Perdono, una logica alternativa

20160828_162751Affrontare il tema del perdono non è semplice. Facile cadere in banalizzazioni o fraintendimenti. Il perdono con fatica si può definire, o dire in astratto.

Il gruppo “Cristiani in ricerca” promosso dalla FUCI e dal MEIC, che per il settimo anno consecutivo si è incontrato al Monastero di Camaldoli dal 26 al 28 agosto scorsi, ha scelto nell’anno dedicato alla misericordia di affrontare questo tema interrogandosi innanzitutto sulla possibilità concreta di una “logica alternativa” nel percorrere itinerari di perdono.

Siamo partiti da uno sguardo alla Scrittura, guidati da Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli. Attraverso la lettura di alcuni testi (il Salmo 85, Osea 11, Matteo 18, Romani 5,8-11) abbiamo scoperto il perdono come elemento costitutivo della fede cristiana e, soprattutto, come conseguenza di sapersi gratuitamente perdonati da Dio di un debito apparentemente insaldabile. La dinamica del perdono di Dio diventa quindi il fondamento del perdono umano.

Di un perdono come atto gratuito e liberante, è stata per noi straordinaria testimone Agnese Moro. Grazie all’incontro con Guido Bertagna e con un gruppo di docenti dell’Università Cattolica (raccontato ne “Il libro dell’incontro” – Il Saggiatore, 2015) ha intrapreso un percorso insieme ad altre vittime e familiari di dialogo con i protagonisti della lotta armata.

Il perdono non è un atto di bontà – ci ha detto chiaramente – non è neppure un colpo di spugna o un sentimento, sarebbe sbagliato pensare che esista un dislivello tra chi perdona e chi è perdonato. Non è neppure possibile creare una memoria comune, ma ci si può educare a rendersi partecipi della memoria gli uni degli altri. Il perdono diviene così una decisione, la volontà precisa di interrompere una catena di dolore, che altrimenti seguiterebbe all’infinito. La violenza distrugge le persone, le trasforma in cose: solo il perdono aiuta a riscoprire l’umanità dell’altro ed è l’unica possibilità per rinascere e ricominciare realmente ad amare, e a vivere.

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“Mi offrono un incarico di responsabilità…”

CCFUCILo scorso 10 giugno a Roma mi è stato chiesto di riflettere insieme al Consiglio Centrale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) su un tema difficile: l’assunzione di ruoli di responsabilità e di impegno nella Federazione. Non è stato semplice, perché il tema apre numerose piste di riflessione e problematiche, e il rischio di utilizzare un tono demagogico o paternalista era fortemente in agguato. Per fortuna ho ricevuto almeno due grandi aiuti: le parole di don Matteo Ferrari, che ha anticipato il mio intervento con una riflessione sul discernimento (più che una riflessione, una vera e propria regola di vita che dovremmo tutti fare nostra) e che ha aperto il cuore e la mente di tutti noi all’ascolto, in secondo luogo l’apporto di tanti amici a cui ho chiesto aiuto per costruire quest’intervento. Che considero quindi una riflessione corale, che ancora una volta mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con persone con cui condividiamo lo stesso sentire[1].

Che cosa significa assumere un incarico nella Federazione? Come devono essere scelti i responsabili? Come sollecitare un servizio?

Questo è un tema importante, ma non l’unico. Da tanto tempo se ne dibatte in FUCI, si cercano soluzioni, ci si confronta. Ma non può diventare il centro di ogni dibattito, si corre altrimenti il rischio di perdere di vista altri e più importanti obiettivi e quello che rende significativa e piacevole la vita della Federazione.

Cosa rende per me efficace e sostenibile la scelta di un responsabile? Ecco alcune chiavi di lettura che spero possano venirci in aiuto.

  • PRENDERSI CURA. Innanzitutto delle persone: che vengono prima delle tessere, dei ruoli, degli incontri o di uno Statuto. Le forme (che pure servono!) non possono venire prima dei contenuti. La prima preoccupazione è quella di fare in modo che ogni fucino possa sperimentare quella straordinaria maturazione di fede e di vita che abbiamo avuto noi per primi l’occasione di vivere. In secondo luogo è necessario prendersi cura della Federazione. Questo significa anche saper leggere i bisogni della FUCI in quel determinato momento e modulare il proprio impegno sulla base delle reali necessità e non dei propri desideri o aspirazioni. Non ti servi della FUCI, ma servi la FUCI!
  • SUPERARE I PERSONALISMI. Con incarichi di così breve durata non c’è spazio per l’individualità fine a se stessa, per autocelebrarsi. Questo è sempre più difficile nell’epoca dei personalismi, dei selfie, di generazioni cresciute immerse dentro al mito di Narciso (G. Pietropolli Charmet). Ma proprio per questo bisogna costruire percorsi che più che il singolo lascino emergere la voce del gruppo e creino spazi di crescita per altri. Questo è importante anche per sentirsi sostenuti: il mio impegno non sarebbe stato lo stesso senza il sostegno della mia famiglia, del mio gruppo diocesano, della mia comunità parrocchiale. Da soli si va più veloce, ma insieme si arriva più lontano.
  • LA FUCI E’MOLTO…MA NON TUTTO. Anche se può sembrare un’esperienza totalizzante (e a volte lo è), è fondamentale preservare il proprio spazio di vita al di fuori della FUCI. Come? Innanzitutto attraverso la cura di sé intesa come il proprio diritto/dovere di essere studente (la serietà nello studio – inteso in senso montiniano – è un aspetto fondamentale e che deve qualificarci perché dallo studio nasce la ragione stessa dell’umiltà e ci si apre al servizio agli altri), nutrendo la propria formazione culturale e spirituale, coltivando le relazioni importanti e le proprie amicizie anche fuori dalla FUCI. È fondamentale conservare una buona dose di ironia e sana leggerezza. Questo significa anche non farsi schiacciare da una storia e da un passato importanti: Papa Francesco parla di fedeltà alla tradizione ma anche libertà (“Tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”, scriveva G. Mahler).
  • AD ECCEZIONE DI MARY POPPINS…NESSUNO E’PERFETTO! Il Presidente ideale mary-poppins-julie-andrewsnon esiste (neppure l’Incaricato Regionale o il RAF o il Presidente di gruppo), per questo la FUCI educa a lavorare insieme e nella corresponsabilità per trasformare i limiti di ciascuno in risorse e possibilità, mettendo in comune le proprie competenze e imparando anche a lasciarsi aiutare e correggere senza paura di essere condannati e giudicati ma sostenendosi invece a vicenda.

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Buon compleanno FUCI!

12304158_1389747231090002_5849494611625581317_oVorrei celebrare piena di gratitudine il tuo passato (e il tuo presente) ma il mio augurio è rivolto soprattutto al futuro: perché per altri 120 anni ancora (e ancora) tanti studenti e studentesse possano incontrarti, amarti, attraverso di te crescere e formarsi e restituire in maniera creativa e generativa quanto ricevuto in questo tempo di grazia in tua compagnia nel lavoro, nella Chiesa, in famiglia, nella società.
Ti vogliamo bene cara FUCI!

#Fuc120 #Fiesole

 

Sfide dell’umanità, paradigmi di umanesimo

DSCN9101“Sfide dell’umanità, paradigmi di umanesimo” è il titolo della tre giorni di riflessione, studio, confronto promossa dal gruppo ‘Cristiani in Ricerca’ in collaborazione con la FUCI e con il MEIC questo fine settimana al Monastero di Camaldoli. Inserendosi nella cornice ecclesiale più ampia di preparazione al Convegno di Firenze, obiettivo dell’incontro è stato quello di riflettere sulle sfide che l’umanità affronta nel tempo presente in diversi ambiti del sapere a partire da un dato essenziale per i cristiani: riconoscere l’umanità di Dio come centro del Vangelo.

Premessa metodologica è stata una riflessione sul tema della ricerca condotta da Beppe Elia, presidente del MEIC, che ha sottolineato come questa dimensione sia ancora poco presente nelle comunità parrocchiali che tendono ad offrire risposte piuttosto che a stimolare interrogativi, e ha evidenziato invece il valore della provvisorietà, dell’inquietudine (ben diversa dall’irrequietezza) e della diversità. Anche Matteo Ferrari, monaco camaldolese, ha approfondito il tema a partire da una duplice lettura del Vangelo di Marco: un piano di tipo esegetico ricercando tutte le volte in cui la parola “cercare” compare nel testo e un piano più nascosto di lettura del secondo Vangelo come continua ricerca di Gesù, che trova un’unica via autentica di realizzazione nella sequela.

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#LettoDaMe: “L’adulto che ci manca” di Armando Matteo

A.Matteo (2014), L’adulto che ci manca. Perché è diventato così difficile educare e trasmettere la fede, Cittadella Editrice, Assisi, p. 112.

“Ecco dunque cosa manca nell’adulto che ci manca: la responsabilità verso il mondo in cui ha introdotto i figli e la responsabilità verso i figli che ha introdotto nel mondo”.

adultoPerché il messaggio evangelico non fa più breccia nel cuore delle giovani generazioni? Come mai sono così distanti dalle pratiche di fede e di preghiera? E le donne, da secoli fortezza e presenza silenziosa nella Chiesa, che fine hanno fatto? Perché iniziano anche loro a dileguarsi dal panorama delle nostre parrocchie? Che ne è stato del dialogo tra le generazioni?

Tante le domande che in questi anni nei suoi studi e nelle sue pubblicazioni Armando Matteo, teologo e assistente della FUCI dal 2005 al 2011, si è posto.

Le numerose questioni educative, culturali e pastorali sollevate in questi anni che hanno stimolato in noi e nella comunità ecclesiale così ampio dibattito e interrogativi, sembrano trovare però un comune denominatore nel tema scelto per la sua ultima fatica editoriale.

“L’adulto che ci manca” è la perfetta descrizione di un mondo adulto che non è più come quello di una volta, il ritratto di una generazione – in particolare quella nata tra il 1946 e il 1964 – che appare oggi incapace di educare e trasmettere ai più giovani i contenuti della fede.

Una generazione incatenata al mito dell’eterna giovinezza, incapace di mostrare ai più giovani la bellezza e l’affidabilità della vita adulta, una generazione di “Peter Pan” e “Campanellino” che “amano più la giovinezza che i giovani” (p.20).

Il volume, agile e come sempre appassionante, oltre a riportare alcune delle riflessioni sviluppate da Armando Matteo in questi anni, è anche un’efficace sintesi di alcune delle ricerche e delle pubblicazioni più autorevoli sul tema condotte in questi anni da diversi studiosi: da Umberto Galimberti a Francesco Stoppa, da Massimo Recalcati a Franco Garelli, solo per citarne alcuni, senza dimenticare uno sguardo ad autori più classici, come Romano Guardini e Hannah Arendt.

All’idolatria della giovinezza tipica della nostra società corrisponde, paradossalmente, l’oblio dei giovani, sempre più ai margini della società e irrilevanti anche numericamente. Una generazione in panchina, fuori dal recinto (Castegnaro). E accompagnati da adulti “sempre meno all’altezza della loro esistenziale vocazione educativa e generativa” (p.41).

Il quadro è lo stesso anche in campo ecclesiale, dove si riscontra una forte estraneità dei più giovani alla religione. Una triplice crisi: dell’autorità, dell’amore e del desiderio che rende sempre più difficile educare e trasmettere la fede. Un “deserto che cresce sotto la spinta di logiche neocapitalistiche e per nulla interessate all’umano e alla sua felice destinazione” (pag. 104).

Eppure anche in questo scenario così complesso possiamo scorgere un orizzonte incoraggiante e di speranza nell’osservare come le giovani generazioni questo deserto stiano “imparando ad abitarlo diversamente, sfidandolo e affrontandolo con pratiche di nuova umanità”. Perché “il deserto può sempre fiorire, annuncia il profeta biblico” (p. 104).

E allora anche la comunità ecclesiale è chiamata in questa prospettiva a giocare la sua parte e a cambiare rotta, facendosi carico di un nuovo compito: quello di rievangelizzare l’adultità.

Il merito di questo testo, così come dei precedenti volumi di Armando Matteo, è quello di non offrire soltanto un’analisi – seppur lucidissima – del contesto attuale ma di offrire altresì delle risposte, delle suggestioni, delle direzioni di lavoro e di impegno valide per il mondo adulto e per tutta la comunità ecclesiale. Riflessioni che chiamano in causa ciascuno di noi ricordandoci sempre che il vero antidoto ad ogni idolo postmoderno, come lo stesso Papa Francesco ci ha indicato, è uno soltanto: la “grande gioia di credere”.

Silvia Sanchini

in: “Ricerca – Bimestrale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana”, Numero 11/12- Novembre/Dicembre 2013

http://ricerca.fuci.net/22/02/2015/ladulto-che-ci-manca-perche-e-diventato-cosi-difficile-educare-e-trasmettere-la-fede/

La FUCI e Paolo VI Beato

10533450_537902783011232_4681342776724305174_nQuesto è stato un fine settimana di dolce nostalgia e ricordi ma anche di rinnovata responsabilità e impegno, in nuove forme e con uno sguardo più profondo. L’ho dedicato alla FUCI, che si è ritrovata ad Arezzo e Camaldoli per un congresso straordinario sulle orme di Paolo VI (per il quale ringrazio tanto di essere stata coinvolta), e mi sono sentita spiritualmente e idealmente in piazza San Pietro a Roma dove poche ore fa Papa Francesco ha proclamato Paolo VI Beato (qui l’Omelia di Papa Francesco).

Mi ha commosso vedere come in un tempo improntato spesso solo al consumismo e all’apparire, ci sia una gioventù controcorrrente, capace di affidare le sue energie migliori e il suo intelletto all’impegno nello studio e nell’associazionismo, che sceglie di consacrare questo tempo così propizio alla propria crescita non solo culturale ma anche spirituale e umana. Non sono d’accordo con chi crede che la FUCI sarebbe una realtà più numerosa e significativa se abbassasse un po’ il “tiro” della sua proposta, perchè credo che esistano ancora studenti capaci di meritarsi e desiderosi di sperimentare una proposta alta, non perchè snob o elitaria, ma perchè orientata al bene e al meglio.

Alla FUCI di Giovanni Battista Montini e di Igino Righetti, non ci stancheremo mai di dirlo, dobbiamo tanto: un metodo, una struttura, una definita spiritualità dello studio e della ricerca. Le sue parole e i suoi scritti sono stati e continuano ad essere la nostra bussola, i nostri compagni di viaggio più cari, anche rischiando a volte di essere un po’ ripetitivi ed autoreferenziali…ma sempre nella certezza di quel debito di riconoscenza immenso che sempre proviamo nei confronti di quello che sarebbe stato uno dei Papi più discussi e contestati del secolo scorso ma anche più innovativi e profetici.

E allora, con Papa Francesco e con tutta la Chiesa, anche io dico grazie a Montini e sono felice di averlo ricordato a Camaldoli, luogo che gli era così caro e di averlo invocato insieme alla FUCI di oggi (qui il Messaggio di Papa Francesco alla FUCI). Con tutti i nostri limiti e le nostre fragilità se possiamo guardare ancora avanti è proprio grazie a questi “giganti” che tengono noi “nani” sulle loro spalle e ci permettono di non perdere mai di vista il vero orizzonte e il vero significato del nostro impegno.

Credits: La prima immagine è di Ernst Gunter Hansing ed è tratta dalla Collezione Paolo VI, l’ultima fotografia è stata presa invece dalla pagina Facebook della FUCI.

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Popolati di libri e di amici

Se è vero, come scrive Pennac, che viviamo “popolati di libri e di amici”, non c’è cosa più bella che scoprire e tuffarsi tra le pagine di un libro nato dalle idee e dalla competenza di persone a te care.

Oggi allora vi propongo qualche libro di amici e colleghi:

0KYu3mCvaNuH_s4Valeria Iacono, siciliana doc e amica dei tempi della FUCI, ha da qualche mese pubblicato per le Edizioni Euno un delizioso libricino dal titolo: “Martina ha paura di dormire”. Un libro dedicato ai più piccoli (dai 4 anni in su) ma che, come sempre accade quando si tratta di letteratura per l’infanzia, può far riflettere ad ogni età sul tema della paura e sul potere magico delle parole e della fantasia.

Sempre a proposito di educazione, segnalo anche “Scarpe gialle per girare il mondo a testa in giù”, di Alessandra Farneti (docente di psicologia dello sviluppo) con il contributo di Federico Palloni, che ci aiuta a scoprire e a conoscere la figura del clown e il metodo della clownterapia come importante strumento di crescita psicologica anche per persone che vivono situazioni di disagio.

Cambio argomento e nel parlare di chiesa e spiritualità, non posso non segnalare annale-192x300l’Annale 2012 della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) curato da Alberto Ratti e Andrea Minardi: “E’appena l’aurora. Chiesa, Concilio, contemporaneità” (Edizioni Studium). Un’interessante lettura della Chiesa e della società odierna attraverso la lente di ingrandimento del Vaticano II, nel cinquantesimo anniversario dalla sua apertura, resa possibile dal contributo che tanti docenti qualificati hanno offerto alla Federazione lo scorso anno.

Infine “Diario di un prodigio” di Mariarosaria Petti (Editore Punto Famiglia) ci racconta con passione la storia della guarigione del piccolo Pietro e le vicende dei coniugi Luigi e Zelia Martin, genitori di Santa Teresa di Lisieux. Qui potete consultare l’indice e alcuni estratti del libro: http://www.puntofamiglia.net/it/index.php?page=diario-di-un-prodigio—indice

Buona lettura e, presto, nuove segnalazioni!

Camaldoli. Un porto sicuro a cui tornare.

7519_1204523840429_3830625_nSolo a Camaldoli può succedere di fare colazione e trovarsi a fianco Enzo Bianchi. Solo a Camaldoli e grazie alla FUCI puoi incontrare 80 giovani che si ritrovano insieme per interrogarsi sulle beatitudini e sulla vita di fede in un clima di amicizia, approfondimento sereno e pace. Solo a Camaldoli trovi una comunità pronta ad accoglierti e a farti sentire come a casa in ogni momento. Per questi e per molti altri motivi per tanti di noi, per intere generazioni di fucini e non solo, Camaldoli è sempre quel porto sicuro a cui tornare per riscoprire e riassaporare la bellezza di una vita autenticamente cristiana.

“E se ognuno fa qualcosa…” Padre Pino Puglisi beato

imagesSe ho conosciuto e cominciato ad amare davvero la FUCI è un po’ grazie anche a Padre Pino Puglisi, e a quella Scuola di Formazione del 2003 a Palermo che mi ha aperto un nuovo sguardo sul mondo e sul mio modo di vivere l’esperienza universitaria.

Padre Pino Puglisi (3P per tutti)  ha vissuto con semplicità ma sempre a testa alta il suo essere prete in un quartiere di Palermo, Brancaccio, completamente controllato dalla criminalità organizzata. Camminare per le vie di Brancaccio e pensare all’opera di padre Pino, visitare il Centro “Padre Nostro” da lui così fortemente desiderato per offrire un’alternativa ai ragazzi di strada, è un’esperienza davvero incredibile. Padre Pino ha testimoniato la sua passione educativa anche nella sua attività di insegnante e nel suo impegno nell’Azione Cattolica e nella FUCI. La sua azione, apparentemente così semplice e al tempo stesso così rivoluzionaria, è stata sempre tesa a un unico grande ideale: “educare alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e dello studio”.

Oggi Padre Pino è stato proclamato dalla Chiesa Beato. Non gli sarebbe piaciuto essere definito un eroe, e forse neanche un martire, perché ha vissuto la sua esistenza di santità con quella naturalezza e quella forza di cui solo i grandi uomini sono capaci. A testa alta, senza mai piegarsi di fronte ai potenti, sempre dalla parte degli ultimi, testimone dell’amore di Dio nei confronti degli uomini.

Per tutto questo e per molto altro ancora, GRAZIE 3 P. 

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Per conoscere meglio la figura di Padre Pino Puglisi: http://www.padrepinopuglisi.diocesipa.it/. Dedicato a lui anche un bellissimo film di Roberto Faenza del 2005: “Alla luce del sole”