Chi ha paura dello straniero?

bonding-1985863_960_720Da qualche tempo quando incontro gruppi di studenti, parrocchie o associazioni per parlare di immigrazione, comincio con qualche domanda. Quanti sono gli stranieri in Italia? Quanti a Rimini?

Le risposte, quasi sempre, sovradimensionano il fenomeno.

Una ricerca molto interessante dell’istituto britannico Ipsos Mori conferma quanto evidenziato dal mio piccolo campione statistico: nel 2015 gli italiani ritenevano che la percentuale di stranieri sul territorio italiano fosse vicina al 26 per cento. Gli stranieri residenti in Italia sono invece 5.026.153, pari all’8,3% della popolazione (dati al 1°gennaio 2016). Uno scarto di almeno 18 punti percentuali.

Ancora meno rilevante la percentuale dei rifugiati: l’Italia è agli ultimi posti in Europa per incidenza sulla popolazione totale (1,9 ogni mille abitanti). Il maggior numero di rifugiati non risiede in Europa ma in paesi extraeuropei (Turchia, Pakistan, Libano)1. A Rimini si conta appena 1 rifugiato ogni 2.500 abitanti2.

Un altro tema che si collega alla presenza della popolazione migrante nel nostro paese è quello della sicurezza.

La percezione diffusa è quella di città sempre meno sicure. Io stessa potrei raccontare di tanti episodi di furti, rapine o aggressione che hanno riguardato me, la mia famiglia o i miei vicini di casa negli ultimi mesi, per questo non voglio assolutamente sminuire il problema. Ma, anche in questo caso, il senso di vulnerabilità dei cittadini è spesso superiore al dato di realtà.

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Non c’era posto

non-cera-posto-per-loro-nellalbergobuon-natale-a-chi-non-ha-nullama-in-fondo-ha-tuttoperche-sa-fare-posto-agli-altri“Non c’era posto per loro nell’albergo”.

È il versetto del Vangelo che ha risuonato con più forza nel mio cuore in questo tempo di attesa.

Non trovare posto, rimanere fuori, non sentirsi parte di qualcosa. A tutti è capitato di soffrire a causa di uno di questi motivi.

Ho pensato a chi non trova posto.

C’è Mario, che anche oggi ha bevuto fino a stare male. E così, come spesso accade, non troverà posto neppure in un dormitorio stanotte. Sono le regole, e lui passerà la vigilia di Natale sulla strada.

Oppure Ronald che ha ripreso la stessa nave che lo aveva portato, minorenne e solo, qui a Rimini dall’Albania. Ronald non aveva amici o parenti, difficoltà a capire e adattarsi, non era mai andato a scuola. Qui in Italia per lui non c’era posto, nessuna soluzione o disponibilità ad accoglierlo una volta divenuto maggiorenne. È tornato in quella baracca di legno in cui è cresciuto, senza futuro o opportunità.

Marica è una ragazzina con autismo. I suoi genitori, quotidianamente, si sentono dire che non c’è posto. A scuola, dove trovare una classe giusta per lei è difficile. A un corso di ballo, in cui non se la sentono di accettarla, anche se Marica quando sente la musica è felice e leggera. A volte persino in parrocchia, perché – spiegano i catechisti – è troppo difficile inserire Marica nel gruppo degli altri ragazzi.

Ma poi penso anche a Barbara. Che da più di vent’anni accoglie in affido bambini e ragazzi nella sua famiglia. A quel bimbo con sindrome di down che, alla fine, è diventato suo figlio.

E penso a Ugo, che in Sardegna dà un’opportunità a qualcuno che difficilmente troverebbe posto da solo nel mondo del lavoro.

Penso ad Agnese, che ha trovato spazio nel suo cuore per il perdono.

Ai ragazzi e alle ragazze “fuori famiglia” che non hanno avuto paura di ricominciare. Perché, scrivono, “le nostre storie rimangono ma non ci devono schiacciare”.

La voce del “non c’è posto per voi” è sicuramente più forte. Ma c’è una rivoluzione silenziosa di cui nessuno, forse, parlerà ma che come quel bambino nato in una mangiatoia ha la forza di cambiare il mondo.

È la rivincita di chi non ha nulla, ma in fondo ha tutto, perché sa fare posto agli altri.

Buon Natale. Silvia

 

Perdono, una logica alternativa

20160828_162751Affrontare il tema del perdono non è semplice. Facile cadere in banalizzazioni o fraintendimenti. Il perdono con fatica si può definire, o dire in astratto.

Il gruppo “Cristiani in ricerca” promosso dalla FUCI e dal MEIC, che per il settimo anno consecutivo si è incontrato al Monastero di Camaldoli dal 26 al 28 agosto scorsi, ha scelto nell’anno dedicato alla misericordia di affrontare questo tema interrogandosi innanzitutto sulla possibilità concreta di una “logica alternativa” nel percorrere itinerari di perdono.

Siamo partiti da uno sguardo alla Scrittura, guidati da Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli. Attraverso la lettura di alcuni testi (il Salmo 85, Osea 11, Matteo 18, Romani 5,8-11) abbiamo scoperto il perdono come elemento costitutivo della fede cristiana e, soprattutto, come conseguenza di sapersi gratuitamente perdonati da Dio di un debito apparentemente insaldabile. La dinamica del perdono di Dio diventa quindi il fondamento del perdono umano.

Di un perdono come atto gratuito e liberante, è stata per noi straordinaria testimone Agnese Moro. Grazie all’incontro con Guido Bertagna e con un gruppo di docenti dell’Università Cattolica (raccontato ne “Il libro dell’incontro” – Il Saggiatore, 2015) ha intrapreso un percorso insieme ad altre vittime e familiari di dialogo con i protagonisti della lotta armata.

Il perdono non è un atto di bontà – ci ha detto chiaramente – non è neppure un colpo di spugna o un sentimento, sarebbe sbagliato pensare che esista un dislivello tra chi perdona e chi è perdonato. Non è neppure possibile creare una memoria comune, ma ci si può educare a rendersi partecipi della memoria gli uni degli altri. Il perdono diviene così una decisione, la volontà precisa di interrompere una catena di dolore, che altrimenti seguiterebbe all’infinito. La violenza distrugge le persone, le trasforma in cose: solo il perdono aiuta a riscoprire l’umanità dell’altro ed è l’unica possibilità per rinascere e ricominciare realmente ad amare, e a vivere.

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Sport e riscatto #Rio2016

wwwclickholecom_ (1)Michael Phelps era un bambino e un adolescente iperattivo e problematico. E’il più grande nuotatore di tutti i tempi, il più titolato nella storia delle olimpiadi moderne.
Rafaela Silva è cresciuta in una favela a Rio: oggi nella sua città stringe al collo l’oro olimpico nel judo.
Kayla Harrison festeggia la sua vittoria indossando la t-shirt “Fearless”, contro gli abusi sessuali, di cui lei stessa è stata vittima, per incoraggiare altre ragazze nella sua situazione.
La campionessa Simone Biles volteggia come una libellula, anche se è cresciuta senza i suoi genitori, vivendo in affido dai nonni, tra mille difficoltà.
E poi Chris Mears che, pur senza la milza e con anni di lotta contro una malattia che sembrava lasciarlo senza speranza, vince l’oro nei tuffi.
Sono solo alcune storie, ma certo possono dirci qualcosa. Non per trasformare i vincitori in “casi sociali” o fenomeni da guardare con pietismo. Tutt’altro. Sono storie che ci dicono che, malgrado i giochi di potere e gli errori, lo sport può ancora essere uno straordinario mezzo di salvezza e di riscatto.

(Photo credits: http://www.clickhole.com)

Scarpe e sogni

“Il Signore benedica i vostri sogni!”

gmg16Rileggendo le parole potenti di Papa Francesco in occasione della Veglia e della Celebrazione con i giovani alla Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia non posso fare a meno di pensare a quanto i ripetuti inviti del Papa assumeranno autenticamente e pienamente senso solo se quei giovani e tutti noi sapremo dare concretezza a quelle parole e raggiungere quella quota significativa di giovani nel mondo che – per vari motivi – non hanno e magari non avranno mai il desiderio o l’opportunità di ascoltarle.
Il Signore benedice anche i loro sogni? Ne sono convinta, anche se per loro è più difficile crederlo, anche se i loro sogni sono spesso infranti e i loro desideri feriti. Anche se si sentono privi di valore, per niente amabili, paralizzati nelle sabbie mobili di sconfitte che impediscono loro di esprimersi e avere fiducia. Giovani che sicuramente custodiscono nel cuore il desiderio di credere in qualcosa, ma che sono stati delusi dal mondo, dagli adulti e forse – ai loro occhi – anche da Dio stesso. Giovani che non hanno mai sperimentato il perdono o la misericordia.
È proprio a loro che va il mio pensiero in questo momento, perché se il nostro impegno e la nostra dedizione non li raggiungeranno saranno vani anche quei sorrisi, quei gesti, quelle preghiere che hanno reso così preziose le giornate di Cracovia o di Rio, Sidney, Colonia, Parigi, Tor Vergata…
Abbiamo un debito nei loro confronti e non potremo dirci appagati e pienamente credenti se la nostra libertà e la nostra fede non contageranno e non si contamineranno anche con quei mondi, apparentemente distanti, che richiedono per essere raggiunti nuovi sguardi, nuovi orizzonti, nuove scarpe.

[Photo credits: Stefano Antonini]

La solidarietà non basta più

emmanuelSchierarsi dalla parte di Emmanuel (l’uomo nigeriano ucciso a Fermo da un ultrà che aveva insultato e deriso la sua compagna) è importante, ma non basta.
Da tempo ci siamo abituati a linguaggi e scelte razziste e violente, anestetizzati persino al dolore e alla morte. L’Estate scorsa abbiamo avuto bisogno della morte di un bimbo di 3 anni, Aylan, per aprire gli occhi (il tempo di un caffè o poco più) sulla tragedia della Siria e sull’inferno di Kobane.

È servita la morte di Emmanuel per ricordarci quello che Boko Haram sta facendo in Nigeria.

Qui a Rimini abbiamo dovuto assistere impotenti alla morte assurda di Petrit (l’uomo ferocemente freddato in strada da tre uomini perché aveva osato difendere la nipote vittima di violenze) perché qualcuno si accorgesse che l’integrazione per alcuni uomini e alcune famiglie è già una realtà.
Se c’è qualcosa di ancora più drammatico di queste morti, è il fatto che siano necessarie delle simili circostanze per toccare le nostre coscienze e ricordarci la nostra umanità.

I morti nel Mediterraneo non ci indignano più. Quello che accade nel mondo sembra non riguardarci.
Solo le morti violente ci ricordano di aprire gli occhi e ci mettono in discussione?

È necessario fare un passo in più capovolgendo il nostro tradizionale punto di vista, rinnovando il nostro sguardo. Senza retorica o buonismi, ma con tutta la fatica che nel quotidiano queste scelte comportano.
Servono risposte diverse da parte della politica e delle istituzioni. Ci sono tante esperienze di generosità e accoglienza che vanno raccontate e valorizzate, perché non prevalga una narrazione distorta del fenomeno migratorio e perché le “chiacchiere da social” non vengano scambiate con la realtà.

Serve un linguaggio diverso, perché anche le parole accendono l’odio. Non possiamo infatti negare che anche alcuni media e la politica abbiano in questi anni contribuito a legittimare razzismo e rancore.
Serve maggiore impegno da parte di tutti nel quotidiano per riscrivere una “nuova grammatica dell’umano” (Enzo Bianchi) e riscoprire nuove pratiche di condivisione e umanità.
Altrimenti anche questa ondata di indignazione e solidarietà sarà inutile.

Anche su Rimini Social 2.0

“Mi offrono un incarico di responsabilità…”

CCFUCILo scorso 10 giugno a Roma mi è stato chiesto di riflettere insieme al Consiglio Centrale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) su un tema difficile: l’assunzione di ruoli di responsabilità e di impegno nella Federazione. Non è stato semplice, perché il tema apre numerose piste di riflessione e problematiche, e il rischio di utilizzare un tono demagogico o paternalista era fortemente in agguato. Per fortuna ho ricevuto almeno due grandi aiuti: le parole di don Matteo Ferrari, che ha anticipato il mio intervento con una riflessione sul discernimento (più che una riflessione, una vera e propria regola di vita che dovremmo tutti fare nostra) e che ha aperto il cuore e la mente di tutti noi all’ascolto, in secondo luogo l’apporto di tanti amici a cui ho chiesto aiuto per costruire quest’intervento. Che considero quindi una riflessione corale, che ancora una volta mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con persone con cui condividiamo lo stesso sentire[1].

Che cosa significa assumere un incarico nella Federazione? Come devono essere scelti i responsabili? Come sollecitare un servizio?

Questo è un tema importante, ma non l’unico. Da tanto tempo se ne dibatte in FUCI, si cercano soluzioni, ci si confronta. Ma non può diventare il centro di ogni dibattito, si corre altrimenti il rischio di perdere di vista altri e più importanti obiettivi e quello che rende significativa e piacevole la vita della Federazione.

Cosa rende per me efficace e sostenibile la scelta di un responsabile? Ecco alcune chiavi di lettura che spero possano venirci in aiuto.

  • PRENDERSI CURA. Innanzitutto delle persone: che vengono prima delle tessere, dei ruoli, degli incontri o di uno Statuto. Le forme (che pure servono!) non possono venire prima dei contenuti. La prima preoccupazione è quella di fare in modo che ogni fucino possa sperimentare quella straordinaria maturazione di fede e di vita che abbiamo avuto noi per primi l’occasione di vivere. In secondo luogo è necessario prendersi cura della Federazione. Questo significa anche saper leggere i bisogni della FUCI in quel determinato momento e modulare il proprio impegno sulla base delle reali necessità e non dei propri desideri o aspirazioni. Non ti servi della FUCI, ma servi la FUCI!
  • SUPERARE I PERSONALISMI. Con incarichi di così breve durata non c’è spazio per l’individualità fine a se stessa, per autocelebrarsi. Questo è sempre più difficile nell’epoca dei personalismi, dei selfie, di generazioni cresciute immerse dentro al mito di Narciso (G. Pietropolli Charmet). Ma proprio per questo bisogna costruire percorsi che più che il singolo lascino emergere la voce del gruppo e creino spazi di crescita per altri. Questo è importante anche per sentirsi sostenuti: il mio impegno non sarebbe stato lo stesso senza il sostegno della mia famiglia, del mio gruppo diocesano, della mia comunità parrocchiale. Da soli si va più veloce, ma insieme si arriva più lontano.
  • LA FUCI E’MOLTO…MA NON TUTTO. Anche se può sembrare un’esperienza totalizzante (e a volte lo è), è fondamentale preservare il proprio spazio di vita al di fuori della FUCI. Come? Innanzitutto attraverso la cura di sé intesa come il proprio diritto/dovere di essere studente (la serietà nello studio – inteso in senso montiniano – è un aspetto fondamentale e che deve qualificarci perché dallo studio nasce la ragione stessa dell’umiltà e ci si apre al servizio agli altri), nutrendo la propria formazione culturale e spirituale, coltivando le relazioni importanti e le proprie amicizie anche fuori dalla FUCI. È fondamentale conservare una buona dose di ironia e sana leggerezza. Questo significa anche non farsi schiacciare da una storia e da un passato importanti: Papa Francesco parla di fedeltà alla tradizione ma anche libertà (“Tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”, scriveva G. Mahler).
  • AD ECCEZIONE DI MARY POPPINS…NESSUNO E’PERFETTO! Il Presidente ideale mary-poppins-julie-andrewsnon esiste (neppure l’Incaricato Regionale o il RAF o il Presidente di gruppo), per questo la FUCI educa a lavorare insieme e nella corresponsabilità per trasformare i limiti di ciascuno in risorse e possibilità, mettendo in comune le proprie competenze e imparando anche a lasciarsi aiutare e correggere senza paura di essere condannati e giudicati ma sostenendosi invece a vicenda.

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Nicholas, la sua chitarra e il suo cuore

Italias-Got-Talent-2016-Nicholas-AngiuloNon ho grande simpatia per i talent show televisivi. Diciamocela tutta: ho un’innata idiosincrasia per quel mondo. Penso che nella maggior parte dei casi siano luoghi in cui si abusa della parola talento, in cui si distorcono le emozioni e che contribuiscano a creare in chi vi partecipa, soprattutto nei più giovani, false illusioni senza costruire nessuna reale opportunità. Cancellerei senza remore dal lessico degli italiani frasi come: “L’importante è arrivare (?) al pubblico” o “Sei stato eliminato, ma per noi tu hai già vinto”. Però devo ammettere che quello che è successo mercoledì sera a “Italia’s got talent”, è stato davvero qualcosa di importante.
Nicholas ha 17 anni, oggi vive in Calabria. Ha vissuto un’infanzia segnata da ferite e dolore, è cresciuto in affido e comunità, ha attraversato molti momenti difficili fino a trovare una famiglia che lo ha accolto.
Le sue canzoni non parlano quasi mai di amore. Parlano di temi complessi: di abusi, di malattia, di solitudine, di cosa significa vivere sulla strada. Quando era in comunità Nicholas ha conosciuto l’Associazione con cui collaboro, Agevolando. Per due anni di fila è stato ospite della nostra festa nazionale (“AgevolanDay”) e si è esibito per noi, coinvolgendo un sacco di suoi coetanei con la sua musica e le sue parole. Da quel momento seguiamo il suo canale Youtube, facciamo il tifo per lui, aspettiamo ogni suo nuovo singolo per ascoltare quello che avrà da raccontare.
Molti criticano questo tipo di esibizioni televisive perché sostengono che portare in televisione storie difficili sia solo un modo per suscitare falsi pietismi e commuovere. In alcuni casi lo penso anch’io, ma questa volta penso proprio che non sia andata così e vorrei per una volta lasciare da parte diffidenze e polemiche.
La chitarra e l’anima di Nicholas ci dicono altro: ci dicono che dal dolore si può risorgere, che nessun destino è irrimediabilmente segnato, che la musica è un potente antidoto alla solitudine e alla depressione ed è un mezzo di espressione incredibile. Ci dicono che anche se sei stato in comunità e hai vissuto esperienze familiari difficili, non sta scritto da nessuna parte che devi ritagliarti o farti cucire addosso l’etichetta di fallito. Il messaggio di Nicholas, che supera le sue parole (già così potenti), è un messaggio per tutte quelle ragazze e quei ragazzi che stanno vivendo un’esperienza simile alla sua e che spesso preferiscono sentirsi invisibili, nascosti. Per tutti coloro che pensano di non aver nulla da dire, o che non ci sia nessuno disposti ad ascoltarli.
Nicholas con la sua voce ci apre il suo cuore e ci fa entrare nel suo mondo con molto coraggio e dignità. E questa volta, davvero, chissenefrega delle imperfezioni o delle stonature. D’altronde la nostra vita non è proprio più interessante proprio perché imperfetta?
Grazie Nicholas perché su quel palco, forse senza volerlo, hai portato anche tutti i ragazzi come te e la vostra gigantesca voglia di riscrivere la vostra storia e costruire il vostro futuro.

In http://www.riminisocial.it

Qui l’esibizione di Nicholas: http://italiasgottalent.it/showvideo/282646/nicholas-vita-in-musica/04-05-2016/

Trentenni: cosa ci sta succedendo?

trentenniI trentenni non esistono più, secondo Zerocalcare, siamo “una generazione generosa, che si è dannata l’anima per trovare un posto nel mondo e ha visto tradite le sue aspettative”. Una generazione smarrita, secondo la sociologa Bernadette Bawin Legros, uomini e donne contraddistinti da un sentimento diffuso di disillusione. “Generazione Bim Bum Bam”, l’ha definita Alessandro Aresu (filosofo classe 1983).

Siamo cresciuti con le canzoni di Cristina D’Avena e giocando con il Crystal Ball. Abbiamo vissuto la caduta del Muro di Berlino e il mito, ormai deluso, di un’Europa veramente unita. Siamo i figli della generazione del ’68, del boom economico, della tragedia del terrorismo in Italia. Abbiamo scoperto il potere della tecnologia, le conseguenze di un sistema consumistico portato all’estremo.

Oggi siamo una generazione precaria e insicura, o almeno così ci dipingono. Molti di noi sono all’estero o hanno dovuto lasciare la loro città natale. Accettiamo lavori sottopagati e sottostimati rispetto al nostro titolo di studio e alle nostre competenze. Rimandiamo sempre più avanti nel tempo scelte definitive quali l’andare a vivere da soli, sposarsi, avere un figlio.

Una generazione vittima di un sistema che le ha tarpato le ali. Secondo il Presidente dell’Inps Tito Boeri chi è nato negli anni ’80 sarà costretto a lavorare almeno fino ai 75 anni e prenderà una pensione almeno il 25% più bassa di quelle di oggi.

Ma una generazione anche con delle proprie responsabilità: spesso volutamente assente dallo spazio pubblico, incapace di ribellarsi a ciò che non va, chiusa in un esasperato individualismo.

Trentenni che prolungano un’indefinita adolescenza o già troppo adulti per manifestare energie e riscattarsi.

Da qualche giorno la generazione dei trentenni si è resa protagonista di una terribile vicenda di cronaca nera, di cui tutti parlano. Roma, la città de “La grande bellezza”, ancora una volta insanguinata e ferita. Palcoscenico di nottate contraddistinte da sesso e divertimento senza regole, in cui smarrire la propria umanità.

Due persone, praticamente mie coetanee, che uccidono in modo così atroce un ragazzo di soli 23 anni, non possono che indurmi a riflettere sulla nostra identità generazionale.

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Foto dal blog “I Trentenni”