Jerreh, fuggito dal Gambia, ha imparato a leggere e ha scritto un libro per aiutare i ragazzi come lui

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Mi chiamo Jerreh, ho 19 anni e da quasi tre vivo in Italia. Ecco alcune cose che ho scoperto in questo strano e bellissimo paese. Innanzitutto ho scoperto che quando in Italia ti danno un appuntamento e ti chiedono di essere puntuale…non è un modo di dire! Se l’appuntamento, per esempio, è alle 10 le persone si aspetteranno davvero che tu arrivi per le 10.

Seconda scoperta: in Italia si mangia la pasta, ogni giorno! Il secondo giorno che mi trovavo in Italia ho mangiato un piatto di spaghetti al pesto: era la prima volta che li mangiavo e non mi sembravano per niente buoni, ma li ho mangiati tutti perché erano stati così gentili a prepararli per me.

In questo paese, infatti, esistono dei posti, delle vere e proprie case, in cui i ragazzi minorenni che arrivano in Italia da soli possono essere accolti. In queste case ci sono degli educatori e, a volte, dei volontari. C’è anche un assistente sociale, che incontri ogni tanto e che ti dà dei consigli su cosa fare.

Io in comunità a Parma ho incontrato Vanessa, la mia educatrice, che oggi è anche un’amica e la persona di cui mi fido di più. E ho conosciuto Roberto, il mio “secondo papà”, è stato lui a insegnarmi a leggere e a scrivere e a invitarmi a raccontare la mia storia in un libro.

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Un etto di luoghi comuni?

roma-141113144703Io non ce l’ho con gli extracomunitari…ma basta. Diamo loro 35 euro al giorno. Li ospitiamo negli alberghi a quattro stelle. E poi il telefonino, il computer… e non sono mai contenti! Ma io dico, è giusto spendere tutti questi soldi per dei clandestini, quando gli italiani fanno fatica ad arrivare alla fine del mese?”.

Et voilà, il lavaggio del cervello è servito. Se anche la signora che incontro tutte le settimane al supermercato ha imparato come in un rosario la litania dei luoghi comuni da sciorinare quando si parla di immigrati, significa che l’annichilimento culturale di cui siamo vittime è ormai irreversibile.

La signora Concetta è una brava donna. Ha superato gli 80 anni, ha lavorato tutta la vita insieme al marito per poter garantire una casa e un aiuto ai suoi figli e ai suoi nipoti.

Vorrei parlare con la signora Concetta di storia e geopolitica. Chiederle di sforzarsi di ricordare se e quanti dei suoi parenti sono partiti agli inizi del ‘900 per l’America o la Svizzera, in cerca di fortuna. Ma potrei anche azzardare una disquisizione più alta e spostare la discussione sul tema del colonialismo, dello sfruttamento indiscriminato delle risorse, sulle nostre responsabilità nei confronti dei paesi in via di sviluppo.

Ma potrei anche parlarle di economia. E cercare di spiegare a Concetta, che sicuramente è sempre stata brava a far quadrare i conti del suo bilancio familiare, che gli stranieri che vivono in Italia non ci sottraggono risorse. Semmai ci fanno guadagnare. Basterebbe leggere con attenzione qualche statistica e qualche dato.

Potrei parlare con questa arzilla signora anche di etica cristiana. Lei va a Messa a tutti i giorni, partecipa alle attività della Parrocchia, per qualche anno ha fatto anche la catechista. Per cui non farà fatica a ricordare quante volte le Sacre Scritture ci parlino di ospitalità dello straniero. Di misericordia. Di porte aperte e non chiuse. Di amore per i nostri fratelli, soprattutto per i più piccoli. Sicuramente queste nozioni Concetta le conosce molto meglio di me.

Ma potrei parlarle anche di welfare, di sistema di accoglienza. Di come vengono utilizzati in realtà quei 35 euro di cui tutti parlano. Di quante brave persone ci siano e di quante realtà del terzo settore (associazioni di volontariato, cooperative…) lavorino seriamente per l’accoglienza. Che non tutti sono viscidi e corrotti come nelle storie emerse da quella vergogna che è “Mafia capitale”.

Mentre si fa affettare un etto di prosciutto e sceglie il formaggio da mettere in tavola questa sera, intorno a Concetta si forma un capannello di persone. Anche loro hanno tutta una serie di luoghi comuni e pregiudizi da impugnare come verità assolute. Anche loro commentano con fastidio la situazione attuale, inveiscono contro il “vu cumprà” che non li lascia in pace un secondo nemmeno al mare. E mentre pensano a riempirsi le pance, commentano con disprezzo le vite di chi di fame e di sete rischia ogni giorno di morire.

Anche con loro vorrei fermarmi a parlare un poco. Leggere i dati sull’evasione fiscale in Italia, e in particolare nella provincia di Rimini. Commentare con lo stesso disprezzo le scelte di tanti uomini (quasi sempre sposati e con un buon lavoro) che alimentano il mercato del turismo sessuale e dello sfruttamento della prostituzione, anche minorile. Parlare di infiltrazioni e connivenze mafiose. Di quanto sia doloroso essere discriminati ed emarginati.

Ma so che non ne varrebbe la pena. Qualunque cosa possa dire non farà cambiare loro idea.

C’è una cosa di cui mi piacerebbe però parlare con Concetta e con gli altri. Anzi, una cosa che mi piacerebbe fare insieme a loro. Mi piacerebbe accompagnarli a casa di Ahmed, sedersi al tavolo con lui, prendere un caffè e farsi raccontare la sua storia. Mi piacerebbe che lo guardassero negli occhi quando racconta della famiglia lontana, dei figli che forse non rivedrà più, del dolore e della paura che hanno attraversato la sua esistenza. Di un paese che ama, ma dove non potrà più tornare. Mi piacerebbe che incontrassero Mustafa, che è poco più che maggiorenne, e che deve cavarsela da solo lontano dal suo paese e dai suoi affetti. Mi piacerebbe che raccontasse loro del suo viaggio. Del mese che ha trascorso nel deserto. Degli abusi e delle violenze che ha subito quando era solo un bambino. Di quando ha rischiato di morire per un’intossicazione perché sulla nave che lo ha portato in Italia gli hanno dato da mangiare del pesce avariato.

Ma ormai è tardi. Mentre la mia mente è affollata da questi pensieri, Concetta ha già finito la sua spesa ed è in fila alla cassa per pagare. Forse mentre tornerà a casa, Ahmed le cederà il posto sull’autobus. Forse i pomodori che mangerà stasera, li avrà raccolti Mustafa, lavorando per tante ore al giorno sotto al sole per poco più di qualche spicciolo.

Ma Concetta continuerà a struggersi per le ingiustizie che crede di subire. Perché è più facile trovare un nemico che guardarsi dentro o intorno e cercare, davvero, di capire.

Silvia Sanchini

Pubblicato originariamente su: http://www.newsrimini.it/2015/07/un-etto-di-luoghi-comuni/

I PROBLEMI E I PENSIERI DEI GIOVANI MUSULMANI

11160426_10206530708729535_694231516_nHanno tra i 17 e i 26 anni. Qualcuno studia, altri lavorano. Sono nati in Italia, in Marocco, in Macedonia. In comune hanno una cosa: la fede nell’Islam. Ecco perché, nel Dicembre 2013, hanno dato vita anche a Rimini ad una sezione GMI (Giovani Musulmani Italiani), un’associazione di promozione giovanile nata a Milano dall’idea di un gruppo di giovani musulmani di seconda generazione.

Si chiamano Halima, Michele, Khairiyyah, Omaima, Chady, Rim, Habib, Tarik, Mohamed, Reda e Yassin. Si incontrano insieme ad altri ragazzi una volta a settimana al Centro Giovani “RM25”, dove si svolge anche la nostra intervista. Che più che una vera e propria intervista è una chiacchierata corale, un confronto interessante e stimolante, congiovani dal cuore grande e dall’intelligenza vivace.

Yassin, marocchino, è stato il primo studente straniero di Chimica industriale del Campus di Rimini. È lui, insieme ad altri ragazzi, ad avere l’intuizione di creare un gruppo di giovani musulmani anche a Rimini e ha iniziato a cercare contatti tramite la creazione di un gruppo Facebook.

Mohamed, che ha 23 anni, con Omaima e Khairiyyah ha dato vita ufficialmente all’associazione e ne è diventato Presidente. Ci racconta: “Nei nostri incontri approfondiamo lo studio del Corano e i principi dell’Islam, preghiamo insieme, siamo un gruppo di amici. I nostri valori fondamentali sono famiglia, fede ed educazione. Ma non solo. In questo anno e mezzo di attività abbiamo cercato di farci conoscere, aprirci alla città. Per questo abbiamo partecipato ad eventi pubblici come il Festival Interazioni, al Mese per le Famiglie, alla Giornata Mondiale contro il Razzismo, abbiamo organizzato una cena di solidarietà per Gaza. Da qualche settimana organizziamo anche corsi di arabo con alcuni volontari. Queste sono attività per farci conoscere, ma non solo. Abbiamo capito che è necessario aprirci agli altri, per superare pregiudizi e paure. Nella provincia di Rimini ci sono 8 centri di cultura islamica: vogliamo essere di sostegno alla comunità”.

“Si parla moltissimo dei musulmani, ma mai con i musulmani” – aggiunge Omaima, dagli occhi grandi e il sorriso gentile, nata in Italia da una famiglia marocchina, ha 18 anni e frequenta l’Istituto Economico Turistico di Morciano. È diventata tristemente famosa lo scorso anno perché, a causa del velo, un albergo ha rifiutato di offrirle ospitalità per svolgere il tirocinio formativo previsto dalla sua scuola. “Per le ragazze che scelgono di indossare il velo trovare lavoro è ancora difficile. È una paura irrazionale, che nasce da una mancanza di conoscenza. Per questo l’anno scorso in piazza Cavour in occasione di Interazioni abbiamo lanciato una provocazione: “Vi sveliamo il velo”, uno stand dove provare ad indossare il velo e ad informarsi su questa usanza. Abbiamo ricevuto tantissime domande, lo stand ha suscitato interesse e curiosità e ci ha fatto molto piacere”.

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#5buoneragioni: storie di vita oltre i luoghi comuni

banner_800x600_2014_2015Per Jennifer la comunità è stata l’esperienza che le ha permesso di ricominciare a vivere, il luogo dove riscrivere la sua storia e ricominciare a vedere lucidamente il mondo.

Per Antonio gli educatori sono stati un’ancora di salvezza.

Denise in casa-famiglia ha sentito di poter essere se stessa, ha potuto finalmente smettere di nascondere i problemi sotto la sabbia.

Per Jonathan la comunità è stata una famiglia, l’occasione per raggiungere alcuni obiettivi insperati come concludere la scuola e trovare lavoro.

Case e non gabbie. Luoghi di accoglienza e protezione e non luoghi di sofferenza o in cui si fa business. Un punto di vista molto diverso da quello che una parte dell’opinione pubblica, della politica e del mondo dell’informazione giornalistica da alcuni mesi e in diverse occasioni porta alla ribalta. Il punto di vista di chi un percorso di accoglienza in comunità/affido/casa famiglia lo ha vissuto e desidera raccontarlo.

Ci sono alcuni luoghi comuni e generalizzazioni con cui ultimamente gli operatori che lavorano nel settore dei minorenni allontanati dalla loro famiglia di origine, si trovano sempre più spesso a confrontarsi. Per sfatarli, ma anche semplicemente per raccontarsi, una campagna iniziata lo scorso 17 Luglio a Roma e promossa da sei organizzazioni (Agevolando, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza – CNCA, Coordinamento Nazionale Comunità per Minori – CNCM, Cismai, Sos Villaggi dei Bambini, Progetto Famiglia) che hanno redatto un Manifesto: “#5buoneragioni per accogliere i bambini che vanno protetti”.

E’ importante conoscere il mondo dell’accoglienza dei minorenni fuori famiglia per quello che rappresenta, a partire dalle loro storie e dai dati reali, e non seguendo ideologie e generalizzazioni che spesso partono da fatti di cronaca singoli e circoscritti”, ci spiega il Presidente di Agevolando Federico Zullo. “Con questo spirito è partita la campagna #5buoneragioni che, dopo Roma e Trento, arriva il prossimo 29 Gennaio in contemporanea in sei città d’Italia: Milano, Torino, Bologna, Napoli, Bari, Palermo e che proseguirà il 27 Febbraio ad Ancona e il 9 Marzo a Firenze, all’Istituto degli Innocenti”.

Proviamo ad analizzare alcune delle affermazioni sentite più spesso sul tema e che di sicuro non ne rappresentano la complessità.

  • “I figli vengono tolti alle famiglie povere per ragioni economiche”. FALSO. Quando si parla di povertà familiare non si parla solo di povertà economica ma di tutto il contesto, e non è mai l’unico elemento che può determinare un allontanamento, ci sono sempre delle concause. Se qualcuno si permette di allontanare un minore solo perché la famiglia ha delle difficoltà economiche, quello è un abuso (la legge italiana lo vieta). I motivi per cui i minorenni vengono allontanati sono più complessi e riguardano situazioni di grave trascuratezza, negligenza, abuso, violenza.

  • Ci sono comunità/case-famiglia che prendono rette da 400 euro al giorno per l’accoglienza”. FALSO. In media le comunità italiane percepiscono rette da 100 euro al giorno (la media si abbassa significativamente nelle regioni del Sud d’Italia). Inoltre diverse ricerche hanno dimostrato che tali rette non sono affatto sufficienti per garantire sole gli standard di accoglienza fissati a livello normativo, costringendo così numerose comunità a grossi sacrifici, che vanno ad aggiungersi ai già drammatici tagli al welfare e ai servizi sociali.

  • In Italia si allontana troppo, più che negli altri paesi Europei”. FALSO. In tutti i lavori comparativi a livello europeo, l’Italia è uno dei Paesi che in Europa meno ricorre all’allontanamento. Infatti, i dati al 31.12.2010 dicono che: in Francia i minorenni fuori dalla famiglia d’origine sono 133.671 (pari al 9 per mille della popolazione 0/17 anni); in Germania alla stessa data sono 111.300 (pari all’8 per mille); nel Regno Unito sono 60.240 (pari al 6 per mille); in Spagna sono 37.075 (pari al 4 per mille); in Italia sono 29.388 (pari al 3 per mille).

  • Gli allontanamenti sono aumentati a causa della crisi economica”. FALSO. Anche in questo caso non c’è una correlazione tra la crisi economica e l’aumento del numero dei minorenni allontanati dal loro nucleo familiare di origine. Anzi, i minori “fuori famiglia” in Italia al 31-12-2012 risultano persino diminuiti rispetto agli anni precedenti, in particolare rispetto alla data del 31-12-2007, dunque prima della crisi economica (dati ministeriali ufficiali).

  • Tra affido, casa-famiglia e comunità esiste una contrapposizione”. FALSO. Affido, comunità, casa-famiglia sono e debbono essere risposte complementari e non in contrapposizione o subordinate l’una all’altra. Situazioni complesse, come quelle dei bambini e dei ragazzi che vivono nella loro famiglia di origine esperienze di dolore e sofferenza, richiedono risposte diversificate sulla base dei bisogni. Ogni ragazzo ha il diritto ad un progetto per sé: attento, curato e specifico. Il territorio riminese, così ricco e diversificato rispetto alle diverse esperienze presenti, può essere una testimonianza positiva della complementarità dei diversi interventi che devono lavorare in rete, attivare sinergie finalizzate il più possibile al benessere e alla positiva integrazione nel territorio dei ragazzi accolti.

Un’altra riflessione va aggiunta sul tema della prevenzione. E’ auspicata da tutti la riduzione del numero degli allontanamenti ed è necessario fare in modo che vengano realmente garantiti tutti i sostegni e gli interventi possibili di supporto alle famiglie di origine prima di ricorrere a questa misura estrema, ma al contempo è doveroso, sul piano pratico, allontanare con determinazione e tempestività bambini e adolescenti che nel loro contesto familiare subiscono gravi violazioni dei loro diritti.

E ancora: gettare fango sul sistema di tutela in maniera indiscriminata e generica sicuramente non aiuta né i bambini e i ragazzi stessi né le loro famiglie.Certo, un sano contradditorio è importante e può essere un’ulteriore forma di protezione. Abusi e ingiustizie vanno denunciati prontamente, qualsiasi violazione dei diritti portata alla luce. Ma la realtà non può essere raccontata solo in modo parziale o distorto. Fare informazione ascoltando solo genitori arrabbiati o minorenni spaventati non è un buon servizio alla società. Le famiglie non devono avere paura di chiedere aiuto. I bambini e i ragazzi devono sentirsi tutelati, non stigmatizzati.

La campagna #5buoneragioni in fondo nasce per questo. Non tanto per la necessità arroccarsi sulle proprie posizioni e difendere a spada tratta il lavoro dei servizi sociali. Ma semplicemente per accogliere questa complessità, per conoscere prima di giudicare, per rimettere al centro il superiore interesse dei bambini e dei ragazzi più fragili. Per questo il 29 Gennaio saremo a Milano, Torino, Bologna, Napoli, Bari e Palermo. Ad ascoltare il punto di vista dei ragazzi, delle loro famiglie, degli educatori, degli assistenti sociali, dei giudici e di tutti i soggetti coinvolti nei percorsi di tutela. E speriamo davvero di essere in tanti.

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini.it/rimini-social

Antonio Nashy Distefano a Rimini

1391910_739351726114496_1005968429334299502_nHa gli occhi grandi e vivaci, parla a macchinetta come se il flusso dei suoi pensieri fosse più veloce delle sue parole, è timido e riservato nonostante il successo mediatico che in questi ultimi mesi lo ha travolto.

Ma andiamo con ordine. Il 6 Giugno 2014 Antonio Distefano, 23enne di origine angolana ma nato a Busto Arsizio e residente a Ravenna, pubblica su Amazon il suo libro: “Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?”. Una settimana dopo lo va a cercare in classifica e rimane esterrefatto: è il libro più venduto della settimana, ha addirittura sorpassato le ricette di Benedetta Parodi! Da qui inizia una parabola in ascesa, il libro viene scaricato da 10.000 persone, Antonio è sempre più seguito sui social network (in particolare Facebook e Youtube) e arrivano un poco alla volta importanti riconoscimenti: un contatto con la trasmissione di La7 “Anno Uno”, un’apparizione a Sky Tg24, oltre 40.000 visualizzazioni di un suo video rilanciato dal sito di Repubblica e un’opzione con la casa editrice Mondadori che decide di acquistare il suo libro.

Lo incontriamo a Rimini, al Centro Giovani “RM25”, dove è stato invitato per presentare il suo libro e incontrare i ragazzi che frequentano quotidianamente il Centro. Un’iniziativa promossa dal Centro Giovani RM25, progetto per l’aggregazione e la prevenzione del disagio giovanile gestito dall’Ass.ne S. Zavatta ONLUS e finanziato dal Comune di Rimini, in collaborazione con la Fondazione San Giuseppe ONLUS e l’Ass.ne Agevolando – sezione di Rimini nell’ambito delle iniziative per il “Mese delle Famiglie”. Non è un caso considerato quanto il tema delle cosiddette “seconde generazioni” stia particolarmente a cuore all’amministrazione comunale che lo scorso 12 Ottobre ha conferito la cittadinanza simbolica a circa 350 minori stranieri nati in Italia e residenti a Rimini.

Ma torniamo ad Antonio.

Come è nata l’idea del tuo libro e di cosa parla?

Il libro è nato per raccontare la mia storia d’amore con Linda, una storia d’amore che è stata però osteggiata dalla sua famiglia quando hanno scoperto che ero un ragazzo nero. Pensavo che fosse impossibile che queste cose potessero accadere ancora nel Terzo Millennio, eppure l’ho vissuto in prima persona. Oltre a questa storia il libro racconta di altri amori, amicizie, esperienze, della mia famiglia… è un condensato della mia vita in cento pagine. Non è un vero e proprio romanzo da leggere dall’inizio alla fine, ma piuttosto un insieme di brani raccolti come se fossero dei “post” di Facebook e introdotti sempre dal titolo di una canzone che mi ha ispirato nel momento in cui li scrivevo.

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Parole come sassi

B1JGTR_CcAAni4b“Le tue parole sono mine…” canta Cesare Cremonini. È vero, e tante volte non ci accorgiamo, di quanto le parole possano far male.
Sono certa che è capitato a tutti di utilizzare con assoluta leggerezza espressioni apparentemente innocenti come: “Sembri proprio autistico…”, “Ma sei mongolo?”, “Non fare l’handicappato…”. E via dicendo.
Termini entrati nel linguaggio comune, usati a volte quasi scherzosamente, altre volte volutamente per offendere.

Qualche sera fa dal mio profilo Facebook mi sono imbattuta nei commenti di alcuni genitori, che fanno parte del gruppo “Io ho una persona con autismo in famiglia”. Commentavano con dolore e rabbia un’altra pagina Facebook che derideva in maniera poco elegante una ragazza affibbiandole l’epiteto di autistica.
Leggendo il dispiacere e l’indignazione di quei genitori mi sono sentita male per tutte le volte in cui scegliamo (io per prima) con totale superficialità le parole che usiamo, dimenticandoci del potere che le parole stesse possono avere e di quanto termini che di per sé non hanno certo una connotazione offensiva possano diventare veri e propri insulti, lame taglienti, mine esplosive…quando utilizzati in maniera distorta.
Decidere se utilizzare o meno una determinata parola non è solo un esercizio formale o un atto retorico di buonismo, ma una scelta sostanziale.

L’ironia e l’umorismo sono di vitale importanza anche quando si ha a che fare con la disabilità (e i genitori lo sanno bene), non si sta qui facendo un elogio della seriosità ma evidenziando alcuni confini che sarebbe importante non valicare mai.
A questo proposito, in questi giorni, alcuni media tra cui Avvenire, Famiglia Cristiana, la Federazione italiana settimanali cattolici e l’Agenzia Armando Testa hanno lanciato la campagna “Migliorisipuò, insieme contro la discriminazione”. A Rimini anche il Settimanale Il Ponte ha aderito. Il messaggio è molto chiaro: anche le parole possono uccidere, trafiggere (come i volti scelti ad immagine dei manifesti), per questo occorre un’opera di informazione per superare i pregiudizi e costruire una società più sensibile e attenta.

Sempre in questi giorni il giornalista Luca Pagliari ha presentato agli studenti riminesi lo spettacolo “Link-storie di vita online”, che racconta una storia di cyber-bullismo. Pagliari ha più volte ricordato ai ragazzi che anche un “mi piace” di troppo su Facebook o una parola scritta sul web possono distruggere, ferire, finanche uccidere (come è successo al giovane romano, Andrea Spezzacatena).
Una parola scritta lascia il segno, non si cancella, rimane per sempre…e questo vale soprattutto per tutte quelle volte in cui ci sentiamo forti, perché ci nascondiamo dietro a uno schermo di un pc.
Perché, citando il film Palombella Rossa di Nanni Moretti: “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste. Le parole sono importanti!”.

Silvia Sanchini

http://www.newsrimini.it/2014/10/parole-come-sassi/

#MyRimini…e una foto alla Moschea

Moschea di RiminiUna semplice foto alla Moschea di Rimini che ho pubblicato nell’ambito del progetto “MyRimini, racconta la nostra città” (http://www.comune.rimini.it/servizi_interattivi/myRimini/) per il Comune di Rimini ha suscitato decine di commenti, polemiche, insulti. Questo mi ha fatto male, ma un po’ me lo aspettavo e comunque spero che sia servita in ogni caso a far riflettere e non solo per scaricare rabbia e frustrazioni.

Qui trovate la fotografia: https://www.facebook.com/comunedirimini/photos/ms.c.eJxdyMkNACAMA7CNUJOm1~;6LIcQL~;DQMQQljKO~_wWLjDtMpvXOAzpSn6Mx2JMxsewhHJ.bps.a.10152329709388505/10152441901738505/?type=1&theater

E qui la mia risposta ai commenti:

Come autrice della foto che ha suscitato tante opinioni e tanti commenti, mi permetto non tanto di rispondere a tutti (sarebbe impossibile e non voglio entrare nel merito di punti di vista tanto differenti) ma di esprimere qualche considerazione.
Mi fa sorridere che tante foto che abbiamo condiviso nell’ambito del progetto “MyRimini” che offrivano spunti di riflessione sociale e culturale importanti non siano state considerate, mentre questa foto abbia scatenato subito un tale polverone. Questo comunque dimostra che, nel bene e nel male, su questo tema c’è attenzione e vale la pena rifletterci insieme.
Le obiezioni alla foto, sostanzialmente, si riassumono in due considerazioni: la prima è che la libertà religiosa che offre l’Occidente non sarebbe possibile nei paesi musulmani (“Provate a costruire una Chiesa da loro…e vediamo cosa accade…”), la seconda è che lo Stato e l’Amministrazione comunale dovrebbero prendersi cura prima dei cittadini italiani e dei loro problemi e, solo in un secondo tempo eventualmente, degli stranieri.
Per quanto riguarda la prima affermazione, è già confutata dai fatti: in tanti hanno ben documentato il gran numero di Chiese cristiane presenti in Medio Oriente e nei paesi musulmani, una tradizione più che millenaria.
Sul secondo aspetto, più delicato, posso solo dire che parlare di cittadini musulmani non equivale a parlare di stranieri (anzi, tanti di loro sono cittadini italiani!) e che il tema dell’accoglienza è davvero complesso e merita una attenzione politica molto forte, ma la maggior parte dei luoghi comuni sui presunti favoritismi agli stranieri da parte dello Stato sono, appunto, teorie non confutate dalla prassi, notizie che si diffondono in modo virale sul web e creano solo allarmismo e disinformazione. Quindi prima di indignarsi cerchiamo di leggere, confrontare opinioni, informarci.
Ho definito il quartiere di Borgo Marina controverso perché sono consapevole che sia una zona a forte rischio per episodi di devianza e degrado che l’hanno contraddistinta, per il problema del sovraffollamento negli appartamenti e così via. Quando puntiamo il dito generalizzando però non dimentichiamo anche le responsabilità nostre e di tanti nostri concittadini e connazionali su questi temi.
Evasione fiscale, appartamenti sovraffollati, vendita di merce contraffatta, abusivismo e – aggiungo – prostituzione (soprattutto minorile) e sfruttamento sono piaghe sulle quali anche noi italiani abbiamo enormi responsabilità. Nessuno dice niente sul fatto che la maggior parte dei clienti delle baby prostitute siano italiani, sposati e liberi professionisti?
Io posso solo dire questo: da credente sono profondamente felice che nel mio Paese e nella mia città ognuno sia libero di professare la propria fede e di avere un luogo dove ritrovarsi per pregare con la propria comunità.
Da cittadina sono convinta che la democrazia e il pluralismo culturale e religioso siano un valore (sancito anche dalla nostra Costituzione) a cui non dobbiamo mai, per alcun motivo, rinunciare.
Da educatrice, infine, posso dire che l’incontro con tanti giovani stranieri e musulmani mi ha aiutato a superare pregiudizi e l’inutile dualismo noi/loro, mi ha arricchito profondamente, ha reso la mia vita più bella. E mi dispiace per chi si preclude questa possibilità e mortifica la sua curiosità.

Un’ultima, importantissima, precisazione: l’obiettivo del progetto “MyRimini” è quello di raccontare la nostra città e documentarne ogni aspetto, dal nostro specifico punto di vista. Non siamo fotografi professionisti ma solo persone che hanno scelto di mettersi in gioco e divertirsi. Niente di più.
L’Amministrazione Comunale, che mi ha offerto questa opportunità, e i responsabili del progetto che qui, pubblicamente, ringrazio moltissimo, non hanno alcuna responsabilità sulla scelte delle immagini e quindi spettano a me tutte le critiche e le lamentele e mi scuso se ho offeso la sensibilità di qualcuno, ma pubblicherei nuovamente anche oggi quell’immagine e spero comunque che sia servita alla riflessione e al dibattito. Grazie per la vostra attenzione!

La vicenda è stata ripresa anche sul portale Rimini Social 2.0 con questo articolo: http://www.newsrimini.it/2014/09/myrimini-foto-moschea/

Tu da che parte stai?

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Abdullah ha 18 anni e viene dal Senegal. L’ho incontrato qualche giorno fa, per caso, sull’autobus. Indossava gli abiti tradizionali del suo paese, con i quali da un po’di tempo non ero più abituata a vederlo visto che a scuola optava più semplicemente per un paio di jeans e una maglietta. Abdullah è arrivato in Italia, come molti suoi coetanei e connazionali, un paio di anni fa, lasciando in Senegal tutta la sua famiglia. Ha frequentato la terza media e poi un corso di formazione professionale, ha fatto alcuni lavoretti come gommista e magazziniere. Ma in Italia il lavoro non si trova così facilmente, figuriamoci se sei straniero, parli poco l’italiano, non hai un titolo di studio. E allora, spesso, scegli la strada apparentemente più semplice. Quest’estate Abdullah ha deciso di vendere merce sulla spiaggia. Braccialetti, collane, orecchini…che provengono dall’Africa. Niente merce contraffatta, mi dice. Gli chiedo perchè lo fa, gli dico che mi dispiace. E lui mi dice che gli uomini nel suo paese devono lavorare, devono mantenere la famiglia. In Senegal ha 11 fratelli e sua madre, deve assolutamente mandare loro dei soldi. Altrimenti cosa è venuto a fare in Italia? Perchè rischiare la vita in un viaggio se poi da questo non si trae alcuna opportunità o miglioramento? 

Mi sono sentita un po’ in colpa parlando con lui. Ho pensato a tutte le volte in cui, quest’Estate, mi ero unita alle chiacchiere da bar e al dibattito pubblico così acceso nella nostra città e fermamente schierato contro gli “abusivi” (termine già di per sè chiaramente dispregiativo). Abusivi che portano via il lavoro, che sono arroganti, aggressivi, maleducati, che rovinano il lungomare della nostra città.

Non voglio essere fraintesa. L’abusivismo è un fenomeno  serio, da deplorare, che davvero crea concorrenza sleale e alimenta la criminalità. Non ho soluzioni al problema, nè voglio darne una visione semplicistica o ingenua. Non sto elogiando chi sceglie questa strada, anzi, ma non posso fare a meno di pensare anche a chi o cosa sta dietro a questo fenomeno. Ce lo ha ricordato, di recente, anche il Presidente della Provincia di Rimini Stefano Vitali in una nota: “Se l’abusivismo in spiaggia, protagonista dell’estate 2013, è un complesso e grave fenomeno – di concorrenza commerciale indebita, di ordine pubblico, di sfruttamento, di penetrazione della criminalità organizzata – che si alimenta ogni volta che spirano forti i venti delle ‘opposte ideologie’, è pur vero che sbaglieremmo bersaglio e strategia se pensassimo che il problema provenga esclusivamente da fuori (extra, appunto). E’ la scoperta dell’acqua calda, ma brucia eccome quando continua a cadere sulla pelle: c’è un pezzo della nostra comunità che, in nome di un calcolo economico anche figlio della pratica della rendita, dà il suo (mensile) contributo a complicare un problema già di per sé complicato”. Dietro al fenomeno del commercio abusivo vi è infatti una rete di illegalità (affitti in nero, sfruttamento…) che ci riguarda eccome e che, quasi sempre, è nelle mani di tanti italiani e riminesi benpensanti che magari storcono il naso davanti all’ennesimo “vu cumprà” che propone loro di acquistare un pareo in spiaggia.

E poi ci sono gli occhi di Abdullah. A 18 anni penso che ogni giovane, da qualsiasi parte del mondo provenga, dovrebbe avere il diritto di scegliere. Dovrebbe essergli garantita un’istruzione, l’opportunità di lavorare, ma anche di vedere gli amici, di innamorarsi, di sognare. Non dovrebbe dormire su una brandina in un appartamento che divide che non si sa quanti connazionali. Non dovrebbe passare le giornate in spiaggia, sotto il sole, spesso a farsi maltrattare. Non dovrebbe preoccuparsi di mandare soldi alla mamma e ai fratelli lontani. Questa è invece la condizione che molti ragazzi vivono, anche nella nostra città, spesso nella totale indifferenza di tutti o, peggio, con un dito puntato contro. E spesso, lo ammetto, quel dito è stato anche mio.

Ma gli occhi e le parole di Abdullah l’altro giorno mi hanno restituito un po’di umanità. E mi hanno fatto venire in mente una canzone di Francesco De Gregori, che dice: “Tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati…o di chi ha costruiti rubando?”.

A noi il compito di scegliere, non solo nelle parole ma anche con i fatti, da che parte stare.

Foto: http://www.informazione.tv

Silvia Sanchini