Un Dio che ha sete dei suoi figli

Terza tappa dell’itinerario promosso dalla Diocesi di Rimini. L’intervento di don Giovanni Nicolini, fondatore della comunità “Famiglie della Visitazione”.

20140324_210752Lunedì 24 marzo abbiamo vissuto la terza tappa dell’itinerario delle Meditazioni Quaresimali proposto dalla nostra Diocesi, che ci ha invitato a riflettere sul rapporto tra Eucaristia e carità.
Una meditazione, introdotta da Isabella Mancino della Caritas diocesana, che nasce da un presupposto fondamentale: se l’Eucaristia ci fa fratelli non possiamo ignorare il grido di dolore di chi ci sta accanto e dei fratelli che vivono situazioni di maggiore difficoltà. Ed è una felice coincidenza, ha aggiunto ancora la moderatrice, realizzare questi incontri nel contesto della Chiesa di Sant’Agostino che accoglie le spoglie del Beato Alberto Marvelli: vero innamorato dell’Eucaristia e desideroso di trasmettere questo amore anche agli altri.

Il titolo scelto per la meditazione richiama molto bene questi temi: “Vivere nelle “periferie esistenziali”. La carne di Cristo e lo scandalo della carità”, una riflessione che è stata affidata ad un sacerdote bolognese, don Giovanni Nicolini, che della carità ha fatto davvero elemento centrale della sua vita e del suo ministero: a partire dall’impegno nel carcere cittadino della Dozza, per poi passare all’impegno nella Caritas e infine fondando l’associazione “Famiglie della Visitazione”, realtà ispirata all’esperienza di Giuseppe Dossetti.
Nella sua riflessione don Giovanni Nicolini ci ha accompagnato in maniera intensa in una rilettura della Parabola del Figliol Prodigo, testo che tutti probabilmente crediamo di conoscere bene, ma che in realtà abbiamo riscoperto e sicuramente compreso meglio grazie alle parole del relatore della serata.

Nella Parabola del Figliol Prodigo centrale è il tema della Casa, a cui il Figlio decide di tornare. Che cosa rappresenta quella Casa?
“Possiamo dire che la casa nella parabola del Figliol Prodigo è veramente la casa dell’Eucaristia. Una casa che lo Spirito visita incessantemente. Una casa strana, perché non ha sbarre o catenacci ma che ci espone invece al rischio della nostra libertà, come è avvenuto al figlio della Parabola e come avviene nell’esperienza di vita di ciascuno di noi. Il Figliol Prodigo è il primo protagonista di questo testo evangelico”.

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Tuo figlio potrà essere felice… Giornata Mondiale della Sindrome di Down

10003092_838429716184110_329635575_nSono oltre 1.200.000 ad oggi le visualizzazioni del breve film: “Dear Future Mom”, realizzato dal regista Luca Lucini e che ha per protagonisti 15 ragazzi con Sindrome di Down provenienti da tutta Europa che si rivolgono a una mamma preoccupata per il futuro del suo bambino e la rassicurano: “Cara futura mamma, non avere paura. Tuo figlio potrà fare un sacco di cose… Tuo figlio potrà essere felice, come lo sono io. E anche tu sarai felice…”. Un video emozionante, che racconta con estrema delicatezza i desideri, le speranze e i piccoli grandi traguardi quotidiani che ogni giovane con Sindrome di Down può raggiungere. Scrivere, lavorare, affittare un appartamento, viaggiare.

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Rome sweet home

Ancora mi perdo tra i tuoi vicoli e tra le tue strade. Gli amici mi prendono in giro perchè anche dopo averci vissuto due anni tengo in borsa la Guida Routard e la cartina. Ogni volta mi fai scoprire qualcosa di nuovo: ieri, ad esempio, ho visto per la prima volta il muro di via Rasella,  con i segni dell’attentato del 1944. Ogni volta mi stupisci: sempre ieri camminavamo in via Ottaviano per raggiungere la fermata della metro ed è passato di lì Papa Francesco, ci ha salutati, ci ha sorriso. Cose che solo a Roma possono succedere.

Lo so che sembro un po’ ridicola, ma in fondo tutte le dichiarazioni d’amore lo sono (lo diceva anche Pessoa, no?). Ma Roma mi ha dato davvero tanto. Mi ha dato una “giovinezza pensante”, la passione per la ricerca, legami di amicizia profondi, la fede incrollabile che tutto fosse ancora un orizzonte possibile, un punto di partenza, un’occasione da cogliere. A volte, come in tutte le relazioni, ci si può arabbiare. Per il degrado di alcune zone, gli autobus che non passano mai, i gesti di inciviltà. Poi però basta camminare lungo il Tevere, vedere la “luna che si specchia nel Fontanone”, visitare in un pomeriggio di sole i Fori Imperiali, gustare un piatto di bucatini cacio e pepe per riconciliarsi con Roma…e con se stessi.

Un ragazzo a una bancarella ieri mi ha detto: “Ci vediamo presto…sono sicuro che tornerai qui prima di quanto pensi”. E perchè mai non dovrei credergli?

Grazie Roma. Grazie amoR.

P.S. Alcuni dei miei scatti Instagram di questo weekend e, per concludere, le foto di Papa Francesco grazie ad Elena e Davide:

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La grande bellezza

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Gricia

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La maestà der Cupolone (da piazza del Quirinale)

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Piazza Navona by night

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Piazza San Pietro

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Il “Fontanone”

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Un friccico dè luna sopra al Pantheon

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“Il segreto della mia vita? La Parola”. Intervista ad Ernesto Olivero

Meditazioni Quaresimali (1) – Prima tappa dell’itinerario promosso dalla Diocesi di Rimini. In “cattedra” Ernesto Olivero, fondatore del Sermig.

“Il segreto della mia vita? La Parola”

È ripartito l’atteso e partecipato appuntamento con l’itinerario delle Meditazioni Quaresimali, giunto alla sua 6ª edizione. Un percorso attraverso il quale la Diocesi di Rimini sceglie di offrire uno spazio di meditazione e riflessione in preparazione all’evento della Pasqua. Quest’anno il tema scelto è “Eucaristia nostra vita”. L’itinerario si è aperto nella serata di lunedì 10 marzo alla Chiesa di Sant’Agostino con la prima delle cinque meditazioni in programma, affidata ad Ernesto Olivero: Il segreto della mia vita (Testimoniare il Dono ricevuto).
Ha introdotto l’incontro Stefano Giannini che ha sottolineato la necessità di vivere la Quaresima come un vero e proprio Sacramento, mettendo al centro delle nostre vite l’Eucaristia e vivendola in uno spirito di profonda comunione con gli altri.
Da qui la scelta di aprire le Meditazioni Quaresimali con Ernesto Olivero, vero uomo di comunione, conosciuto in Italia e in tutto il mondo per aver fondato a Torino insieme alla moglie Maria e a un gruppo di volontari il Sermig – Servizio Missionario Giovani e Arsenale della Pace, con l’obiettivo di promuovere azioni di solidarietà e giustizia nei confronti dei più poveri.

Come è nata e come si è sviluppata l’idea del Sermig?
“Fondamentale è stato il ruolo di mia moglie Maria. Lei lavorava come segretaria, io in banca, ma avevamo un chiaro programma di vita: destinare ogni mese il guadagno di una giornata del nostro lavoro ai poveri e dedicare almeno due ore alla settimana al volontariato. Molti ci hanno chiesto perché abbiamo avuto l’esigenza di fondare una nuova realtà quando già c’erano molti gruppi missionari, ma in realtà il nostro desiderio più forte era quello di abbattere le barriere, vivere la globalità. Non avevamo soldi, ma un sogno”.

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Sara Barraco, una vita per il volontariato

Perché si realizzino progetti grandiosi, quasi sempre è necessaria la presenza dietro le quinte di persone che lavorano silenziosamente e quotidianamente per attuarli. Sara Barraco è una di queste. Settantanove anni e una vitalità straordinaria, non ama apparire né i giri di parole ma ha tante cose da raccontare. Nella sua vita Sara Barraco è stata davvero una pioniera e ha portato avanti molti progetti nel campo del sociale e del volontariato. Da tredici anni collabora con la Caritas Diocesana, in qualità di responsabile del progetto “Operazione cuore”. Ma basta mettersi in ascolto per accorgersi delle tante storie di cui è testimone…

Innanzitutto, come è arrivata a Rimini dalla Sicilia?
Sono nata in provincia di Trapani, ho ricordo bellissimi della mia terra. Ero delegata delle Beniamine nell’Azione Cattolica ma avevo nel cuore anche un altro grande sogno: partire per l’Africa come missionaria. In seguito posso dire che, anche se non ho realizzato questo sogno, è stata l’Africa a trovarmi e a venire da me! Tornando alla mia giovinezza, a 21 anni circa ho capito che volevo fare della mia vita un dono totale agli altri. E così sono entrata in un istituto scolare e mi sono trasferita a Verona. A Rimini sono arrivata qualche anno dopo per gestire una “Casa di riabilitazione”.

Una “Casa di riabilitazione”, di cosa si trattava esattamente?
Pensate al contesto storico in cui quella casa aveva preso vita. Era il 1963 ed era in vigore da pochi anni la Legge Merlin. La casa aveva il compito di accogliere proprio ex prostitute o ragazze con problematiche sociali e familiari. In quel periodo nella casa vivevano circa 18/19 ragazze. È stato un periodo bellissimo per me perché ho creduto veramente tanto in questo progetto e in quelle ragazze. Giravo per Rimini come una trottola per trovare lavoro per loro e aziende che si assumessero il rischio di assumerle, garantivo io per loro. Mi ricordo in particolare la sensibilità di un imprenditore, Vittorio Taddei, che ha aiutato tante di queste ragazze a realizzarsi.

E in seguito?
In seguito cominciò ad emergere anche il problema della tossicodipendenza in modo sempre più dirompente. Così mi venne chiesto di collaborare con Don Oreste Benzi a un progetto per tossicodipendenti al Centro “San Facondino” e in una casa-famiglia, esperienze in cui ho conosciuto anche l’Associazione Papa Giovanni XXIII e in particolare Giorgio Pollastri e Don Nevio Faitanini. Successivamente sono stata sedici anni a Cesena dove ho lavorato in una struttura di accoglienza per ragazzi e adulti disabili. Insomma, non mi sono mai fatta mancare niente…

Poi è arrivata la Caritas…
Quando sono tornata a Rimini, ho cominciato la mia collaborazione con la Caritas diocesana. Non sapevo niente dell’Operazione Cuore, è stato Don Luigi Ricci a suggerirmi di conoscere Marilena Pesaresi e così ho scoperto questa realtà che oggi è davvero la mia vita. In questi anni abbiamo accolto a Rimini più di 200 bambini provenienti dall’Africa e che necessitavano di cure ospedaliere, in particolare cardiologiche. Questi bambini, che spesso sono piccolissimi e quindi arrivano insieme alle loro mamme, vengono accolti dalle famiglie riminesi. Sono circa una quarantina le famiglie attualmente coinvolte in questo progetto.

Il suo lavoro come responsabile di “Operazione cuore” nello specifico in cosa consiste?
L’Operazione Cuore si prende cura di questi bambini e delle loro mamme a trecentosessanta gradi: dall’arrivo in aeroporto alla partenza, dagli aspetti sanitari fino alle pratiche burocratiche necessarie per i permessi di soggiorno. Io sono il loro tramite con la realtà italiana, in particolare per tutto ciò che concerne i rapporti con i medici e il personale ospedaliero. E poi mi prendo cura delle famiglie riminesi che accolgono i bimbi, visitandole, accompagnandole e sostenendole. Mi riempie di stupore, ogni volta, assistere alla trasformazione dei bimbi che accogliamo. Arrivano in Italia che sembrano piccoli coniglietti impauriti e ritornano nel loro paese non solo, spesso, guariti ma completamente trasformati e più forti. Questo per me è il miracolo più grande. E sono orgogliosa di sentirmi un po’come una zia adottiva per tutti questi bimbi.

Dove ha trovato in questi anni e dove trova tuttora la forza per realizzare progetti così importanti?
Innanzitutto nel mio rapporto con Dio. Da quando ho fatto la scelta di consacrarmi non ho più posseduto nulla, eppure il Signore nella mia vita non mi ha mai fatto mancare niente. E poi la mia forza sono le persone che incontro. Non mi piace parlare di poveri, ma piuttosto di persone e dell’esigenza, come ci ricorda quasi quotidianamente anche Papa Francesco, di fare in modo che ciascuno possa ritrovare la propria dignità e piena umanità. Alla fine di tutto è questa la cosa più importante.

Silvia Sanchini

Operazione Cuore cerca famiglie per accoglienza

“Operazione cuore” cura i rapporti con la missione presso l’Ospedale Luisa Guidotti di Mutoko nello Zimbabwe, dove dal 1963 opera la dottoressa riminese Marilena Pesaresi. Grazie a questo progetto si offre la possibilità a bambini e a ragazzi africani, affetti da gravi cardiopatie, di giungere in Italia per essere sottoposti a interventi cardiochirurgici presso l’ospedale Sant’Orsola di Bologna.
A metà marzo arriveranno 4 bambini e siamo alla ricerca di famiglie disponibili ad accoglierli, insieme alle loro mamme, per il periodo pre e post intervento al cuore. Si tratta di una femminuccia di 2 anni, un maschietto di 9 anni, un altro bimbo di 10 anni e uno un po’ più grandicello di 13 anni.
È necessario reperire fondi per gli esami clinici da fare in Africa, per il viaggio, per l’assistenza e i medicinali.

Per informazioni e offerte:
CARITAS DIOCESANA: Via Madonna della Scala, 7
Rimini – Tel.0541.26040 Fax 0541.24826.
Chiedere di Sara.

Sito internet: www.caritas.rimini.it
E-mail: caritas@caritas.rimini.it

“Casa di Amina”: accoglienza e aiuto per donne in difficoltà

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, su RiminiSocial abbiamo scelto di raccontare un servizio che si rivolge proprio a mamme e donne in difficoltà: “Casa di Amina”.

casa_di_amina.jpgFesteggerà dieci anni di attività quest’anno a Giugno “Casa di Amina”, un servizio Gestito dalla Cooperativa sociale “Il Millepiedi”, in convenzione con l’Azienda Usl di Rimini, che si rivolge a ragazze, donne e mamme che, con i loro figli, necessitano di un sostegno educativo, organizzativo e abitativo per un certo periodo della loro vita.Nell’ambito delle celebrazioni per la Giornata Internazionale della Donna ci è sembrato importante ascoltare il punto di vista specifico di questa esperienza attraverso la voce dell’equipe che opera all’interno della struttura e che ha quindi l’opportunità di osservare direttamente e quotidianamente situazioni correlate alla solitudine o alla fatica di molte donne.
“Casa di Amina”, comunità di accoglienza ai sensi della Direttiva Regionale 1904/2011, in questi anni ha accolto più di 400 persone in difficoltà, ragazze e donne dalle esperienze e dalle storie diverse ma accomunate dalla necessità di essere accompagnate per un tratto più o meno breve della loro vita in un percorso finalizzato all’autonomia e al rafforzamento delle proprie capacità genitoriali.

“Il nostro specifico” – ci spiega Erica Lanzoni, coordinatrice dell’Area ‘Emergenze’ della Cooperativa – “è proprio quello di offrire un sostegno forte alla genitorialità delle donne che vengono accolte a Casa di Amina. Il nostro obiettivo principale è infatti quello di aiutarle ad avere un futuro autonomo insieme ai loro bambini, restituendo a ciascuna di loro valore come donne e come persone, in un’ottica di autodeterminazione e valorizzazione delle loro risorse”.
E aggiunge: “Alle donne dalla nostra società viene chiesto tanto: di essere bravi madri, mogli, compagne, lavoratrici. A queste donne che già provengono da contesti di deprivazione e difficoltà lo sforzo richiesto è ancora più grande. Per questo credo che sia fondamentale valorizzare luoghi di confronto, supporto e accompagnamento. Una delle cose più belle che abbiamo osservato in questi anni è la rete informale che si è costituita tra le ragazze stesse che abbiamo accolto e che anche dopo essere uscite dalla struttura continuano ad aiutarsi reciprocamente”.

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Madri…voglio vederti danzare

“Non avevo mai imparato, prima dei miei 30 anni, a osservare senza sentenziare, ad accogliere e non rifiutare la realtà inaspettata, ad amare anche quello che non va. In una parola: a ringraziare”

(Madri… voglio vederti danzare, Antonia Chiara Scardicchio)

1898136_10202544787132866_1395961264_nParlare di disabilità e felicità può sembrare un connubio ardito. Eppure Antonia Chiara Scardicchio, ricercatrice e docente all’Università di Foggia e mamma di Serena, una bimba speciale, non ha paura di accostare dolore e danza, vita e morte, disabilità e bellezza.

“Madri…voglio vederti danzare” di Antonia Chiara Scardicchio, edito da Agenzia NFC in una originale veste grafica e curato da Antonella Chiadini, è una storia che esprime innanzitutto profonda gratitudine non solo per il dono di Serena ma anche per l’incontro con tante madri che hanno saputo trasmetterle la forza e il coraggio di tornare a danzare: “Madri di figli storti eppure fiere, che li guardano e che non pensano che sfortuna ma: che bellezza”. Uno degli scopi dichiarati del libretto è proprio quello di raccontare non solo un modo diverso di essere genitori di un figlio disabile ma, in generale, un modo diverso di essere madri e padri. Un percorso difficile e doloroso ma necessario per uscire dall’autocommiserazione e aprirsi invece a una vita che è benedizione e gioia.
Il libro è accompagnato dalle delicate e suggestive illustrazioni di Patrizia Casadei e da alcune immagini delle sculture dell’artista riminese Angela Micheli, nota proprio come la “scultrice degli affetti materni” per la sua capacità di raccontare il mistero della vita umana e della maternità attraverso sculture che rappresentano abbracci, scene di gioco e di vita quotidiana. Al testo dell’autrice viene accostata anche una sua intervista a cura di Mariangela Taccogna e una recensione delle opere di Angela Micheli redatta da Antonella Chiadini.

Madre, abbraccio Scultura di Angela MicheliIl libro “Madri” verrà presentato a Rimini Venerdì 7 Marzo p.v. a partire dalle ore 16.30 alla Sala del Buonarrivo della Provincia di Rimini (Corso d’Augusto 231) in un incontro dal titolo: “Parlami di felicità… Perché a risorgere come madri e come padri, si impara”. Un evento promosso nell’ambito delle iniziative provinciali per la Giornata internazionale della Donna dalla Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS, dall’Associazione Sergio Zavatta ONLUS, dalla cooperativa sociale Il Millepiedi e dalle ACLI provinciali. Interverrà la Consigliera provinciale delegata alle politiche di genere, politiche giovanili e pari opportunità Leonina Grossi e l’autrice del libro Antonia Chiara Scardicchio intervistata da Gabriele Burnazzi. La presentazione del libro sarà accompagnata anche da alcune letture poetiche delle autrici Giorgia Bascucci e Laura Borghesi, collaboratrici della casa editrice “Fara Editore” e voci emergenti del panorama poetico riminese, sulle note di un accompagnamento musicale alla chitarra a cura di Glauco Pini.

L’incontro rientra nel ciclo di iniziative “I pomeriggi educativi” che da alcuni anni la Fondazione San Giuseppe promuove gratuitamente nella città di Rimini per parlare di educazione e formazione in particolare attraverso la presentazione di libri di autori provenienti da tutta Italia (sono stati ospiti della Fondazione don Claudio Burgio, Gabriele Del Grande, Carlotta Mismetti Capua e Eugenio Scardaccione).
L’iniziativa è rivolta ai genitori, agli operatori del settore e a tutta la cittadinanza per riscoprire insieme la capacità di rigenerarsi e risorgere attraverso un nuovo sguardo educativo ed esistenziale.

Silvia Sanchini

in http://www.newsrimini.it/sociale

La locandina dell’incontro

Grazie…

1620741_10203418425282756_428079473_nCi dicevi sempre: “Io non ho parenti” per prenderci in giro e prendere le distanze dalla nostra famiglia un po’sgangherata, ma in fondo volevi molto bene a tutti noi. Il mio ricordo non sarà forse all’altezza del tributo che, giustamente, tanti rappresentanti delle istituzioni hanno voluto dedicarti, ma credo sia giusto che anche la nostra famiglia ti ricordi con qualche pensiero.

Grazie zio per quello che hai fatto per la città di Rimini, per me e per tutti noi. Grazie per la tua ironia, saggezza, onestà. Per la dedizione con cui la mattina andavi ad aprire la sede del partito, per le serate a giocare a carte a casa della Isa e a tenere unita la famiglia, per i sorrisi e le battute che regalavi a tutti quando passeggiavi per il Corso, per la lucidità con cui leggevi l’attualità e la storia alla luce della tua esperienza.

Ti dicevo che eri il mio zio preferito…e di sicuro lo resterai per sempre.

Nel 2011 ho avuto la fortuna e il privilegio di passare del tempo con te e ascoltarti a fondo, quando ti ho intervistato per la mia tesi di laurea. Così mi piace ricordarti proprio con le tue parole, e riconsegnarle alla Città di Rimini come regalo, perché in fondo questa Città la hai amata davvero profondamente e in modo incondizionato:

“Ho vissuto sempre a Rimini e ho attraversato tante fasi diverse della città negli anni. Nel dopoguerra, nei primi anni ’50, credo che la nostra città abbia vissuto una fase bellissima, di grande fermento e innovazione. Ricordo ancora come nel dopoguerra siamo stati proprio noi giovani a raccogliere le macerie della città e a renderci protagonisti della ricostruzione. I giovani di allora non erano certo migliori di quelli oggi, anzi avevano meno strumenti culturali e spesso erano praticamente analfabeti, ma erano pieni di intenzioni e di speranza, che oggi sembrano mancare. I riminesi hanno valorizzato la vocazione turistica della città anche con grandi sacrifici e forte spirito di intraprendenza: gli albergatori si sono impegnati per offrire sempre più servizi di qualità e con prezzi competitivi rendendo, come dicevo, Rimini all’avanguardia in tutta Europa. Oggi non dico che la speranza di quegli anni è stata delusa, ma sicuramente è rimasta incompiuta. Ma dal punto di vista dell’inclusione sociale penso, invece, che siano stati fatti dei grandi progressi, anche grazie al supporto di una realtà come quella del CEIS e alla presenza nella nostra città di Margherita Zoebeli. Oggi, se vogliamo che la nostra città torni davvero ad essere competitiva e accogliente, anche per i più giovani e per coloro che hanno minori opportunità, bisogna riscoprire quei valori personali e della collettività e trasmettere un nuovo senso di orgoglio e appartenenza.

Vorrei davvero che la nostra generazione e quelle future potessero essere all’altezza dell’eredità che ci hai lasciato ed onorarla, malgrado le difficoltà.

Un abbraccio grande a te e alla zia Luisa, a Ilva e Liana, a Mirco e Gianna, a Tito e Anita e a tutti i parenti, gli amici e le (tante) persone che ti vogliono bene e che oggi sentono un grande vuoto.

Silvia Sanchini

1653903_10203655276480241_2019651939_nGiordano Gentilini, classe 1925, una vita spesa a servizio della città di Rimini sin da giovanissimo: vicesindaco a 26 anni e poi assessore e consigliere comunale fino al 1984. Ha ricoperto inoltre la carica di Presidente del CEIS, di Rimini Fiera, dell’Asp Valloni e dell’Azienda per il Trasporto pubblico.

Grazie al “maestro” Mario Lodi

marioOggi Mario Lodi ci ha lasciato. E’stato un grande scrittore, pedagogista, insegnante…ma non voglio ricordarlo con retorica. Preferisco piuttosto ricordare il suo impegno in favore della scuola e dei diritti dei bambini, la sua creatività, la sua passione per le favole, le arti e il gioco. Da bambina, alla scuola materna, ho letto “Cipì” insieme alle mie insegnanti e lo ricordo ancora come un’esperienza incredibile, che mi ha fatto scoprire il piacere della lettura in modo sorprendente. “Cipì”, così come altri libri, è stato scritto da Mario Lodi insieme ai suoi alunni e si percepisce anche da questo in maniera forte il suo desiderio di dare voce e rendere protagonisti i più piccoli.

Insieme a tanti altri pedagogisti italiani (da Don Milani, a Danilo Dolci, passando per Aldo Capitini, Gianfranco Zavalloni, Bruno Munari, Maria Montessori…e molti altri) lo considero una figura fondamentale nella mia crescita e formazione, un punto di riferimento imprescindibile.

Mi piace allora ricordarlo con le sue stesse parole, che meglio delle mie possono raccontarvi chi era:

Pochi giorni fa, in una scuola elementare, domandai ai bambini quali erano i loro sogni per il futuro. Ha risposto subito Massimo: “diventare miliardario!”. Sogno, condiviso dagli altri bambini, che ci fa riflettere. Oggi è difficile educare perché il nostro impegno di formare, a scuola, il cittadino che collabora, che antepone il bene comune a quello egoista, che rispetta e aiuta gli altri, è quotidianamente vanificato dai modelli proposti da chi possiede i mezzi per illudere che la felicità è nel denaro, nel potere, nell’emergere con tutti i mezzi, compresa la violenza. A questa forza perversa noi dobbiamo contrapporre l’educazione dei sentimenti: parlare di amore a chi crede nella violenza, parlare di pace preventiva a chi vuole la guerra. Dobbiamo imparare a fare le cose difficili, come disse Gianni Rodari in una delle sue ultime poesie: parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco, liberare gli schiavi che si credono liberi.

(Mario Lodi, dal Saluto al Convegno “Educare è difficile”, Legambiente – MCE Perugia marzo 2003)