È buono, il nuovo gelato di Bologna

èbuono_gelatoNel rione Cirenaica di Bologna si trovano i primi resti dell’insediamento etrusco in questa zona. È anche il quartiere di alcune delle osterie fuori porta bolognesi più famose, ritrovo abituale in passato di artisti come Dalla, Gaber, Guccini. Proprio Guccini ha abitato qui, in via Paolo Fabbri, dedicando alla sua strada il celebre album nel 1976.

Questo quartiere vivace, ricco di storia e cultura, da qualche tempo è sede di una nuova gelateria. La bottega di “È buono”, in via Palmieri 37, porta non solo la novità di un gelato gustoso e naturale ma unisce all’aspetto commerciale un valore etico e sociale. Il gelato che qui si produce e si vende è infatti l’ultimo anello di una catena di buone scelte: a partire dalle materie prime, selezionate perché a km0 o provenienti da filiera sociale. Per poi passare ai metodi di lavorazione, tradizionali, per mantenere intatti sapori e proprietà degli ingredienti. Infine la scelta di offrire opportunità lavorative a giovani provenienti da situazioni di vulnerabilità.

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Ph. E’buono

“Come se fosse facile” e scuole democratiche

DSCN8540È andata in onda lo scorso 14 aprile la quarta puntata di “Come se fosse facile”, la rubrica di Icaro TV (canale 91 digitale terrestre) dedicata a tematiche sociali, condotta da Stefano Rossini. Dopo un primo approfondimento sul tema dell’affido e dei neomaggiorenni “fuori famiglia”, un secondo appuntamento dedicato all’immigrazione e alle storie di rifugiati e richiedenti asilo e una terza puntata su lavoro, inclusione sociale e disabilità, si è scelto di approfondire il tema della scuola, a partire da alcune esperienze particolarmente interessanti e innovative.
Ospiti in studio Sara Savoretti, coordinatrice Area Infanzia della Cooperativa sociale “Il Millepiedi”; Antonella Guidi, insegnante della scuola democratica riminese Anchesepiove; Renzo Laporta dell’Associazione “Lucertola Ludens” di Ravenna; Daniela Pesaresi, psicologa e psicoterapeuta; e, direttamente dal Regno Unito, Michael Newman, insegnante della scuola democratica “Sumerhill”.

Per saperne di più: http://www.newsrimini.it/2016/05/scuole-democratiche-in-tv/

Qui la puntata integrale

(Ph. Silvia Sanchini)

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Elogio dell’ingratitudine

aiutare-altri-e-se-stessiUn post un po’particolare…per i miei auguri di Buon Natale!

Con tutto quello che ho fatto per lui…è questo il modo di ripagarmi?
Quante volte ho pensato, detto o sentito pronunciare questa frase.

Non sono genitore, ma immagino che sia un pensiero che ogni tanto sfiora anche i padri e le madri. So per certo che è una sensazione ricorrente per chi opera in ambito educativo o sociale. Capita spesso di sentirsi delusi o frustrati quando ci sembra che le attenzioni o il tempo che abbiamo dedicato a qualcuno non siano ricompensati da eguale impegno e dagli attesi risultati.

È un sentimento diffuso anche in chi fa esperienze di volontariato. Nel nostro immaginario molto spesso quelli che definiamo “poveri” e ai quali dedichiamo cure e attenzioni dovrebbero essere pieni di gratitudine per quello che facciamo per loro. Sorridenti e soddisfatti quando serviamo loro un pasto caldo o portiamo una coperta. Riconoscenti se grazie a noi trovano casa o un lavoro. Pronti a ricordarsi di noi quando magari migliorano la loro situazione.

Mi è capitato spesso, invece, di sentire pronunciare da chi si avvicinava al mondo del volontariato, queste frasi: “Gli abbiamo portato vestiti e cose da mangiare…non ci ha neppure ringraziato”, “Quel senzatetto…quante volte gli hanno proposto un letto alla Caritas? Perché continua a dormire in strada e a rifiutare ogni aiuto?”, “Vorrei aiutarlo…ma è così indisponente…”.
Sono ragionamenti plausibili e forse anche giusti. Ma ergersi a giudici di chi vive situazioni e storie di vita così diverse dalle nostre è rischioso.

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E’buono!

ebuono-facebook1Oggi voglio parlarvi di un progetto, un piccolo grande sogno, che in queste settimane mi sta appassionando moltissimo.

O meglio, non sarò io a parlarvene, ma voglio lasciare la parola a Jennifer: una giovane donna con un passato difficile ma con una forza e una determinazione fuori dal comune e tanta voglia di aiutare altri ragazzi e ragazze che vivono o hanno vissuto situazioni simili alla sua.

A lei allora la parola per raccontarvi il progetto “E’buono” che l’Associazione Agevolando promuove insieme alla Consulta Diocesana di Genova, all’Associazione Ancoraggio e al Consorzio Farsi Prossimo di Milano per l’apertura di gelaterie completamente gestite da ragazzi/e provenienti da esperienze “fuori famiglia”.

Un dolce sogno che non è solo un progetto imprenditoriale, ma un progetto di vita. 

E se vi va di darci una mano e sostenerci in questa avventura, Jennifer vi spiega come votarci e aiutarci a vincere un concorso che potrebbe dare ali al nostro sogno.

Mi chiamo Jennifer, ho quasi 25 anni, sono di Villaputzu (CA) ma abito da 10 anni a Bologna. Mi sono trasferita a Bologna perché i miei genitori non erano in grado di crescere adeguatamente me e i miei fratelli. Sono andata in affido da una parente: avevo 15 anni, ero arrabbiata, avevo bisogno di rielaborare un passato pesante e di curare cicatrici profonde. Così dopo qualche mese con i servizi sociali ho deciso di entrare in una casa famiglia – più comunemente chiamata comunità – in cui sono stata ospite per 5 bellissimi anni.
Quando ho compiuto diciott’anni sono stata fortunata e ho potuto godere del prosieguo amministrativo sino ai 21 anni. Molto spesso però a 18 anni i ragazzi e le ragazze nella mia stessa situazione sono costretti a ritornare nelle loro famiglie d’origine e viene imposto loro di interrompere un percorso molto delicato di rielaborazione ed accettazione… Alcuni di loro sono praticamente lasciati in mezzo ad una strada senza lavoro e senza casa.
Per questo è da quasi 5 anni che sono socia di Agevolando e circa un anno fa sono stata socia fondatrice di Agevolando Sardegna.
Ora ho quasi 25 anni, sono una ragioniera programmatrice e lavoro come impiegata negli acquisti in un’azienda da quasi 5 anni, ho una casa che condivido con un’amica. Ma avrei il desiderio di poter mettere in piedi qualcosa per coloro che non hanno avuto la mia forza e la mia fortuna… Questo progetto di apertura di una gelateria a Bologna vedrebbe il mio sogno realizzarsi: poter aiutare davvero chi si ritrova in situazioni di disagio dopo tanta strada percorsa per uscire dalle tenebre del passato. Il tuo aiuto sarebbe un mattoncino da posare nelle fondamenta di un progetto d’aiuto concreto. Grazie. Jennifer”
 
DSCN3738Come puoi aiutare Jennifer e gli altri ragazzi?
Innanzitutto votando il nostro progetto al link: www.labuonavernice.it/ebuono/.
Puoi votare tramite Facebook (3 punti) o tramite e-mail (1 punto). Si può votare una sola volta, fino al 31 Agosto p.v. Invita anche i tuoi amici a votarci inoltrando questa e-mail o invitandoli tramite Facebook.
Puoi anche fare una donazione (specifica nella causale progetto “E’buono!”).
E per essere sempre aggiornato sugli sviluppi del progetto seguici su: www.agevolando.org.

Alzare lo sguardo a Tor Marancia

DSCN8171Camminare a testa alta, non guardare a terra. È un tratto distintivo di orgoglio, dignità, coraggio.

Se sei nato nella periferia di una grande città non è sempre così facile. A volte intorno preferisci non guardarti perché di bello non c’è proprio niente. Roma è la città con le Chiese più belle del mondo, ma forse a Tor Marancia se ne sono dimenticati e anche la parrocchia del quartiere qui è solo cemento. A Tor Marancia ci sono palazzi, tutti uguali, qualche panchina, pochi negozi. Il quartiere è noto per l’alto tasso di criminalità e di spaccio. Qui abitano circa 20.000 persone, la maggioranza in alloggi popolari gestiti dall’Ater. Gli abitanti di questa borgata si fanno chiamare “sciangaini” perché come accade nella metropoli cinese, questa zona è sempre stata particolarmente vulnerabile alle alluvioni.

Ma da qualche settimana questo quartiere ha assunto un aspetto completamente diverso grazie all’opera di alcuni writers che hanno decorato con le loro opere le pareti delle palazzine del civico 63.

C’è il murales dedicato dall’artista parigino Seth a Luca, un bimbo del quartiere morto mentre giocava a calcio e simbolicamente rappresentato mentre sale su una scala colorata e guarda oltre l’orizzonte. O il “Veni vidi vinci” di Lek&Swoat pensato per Andrea Vinci, un ragazzo costretto su una carrozzina che abita al secondo piano di questo edificio e a cui la Fondazione Roma ha promesso un ascensore.

C’è l’“Hic sunt adamantes” di Diamonds per chi di questo quartiere si è un po’ innamorato e vi ha scoperto molti tesori e l’opera “Nostra Signora di Shangai” di Mr. Klevra che simboleggia la tenerezza con cui questo quartiere di Roma chiede alla Città Eterna più attenzione. E poi la raffinata ricerca cromatica di Alberonero, la mano di Elisabetta – abitante della palazzina – che diventa costellazione nell’opera di Philippe Baudelocque.

Sono 20 in tutto gli artisti internazionali (da Jerico a Reka, da Danilo Bucchi a Gaia) che hanno partecipato a questo progetto, “Big City Life” promosso da 999contemporary e finanziato dal Comune di Roma e dalla Fondazione Roma.

Ci tenevo molto a vedere queste opere, anche se Tor Marancia non è esattamente negli itinerari turistici romani e non ci capiti per caso. Arrivata qui ho vissuto emozioni molto forti. Progetti di riqualificazione dei quartieri popolari come questo hanno molto più del già indubbio valore culturale e artistico.

L’obiettivo è quello di promuovere cambiamento attraverso, ancora una volta, la partecipazione dal basso. Gli abitanti della borgata hanno contribuito alla scelta delle opere. E i ragazzi del quartiere si sono costituiti in una associazione – “Rude” – per farsi promotori di un comitato che dovrà valorizzare e tutelare questo museo a cielo aperto.

Ci riusciranno?

Certo, diranno i più cinici o pragmatici, non basta l’arte per salvare un quartiere come questo. Servono servizi, infrastrutture, opportunità. È questo compito della politica e delle istituzioni ma c’è anche un problema fortemente educativo. Qui, e lo percepisci in pochi passi, le persone rischiano fortemente di sentirsi sole e prive di opportunità, più che altrove.

Sarò una sognatrice, ma se fossi un’educatrice romana farei di tutto per portare in questo quartiere un Centro di aggregazione giovanile, tanto per cominciare. O un servizio per la prima infanzia. Ma anche un serio progetto di educativa di strada e un servizio per la mediazione dei conflitti. Mi piacerebbe proporre a chi ha finanziato queste opere straordinarie di accompagnare progetti di questo tipo a un’equivalente investimento pedagogico. Un esempio possibile è, in questo senso, l’Exmè di Cagliari, in via Sanna, dove oltre si è riusciti ad integrare l’intervento artistico con la progettazione socio-educativa.

Ma regalare un po’di bellezza in fondo non è già mezzo di redenzione?

Alzare lo sguardo senza paura e trovare qualcosa di bello e di inaspettato, a cui tu stesso hai contribuito, non è già il primo segno di riscatto?

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Comunicare il sociale…si può fare?

social-media-432498_640Raccontare e comunicare il mondo del non profit è un’impresa tutt’altro che semplice. In tanti, con molte più competenze ed esperienza di me, si sono interrogati su questo tema.

Nel mio piccolo, lo sperimento quotidianamente. Basta uno sguardo ai social network (che utilizzo in maniera piuttosto frequente): un post, una foto o un tweet che racconta episodi di vita quotidiana o affronta tematiche magari un po’ più leggere non fatica ad ottenere decine di commenti, condivisioni, likes. E un articolo che ha richiesto ore e ore di lavoro, attenzione, confronto di dati e punti di vista rimane il più delle volte poco letto o addirittura ignorato. Certo non è un “mi piace” in più a misurare la qualità del dibattito o dell’attenzione intorno a certi temi, ma sicuramente può darci qualche segnale.

I rischi della comunicazione nel sociale sono tanti: innanzitutto l’autoreferenzialità, l’idea di sentirsi sempre quelli più buoni o più puri, l’abitudine a cantarcele e suonarcele sempre tra addetti ai lavori utilizzando un linguaggio accessibile a pochi.
Le notizie difficili spesso attraggono solo se trattate in maniera superficiale o morbosa come certa cronaca nera o programmi di (dis)informazione tendono a fare, ma non se affrontate con rigore e professionalità.
Poi c’è il rischio di utilizzare un tono moralistico o, peggio ancora, di voler suscitare pietà nei lettori facendo leva solo sulle loro emozioni.
Dimenticando invece, come spiega bene nel suo piacevolissimo blog Nicola Rabbi, che dobbiamo aiutare a suscitare in chi legge senso di responsabilità, e non senso di colpa.

C’è chi è convinto che il mondo del non profit dovrebbe assimilare sempre più i linguaggi del profit.
Per altri, invece, contaminarsi con diverse esperienze è controproducente e sbagliato.
Ma forse basterebbe cominciare con il raccontare anche il sociale (o almeno parte di questo mondo) in maniera un po’ più pop: il che non significa con leggerezza o superficialità ma, magari, cominciando dallo stare in maniera dinamica e propositiva anche sui social network. O contaminando i propri linguaggi anche con quelli di altri settori: perché anche l’arte, la musica, la natura…possono aiutarci a parlare di disabilità, diritti, sviluppo, cooperazione, accoglienza. Utilizzando il più possibile tutti i media: radio, tv, web e tutti gli strumenti a disposizione: dal video alla fotografia, dai blog alle infografiche. Dando spazio anche ad esperienze positive o a tutte quelle notizie che non trovano spazio sui mezzi di comunicazione tradizionali.

Come operatori del sociale siamo certo molto più proiettati sul fare, che sul raccontare. Concentrati sull’operatività, pur necessaria, ma che non può esistere senza essere affiancata dalla capacità di leggere e approfondire e, di conseguenza, anche mettersi in gioco condividendo un pensiero educativo che possa fare cultura e aiutare a riflettere.
Questi sono solo alcuni spunti, forse ingenui. Ogni contributo, riflessione, critica, domanda arricchirà sicuramente il dibattito e la riflessione. Riusciremo a cambiare almeno un po’ il nostro modo di comunicare (e di pensare) anche grazie al mondo del sociale?

 Per approfondire ulteriormente:

Gong! Il blog di Nicola Rabbi
Non solo profit Il blog di Elena Cranchi
P. Springhetti, Solidarietà indifesa. L’informazione nel sociale, EMI 2008

Silvia Sanchini

Yes we can! Dibattito su giovani e lavoro con la GIOC

1781909_710681859052759_7745624109231595794_nNon solo PER i giovani ma CON i giovani. È il metodo che la GIOC (Gioventù Operaia Cristiana) da oltre settant’anni mette in campo in Italia per accompagnare i giovani studenti e lavoratori svolgendo un’attività educativa, formativa e di evangelizzazione in ambito popolare. Una sezione della GIOC è presente da alcuni anni anche a Rimini e Venerdì 13 Febbraio ha promosso presso il Centro Giovani “RM25” l’evento/dibattito: “Ce la possiamo fare…Yes we can!”, un momento di scambio, confronto e festa sul coinvolgente e delicato tema giovani e lavoro.

L’evento è stato anche l’occasione per presentare gli esiti della ricerca-azione: “Work or not work? I giovani di Rimini tra lavoro e non lavoro”, un’attività realizzata nell’ambito del progetto “AVANTI TUTTI!” a cui hanno preso parte le associazione Centro 21, Rimini Autismo, L’incontro, Tana Libera Tutti, A.v.u.l.s.s. Bellaria, Arcobaleno, CML – Cristiani nel mondo del lavoro, Vite in transito, I colori del mondo con il sostegno del Centro di Servizio per il volontariato Volontarimini.

A presentare la ricerca Davide Melucci, che insieme a Michela Vietri coordina anche le attività riminesi della GIOC, e proprio lui rivolgiamo qualche domanda.

Qual è stato l’obiettivo di questa ricerca e quanti giovani ha coinvolto?

Obiettivo di questo lavoro di ricerca-azione è stato quello di incontrare i giovani riminesi e indagare i loro stati d’animo e le loro aspirazioni rispetto al mondo del lavoro. All’indagine hanno partecipato 219 giovani della Provincia di Rimini tra i 17 e i 25 anni a cui è stato somministrato un questionario ad hoc. La ricerca è stata possibile principalmente grazie al supporto di CML e Arcobaleno e al contributo dei ragazzi che abbiamo incontrato nelle scuole, nelle parrocchie, nei centri giovani, in strada.

L’ipotesi di fondo era l’idea che, in questo momento di crisi occupazionale ed economica, molti giovani non siano in possesso delle informazioni e degli strumenti necessari per cercare un impiego. Abbiamo successivamente cercato di colmare proprio questo vuoto attraverso alcune azioni concrete in collaborazione con altre realtà del territorio.

Le interviste hanno confermato la vostra ipotesi iniziale? Quali sono stati i dati più significativi emersi dall’indagine?

Dal campione intervistato emerge effettivamente che i giovani pur conoscendo gli enti istituzionali deputati ad orientare e supportare le scelte lavorative (Comune, Centro per l’Impiego, Associazioni di categoria…) difficilmente si rivolgono ad essi per cercare lavoro ma preferiscono affidarsi a famiglia, amici, associazioni di volontariato, contatti diretti e personali.

Molto diversa anche l’immagine della popolazione giovanile da quello che spesso la politica e la stampa raccontano esprimendo giudizi negativi quasi a voler insinuare che la responsabilità dell’alto tasso di disoccupazione giovanile sia in parte responsabilità della svogliatezza e dell’immobilismo delle nuove generazioni. Il 69% degli intervistati ha infatti dichiarato che sarebbe disponibile a trasferirsi all’estero per poter lavorare e il 90,5% dei ragazzi è disposto, o lo ha già fatto, ad intraprendere un’attività lavorativa non inerente al proprio percorso di studi pur di essere occupato.

Quali attività correlate alla ricerca avete svolto?

In questo anno di lavoro oltre all’indagine abbiamo realizzato cinque laboratori di orientamento al lavoro che si sono conclusi anche con una visita ad un’importante azienda del territorio, Teddy Group, per capirne il funzionamento. Inoltre il 1 Maggio abbiamo organizzato una festa in piazza Cavour: “Mayday mayday MyWork” come momento culminante del progetto. Per il lavoro nelle scuole fondamentale è stata la collaborazione con la CGIL riminese. In generale abbiamo voluto cominciare un cammino educativo con i giovani riminesi per aiutarli a riflettere ma anche ad avere fiducia, nonostante tutto, un cammino che vuole proseguire con altri progetti e proposte mantenendo i fili che ci hanno legato ai ragazzi incontrati.

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Su cattive strade ma in buona compagnia

10394509_10205701035352334_1598952785757740104_nSe c’è un artista che ha saputo cantare e raccontare il mondo del sociale, l’universo di chi è più fragile o apparentemente marginale, sicuramente è stato Fabrizio De André. De André ha guardato a coloro che definiamo ultimi, forse con un po’ di retorica, non con sguardo compassionevole ma schierandosi con convinzione dalla loro parte.

“Ieri cantavo i vinti” – scrive il cantautore – “mentre oggi canto i futuri vincitori: quelli che coltivano la propria diversità con dignità e coraggio”. L’universo artistico e personale di De André si anima così con naturalezza di prostitute, migranti, uomini e donne soli, rom, senzatetto, anime fragili. La città di Rimini ha reso omaggio a questo interprete nel 16esimo anniversario della sua scomparsa con uno spettacolo: “Le cattive strade” lo scorso 11 Gennaio, al Teatro Novelli. Sul palco Andrea Scanzi, giornalista e scrittore, appassionato di storia dei cantautori italiani, racconta quasi tutto d’un fiato il percorso artistico di De André e alcuni temi che attraversano la sua opera, pur con accezioni diverse, in maniera trasversale: la consapevolezza che la morte peggiore è quella del pensiero, la difesa della libertà, le tensione politica e civile ma anche le delusioni e le disfatte, l’idea che l’errore sia molto più interessante della perfezione, l’impegno contro ogni guerra e ogni forma di sopraffazione. Non mancano di essere riportate anche le critiche che sono state negli anni rivolte all’artista: non è l’intento di Scanzi fare un santino di De André, ma piuttosto raccontarne anche le inquietudini e le fatiche, descriverlo nella sua complessità. Scanzi in questo è straordinariamente efficace. Insieme a lui Giulio Casale, già leader degli Estra, reinterpreta e riarrangia le canzoni del cantautore con rispetto ma anche forte personalità, non per imitare un artista inimitabile ma piuttosto per rendere omaggio alla sua opera. E lo fa con voce graffiante, sonorità ricercate, forte interpretazione. Si parte da “Nuvole barocche” per arrivare a “Smisurata preghiera”, passando da “Fiume Sand Creek”, “Se ti tagliassero a pezzetti”, “Canzone del maggio”, e non può mancare ovviamente anche “Rimini” con l’immagine di Faber sulle nostre spiagge che scruta il mare malinconico. Sul palco ci sono idealmente anche tutti quei personaggi, quei “giganti” a cui De André si è affidato negli anni per nutrirsi e creare cose nuove o che lo hanno affiancato nel suo percorso autoriale: Fernanda Pivano, Georges Brassens, Paolo Villaggio, Francesco De Gregori, Ivano Fossati, Bob Dylan, Massimo Modula, la PFM. Ma sul palco c’è soprattutto anche lui, Fabrizio De Andrè: fotografie di repertorio, citazioni, e un video live del ’98 sulle note di “Sidùn”, straziante poesia sulla strage in Libano del 1982. E allora le strade percorse saranno anche cattive, ma sicuramente si camminano in buona compagnia. In compagnia di chi non ha avuto paura della propria o altrui diversità, di chi ha saputo vedere nelle fragilità una forza nascosta (“dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”), di chi ha praticato l’arte del perdono, di chi ha lasciato un segno indelebile nella coscienza di chi lo ha amato e continua ancora oggi a farsi scuotere e interrogare dalla sua opera così unica e preziosa, e che anche alla luce di quanto accade oggi nel mondo risuona ancor più profetica ed attuale.

Silvia Sanchini

Matrioska Lab Store numero 6

Un contenitore per artisti emergenti e creativi che producono oggetti unici realizzati a mano. Un luogo dove mostrare i propri prodotti e come vengono realizzati, scambiarsi idee, comunicare. Matrioska Lab store è questo è molto di più: un’iniziativa ormai consolidata nel territorio riminese e giunta alla sua sesta edizione. Uno spazio espositivo poliedrico come è appunto la Matrioska, la bambola russa dalle tante incognite e sorprese. A Rimini dal 6 all’8 Dicembre, questa volta nell’Ala Moderna del Museo della Città (l’ex ospedale civile), l’evento è a cura dell’Ass.ne culturale L’Equilibrista, ha il patrocinio del Comune di Rimini e collabora con White Studio, Lara Giorgetti Fotografia e Norooof Studio.

Tra gli aspetti originali di questa edizione: “Cartoline”, una collettiva di arte contemporanea con cartoline create ad hoc per l’evento letteralmente pronte da portar via, la “Fucina del pensiero” in cui designer e architetti si scambiano idee e progetti, “Matrioska OFF!”, il Fuori Salone ricreativo di Matrioska.

Nelle stanze dell’ex Ospedale si alternano prodotti di ogni tipo: i gioielli in carta di “Pamphlet”, le creazioni artigianali riciclate a mano di 1+1=7, le “marmorizzazioni” della carta secondo l’antica tecnica del suminagashi realizzate da Giulia Violanti, gli arredi di “Bottega pensante”…e molto altro ancora come le mostre d’arte e fotografia tra cui colpisce in particolare “Chi sono io per giudicare?” di Elvis Spadoni.

Per noi di Rimini Social non possono non saltare all’occhio però soprattutto alcune idee interessanti: innanzitutto i Baby Lab, ottime occasioni per stimolare creatività ed ingegno anche nei più piccoli, organizzati da alcune associazioni del territorio (Are Ere Ire, l’Arca di Noè, Ramina Lab, Mo.a.cca., Le Terre, Ineditart, lablab): si va da attività con il rame all’utilizzo di materiali di riciclo, dal progetto di una casa intorno a un albero alla manipolazione dell’argilla, fino ovviamente ad arrivare alla realizzazione di addobbi natalizi, che nel mese di Dicembre non possono certo mancare.

E poi non possiamo non sottolineare anche in questa occasione la presenza di alcuni “Manu/fatturieri” speciali.

10416578_10205341276598590_6397008634576665648_nCominciamo da Borse dArte (www.borsedarte.com ): un progetto della Cooperativa sociale Insieme di Rimini che si pone l’obiettivo di creare nuove opportunità di lavoro nel sociale. Si tratta di borse che nascono da tele dipinte da artisti che vivono una condizione di vulnerabilità ma che hanno trovato uno spazio di espressione del loro disagio attraverso l’arte. Ogni borsa realizzata dalla Cooperativa diventa così un pezzo unico: non solo un oggetto bello esteticamente e assolutamente originale, ma anche uno strumento per offrire dignità attraverso il lavoro a chi lo realizza. Un intreccio di arte, moda, sociale assolutamente unico.

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Unire l’agricoltura al lavoro sociale: la sfida di “Adama’h Factory”

IMG-20141111-WA0001Si è svolto al Centro Agricolo Sant’Aquilina lo scorso 30 Ottobre un interessante convegno dal titolo: “La buona raccolta. L’agricoltura sociale e nuove opportunità lavorative nel comparto agricolo”. Il convegno, promosso dalla Fondazione En.A.I.P. Sergio Zavatta di Rimini in collaborazione con l’associazione RiGas e la cooperativa Poco di Buono, ha voluto focalizzare l’attenzione sulle nuove opportunità lavorative nel settore dell’agricoltura, a partire dal Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020 formulato dalla Regione Emilia-Romagna, e dalle esperienze già attive sul territorio. Presenti infatti alcuni rappresentanti di realtà locali impegnate in questo settore: Giovanna Scaparrotti della Fondazione Enaip, Pieralberto Marzocchi della Coop. Sociale Cieli e Terra Nuova, Giovanni Grandi dell’Azienda Agricola Podere Roccolo, Stefano Valloni presidente dei RiGas, Laura Bongiovanni di Associazione Inset – impresasociale.net, Matteo Lucchi di Winet srl e Sauro Sarti del Servizio Agricoltura Tutela Faunistica della Provincia di Rimini.

Tra le nuove esperienze presentati durante il convegno anche la neonata Associazione “Adama’h Factory”: una associazione di promozione sociale che svolge attività nel settore agricolo come occasione di inserimento sociale e lavorativo per persone svantaggiate.

Ne parliamo con il Presidente, Luca Fabbri, psicoterapeuta, educatore e una grande passione per i temi dell’agricoltura sociale e per il lavoro agricolo.

Come nasce l’idea dell’Associazione Adama’h Factory?

Adama’h Factory nasce in continuità con due corsi che abbiamo realizzato per conto della Fondazione Enaip nel 2013 e nel 2014: Terre Fertili e Agricolando. I due progetti ci hanno dato la possibilità di realizzare un orto di 3.000 metri, di valorizzare e far fruttificare 3 ettari di vigna e 300 ulivi collaborando con un gruppo di utenti provenienti da fasce sociali deboli. Realizzando queste attività ci siamo accorti che il lavoro agricolo ha un potere sociale molto forte, capace di restituire dignità alle persone più fragili o che vivono condizioni di disabilità. Per questo a giugno del 2014 abbiamo pensato di continuare queste esperienze in maniera più stabile e duratura dando vita all’Associazione Adama’h. Insieme a me fanno parte del consiglio direttivo il vicepresidente Diego Tombesi, Roberta Torricelli e Salvatore Aloe. Tra i soci fondatori anche Mauro Strada, uno dei partecipanti ai primi due corsi. L’associazione ha sede a Sant’Aquilina, dove l’Enaip ci ha messo a disposizione in maniera gratuita il podere di sua proprietà, e siamo affiliati al circuito delle ACLI.

Quali sono le specificità della vostra Associazione?

L’idea fondamentale di Adama’h è che l’agricoltura debba essere non un punto di arrivo, ma uno strumento. Per noi al centro sta prima di tutto la persona: vogliamo che chi arriva da noi possa rinfrancarsi, ritrovare fiducia, imparare un’attività lavorativa che sia in grado poi di rendere chiunque più autonomo, capace di spendersi anche in altri contesti. Noi vogliamo principalmente che queste persone escano dall’isolamento in cui spesso si trovano, restituendo loro fiducia e dignità. Un’altra caratteristica del nostro lavoro è l’alto livello di democraticità: si lavora tutti insieme, perché davanti alla fatica siamo tutti uguali. Il gruppo è aspetto determinante, perché in solitudine questo tipo di lavoro sarebbe impossibile. Inoltre il lavoro agricolo ha il grande merito di insegnare l’arte della pazienza e del sapere aspettare, perché per realizzarlo è necessario rispettare i ritmi della terra e adeguarsi ad essi. Ecco perché abbiamo scelto di chiamare l’associazione “Adama’h”, che in ebraico significa terra, proprio per sottolineare la centralità di questo aspetto nel nostro lavoro, che è all’insegna del rispetto della natura e dell’ambiente.

Che progetti avete in cantiere?

Vogliamo consolidare la nostra realtà: per esempio ci proponiamo di ingrandire la vigna, aumentare il numero degli ulivi, portare l’orto a 5.000 metri e raggiungere 8 ettari di parte seminativa. Come già detto, ci sta a cuore soprattutto migliorare le condizioni di vita delle persone maggiormente a rischio di esclusione sociale. Il vero sogno nel cassetto è inoltre quello che la nostra produzione agricola diventi sufficiente per trasformarsi in un’attività lavorativa vera e propria per alcuni dei ragazzi che stiamo coinvolgendo, in modo che possano rendersi sempre più autonomi anche dal punto di vista lavorativo.

Silvia Sanchini

Per saperne di più:

Facebook: Adamah’ Factory

adamah.factory@gmail.com

in: http://www.newsrimini.it/rimini-social