La regola dell’eccezione. Roberto Mercadini racconta l’adolescenza

Si è concluso in modo inedito e suscitando grande entusiasmo il percorso promosso dal Centro per le Famiglie del Comune di Rimini tra novembre 2018 e maggio 2019: “Adolescenti e genitori: raccontare il presente”. Un partecipato percorso dedicato a educatori, insegnanti e genitori di figli adolescenti che ha previsto quattro incontri di approfondimento, replicati in diverse scuole del territorio, più la serata di apertura con Alberto Pellaie la conferenza dedicata al digitale con Elisabetta Zurovac e, infine, lo scorso 10 maggio la conclusione con il monologo teatrale: “La regola dell’eccezione”.

Messo in scena dal “poeta parlante” romagnolo Roberto Mercadini, lo spettacolo è una rivisitazione di un testo che da tempo l’artista porta in scena nelle scuole, in cui ha l’opportunità di incontrare decine di studenti.

Racconta a proposito Mercadini: “Per scrivere questo monologo ho dovuto lavorare su di me e sui miei ricordi. Nel parlare di adolescenza agli adolescenti si corre il rischio di essere percepito come un rompiscatole o come qualcuno di estraneo e distante. Dovevo trovare un modo perché gli adolescenti mi riconoscessero: ho deciso allora di parlare di Roberto Mercadini adolescente. Così in questo spettacolo c’è anche molto di me”.

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Carola Rackete e un mondo capovolto

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Ma voi, onestamente, ve lo sareste mai immaginati che il capitano della Seawatch3 potesse essere una donna e così giovane?

Carola Rackete parla 4 lingue, è laureata in Scienze nautiche e ha un master in Conservazione dell’ambiente. All’età di 23 anni era già al timone di una nave a spaccare il ghiaccio del Polo Nord per uno dei maggiori istituti oceanografici tedeschi: l’Alfred Wegener Institute. A 25 anni era secondo ufficiale a bordo della Ocean Diamond, mentre due anni dopo ha rivestito lo stesso ruolo nella Arctic Sunrise di Greenpeace.
Appena trentenne comanda piccole barche per escursioni nelle isole Svalbard, nel mare Glaciale Artico. Dal 2016 collabora con Seawatch per trarre in salvo persone che rischiano la vita.

In un mondo normale una ragazza così dovrebbe suscitare solo moti di orgoglio e ammirazione. E invece ci permettiamo di accoglierla tra urla, insulti sessisti, minacce. Di farne una criminale. Di addossarle le colpe dei fallimenti e delle lacune della politica e delle istituzioni.
Questo mondo capovolto deve tornare ad essere qualcosa di diverso. E l’educazione e la cultura, ancora una volta, giocano un ruolo fondamentale.
Se avessi dei figli vorrei saperli al sicuro da questo orrore.

(La bellissima immagine è di Paola Formica)

Cantieri culturali alla Ziza: una sorpresa a Palermo

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Crezi.plus – Foto: Silvia Sanchini

Nell’ultimo viaggio a Palermo, ho avuto l’opportunità per la prima volta di scoprire un luogo davvero interessante.

I Cantieri culturali alla Ziza sorgono in un quartiere storico di Palermo, un’ex area industriale alle spalle del Castello della Ziza, patrimonio Unesco.

Un quartiere non senza problemi, ma con una forte identità. Qui 23 capannoni, che un tempo ospitavano le Officine Ducrot e lo studio Ducrot, dopo anni di incuria e abbandono sono stati riqualificati e ristrutturati.

Un percorso di rigenerazione e partecipazione, iniziato con una lettera nel 2011: “I cantieri che vogliamo”, proseguito con le azioni di attivismo “Apriamo” (centinaia di sticker che hanno invaso la città) e con decine di assemblee e dibattiti e che oggi vede il coinvolgimento di oltre 20 organizzazioni pubbliche e private.

Qui sorgono, ad esempio, l’unico cinema pubblico e autogestito della città (il cinema De Seta), hanno sede organizzazioni come Legambiente e Arci, si svolgono Festival come il Sicilia Queer Filmfest o il Sabir Festival dedicato alle culture mediterranee, ma ci sono anche edifici istituzionali importanti come la sede del Goethe Insitute, o il Centro sperimentale di Cinematografia.

Innovazione, contaminazione, rigenerazione le parole chiave di questo spazio di oltre 55.000 mq.

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Agevolando Rimini ha trovato…casa

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È arrivato il momento di raccontare una storia.

Questa storia inizia da un bisogno: aiutare ragazzi e ragazze cresciuti “fuori famiglia” a trovare casa.

Con un progetto che non aveva la presunzione di inventare nulla di nuovo, ma che desiderava attivare in modo generativo una comunità.

Questa storia continua con il contributo di una professionista, Nicoletta, che ci aiuta a dare forma concreta alla nostra idea. Sull’esempio di altre città: Bologna, Trento, Ravenna.

E prosegue con un lungo percorso fatto di azioni condivise e partecipate.

Il contributo del Comune di Rimini, la scelta di uno studio grafico (15<19), di un logo che piacesse tanto ai ragazzi quanto ai potenziali destinatari, il dono delle illustrazioni di Roberto Ballestracci, la scrittura dei testi, la registrazione di uno spot con Icaro tv, il coordinamento di Cristina Gambini e la regia di Marco Colonna, l’onore di avere Beppe Chirico protagonista, 5 ragazzi disponibili a recitare e un’intera comunità di accoglienza, Casa Clementini, pronta ad aprirci le porte.

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Il gruppo per crescere. Essere uguali, essere diversi. Cosa conta in adolescenza

“Quando si è ragazzi per essere qualcuno bisogna essere parecchi”, scriveva Romain Gary. Se nell’infanzia tutto il mondo sembra ruotare intorno alla propria rete familiare, con l’ìngresso nell’adolescenza un nuovo attore inizia a giocare un ruolo fondamentale nella vita dei ragazzi: il gruppo dei coetanei.

Se n’è parlato insieme a genitori, insegnanti e professionisti gli scorsi 5 e 19 marzo, quarta tappa del ciclo di appuntamenti promossi dal Centro per le Famiglie del Comune di Rimini: “Adolescenti e genitori: raccontare il presente”. Una serata dal titolo: “Il gruppo per crescere. Essere uguali, essere diversi: cosa conta in adolescenza”, condotta da Fabiana Mordini(psicologa mediatrice familiare) e Silvia Sanchini (educatrice).

In apertura della serata un nuovo video, girato da Alberto Romanotto negli spazi del Centro Giovani Casa Pomposa, che ha dato voce a cinque giovanissimi protagonisti, coinvolti grazie all’aiuto degli educatori del Gruppo Get Regina Pacis di Rimini.

Dottoressa Mordini, quanto conta il gruppo dei pari in adolescenza?

Il gruppo dei pari è elemento centrale e trasversale nella vita degli adolescenti. Scegliere i propri amici è infatti la prima spinta evolutiva fuori dalla famiglia, la prima grande scelta senza il controllo degli adulti. Si tratta di un segno di sviluppo sano, scegliere la compagnia dei propri coetanei è infatti fondamentale anche per assolvere alcuni compiti di sviluppo tipici dell’adolescenza: la costruzione della propria identità personale e di genere, la separazione dalla famiglia di origine, la definizione del proprio progetto di vita. Non è più la famiglia la principale fonte di sicurezza, ma diventa il gruppo la protezione per poter lasciare la mano dei propri genitori ed esplorare il mondo. Nel gruppo l’adolescente sperimenta infatti parti nuove di sè, per capire fuori dalla famiglia l’effetto che possono fare.

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Insieme siamo una famiglia. La storia di Mike, Giada e Alessandro

Giada Alessandro Mike

Ha appena compiuto 22 anni, Mike.

Poche settimane dopo il suo compleanno, esattamente 5 anni fa, arrivava in Italia, a Taranto.

Era partito dalla Nigeria a soli 16 anni. Ad accoglierlo don Francesco e l’associazione “Noi&voi”.
Ci sono diversi volontari che ogni giorno passano dalla struttura di accoglienza in cui Mike trascorre quattro mesi. Ma con due di loro, Alessandro e Giada, si crea un rapporto diverso.

Così racconta Mike: “Con Alessandro e Giada ci siamo conosciuti e ci siamo scelti. Io avevo un grande sogno, poter studiare. Loro volevano darmi questa opportunità. E così dopo alcuni weekend trascorsi insieme e dopo esserci conosciuti meglio, a ottobre 2014 mi hanno proposto di vivere con loro”.

Oggi Mike studia, frequenta un Istituto alberghiero. Durante l’estate o nei fine settimana lavora in un bar e in un ristorante.

“All’inizio era difficile vivere con una famiglia italiana – lo dice chiaramente – soprattutto perché io parlavo solo inglese e Alessandro e Giada non lo parlavano così bene. Anche capire la cultura italiana e integrarmi non era semplice. Loro non conoscevano la mia storia e io non sapevo nulla di loro. Ma quando sei solo al mondo e ti manca tutto, è importante incontrare persone su cui poter contare. Avevo tanto bisogno di sentire delle persone vicino, perché nel frattempo i miei genitori in Africa erano morti”.

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Biking Rimini…per arrivare lontano, tutti insieme!

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Incrementare gli spostamenti quotidiani in bicicletta, ridurre il traffico veicolare, migliorare la qualità dell’aria e la salute delle persone. È questa la filosofia di Biking Rimini, il nuovo progetto promosso dalla coop. sociale Il Millepiedi di Rimini. Un progetto educativo e culturale per bambini e giovani sull’utilizzo della bicicletta per muoversi in modo efficace, divertente, salutare e ambientalmente sostenibile.

Temi di grande attualità e che raccolgono grande consenso e interesse anche tra i più piccoli. Basti pensare alla recente mobilitazione per il clima promossa proprio da bambini e adolescenti grazie alla spinta della sedicenne Greta Thunberg o all’aumento dei km di piste ciclabili che danno forma a contesti territoriali sempre più favorevoli alla “mobilità leggera”.

Il progetto si è avviato anche grazie a un crowdfunding promosso sul portale www.eticarim.it di Crédit Agricole. Attraverso la generosità dei donatori che hanno sostenuto il progetto si sono potute mettere in campo diverse azioni.

In particolare, sono stati realizzati (o sono in programma) a partire dallo scorso 20 marzo diversi incontri presso i Gruppi Educativi del territorio della provincia di Rimini: a Montescudo, a Misano, e a Rimini nel Get di Viserba superiori, elementari e medie, nel Get di San Giuliano e di Regina Pacis.

I Get sono uno dei tanti servizi educativi che la cooperativa Il Millepiedi gestisce nella città di Rimini, insieme al Centro Giovani Casa Pomposa e ad alcune comunità di accoglienza per minori. Si tratta di esperienze che coinvolgono alcune centinaia di bambini e giovani tra i 6 e i 28 anni, dove educatori professionisti creano le condizioni per costruire relazioni significative in modo che i ragazzi possano crescere sviluppando le loro potenzialità in un ambito extra-familiare.

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Educazione e venerdì santo

L’educazione ha molto in comune con il Venerdì santo.
Ha a che fare con l’esperienza della solitudine, della marginalità, della finitezza.
Chi educa incontra persone spesso schiacciate dal peso delle loro croci ed è chiamato, non senza rischi, a farsi carico di parte di quel peso.
Non esistono ricette.
L’educazione è allora un lento incedere di passi fatti insieme, l’uno accanto all’altro.
Un cammino non privo di cadute, soste, tentennamenti.
C’è solo una regola da rispettare: come Gesù sulla croce noi siamo chiamati a “stare”.
Stare in una relazione spesso difficile.
Stare davanti al dolore.
Stare. Anche nella delusione, nel fallimento o nel tradimento.
Per questo l’educazione ha bisogno oggi di sguardi di speranza.
O, meglio, ha bisogno di sguardi di risurrezione.
Sguardi capaci di vedere il “non qui” e il “non ancora”.
Capaci di immaginare l’inatteso.
Di cogliere l’inaspettata bellezza dei fiori che, ostinati, crescono tra le rocce.
L’educazione è l’esperienza quotidiana – e a volte dolorosa ma al tempo stesso liberante – che non esistono parole ultime. Che non tutto dipende da noi.
Che l’umanità non sempre può essere compresa, ma sicuramente merita di essere amata.
Con quella stessa speranza che scoperchia i sepolcri e lascia entrare la luce.

Davide: “Sognare in grande, ma procedere per piccoli passi”

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Davide – Foto: Monica Romei

Hai due famiglie e vivi come in un mare in mezzo a due continenti.

È così che si sentono i ragazzi in affido. O perlomeno è così che mi sono sentito io.

Avevo solo 5 anni quando sono stato allontanato dalla mia famiglia. Insieme a mio fratello, che aveva 7 anni, siamo stati inseriti prima in una comunità. Poi siamo stati in affido per due anni dai nostri zii, per poi rientrare in comunità.

Infine ho incontrato quella che è la mia famiglia affidataria da 13 anni. E la mia vita è cambiata.

Essere in affidamento è una sensazione strana: ho provato gioia e dolore insieme. Gioia perché finalmente avevo trovato due persone capaci di volermi davvero bene. Dolore perché mi dispiaceva per la mia famiglia di origine. Per fortuna tra le due famiglie non c’è mai stato antagonismo, anche se all’inizio mia mamma faceva fatica ad accettare questa situazione.

Anche io all’inizio non capivo bene cosa mi stesse succedendo, non riuscivo a comprendere tutto. I primi anni sono stati molto difficili: venivano organizzati incontri con i miei genitori naturali ma continuavo a sentirmi sempre punto e a capo, a rivivere la stessa sensazione di abbandono. Nutrivo rabbia dentro di me, ma nonostante le difficoltà riuscivo a sorridere.
Ho sempre visto i problemi e le difficoltà come se fossero una montagna: si possono superare, quella montagna si può scalare.

Anche a scuola non era semplice. Le elementari sono state il periodo più critico della mia infanzia: troppi cambiamenti e spostamenti, non ero mai concentrato durante le lezioni e avevo una soglia dell’attenzione molto più bassa rispetto ai miei compagni. Ho perso un anno nel periodo tra l’uscita dalla mia famiglia e l’affidamento ai servizi sociali. In quarta e quinta elementare le cose sono cambiate: ho avuto la fortuna di essere affiancato da figure educative molto attente alle mie esigenze ma soprattutto ho trovato finalmente una stabilità con l’ingresso definitivo nella nuova famiglia affidataria.

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Dire, fare, baciare. Il corpo, l’affettività e la sessualità in adolescenza

Il corpo è grande protagonista dei cambiamenti in adolescenza. I ragazzi sono chiamati ad interpretare e accettare molte trasformazioni, che non sempre sono in grado di accogliere. Ma anche per gli adulti si tratta di confrontarsi con una nuova realtà: quella di figli che non sono più bambini ma iniziano a sperimentare in modo nuovo la loro affettività e sessualità.

Dire, fare, baciare. Il corpo, l’affettività e la sessualità, come prepararsi ai cambiamenti? è il titolo della nuova tappa dell’itinerario nell’universo dell’adolescenza promosso dal Centro per le famiglie del Comune di Rimini. Due incontri che si sono svolti il 5 febbraio all’Itts O. Belluzzi-L. Da Vinci e il 19 febbraio nella Scuola di via Pescara 33, con grande partecipazione di genitori e adulti. In apertura delle serate il terzo video, realizzato da Alberto Romanotto, con protagonisti quattro ragazzi: Giovanni, Yunes, Rocco e Elena (https://youtu.be/CMSiwMr-Idc), che con freschezza e coraggio hanno detto la loro su questi temi così delicati e importanti.

Ripercorriamo alcuni momenti della serata con le relatrici: Tania Presepi (psicologa e psicoterapeuta, consulente del Centro per le famiglie) e Loretta Raffuzzi (Psicologa e psicoterapeuta presso il Consultorio Giovani dell’Azienda USL della Romagna Distretto di Forlì).

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