Il futuro che cambia è una somma di piccole cose

 
La chiamano resilienza. Per me si tratta di coraggio, tenacia, fiducia. E, soprattutto, motivazione. Una forza interiore che ti trascina nella giusta direzione. Un desiderio di riscatto e rivincita. Non so come sia possibile, ma in comunità mi era più facile studiare che a casa, anche se mi giravano intorno altri 8 ragazzini e altrettanti educatori.

A casa era tutto difficile. La mamma, le sue crisi, il disordine. A volte si dimenticava anche di prepararmi da mangiare. Ho sempre pensato che una mamma dovesse essere per eccellenza la persona capace di prendersi cura degli altri, e naturalmente dei propri figli. Mia mamma non era così, non sapeva prendersi cura neanche di se stessa. E questo mi faceva rabbia e paura allo stesso tempo.

Eravamo solo io e lei, non sapevo a chi o cosa aggrapparmi.

Sono cresciuta con tante insicurezze, sentendomi diversa da tutte le mie amiche, vergognandomi anche solo di invitarle a casa nostra per una merenda.

Solo in una cosa riuscivo bene: studiare.

Mi piaceva leggere, scrivere, inventare storie…era la mia valvola di sfogo. Il mio mondo felice e ancora incontaminato. In comunità mi incoraggiavano in questo.

E finito il mio percorso insieme a loro, a 19 anni, è successa una cosa che mai mi sarei immaginata: ho deciso di iscrivermi all’Università.

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Un genitore felice è un genitore efficace

papa-e-figlia-1024x1024Tanti babbi, insieme a qualche mamma, a interrogarsi sui cambiamenti del ruolo paterno nell’ambito della famiglia, in una società in sempre più rapida trasformazione. Se ne è parlato lo scorso 25 gennaio al Centro per le famiglie del Comune di Rimini che ha promosso l’incontro “Anche il papà lo sa! Il ruolo del padre come protagonista nella crescita dei figli”.
“Un titolo provocatorio – ha spiegato Silvia Baldazzi, psicologa del Centro – che vuole richiamare la rinnovata centralità che la figura del padre assume all’interno della famiglia per poi definirne le competenze non solo relativamente al suo saper fare ma anche al suo saper essere”.
Una bella sfida accolta da due professionisti, ma anche giovani papà: Roberto Vignali, pedagogista e Wiliam Zavoli, psicologo e psicoterapeuta. Entrambi impegnati professionalmente nell’ambito della cooperativa sociale “Il Millepiedi” di Rimini, contesto in cui quotidianamente sperimentano e definiscono il loro pensiero pedagogico.
L’appuntamento si colloca nell’ambito del ciclo di incontri a tema: “Dedicato a mamma e papà”, una serie di appuntamenti gratuiti promossi dal Centro per le Famiglie del Comune di Rimini e rivolti a genitori, insegnanti, educatori. Prossimo incontro mercoledì 15 febbraio alle 20.45 sempre in piazzetta dei Servi 1: “Il piacere di stare a scuola! Come le relazioni possono favorire l’apprendimento e la crescita”, a cura di Silvia Baldazzi.

Abbiamo fatto una chiacchierata con entrambi i relatori, sui temi della paternità e delle insidie “moderne” che i papà di oggi sono chiamati ad affrontare. Cominciamo con Roberto Vignali.

Roberto, cosa significa essere padre oggi?

“Essere padre oggi è molto diverso dal passato. Abbiamo tante più risorse a disposizione ma viviamo anche in un mondo più fragile e pieno di incertezze. Mi piace parlare di paternità a partire dal concetto di felicità. Felicità implica essere completamente soddisfatti, ha a che fare con l’idea di pienezza. La felicità è la meta che ognuno di noi persegue ma la società attuale ci offre e propone false felicità, desideri effimeri che creano frustrazioni e bisogno di sempre nuovi stimoli. Mi piacerebbe invece che passasse l’idea di una felicità che sta nella relazione, nel condividere a pieno la propria vita con altri. Questo implica anche accettare le nostre responsabilità che sono stimoli e ricchezze e non limiti e catene, come spesso vengono rappresentate”.

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Monika, “Troverò mai il mio posto nel mondo?”

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Si può avere nostalgia di un luogo dove non sei mai stata?
Ho 17 anni e sono nata e cresciuta in Italia, ma i miei genitori sono albanesi e così ho imparato sin da piccola due lingue.
In casa parlavo l’albanese, a scuola l’Italiano. Mi sono sempre sentita così, sospesa tra due lingue e due culture, tra due luoghi e due case.
A 13 anni i problemi della mia famiglia, che già erano tanti, sono diventati sempre di più e sempre più difficili da gestire, tanto che l’assistente sociale ha deciso di collocare me e mio fratello in comunità. È stato doloroso, ma sapevo che non c’erano alternative e che era la scelta migliore per tutti.
Il destino ha voluto che in comunità con me ci fosse anche un ragazzo albanese. Che strana la vita! Da subito ho sentito con lui un legame speciale. Mi raccontava dell’Albania, mi faceva vedere le foto della sua famiglia e dei posti dove abitava, con lui potevo ancora parlare la lingua dei miei genitori.
Ci sono momenti in cui mi sento così attratta da quei luoghi e da quella cultura che penso che, una volta diventata maggiorenne, mi piacerebbe lasciare tutto e trasferirmi là. Andrei a cercare i miei nonni e i miei parenti, potrei costruirmi una nuova vita lontana da tutti i problemi e la sofferenza che qui debbo affrontare ogni giorno. Forse in Albania potrei davvero essere felice.

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(foto: @momopixs – Shutterstock.com)

Nicholas, la sua chitarra e il suo cuore

Italias-Got-Talent-2016-Nicholas-AngiuloNon ho grande simpatia per i talent show televisivi. Diciamocela tutta: ho un’innata idiosincrasia per quel mondo. Penso che nella maggior parte dei casi siano luoghi in cui si abusa della parola talento, in cui si distorcono le emozioni e che contribuiscano a creare in chi vi partecipa, soprattutto nei più giovani, false illusioni senza costruire nessuna reale opportunità. Cancellerei senza remore dal lessico degli italiani frasi come: “L’importante è arrivare (?) al pubblico” o “Sei stato eliminato, ma per noi tu hai già vinto”. Però devo ammettere che quello che è successo mercoledì sera a “Italia’s got talent”, è stato davvero qualcosa di importante.
Nicholas ha 17 anni, oggi vive in Calabria. Ha vissuto un’infanzia segnata da ferite e dolore, è cresciuto in affido e comunità, ha attraversato molti momenti difficili fino a trovare una famiglia che lo ha accolto.
Le sue canzoni non parlano quasi mai di amore. Parlano di temi complessi: di abusi, di malattia, di solitudine, di cosa significa vivere sulla strada. Quando era in comunità Nicholas ha conosciuto l’Associazione con cui collaboro, Agevolando. Per due anni di fila è stato ospite della nostra festa nazionale (“AgevolanDay”) e si è esibito per noi, coinvolgendo un sacco di suoi coetanei con la sua musica e le sue parole. Da quel momento seguiamo il suo canale Youtube, facciamo il tifo per lui, aspettiamo ogni suo nuovo singolo per ascoltare quello che avrà da raccontare.
Molti criticano questo tipo di esibizioni televisive perché sostengono che portare in televisione storie difficili sia solo un modo per suscitare falsi pietismi e commuovere. In alcuni casi lo penso anch’io, ma questa volta penso proprio che non sia andata così e vorrei per una volta lasciare da parte diffidenze e polemiche.
La chitarra e l’anima di Nicholas ci dicono altro: ci dicono che dal dolore si può risorgere, che nessun destino è irrimediabilmente segnato, che la musica è un potente antidoto alla solitudine e alla depressione ed è un mezzo di espressione incredibile. Ci dicono che anche se sei stato in comunità e hai vissuto esperienze familiari difficili, non sta scritto da nessuna parte che devi ritagliarti o farti cucire addosso l’etichetta di fallito. Il messaggio di Nicholas, che supera le sue parole (già così potenti), è un messaggio per tutte quelle ragazze e quei ragazzi che stanno vivendo un’esperienza simile alla sua e che spesso preferiscono sentirsi invisibili, nascosti. Per tutti coloro che pensano di non aver nulla da dire, o che non ci sia nessuno disposti ad ascoltarli.
Nicholas con la sua voce ci apre il suo cuore e ci fa entrare nel suo mondo con molto coraggio e dignità. E questa volta, davvero, chissenefrega delle imperfezioni o delle stonature. D’altronde la nostra vita non è proprio più interessante proprio perché imperfetta?
Grazie Nicholas perché su quel palco, forse senza volerlo, hai portato anche tutti i ragazzi come te e la vostra gigantesca voglia di riscrivere la vostra storia e costruire il vostro futuro.

In http://www.riminisocial.it

Qui l’esibizione di Nicholas: http://italiasgottalent.it/showvideo/282646/nicholas-vita-in-musica/04-05-2016/

La parola ai trentenni

trentenni2La riflessione sulla generazione dei trentenni che ho tentato di proporre dopo la tragedia del Collatino a Roma, ha stimolato numerose reazioni. Troppo preziose per non raccoglierle e continuare così a discutere.
Scrive Carlo, uno dei tanti che si sta costruendo un futuro all’estero: “Credo che ci siano tre cose da prendere in considerazione: Innanzitutto siamo la prima generazione a vivere in uno stato di continua “crisi” (i primi anni novanta e le crisi del sistema politico italiano e di tutto un mondo di riferimenti, dal posto fisso ai partiti tradizionali, alla pensione sicura…). In qualche modo ci è sempre stato detto che non ci sarebbe stato un futuro. In secondo luogo siamo la prima generazione “di minoranza” – numericamente siamo meno non solo dei nostri genitori ma anche dei nostri nonni. In più “valiamo” anche meno per il mercato visto il nostro scarso potere reddituale. Terzo: siamo figli di una generazione, i baby boomer, che ha distrutto i valori precedenti senza veramente costruirne dei nuovi. Il risultato è che il nostro universo di valori è stato sempre schizofrenico e tendenzialmente appiattito su un relativismo intollerante e modaiolo”. Concorda con lui Alessandra: “Io penso che siamo una generazione che, da che ne abbia memoria, ha purtroppo assorbito sempre una sorta di “pessimismo sociale”, molto spesso eccessivo e immotivato. E in questo pantano o rimani un eterno adolescente o diventi da subito fin troppo adulto”.
È una crisi di valori, anche per Daniele: “Io penso che un ruolo determinante lo abbia anche lo smarrimento di una prospettiva di Fede. Lo dice bene Don Armando Matteo in ‘La prima generazione incredula’: la prima generazione di persone “senza Fede” è la nostra, quella dei 30enni di oggi”. Dello stesso parere Carmela: “Ho 35 anni. alle riflessioni che hai fatto, aggiungerei che la nostra generazione non ha mai avuto grandi ideali, siamo quelli del post: post modernità, postcomunismo, post boom economico, etc… A ragione non crediamo nella politica, ma non abbiamo cercato neanche più di tanto dei valori alternativi”. E Maria Rosaria: “La deriva dei due killer del Collatino è un’estremizzazione di un fenomeno che purtroppo colpisce molti nostri coetanei. La mancanza di senso della vita. Io non vedo altro in questa vicenda e nel consumarsi violento della vita di molti altri”.

C’è poi, impossibile negarlo, il problema del lavoro. Andrea, che si è da poco laureato in giurisprudenza a Milano, scrive: “Ci sono due aspetti su cui rifletto da tempo. Innanzitutto il paradosso per cui la nostra società mediamente economicamente “sta bene” (nonostante la crisi), ma i giovani non trovano lavoro. Questo crea una sproporzione tra potenzialità, idealità, benessere e difficoltà nell’incanalare tutto ciò all’interno di un progetto di vita aperto alla solidarietà e alla comunità. Qui credo nasca anche il problema della partecipazione “politica”: il sano egoismo di pensare alla sicurezza lavorativa per il futuro rompe la catena di disponibilità a servire tutti e, al crescere della disaffezione, non fa nascere un moto di impegno”.
C’è chi sceglie di andarsene, è il caso dell’autore del blog Italiano in America che commenta: “Queste considerazioni mi mettono un velo di tristezza soprattutto perché non vedo alcuno spiraglio. Credo che la nostra generazione sia nata alla fine di un boom economico e di benessere nella quale l’Italia si crogiolava le cui ripercussioni si sono manifestate a partire dalla nostra generazione. penso che la strada sia ancora lunga ed in salita purtroppo, motivo per cui a breve mi trasferisco con mia moglie e mio figlio negli Stati Uniti”.

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Trentenni: cosa ci sta succedendo?

trentenniI trentenni non esistono più, secondo Zerocalcare, siamo “una generazione generosa, che si è dannata l’anima per trovare un posto nel mondo e ha visto tradite le sue aspettative”. Una generazione smarrita, secondo la sociologa Bernadette Bawin Legros, uomini e donne contraddistinti da un sentimento diffuso di disillusione. “Generazione Bim Bum Bam”, l’ha definita Alessandro Aresu (filosofo classe 1983).

Siamo cresciuti con le canzoni di Cristina D’Avena e giocando con il Crystal Ball. Abbiamo vissuto la caduta del Muro di Berlino e il mito, ormai deluso, di un’Europa veramente unita. Siamo i figli della generazione del ’68, del boom economico, della tragedia del terrorismo in Italia. Abbiamo scoperto il potere della tecnologia, le conseguenze di un sistema consumistico portato all’estremo.

Oggi siamo una generazione precaria e insicura, o almeno così ci dipingono. Molti di noi sono all’estero o hanno dovuto lasciare la loro città natale. Accettiamo lavori sottopagati e sottostimati rispetto al nostro titolo di studio e alle nostre competenze. Rimandiamo sempre più avanti nel tempo scelte definitive quali l’andare a vivere da soli, sposarsi, avere un figlio.

Una generazione vittima di un sistema che le ha tarpato le ali. Secondo il Presidente dell’Inps Tito Boeri chi è nato negli anni ’80 sarà costretto a lavorare almeno fino ai 75 anni e prenderà una pensione almeno il 25% più bassa di quelle di oggi.

Ma una generazione anche con delle proprie responsabilità: spesso volutamente assente dallo spazio pubblico, incapace di ribellarsi a ciò che non va, chiusa in un esasperato individualismo.

Trentenni che prolungano un’indefinita adolescenza o già troppo adulti per manifestare energie e riscattarsi.

Da qualche giorno la generazione dei trentenni si è resa protagonista di una terribile vicenda di cronaca nera, di cui tutti parlano. Roma, la città de “La grande bellezza”, ancora una volta insanguinata e ferita. Palcoscenico di nottate contraddistinte da sesso e divertimento senza regole, in cui smarrire la propria umanità.

Due persone, praticamente mie coetanee, che uccidono in modo così atroce un ragazzo di soli 23 anni, non possono che indurmi a riflettere sulla nostra identità generazionale.

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Foto dal blog “I Trentenni”

E’buono!

ebuono-facebook1Oggi voglio parlarvi di un progetto, un piccolo grande sogno, che in queste settimane mi sta appassionando moltissimo.

O meglio, non sarò io a parlarvene, ma voglio lasciare la parola a Jennifer: una giovane donna con un passato difficile ma con una forza e una determinazione fuori dal comune e tanta voglia di aiutare altri ragazzi e ragazze che vivono o hanno vissuto situazioni simili alla sua.

A lei allora la parola per raccontarvi il progetto “E’buono” che l’Associazione Agevolando promuove insieme alla Consulta Diocesana di Genova, all’Associazione Ancoraggio e al Consorzio Farsi Prossimo di Milano per l’apertura di gelaterie completamente gestite da ragazzi/e provenienti da esperienze “fuori famiglia”.

Un dolce sogno che non è solo un progetto imprenditoriale, ma un progetto di vita. 

E se vi va di darci una mano e sostenerci in questa avventura, Jennifer vi spiega come votarci e aiutarci a vincere un concorso che potrebbe dare ali al nostro sogno.

Mi chiamo Jennifer, ho quasi 25 anni, sono di Villaputzu (CA) ma abito da 10 anni a Bologna. Mi sono trasferita a Bologna perché i miei genitori non erano in grado di crescere adeguatamente me e i miei fratelli. Sono andata in affido da una parente: avevo 15 anni, ero arrabbiata, avevo bisogno di rielaborare un passato pesante e di curare cicatrici profonde. Così dopo qualche mese con i servizi sociali ho deciso di entrare in una casa famiglia – più comunemente chiamata comunità – in cui sono stata ospite per 5 bellissimi anni.
Quando ho compiuto diciott’anni sono stata fortunata e ho potuto godere del prosieguo amministrativo sino ai 21 anni. Molto spesso però a 18 anni i ragazzi e le ragazze nella mia stessa situazione sono costretti a ritornare nelle loro famiglie d’origine e viene imposto loro di interrompere un percorso molto delicato di rielaborazione ed accettazione… Alcuni di loro sono praticamente lasciati in mezzo ad una strada senza lavoro e senza casa.
Per questo è da quasi 5 anni che sono socia di Agevolando e circa un anno fa sono stata socia fondatrice di Agevolando Sardegna.
Ora ho quasi 25 anni, sono una ragioniera programmatrice e lavoro come impiegata negli acquisti in un’azienda da quasi 5 anni, ho una casa che condivido con un’amica. Ma avrei il desiderio di poter mettere in piedi qualcosa per coloro che non hanno avuto la mia forza e la mia fortuna… Questo progetto di apertura di una gelateria a Bologna vedrebbe il mio sogno realizzarsi: poter aiutare davvero chi si ritrova in situazioni di disagio dopo tanta strada percorsa per uscire dalle tenebre del passato. Il tuo aiuto sarebbe un mattoncino da posare nelle fondamenta di un progetto d’aiuto concreto. Grazie. Jennifer”
 
DSCN3738Come puoi aiutare Jennifer e gli altri ragazzi?
Innanzitutto votando il nostro progetto al link: www.labuonavernice.it/ebuono/.
Puoi votare tramite Facebook (3 punti) o tramite e-mail (1 punto). Si può votare una sola volta, fino al 31 Agosto p.v. Invita anche i tuoi amici a votarci inoltrando questa e-mail o invitandoli tramite Facebook.
Puoi anche fare una donazione (specifica nella causale progetto “E’buono!”).
E per essere sempre aggiornato sugli sviluppi del progetto seguici su: www.agevolando.org.

Diritti al futuro

10995817_10206037602366299_6387657668718654679_nDi questa giornata con l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Vincenzo Spadafora qui nella nostra città, a Rimini, porto a casa Viola e Elena, e il loro amore per la lettura. La loro freschezza, positività, l’impegno condiviso con tanti altri adolescenti per una realtà preziosa come quella di Mare di Libri. Porto a casa l’immagine di adulti capaci di dare fiducia e anche di mettersi da parte, perchè qualcun altro possa crescere e brillare. E ancora: il Garante che tiene in tasca il bigliettino di Ilaria, e in quel biglietto c’è non solo racchiusa una richiesta, ma una speranza. Porto a casa la bellezza di condividere passi, sentieri, relazioni, creando sinergie anche insolite o inaspettate. Porto a casa l’autentica passione educativa di tanti (colleghi, amici) che offrono il loro supporto a cause difficili, che ogni giorno si mettono in discussione, capaci di dare spesso senza riserve. Porto a casa il sorriso dei ragazzi di RadioKreattiva Bari che si esprimono, si informano, fanno domande, raccontano. Porto a casa alcune frasi: “Speriamo che le cose cambino davvero”, “Non dovete sentirvi soli”, “Il futuro a volte mi fa paura”. Porto a casa il pensiero di quel dolore e quella preoccupazione che “la sera pesano quando appoggi la testa al cuscino” e il desiderio di allievare un po’quella pesantezza. Porto a casa la fatica e la complessità dei processi partecipativi, ma anche la loro opportunità e il loro valore. Porto a casa la consapevolezza che esperienze come quelle di Agevolando, nella loro fragilità, non sono solo utili, ma necessarie ed insostituibili. Andremo forse ancora e sempre “in direzione ostinata e contraria”, ma lo faremo insieme. E oggi con un po’di forza in più.

Il tuo 5×1000 alla Fondazione San Giuseppe

ImmagineDONA IL TUO 5X1000 ALLA FONDAZIONE SAN GIUSEPPE
Non costa nulla, ed è un’importante scelta di solidarietà.I bambini, il nostro futuro.
Noi ci prendiamo cura di loro da oltre un secolo.
A te basta un attimo per aiutarli.

Firma e inserisci nella dichiarazione dei redditi il codice fiscale della Fondazione: 82 00 20 10 401

Utilizziamo i proventi del 5×1000 in maniera responsabile e trasparente rendicontandoli ogni anno nel nostro Bilancio sociale, secondo i principi che da più di cento anni animano la Fondazione San Giuseppe ONLUS.

 

Studenti stranieri: ben integrati, ma scettici sul futuro in Italia

Negli ultimi dieci anni la presenza di studenti stranieri con cittadinanza non italiana nelle scuole italiane è quasi quadruplicata, e in Emilia-Romagna l’incidenza degli studenti stranieri sulla percentuale totale è la più alta, pari al 14,6% (dati Quaderni Ismu 1/2013). Altrettanto significativa la situazione delle scuole riminesi dove su una popolazione complessiva di 38.632 studenti, ben 3.843 sono ragazzi stranieri (pari a circa il 10%).

Il tema degli studenti stranieri cresce in rilevanza ogni giorno di più e non è un caso che sia stato al centro dell’indagine conoscitiva svolta nella provincia di Rimini e presentata in conferenza stampa lo scorso 21 Gennaio, dal titolo: Giovani stranieri nella provincia di Rimini – Un focus sulla scuola secondaria di II grado e sul Sistema di Istruzione e Formazione professionale. La ricerca è stata condotta da Linda Pellizzoli, ricercatrice in ambito sociale e giovanile, ed è stata realizzata all’interno del progetto Conoscere è cambiare, dentro le vulnerabilità e l’integrazione coordinato da Judith Mongiello e promosso dalle Associazioni Arcobaleno, Pacha Mama, Rumori Sinistri, Nido del Cuculo, Tiger of Bangladesh, Borgo della Pace, Legambiente La Roverella, Avulss di Bellaria, Aibid, Espero, Maria Negretto e Vite in Transito in collaborazione con Arci, Educaid e Isur e con il sostegno di Volontarimini – Centro di Servizio per il Volontariato della provincia di Rimini.

L’indagine ha coinvolto 55 studenti stranieri (33 ragazzi e 22 ragazze) di 21 differenti nazionalità, nell’obiettivo di coinvolgere le scuole e i policy maker in un processo di maggiore conoscenza del fenomeno e di miglioramento della qualità dei servizi offerti.
Tra gli elementi più interessanti dell’indagine emergono le difficoltà che gli studenti stranieri affrontano nell’inserirsi nel sistema scolastico italiano (per esempio la difficoltà ad apprendere la lingua italiana e alcuni episodi di discriminazione) ma in generale un giudizio complessivo positivo sulla scuola italiana e sulle relazioni con i compagni e gli insegnanti. Particolarmente apprezzato è l’approccio degli insegnanti degli Enti di Formazione professionale, considerati più attenti al singolo e sensibili nella relazione con gli studenti.

Colpisce però come la maggior parte degli studenti (i due terzi) non immagini in un futuro di rimanere in Italia: i giovani intervistati hanno infatti espresso preoccupazione per la crisi economica che attraversa il paese e si sono mostrati critici sul sistema lavorativo italiano, considerato troppo poco meritocratico.
A questo proposito Massimo Spiaggiari, dell’ARCI Rimini, ha evidenziato l’importanza di tenere conto anche del clima culturale in cui questi ragazzi crescono e studiano e della necessità di metterci in discussione e attrezzarci per dare risposte alle esigenze di questa generazione, anche rispetto al tema della dispersione scolastica.
All’interno del progetto è stata inoltre inserita una campagna di promozione del volontariato giovanile: “Lo faccio anch’io” presentata attraverso uno spot realizzato da Alberto Romanotto (nel sito: lofaccioanchio.wordpress.com) che si propone di ribaltare gli stereotipi sul volontariato e sensibilizzare e informare in maniera virale i giovani rispetto alla possibilità di impegnarsi in progetti di volontariato attraverso le associazioni riminesi.

Silvia Sanchini

in http://www.newsrimini.it/sociale