante dei suoi compagni di lavoro. Ritroverà se stesso, scavando a fondo anche negli abissi, e ritrovando nel suo talento per la poesia la forza di raccontare anche l’indicibile, trovando verità e bellezza anche nel dolore. Preparate i fazzoletti. (Mondadori 2020)

Quer pasticciaccio brutto di via Merulana – Carlo Emilio Gadda

Qui ci troviamo nella Roma degli anni ’20, in epoca fascista, anche se Gadda scrive questo libro nel 1957. Il romanzo racconta la storia della contessa Menegazzi, vittima di un furto, e di Liliana Balducci, uccisa tragicamente. Tutto avviene proprio in un palazzo di via Merulana. I due eventi sono collegati? Indaga su entrambi i delitti Francesco Ingravallo, perspicace commissario. Un giallo enigmatico, meravigliosamente scritto, che è anche il ritratto in qualche modo di una città e di una nazione. (Ultima ed. Adelphi 2018)

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Adolescenti on-life: intervista a Matteo Lancini e Martina Socrate

Martina Socrate. Foto Instagram @martina_socrate

Se siete adolescenti o poco più sicuramente avrete sentito parlare di Martina Socrate. 22 anni, studentessa di Scienze della Mediazione linguistica e culturale a Milano è una content creator, cioè crea contenuti principalmente sul social TikTok dove ha (ad oggi) 1 milione e 200.000 followers.

Il Centro per le Famiglie del Comune di Rimini l’ha scelta come ospite della serata “Adolescenti on-life! Crescere nella società di internet e del narcisismo” insieme a Matteo Lancini, autore del libro Adolescenti navigati: come sostenere la crescita dei nativi digitali, psicologo-psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro.

Adolescenti on-life è una efficacissima espressione dello studioso Luciano Floridi che ha concretizzato un dato sempre più evidente: la distinzione tra reale è virtuale non esiste ma anzi le due esperienze si intrecciano, così come è più labile la differenza tra pubblico e privato, viviamo tutti sempre più on-life”spiega lo psicoterapeuta.

Mi piace parlare di internet come di un ambiente in cui si fanno esperienze. Ben prima di questa emergenza sanitaria si erano ridotti gli spazi di gioco e socializzazione delle nuove generazioni. I giovani hanno quindi cercato nuovi spazi: dai cortili ai giochi virtuali. L’adolescenza è un processo creativo, di costruzione dell’identità, e anche gli strumenti virtuali permettono di esprimerla. Ma non solo: non si tratta più di esperienze in solitaria, ma possono diventare – come nel caso di Martina Socrate – un vero e proprio lavoro. Non possiamo più permetterci di guardare con snobismo a questo fenomeno”, continua Lancini.

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The rage for life. Una storia di sopravvivenza e speranza

The rage for life (La Fabbrica dei Segni 2021)

“Lieve è il dolore che parla. Il grande dolore è muto”.

Lo scriveva Seneca e questo lavoro sembra dimostrarlo.

“The rage for life. Una storia di sopravvivenza e di speranza è infatti un libro che non ha quasi bisogno di parole.

A parlare sono soprattutto gli occhi di Lou, le luci e le ombre che si alternano in ogni scena, i volti docili oppure spaventosi degli animali protagonisti.

Questo storybook, illustrato David Taransaud e curato nell’edizione italiana da Gloriana Rangone e Caterina Pasculli, è un progetto promosso dal Centro Cta (Centro di Terapia dell’adolescenza di Milano) in collaborazione con la collana Ko●oK di Fabbrica Dei Segni Editore.

Esistono parole per esprimere la parte di sé più sofferente?

Come raccontare agli altri la propria oscurità senza vergognarsi o lasciarsi travolgere?

Sono domande che i professionisti del Centro Cta sicuramente si pongono ogni giorno nel loro lavoro a contatto con adolescenti che hanno vissuto gravi esperienze traumatiche.

La storia di Taransaud ci offre due possibili risposte.

Innanzitutto, la necessità di dotarsi di strumenti che vadano al di là della sola parola per raccontare il proprio mondo interiore: la musica, la fotografia, la danza o, come in questo caso, il disegno possono essere mediatori efficaci quando quello che si prova è troppo doloroso per essere esplicitato.

La seconda riflessione riguarda la possibilità per gli adulti che si avvicinano a queste storie difficili di utilizzare le immagini come possibili mediatori per avviare un dialogo.

Entrando in punta di piedi in queste storie di estrema sofferenza, in uno spazio sicuro in cui ragazzi e ragazze possano sentirsi non più giudicati ma compresi e possano così trovare a loro volta, proprio come Lou, un amico burattinaio che li aiuti a riscrivere la propria biografia.

E trasformare la rabbia e il dolore, proprio come suggerisce il titolo di questo libro, in una storia di rinascita e speranza.

Ringrazio il Cta per avermi donato questo splendido storybook che consiglio ai professionisti che ogni giorno hanno a che fare con l’oscurità di tanti “ragazzi lupo” che chiedono solo di essere accarezzati e accompagnati a ritrovare la loro luce da artisti e burattinai coraggiosi e pazienti.

The rage for life. Una storia di sopravvivenza e di speranza. Ediz. illustrata
di David Taransaud
Editore: Fabbrica dei Segni
Collana: Ko●oK
A cura di: G. Rangone, C. Pasculli
Data di Pubblicazione: settembre 2021
Pagine: 68
Formato: brossura

Intervista per il Settimanale Il Ponte

Da tanti anni il Settimanale il Ponte mi offre generosamente spazio per raccontare storie, progetti, passioni.

Questa volta i ruoli si sono invertiti ma il principio è lo stesso: grazie a Simone Santini (e a don Giovanni Tonelli ovviamente!) nasce così questa intervista in cui ho l’opportunità di parlare questa volta un po’di me e del mio libro “Riportando tutto a casa” come occasione però per mettere i giovani al centro e parlare innanzitutto di loro e della loro forza.

Per un mese sarà ancora possibile pre-ordinare il mio libro a questo link >> https://bit.ly/TuttoACasa

Ma insieme possiamo fare ancora di più: contattatemi (anche via email se preferite: silvia.sanchini@gmail.com) per aderire all’iniziativa “Un libro sospeso” e donare una copia del libro a un giovane lettore o a contesti come carcere, case-famiglia, comunità di accoglienza… in cui più difficilmente questo libro (e in generale i libri) potrebbe arrivare.

Grazie a Simona, Vincenzo, Diletta, Alessia, Guido, Carol, Martina, Roberta e Davide, Francesco: i primi ad aver aderito con tanta generosità a questa iniziativa.

Giovani, volontariato e partecipazione attiva. Intervista a Diletta Mauri e Tommaso Terbojevich

“Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi. Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa. Voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare”.

Nel suo discorso di fine anno il Presidente della Repubblica, da poco rieletto, Sergio Mattarella ha citato queste parole che il professor Pietro Carmina, morto nel drammatico crollo a Ravanusa, aveva rivolto ai suoi studenti.

Da queste parole e dai versi di Giorgio Gaber, “libertà è partecipazione”, siamo partiti per la seconda diretta di “Riportando tutto a casa”, organizzata lo scorso 19 gennaio con ospiti Diletta Mauri (Università di Trento) e Tommaso Terbojevich (TeamBòta).

Diletta Mauri, assegnista di ricerca all’Università di Trento, esperta di giovani, partecipazione attiva e advocacy, ha recentemente curato con Valerio Belotti e Federico Zullo il volume “Care leavers. Giovani, partecipazione e autonomia nel leaving care italiano” (Edizioni Erickson 2021).

Ci racconta le sue prime esperienze di volontariato: “Il volontariato ha sempre caratterizzato la mia vita e dato una spinta alle mie scelte lavorative e personali. La mia prima esperienza, che credo mi abbia veramente temprata, è stata quando ero ancora in terza media come educatrice in Parrocchia. Non posso non citare don Fiorenzo Baldacci, il mio padre spirituale, che in quell’occasione ha saputo darmi una grandissima fiducia. Poi il volontariato negli anni delle scuole superiori, i campi a Loreto a Roma e il servizio nel Movimento studenti di Azione Cattolica (Msac). E infine il mio percorso con Agevolando, associazione fondata da ragazzi e ragazze in uscita da esperienze in comunità”.

Da esperta di processi partecipativi Diletta ci spiega: “La partecipazione è un tema che mi ha fortemente attirata. È una parola spesso abusata e inflazionata, dobbiamo fare attenzione a non svuotarla di significato. Per me partecipazione ha innanzitutto come riferimento il modello di Lundy che ci ricorda l’importanza di potersi esprimere, di essere ascoltati avendo degli interlocutori disponibili e infine la possibilità di produrre cambiamento. L’aspetto della partecipazione più difficile è forse questo perché implica che gli adulti debbano cedere una quota del loro potere e accettare di non essere i soli protagonisti e conduttori di questi processi. La partecipazione richiede di mettersi in gioco in una dinamica che chiede fiducia e comporta dei rischi. Ci sono adulti che sanno farlo e persone che dicono di farlo ma in realtà non sono in grado di lasciare questo spazio. Giovani che hanno vissuto situazioni difficili spesso sperimentano un forte senso di impotenza: esperienze di partecipazione permettono invece di scoprire che un cambiamento è possibile. Mi piace qui citare in particolare due esperienze, naturalmente Agevolando e in particolare il Care Leavers Network, e Mare di Libri, un festival di letteratura fatto da ragazzi e ragazze adolescenti. È importante per i più giovani sentire che esistono spazi che si possono abitare e in cui fare la differenza”.

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Libertà è partecipazione. Giovani, volontariato e cittadinanza attiva // Le dirette di Riportando tutto a casa #2

Una nuova diretta in compagnia di “Riportando tutto a casa”, siete pronti?

#𝟮 𝗟𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗲̀ 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲𝗰𝗶𝗽𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲. 𝗚𝗶𝗼𝘃𝗮𝗻𝗶, 𝘃𝗼𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗿𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗲 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮𝗱𝗶𝗻𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮

Ho chiesto a due amici molto cari di raccontarmi le loro esperienze di volontariato e cittadinanza attiva, lasciandoci ispirare anche dalle parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso di fine anno in cui ha citato il professor Pietro Carmina, morto nel drammatico crollo a Ravanusa e la sua lettera agli studenti: “Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi. Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa. Voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare”.

Saranno con me online mercoledì 19 gennaio alle 18 sull’account Instagram @silvias_83: Diletta Mauri, assegnista di ricerca all’Università di Trento, esperta di giovani, partecipazione attiva e advocacy;

Tommaso Terbojevich, psicologo, fondatore e segretario del TeamBòta Rimini.

Sono tanto grata e spero sarete in tanti/e a seguirci!

Come sempre, potete continuare a pre-ordinare il libro a questo link >> https://bookabook.it/libri/riportando-tutto-a-casa/

Affido, adozione e narrazioni. Intervista a Carol Roncali e Aroti Shrimati Bertelli

Il linguaggio cambia, si evolve, nel tentativo di diventare sempre più inclusivo. Anche sui temi dell’affido e dell’adozione c’è ancora tanta strada da fare per migliorare la narrazione e la rappresentazione di questi mondi, ma uscire da una centratura solo su adulti e professionisti e cominciare ad ascoltare di più gli stessi adolescenti e giovani che vivono o hanno vissuto queste esperienze, credo possa essere una chiave di lettura molto interessante. 

Ne abbiamo parlato nella diretta “Affido e adozione. Le parole per dirlo” lo scorso 9 gennaio, un’occasione per me per promuovere i temi che ho affrontato nella stesura del libro “Riportando tutto a casa” (in crowdfunding su bookabook) confrontandomi con amici e amiche esperti.

Ospiti speciali della prima puntata di questo format sono state Carol Roncali e Aroti Shrimati Bertelli.

Carol Roncali è cresciuta tra affido e comunità, è studentessa di Media education all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e partecipa attivamente al progetto “Care Leavers Network” di Agevolando. Aroti Shrimati Bertelli è stata invece adottata all’età di 9 anni, attualmente utilizza il suo canale YouTube per divulgare informazioni su adozione, razzismo e maternità. Il suo matrimonio è stato trasmesso anche su Sky e Real Time e ha scritto il libro “Ritorno alle origini”.

Carol ci spiega da subito: “I care leavers sono giovani in uscita dai percorsi di accoglienza che spesso a 18 anni rimangono senza tutele. Un tema poco conosciuto a volte anche tra gli stessi operatori del settore, per questo cerchiamo di fare cultura. A livello comunicativo c’è poca consapevolezza di queste problematiche e quando se ne parla il focus è quasi sempre sugli aspetti negativi, finendo per strumentalizzare il dolore, a volte anche a fini politici”

Aggiunge: “Noi ragazzi e ragazze care leavers dobbiamo ritagliarci un nostro spazio d’espressione, non delegandolo più ad altri. Io credo molto nel valore dell’autobiografia ma per me è stato molto importante confrontarmi anche con altri giovani che avevano vissuto la mia stessa esperienza perché la nostra voce diventa molto più incisiva. Si esce dal particolarismo e si racconta la condizione di un gruppo che dimostra, pur nelle difficoltà, di avere grande forza”.

È d’accordo Aroti: “La narrazione sull’adozione è spesso focalizzata sui genitori adottivi e sull’equipe dei professionisti che se ne occupano. Manca la voce dei protagonisti, di chi vive sulla propria pelle cosa significa essere adottati. L’adozione è un processo che si evolve, che non finisce mai, per questo ne parlo anche in relazione alla mia maternità. Dobbiamo raccontare tutti gli attori e gli aspetti di questo processo. Molti giovani adulti adottati come me si sono formati su questo tema studiandolo, quindi possiamo intervenire nel dibattito non solo portando la nostra esperienza ma anche strumenti e competenze specifiche. Nella triade dell’adozione un’altra voce totalmente assente è quella del genitore biologico, anche su questo bisognerebbe abbattere stereotipi e superare la nostra naturale tendenza al giudizio. Più voci ascoltiamo, più sfumature possiamo cogliere”.

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