Villa del Bianco, scuola di vita

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Ci sono mondi fantastici popolati di elfi, gnomi o fate. Ma c’è un mondo fantastico forse ancora più affascinante e misterioso. È un mondo in cui gli educatori portano sempre nel loro zaino confezioni di tic tac. In cui una cannuccia e una bacinella piena di acqua e sapone possono regalare la felicità. In cui si mangia in compagnia di allegre canzoncine. In cui si applaude per una vocale indovinata.

Il mondo dell’autismo è un mistero, di cui sappiamo ancora molto poco. Non se ne conoscono esattamente le cause, non esiste una cura nota. Spesso comprendere cosa prova o cosa desidera comunicare una persona che presenta un disturbo dello spettro autistico è impossibile.

E così, come davanti a tutti i più grandi enigmi, se non puoi ottenere risposte puoi metterti almeno in ascolto, cercare di osservare o di capire.

Villa Del Bianco, a Misano Adriatico, trascorrono ogni anno l’Estate circa 20 ragazzi con autismo. Gli stessi ragazzi si ritrovano in questa antica villa, donata da Giuseppe Del Bianco e messa a disposizione dal Comune di Misano Adriatico grazie all’appello di una mamma, anche durante le vacanze di Natale e di Pasqua.

Il progetto è frutto di una collaborazione tra la cooperativa sociale Il Millepiedi, i comuni di provenienza dei diversi ragazzi e in particolare il Comune di Misano (capofila), i piani di zona, l’associazione Rimini Autismo e il Centro Autismo dell’AUSL.

Trascorrere qualche ora a Villa Del Bianco significa immergersi in una realtà forse indecifrabile ma al tempo stesso strabordante di amore, comprensione, coraggio. Una realtà che coniuga un alto livello di professionalità e preparazione a un lavoro fatto di pazienza e piccoli quotidiani gesti di cura. Un progetto in cui si intrecciano in maniera virtuosa diverse esperienze: quella delle istituzioni e dei servizi sociali competenti, quella degli operatori e le famiglie con i loro ragazzi.

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Il futuro che cambia è una somma di piccole cose

 
La chiamano resilienza. Per me si tratta di coraggio, tenacia, fiducia. E, soprattutto, motivazione. Una forza interiore che ti trascina nella giusta direzione. Un desiderio di riscatto e rivincita. Non so come sia possibile, ma in comunità mi era più facile studiare che a casa, anche se mi giravano intorno altri 8 ragazzini e altrettanti educatori.

A casa era tutto difficile. La mamma, le sue crisi, il disordine. A volte si dimenticava anche di prepararmi da mangiare. Ho sempre pensato che una mamma dovesse essere per eccellenza la persona capace di prendersi cura degli altri, e naturalmente dei propri figli. Mia mamma non era così, non sapeva prendersi cura neanche di se stessa. E questo mi faceva rabbia e paura allo stesso tempo.

Eravamo solo io e lei, non sapevo a chi o cosa aggrapparmi.

Sono cresciuta con tante insicurezze, sentendomi diversa da tutte le mie amiche, vergognandomi anche solo di invitarle a casa nostra per una merenda.

Solo in una cosa riuscivo bene: studiare.

Mi piaceva leggere, scrivere, inventare storie…era la mia valvola di sfogo. Il mio mondo felice e ancora incontaminato. In comunità mi incoraggiavano in questo.

E finito il mio percorso insieme a loro, a 19 anni, è successa una cosa che mai mi sarei immaginata: ho deciso di iscrivermi all’Università.

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