La più grande paura di una donna

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Un noto e molto amato locale riminese promuove su Facebook una serata organizzata per aiutare i single a conoscere persone nuove e divertirsi. Fin qui tutto bene. Ma l’inserzione si apre con una domanda: “Qual è la più grande paura di una donna?”. La risposta a caratteri cubitali: “RIMANERE SOLA!”.

Senza nessun tipo di pregiudizio nei confronti del locale (che frequento abitualmente e che mi piace molto), vorrei rispondere. Non tanto a chi organizza questi eventi, ma soprattutto a chi dovrebbe pubblicizzarli. E in generale a tutti quelli che, in modo più o meno consapevole, avrebbero dato la stessa risposta a quella domanda.

È vero, ci sono donne che hanno paura di rimanere sole.

Ma lo stesso, credetemi, può valere per molti uomini.

E soprattutto molto più della solitudine fanno paura le relazioni sbagliate. Persone e legami patologici, violenti, disfunzionali, portatori di squilibri. O anche solo artefatti e banali.

Le donne (e gli uomini) vogliono divertirsi, conoscere persone, sentirsi libere e soddisfatte di sé e delle proprie relazioni, poter scegliere. Possono affrontare la vita con coraggio e intraprendenza sia da sole che in coppia.

Ma francamente nel 2018 le donne no, non hanno paura di rimanere sole.

Odiano piuttosto dover ancora spiegare perché.

In: http://www.newsrimini.it/2018/01/la-piu-grande-paura-donna/ 

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Buon Natale, davvero.

MASTER CLASS

Buon Natale, allora, anche a tutti i bambini e i ragazzi esclusi, rifiutati, nati e cresciuti nel posto sbagliato, troppo soli, diversi.
Ma anche bambini e ragazzi attenti, coraggiosi, risoluti, altruisti, infaticabili costruttori di pace.
Natale è la festa di Dio che irrompe nella storia, nella nostra storia per dirci che c’è un’unica forza capace di cambiare, ostinatamente e inaspettatamente, il mondo.
La nascita. La vita.
E la nostra capacità di custodirla.

Buon Natale, davvero.

Tutto quello che non voglio

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Non voglio smettere di amare perché qualcuno in passato mi ha ferito.
Non voglio odiare tutti indistintamente perché qualcuno ha sbagliato.
Non voglio sacrificare la mia libertà all’altare della paura.
Non voglio che la vendetta sia l’unica soluzione.
Alla violenza, non voglio rispondere con violenza.
Non voglio semplificare questioni complesse con slogan.
Voglio capire, ascoltare, impegnarmi, educare. Andare anche controcorrente. Resistere.
È il momento di uscire dal silenzio e prendere una posizione.
Non voglio un mondo in cui la diversità sia un disvalore, le minoranze condannate alla marginalità.
Non voglio negare la rabbia ma non voglio neppure che “condanniamoli a morte” sia l’ultima parola.
Gli attentatori di Barcellona, qualcuno lo ha già scritto, non erano mostri. Erano “nostri”.
E in qualche modo anche il branco responsabile delle violenze e degli stupri è un prodotto – terribile – della
nostra società.
La “banalità del male” si annida ovunque.
Non voglio consegnare ai miei figli un mondo abitato dalla paura.
Non voglio che guardino alla bontà con diffidenza, che considerino la solidarietà pura retorica.
Che si lascino convincere da idee totalizzanti per paura della loro libertà.
Le nostre grida scomposte, la nostra violenza verbale, l’attitudine a non rispettare le regole, il sessismo più
o meno esplicito, la nostra schizofrenia tra reale e virtuale, il nostro essere cattivi maestri non sono privi di
conseguenze.
Tutto contribuisce a creare quella cultura nichilista che ci rende ogni giorno più soli e soprattutto meno
umani.
La storia forse un giorno, anche di tutto questo, ci chiederà conto.

In: http://www.newsrimini.it/2017/09/quello-non-voglio/

Chi ha paura dello straniero?

bonding-1985863_960_720Da qualche tempo quando incontro gruppi di studenti, parrocchie o associazioni per parlare di immigrazione, comincio con qualche domanda. Quanti sono gli stranieri in Italia? Quanti a Rimini?

Le risposte, quasi sempre, sovradimensionano il fenomeno.

Una ricerca molto interessante dell’istituto britannico Ipsos Mori conferma quanto evidenziato dal mio piccolo campione statistico: nel 2015 gli italiani ritenevano che la percentuale di stranieri sul territorio italiano fosse vicina al 26 per cento. Gli stranieri residenti in Italia sono invece 5.026.153, pari all’8,3% della popolazione (dati al 1°gennaio 2016). Uno scarto di almeno 18 punti percentuali.

Ancora meno rilevante la percentuale dei rifugiati: l’Italia è agli ultimi posti in Europa per incidenza sulla popolazione totale (1,9 ogni mille abitanti). Il maggior numero di rifugiati non risiede in Europa ma in paesi extraeuropei (Turchia, Pakistan, Libano)1. A Rimini si conta appena 1 rifugiato ogni 2.500 abitanti2.

Un altro tema che si collega alla presenza della popolazione migrante nel nostro paese è quello della sicurezza.

La percezione diffusa è quella di città sempre meno sicure. Io stessa potrei raccontare di tanti episodi di furti, rapine o aggressione che hanno riguardato me, la mia famiglia o i miei vicini di casa negli ultimi mesi, per questo non voglio assolutamente sminuire il problema. Ma, anche in questo caso, il senso di vulnerabilità dei cittadini è spesso superiore al dato di realtà.

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Non c’era posto

non-cera-posto-per-loro-nellalbergobuon-natale-a-chi-non-ha-nullama-in-fondo-ha-tuttoperche-sa-fare-posto-agli-altri“Non c’era posto per loro nell’albergo”.

È il versetto del Vangelo che ha risuonato con più forza nel mio cuore in questo tempo di attesa.

Non trovare posto, rimanere fuori, non sentirsi parte di qualcosa. A tutti è capitato di soffrire a causa di uno di questi motivi.

Ho pensato a chi non trova posto.

C’è Mario, che anche oggi ha bevuto fino a stare male. E così, come spesso accade, non troverà posto neppure in un dormitorio stanotte. Sono le regole, e lui passerà la vigilia di Natale sulla strada.

Oppure Ronald che ha ripreso la stessa nave che lo aveva portato, minorenne e solo, qui a Rimini dall’Albania. Ronald non aveva amici o parenti, difficoltà a capire e adattarsi, non era mai andato a scuola. Qui in Italia per lui non c’era posto, nessuna soluzione o disponibilità ad accoglierlo una volta divenuto maggiorenne. È tornato in quella baracca di legno in cui è cresciuto, senza futuro o opportunità.

Marica è una ragazzina con autismo. I suoi genitori, quotidianamente, si sentono dire che non c’è posto. A scuola, dove trovare una classe giusta per lei è difficile. A un corso di ballo, in cui non se la sentono di accettarla, anche se Marica quando sente la musica è felice e leggera. A volte persino in parrocchia, perché – spiegano i catechisti – è troppo difficile inserire Marica nel gruppo degli altri ragazzi.

Ma poi penso anche a Barbara. Che da più di vent’anni accoglie in affido bambini e ragazzi nella sua famiglia. A quel bimbo con sindrome di down che, alla fine, è diventato suo figlio.

E penso a Ugo, che in Sardegna dà un’opportunità a qualcuno che difficilmente troverebbe posto da solo nel mondo del lavoro.

Penso ad Agnese, che ha trovato spazio nel suo cuore per il perdono.

Ai ragazzi e alle ragazze “fuori famiglia” che non hanno avuto paura di ricominciare. Perché, scrivono, “le nostre storie rimangono ma non ci devono schiacciare”.

La voce del “non c’è posto per voi” è sicuramente più forte. Ma c’è una rivoluzione silenziosa di cui nessuno, forse, parlerà ma che come quel bambino nato in una mangiatoia ha la forza di cambiare il mondo.

È la rivincita di chi non ha nulla, ma in fondo ha tutto, perché sa fare posto agli altri.

Buon Natale. Silvia

 

Perdono, una logica alternativa

20160828_162751Affrontare il tema del perdono non è semplice. Facile cadere in banalizzazioni o fraintendimenti. Il perdono con fatica si può definire, o dire in astratto.

Il gruppo “Cristiani in ricerca” promosso dalla FUCI e dal MEIC, che per il settimo anno consecutivo si è incontrato al Monastero di Camaldoli dal 26 al 28 agosto scorsi, ha scelto nell’anno dedicato alla misericordia di affrontare questo tema interrogandosi innanzitutto sulla possibilità concreta di una “logica alternativa” nel percorrere itinerari di perdono.

Siamo partiti da uno sguardo alla Scrittura, guidati da Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli. Attraverso la lettura di alcuni testi (il Salmo 85, Osea 11, Matteo 18, Romani 5,8-11) abbiamo scoperto il perdono come elemento costitutivo della fede cristiana e, soprattutto, come conseguenza di sapersi gratuitamente perdonati da Dio di un debito apparentemente insaldabile. La dinamica del perdono di Dio diventa quindi il fondamento del perdono umano.

Di un perdono come atto gratuito e liberante, è stata per noi straordinaria testimone Agnese Moro. Grazie all’incontro con Guido Bertagna e con un gruppo di docenti dell’Università Cattolica (raccontato ne “Il libro dell’incontro” – Il Saggiatore, 2015) ha intrapreso un percorso insieme ad altre vittime e familiari di dialogo con i protagonisti della lotta armata.

Il perdono non è un atto di bontà – ci ha detto chiaramente – non è neppure un colpo di spugna o un sentimento, sarebbe sbagliato pensare che esista un dislivello tra chi perdona e chi è perdonato. Non è neppure possibile creare una memoria comune, ma ci si può educare a rendersi partecipi della memoria gli uni degli altri. Il perdono diviene così una decisione, la volontà precisa di interrompere una catena di dolore, che altrimenti seguiterebbe all’infinito. La violenza distrugge le persone, le trasforma in cose: solo il perdono aiuta a riscoprire l’umanità dell’altro ed è l’unica possibilità per rinascere e ricominciare realmente ad amare, e a vivere.

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Sport e riscatto #Rio2016

wwwclickholecom_ (1)Michael Phelps era un bambino e un adolescente iperattivo e problematico. E’il più grande nuotatore di tutti i tempi, il più titolato nella storia delle olimpiadi moderne.
Rafaela Silva è cresciuta in una favela a Rio: oggi nella sua città stringe al collo l’oro olimpico nel judo.
Kayla Harrison festeggia la sua vittoria indossando la t-shirt “Fearless”, contro gli abusi sessuali, di cui lei stessa è stata vittima, per incoraggiare altre ragazze nella sua situazione.
La campionessa Simone Biles volteggia come una libellula, anche se è cresciuta senza i suoi genitori, vivendo in affido dai nonni, tra mille difficoltà.
E poi Chris Mears che, pur senza la milza e con anni di lotta contro una malattia che sembrava lasciarlo senza speranza, vince l’oro nei tuffi.
Sono solo alcune storie, ma certo possono dirci qualcosa. Non per trasformare i vincitori in “casi sociali” o fenomeni da guardare con pietismo. Tutt’altro. Sono storie che ci dicono che, malgrado i giochi di potere e gli errori, lo sport può ancora essere uno straordinario mezzo di salvezza e di riscatto.

(Photo credits: http://www.clickhole.com)

Scarpe e sogni

“Il Signore benedica i vostri sogni!”

gmg16Rileggendo le parole potenti di Papa Francesco in occasione della Veglia e della Celebrazione con i giovani alla Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia non posso fare a meno di pensare a quanto i ripetuti inviti del Papa assumeranno autenticamente e pienamente senso solo se quei giovani e tutti noi sapremo dare concretezza a quelle parole e raggiungere quella quota significativa di giovani nel mondo che – per vari motivi – non hanno e magari non avranno mai il desiderio o l’opportunità di ascoltarle.
Il Signore benedice anche i loro sogni? Ne sono convinta, anche se per loro è più difficile crederlo, anche se i loro sogni sono spesso infranti e i loro desideri feriti. Anche se si sentono privi di valore, per niente amabili, paralizzati nelle sabbie mobili di sconfitte che impediscono loro di esprimersi e avere fiducia. Giovani che sicuramente custodiscono nel cuore il desiderio di credere in qualcosa, ma che sono stati delusi dal mondo, dagli adulti e forse – ai loro occhi – anche da Dio stesso. Giovani che non hanno mai sperimentato il perdono o la misericordia.
È proprio a loro che va il mio pensiero in questo momento, perché se il nostro impegno e la nostra dedizione non li raggiungeranno saranno vani anche quei sorrisi, quei gesti, quelle preghiere che hanno reso così preziose le giornate di Cracovia o di Rio, Sidney, Colonia, Parigi, Tor Vergata…
Abbiamo un debito nei loro confronti e non potremo dirci appagati e pienamente credenti se la nostra libertà e la nostra fede non contageranno e non si contamineranno anche con quei mondi, apparentemente distanti, che richiedono per essere raggiunti nuovi sguardi, nuovi orizzonti, nuove scarpe.

[Photo credits: Stefano Antonini]

La solidarietà non basta più

emmanuelSchierarsi dalla parte di Emmanuel (l’uomo nigeriano ucciso a Fermo da un ultrà che aveva insultato e deriso la sua compagna) è importante, ma non basta.
Da tempo ci siamo abituati a linguaggi e scelte razziste e violente, anestetizzati persino al dolore e alla morte. L’Estate scorsa abbiamo avuto bisogno della morte di un bimbo di 3 anni, Aylan, per aprire gli occhi (il tempo di un caffè o poco più) sulla tragedia della Siria e sull’inferno di Kobane.

È servita la morte di Emmanuel per ricordarci quello che Boko Haram sta facendo in Nigeria.

Qui a Rimini abbiamo dovuto assistere impotenti alla morte assurda di Petrit (l’uomo ferocemente freddato in strada da tre uomini perché aveva osato difendere la nipote vittima di violenze) perché qualcuno si accorgesse che l’integrazione per alcuni uomini e alcune famiglie è già una realtà.
Se c’è qualcosa di ancora più drammatico di queste morti, è il fatto che siano necessarie delle simili circostanze per toccare le nostre coscienze e ricordarci la nostra umanità.

I morti nel Mediterraneo non ci indignano più. Quello che accade nel mondo sembra non riguardarci.
Solo le morti violente ci ricordano di aprire gli occhi e ci mettono in discussione?

È necessario fare un passo in più capovolgendo il nostro tradizionale punto di vista, rinnovando il nostro sguardo. Senza retorica o buonismi, ma con tutta la fatica che nel quotidiano queste scelte comportano.
Servono risposte diverse da parte della politica e delle istituzioni. Ci sono tante esperienze di generosità e accoglienza che vanno raccontate e valorizzate, perché non prevalga una narrazione distorta del fenomeno migratorio e perché le “chiacchiere da social” non vengano scambiate con la realtà.

Serve un linguaggio diverso, perché anche le parole accendono l’odio. Non possiamo infatti negare che anche alcuni media e la politica abbiano in questi anni contribuito a legittimare razzismo e rancore.
Serve maggiore impegno da parte di tutti nel quotidiano per riscrivere una “nuova grammatica dell’umano” (Enzo Bianchi) e riscoprire nuove pratiche di condivisione e umanità.
Altrimenti anche questa ondata di indignazione e solidarietà sarà inutile.

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