È buono, il nuovo gelato di Bologna

èbuono_gelatoNel rione Cirenaica di Bologna si trovano i primi resti dell’insediamento etrusco in questa zona. È anche il quartiere di alcune delle osterie fuori porta bolognesi più famose, ritrovo abituale in passato di artisti come Dalla, Gaber, Guccini. Proprio Guccini ha abitato qui, in via Paolo Fabbri, dedicando alla sua strada il celebre album nel 1976.

Questo quartiere vivace, ricco di storia e cultura, da qualche tempo è sede di una nuova gelateria. La bottega di “È buono”, in via Palmieri 37, porta non solo la novità di un gelato gustoso e naturale ma unisce all’aspetto commerciale un valore etico e sociale. Il gelato che qui si produce e si vende è infatti l’ultimo anello di una catena di buone scelte: a partire dalle materie prime, selezionate perché a km0 o provenienti da filiera sociale. Per poi passare ai metodi di lavorazione, tradizionali, per mantenere intatti sapori e proprietà degli ingredienti. Infine la scelta di offrire opportunità lavorative a giovani provenienti da situazioni di vulnerabilità.

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Ph. E’buono

Voglio lasciare che i pensieri più dolorosi scivolino via…veloci, come le gocce di pioggia sul finestrino di un’auto in corsa

speed-1249610_1-640x336È il 13 marzo. Siamo nati nello stesso giorno, non posso dimenticarlo. Gli ho telefonato, era sorpreso. “Auguri Carlo…non pensavi che me lo sarei ricordato, vero?”. Carlo mi piace. Ed è strano, perché ho un’allergia a pelle per gli educatori, ma forse in generale anche per gli adulti. A scuola sono sempre stato considerato un caso disperato. Ultimo banco, cuffie nelle orecchie, berretto in testa…non importa a nessuno di quello che faccio.

Ma Carlo mi osserva, da lontano. Sembra quasi che abbia simpatia per me, e questo è incredibile perché in questi anni ho fatto di tutto per rendermi sgradevole. Piccoli furti, risse, sospensioni, offese agli insegnanti.

Non ho niente da perdere perché a casa non c’è nessuno che possa rimproverarmi o preoccuparsi per me.

Vengo dal Cile, anche se sono in Italia da molti anni. Però il Sudamerica lo porto nel cuore. Non so perché, visto che di quel paese ho solo ricordi tristi. Sono qui con mia madre, che però lavora tutto il giorno per pagare l’affitto della casa in cui ci troviamo. Mio padre non so neppure da che parte di mondo si trovi. Sono stato qualche settimana in una comunità di accoglienza, ma non riuscivo a starci. Le regole della comunità erano paletti troppo stretti per me, e sono scappato. Ho convinto la mia assistente sociale a farmi tornare in casa con mia madre.

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Nicholas, la sua chitarra e il suo cuore

Italias-Got-Talent-2016-Nicholas-AngiuloNon ho grande simpatia per i talent show televisivi. Diciamocela tutta: ho un’innata idiosincrasia per quel mondo. Penso che nella maggior parte dei casi siano luoghi in cui si abusa della parola talento, in cui si distorcono le emozioni e che contribuiscano a creare in chi vi partecipa, soprattutto nei più giovani, false illusioni senza costruire nessuna reale opportunità. Cancellerei senza remore dal lessico degli italiani frasi come: “L’importante è arrivare (?) al pubblico” o “Sei stato eliminato, ma per noi tu hai già vinto”. Però devo ammettere che quello che è successo mercoledì sera a “Italia’s got talent”, è stato davvero qualcosa di importante.
Nicholas ha 17 anni, oggi vive in Calabria. Ha vissuto un’infanzia segnata da ferite e dolore, è cresciuto in affido e comunità, ha attraversato molti momenti difficili fino a trovare una famiglia che lo ha accolto.
Le sue canzoni non parlano quasi mai di amore. Parlano di temi complessi: di abusi, di malattia, di solitudine, di cosa significa vivere sulla strada. Quando era in comunità Nicholas ha conosciuto l’Associazione con cui collaboro, Agevolando. Per due anni di fila è stato ospite della nostra festa nazionale (“AgevolanDay”) e si è esibito per noi, coinvolgendo un sacco di suoi coetanei con la sua musica e le sue parole. Da quel momento seguiamo il suo canale Youtube, facciamo il tifo per lui, aspettiamo ogni suo nuovo singolo per ascoltare quello che avrà da raccontare.
Molti criticano questo tipo di esibizioni televisive perché sostengono che portare in televisione storie difficili sia solo un modo per suscitare falsi pietismi e commuovere. In alcuni casi lo penso anch’io, ma questa volta penso proprio che non sia andata così e vorrei per una volta lasciare da parte diffidenze e polemiche.
La chitarra e l’anima di Nicholas ci dicono altro: ci dicono che dal dolore si può risorgere, che nessun destino è irrimediabilmente segnato, che la musica è un potente antidoto alla solitudine e alla depressione ed è un mezzo di espressione incredibile. Ci dicono che anche se sei stato in comunità e hai vissuto esperienze familiari difficili, non sta scritto da nessuna parte che devi ritagliarti o farti cucire addosso l’etichetta di fallito. Il messaggio di Nicholas, che supera le sue parole (già così potenti), è un messaggio per tutte quelle ragazze e quei ragazzi che stanno vivendo un’esperienza simile alla sua e che spesso preferiscono sentirsi invisibili, nascosti. Per tutti coloro che pensano di non aver nulla da dire, o che non ci sia nessuno disposti ad ascoltarli.
Nicholas con la sua voce ci apre il suo cuore e ci fa entrare nel suo mondo con molto coraggio e dignità. E questa volta, davvero, chissenefrega delle imperfezioni o delle stonature. D’altronde la nostra vita non è proprio più interessante proprio perché imperfetta?
Grazie Nicholas perché su quel palco, forse senza volerlo, hai portato anche tutti i ragazzi come te e la vostra gigantesca voglia di riscrivere la vostra storia e costruire il vostro futuro.

In http://www.riminisocial.it

Qui l’esibizione di Nicholas: http://italiasgottalent.it/showvideo/282646/nicholas-vita-in-musica/04-05-2016/

Quattordici. È il numero delle porte che devo attraversare per raggiungere la mia cella, qui in carcere

prigione-642x336Oggi Elena è venuta a trovarmi. Elena era la mia educatrice, lavora nella comunità dove sono stato accolto per qualche tempo, prima di finire in questo posto. Parliamo di tutto quando viene a farmi visita, le racconto di me e lei mi racconta cosa accade fuori dal carcere, ma ci confrontiamo anche sulla vita, io ho molto bisogno di condividere i miei pensieri con qualcuno.

Oggi mi ha chiesto cosa penso del perdono. Io le ho risposto: “Il perdono è la misericordia di Dio”, perché è una frase che sento spesso ripetere dal prete che viene a farci visita qui in carcere. Credevo di aver fatto bella figura con una risposta così! Lei ha sorriso, ma non era la risposta che cercava. Voleva che le parlassi di me. Così ho pensato alla mia storia. Elena mi ha chiesto se avevo perdonato i miei genitori. È vero, della vita con la mia famiglia ho molti ricordi negativi: alcool a fiumi, i segni della cintura che usavano per picchiarmi, gli occhi pieni di terrore di mia mamma. Eppure se penso a loro non provo rancore, perché so che anche i miei genitori erano vittime di una catena di dolore che non si è mai spezzata. Mio padre ci picchiava, perché la stessa cosa faceva suo padre con lui.

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L’importante è partecipare

IMG_5962Dopo oltre un anno di lavoro si è svolta a Bologna venerdì 18 Dicembre la II Conferenza del Care Leavers Network dell’Emilia-Romagna promossa dall’Associazione Agevolando. Titolo dell’evento: L’importante è partecipare!, chiara sin dal titolo l’intenzione di valorizzare il protagonismo dei giovani care leavers emiliano-romagnoli.
Si intende per “care leavers” chi lascia i percorsi di tutela e di cura, sono giovani che vivono una situazione delicata e un complicato percorso di transizione all’autonomia, spesso senza poter contare sul sostegno di una famiglia.
La Conferenza si è aperta con l’intervento di Elisabetta Gualmini, vicepresidente e assessore al welfare della Regione Emilia-Romagna: “Rispondere a chi chiede aiuto non è semplice per le istituzioni ma dobbiamo essere capaci di interpretare e assecondare il cambiamento in atto nella società. Voi rappresentate il mondo che cambia, siatene fieri e fate anche delle vostre storie difficili una ricchezza! Il tema dell’allontanamento della propria famiglia di origine e del compimento della maggiore età per i ragazzi “fuori famiglia” ci sta particolarmente a cuore: sappiate che vi abbiamo in mente e che desideriamo ascoltarvi”.

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A 18 anni e un giorno tutto è diverso

blinds-201173_640-640x336È incredibile come la tua vita possa cambiare completamente da un giorno all’altro, senza un apparente motivo. Fino a solo pochi giorni fa vivevo in una casa enorme, con altri nove ragazzi. Una casa colorata e chiassosa, educatori e volontari che ci giravano intorno, tutte le sere un litigio per decidere quale programma guardare alla televisione. Oggi sono solo nella stanza di un residence. I servizi sociali hanno deciso di aiutarmi con un contributo economico per pagare l’affitto e le altre spese. Dovrei essere contento, e in parte lo sono, ma sono anche spaventato.

In questi anni ho affrontato tante difficoltà, combinato anche qualche guaio. Ma ho sempre trovato la mano forte e salda di qualcuno che ha saputo tenermi in pugno e aiutarmi a ritornare su una strada più sicura. I miei educatori, la mia assistente sociale, alcuni dei miei insegnanti…sono stati a modo loro i genitori che non avevo mai avuto. Ma adesso? A 18 anni e un giorno tutto è diverso. Ho imparato tante cose in questi anni: so come fare la spesa e prepararmi da mangiare, so caricare una lavatrice, ho preso il patentino per lo scooter. Uno scooter usato che ho comprato con i soldi del mio stage e con l’aiuto di uno dei miei educatori.

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Maggiorenni si diventa – un evento a Rimini

Immagina di compiere 18 anni, di avere un passato difficile alle spalle, e di ritrovarti da un giorno all’altro completamente solo ad affrontare la vita adulta. È quello che accade ogni anno a circa 3.000 ragazzi in Italia e che succede anche a Rimini.

L’Associazione Agevolando nasce per promuovere percorsi per sostenere l’autonomia abitativa, lavorativa e relazionale dei giovani cresciuti “fuori famiglia” (in comunità, affido, casa-famiglia) accompagnandoli in particolare nel delicato passaggio alla maggiore età e promuovendone il protagonismo e la partecipazione. Per presentarvi le attività dell’Associazione abbiamo organizzato una serata: Venerdì 16 Ottobre a partire dalle ore 20.45 al Centro per le Famiglie (Piazzetta dei Servi 1 Rimini) con musica, letture, testimonianze, storie…e anche qualche dolcetto!

Un’occasione per conoscere le storie di vita di questi ragazzi e, perché no, pensare a come dare attivamente il proprio contributo perché possano sentirsi meno soli e costruire serenamente il loro futuro! L’iniziativa è realizzata nell’ambito del “Mese delle Famiglie” in collaborazione con il Centro per le Famiglie del Comune di Rimini, la Libreria Viale dei Ciliegi 17, Mare di Libri e Riminisocial 2.0.

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Gli occhi di Omar continuano a brillare

Terza puntata del blog “Maggiorenni si diventa” su Punto Famiglia. Ho scelto di dare voce a Karima, una giovanissima mamma tunisina che ha trovato in una comunità per madri e bambini un posto sicuro dove crescere il suo Omar. Nonostante le difficoltà del passato, Karima non smette di sognare per il futuro.

KarimaOmar è tutta la mia vita, il mio mondo, il mio amore. Ha 4 anni e, anche se lo sto crescendo in una comunità per mamma e bambino, penso di essere una brava mamma.
Credo soprattutto di aver fatto la scelta giusta quando ho deciso di farmi aiutare, anche se in quel momento mi sentivo una fallita. Mio marito mi aveva lasciata, non voleva più saperne di me. In fondo avevamo solo 18 anni quando ci siamo sposati, 19 anni quando è nato Omar. Tutto è accaduto troppo in fretta.

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Alice, per la prima volta c’era qualcuno che si prendeva cura di me

Nuova puntata dal blog: “Maggiorenni si diventa”!

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Chissà cosa credevo quando, ormai più di 8 anni fa, sono venuti a casa a prenderci. Mi ricordo che c’era l’assistente sociale e un educatore del Comune. La mamma piangeva ma io pensavo: «Perché piange se poi torno a casa?». Anche il mio fratellino, Andrea, piangeva e mi stringeva la mano. Ma io già allora avevo imparato ad essere forte e a prendermi cura di lui, della mamma, di tutti e non ho versato neanche una lacrima.

A scuola non ci andavamo più da un po’. La mamma faceva qualche lavoretto, saltuario, ma a mantenerci faceva fatica. Io in casa mi occupavo un po’ di tutto, dalle faccende più banali alle medicine per la mamma.

Quando ho messo piede in comunità per i primi tempi mi è sembrata una vacanza, finalmente potevo riposarmi. Lo so che è brutto pensarlo, perché uno dovrebbe essere triste quando viene allontanato dalla sua famiglia e può vedere sua mamma solo una volta al mese.

Ma io in comunità mi sentivo al sicuro. Per la prima volta c’era qualcuno che si prendeva cura di me, e non il contrario. Certo, è stata dura, soprattutto i primi tempi. Era difficile rispettare certe regole o condividere la stanza con persone che per me erano sconosciute.

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Abdoul…e una nuova collaborazione con “Punto Famiglia”

person-690354_640-640x336E così inizia una nuova avventura. Se vi va di seguirmi mi trovate ogni due settimane sul portale Punto Famiglia, un importante magazine che si propone di accompagnare e sostenere la famiglia (e poi su Riminisocial2.0), per raccontarvi storie di ragazze e ragazzi che vivono o hanno vissuto “fuori famiglia”. La prima storia che vi racconto è quella di Abdoul, giovane arrivato dal Marocco quando aveva solo 14 anni. Storie che ho incrociato e incrocio ancora grazie al lavoro con la Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS e l’Associazione Agevolando. Storie inventate da me, ma al tempo stesso autentiche perché sempre ispirate alla realtà. Se vi va di seguirmi, leggere e commentare, criticare, discutere…beh, inutile dirvi che per me sarebbe molto bello. Un grande grazie va, come sempre, a chi ha fiducia in me e non smette di offrirmi opportunità e occasioni di parlare di questi temi.

Quando sono arrivato in Italia avevo 14 anni. Ero poco più che un bambino, ma mi sentivo un uomo. Avevo viaggiato per settimane – non so nemmeno dire quante – nascosto in un camion che trasportava pneumatici. La mia famiglia aveva pagato più di 5.000 euro per farmi fare quel viaggio. Abbiamo attraversato il Marocco, la Spagna, la Francia…e infine l’Italia. Il camion mi ha lasciato ai bordi di una strada, nei pressi di Rimini. Era il 12 febbraio e faceva freddo, ma io avevo soprattutto sete. Sentivo dentro lo stomaco come una voragine, qualcosa che mi risucchiava, non riuscivo a capire cosa. Ho cominciato a camminare, non avevo idea di dove mi trovassi e intorno a me vedevo solo scritte in una lingua che non capivo minimamente. Avevo un numero di telefono. Mia madre mi aveva detto di chiamare mio cugino Ahmed appena arrivavo in Italia e che avrebbe pensato lui a me. Su una cosa era stata chiarissima: per nessun motivo sarei dovuto tornare indietro. Continua a leggere