Ethicjobs, lavorare bene per vivere meglio

ethicjobsLuca Carrai ha solo 27 anni ma idee chiare e ambiziose: cambiare il mondo un poco alla volta, attraverso pratiche e scelte quotidiane. Nato in Toscana a Castiglione della Pescaia, dopo una laurea in Lettere e Filosofia a Firenze, approda a Rimini per studiare Economia, in particolare la Laurea Magistrale in Tourism Economics and Management. Si innamora di questa città e la sua passione lo porta, ancora una volta, a impegnarsi concretamente per fare qualcosa di innovativo e importante. Decide di mettere radici in Romagna e, insieme a un gruppo di amici, fonda l’associazione universitaria “Slash”.

Ma questo non basta: la sua idea è quella di fare incontrare business ed etica come dimensioni non contrapposte, ma complementari. Così, quasi per caso, nasce l’idea di “Ethicjobs”, un progetto che sin da subito riscuote successo e attenzione da parte di tanti e che sta muovendo i suoi primi passi. Facciamo qualche domanda a Luca per saperne qualcosa di più.

Come nasce l’intuizione di “Ethicjobs” e quali sono i punti di forza di questo progetto?

È stato calcolato che ogni persona passa nella vita circa 109.800 ore lavorando per un totale di 14.600 giorni. In pratica dedichiamo al lavoro il 15% della nostra esistenza. Un aspetto così importante, non può allora essere dato per scontato. Da qui l’intuizione di fare qualcosa perché le ore spese al lavoro possano essere sempre più un tempo di qualità.

Ethicjobs è un progetto che nasce con l’idea di premiare ed elevare la qualità del lavoro in Italia (anche) attraverso una piattaforma che darà visibilità e certificherà le aziende che offriranno i migliori standard di qualità lavorativa. Un processo bottom-up, in cui saranno gli stessi dipendenti dell’azienda a certificare le proprie condizioni lavorative contribuendo a delineare un quadro delle migliori imprese italiane. La logica è un po’quella di “Trip Advisor” ma applicata al mondo del lavoro e con scopi totalmente diversi.

Attualmente mi sento di dire che il progetto ha quattro fondamentali punti di forza: un’idea vincente e innovativa, un team di tredici persone variegato ma unito da forte motivazione ed entusiasmo, partnership strategiche e un buon numero di finanziamenti già ottenuti.

Per noi è fondamentale che il progetto abbia una ricaduta territoriale forte: vogliamo migliorare Rimini, la città in cui viviamo mettendo al centro una visione etica del lavoro. E vogliamo che l’esperienza riminese sia poi d’esempio per altri comuni.

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La parola ai trentenni

trentenni2La riflessione sulla generazione dei trentenni che ho tentato di proporre dopo la tragedia del Collatino a Roma, ha stimolato numerose reazioni. Troppo preziose per non raccoglierle e continuare così a discutere.
Scrive Carlo, uno dei tanti che si sta costruendo un futuro all’estero: “Credo che ci siano tre cose da prendere in considerazione: Innanzitutto siamo la prima generazione a vivere in uno stato di continua “crisi” (i primi anni novanta e le crisi del sistema politico italiano e di tutto un mondo di riferimenti, dal posto fisso ai partiti tradizionali, alla pensione sicura…). In qualche modo ci è sempre stato detto che non ci sarebbe stato un futuro. In secondo luogo siamo la prima generazione “di minoranza” – numericamente siamo meno non solo dei nostri genitori ma anche dei nostri nonni. In più “valiamo” anche meno per il mercato visto il nostro scarso potere reddituale. Terzo: siamo figli di una generazione, i baby boomer, che ha distrutto i valori precedenti senza veramente costruirne dei nuovi. Il risultato è che il nostro universo di valori è stato sempre schizofrenico e tendenzialmente appiattito su un relativismo intollerante e modaiolo”. Concorda con lui Alessandra: “Io penso che siamo una generazione che, da che ne abbia memoria, ha purtroppo assorbito sempre una sorta di “pessimismo sociale”, molto spesso eccessivo e immotivato. E in questo pantano o rimani un eterno adolescente o diventi da subito fin troppo adulto”.
È una crisi di valori, anche per Daniele: “Io penso che un ruolo determinante lo abbia anche lo smarrimento di una prospettiva di Fede. Lo dice bene Don Armando Matteo in ‘La prima generazione incredula’: la prima generazione di persone “senza Fede” è la nostra, quella dei 30enni di oggi”. Dello stesso parere Carmela: “Ho 35 anni. alle riflessioni che hai fatto, aggiungerei che la nostra generazione non ha mai avuto grandi ideali, siamo quelli del post: post modernità, postcomunismo, post boom economico, etc… A ragione non crediamo nella politica, ma non abbiamo cercato neanche più di tanto dei valori alternativi”. E Maria Rosaria: “La deriva dei due killer del Collatino è un’estremizzazione di un fenomeno che purtroppo colpisce molti nostri coetanei. La mancanza di senso della vita. Io non vedo altro in questa vicenda e nel consumarsi violento della vita di molti altri”.

C’è poi, impossibile negarlo, il problema del lavoro. Andrea, che si è da poco laureato in giurisprudenza a Milano, scrive: “Ci sono due aspetti su cui rifletto da tempo. Innanzitutto il paradosso per cui la nostra società mediamente economicamente “sta bene” (nonostante la crisi), ma i giovani non trovano lavoro. Questo crea una sproporzione tra potenzialità, idealità, benessere e difficoltà nell’incanalare tutto ciò all’interno di un progetto di vita aperto alla solidarietà e alla comunità. Qui credo nasca anche il problema della partecipazione “politica”: il sano egoismo di pensare alla sicurezza lavorativa per il futuro rompe la catena di disponibilità a servire tutti e, al crescere della disaffezione, non fa nascere un moto di impegno”.
C’è chi sceglie di andarsene, è il caso dell’autore del blog Italiano in America che commenta: “Queste considerazioni mi mettono un velo di tristezza soprattutto perché non vedo alcuno spiraglio. Credo che la nostra generazione sia nata alla fine di un boom economico e di benessere nella quale l’Italia si crogiolava le cui ripercussioni si sono manifestate a partire dalla nostra generazione. penso che la strada sia ancora lunga ed in salita purtroppo, motivo per cui a breve mi trasferisco con mia moglie e mio figlio negli Stati Uniti”.

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Trentenni: cosa ci sta succedendo?

trentenniI trentenni non esistono più, secondo Zerocalcare, siamo “una generazione generosa, che si è dannata l’anima per trovare un posto nel mondo e ha visto tradite le sue aspettative”. Una generazione smarrita, secondo la sociologa Bernadette Bawin Legros, uomini e donne contraddistinti da un sentimento diffuso di disillusione. “Generazione Bim Bum Bam”, l’ha definita Alessandro Aresu (filosofo classe 1983).

Siamo cresciuti con le canzoni di Cristina D’Avena e giocando con il Crystal Ball. Abbiamo vissuto la caduta del Muro di Berlino e il mito, ormai deluso, di un’Europa veramente unita. Siamo i figli della generazione del ’68, del boom economico, della tragedia del terrorismo in Italia. Abbiamo scoperto il potere della tecnologia, le conseguenze di un sistema consumistico portato all’estremo.

Oggi siamo una generazione precaria e insicura, o almeno così ci dipingono. Molti di noi sono all’estero o hanno dovuto lasciare la loro città natale. Accettiamo lavori sottopagati e sottostimati rispetto al nostro titolo di studio e alle nostre competenze. Rimandiamo sempre più avanti nel tempo scelte definitive quali l’andare a vivere da soli, sposarsi, avere un figlio.

Una generazione vittima di un sistema che le ha tarpato le ali. Secondo il Presidente dell’Inps Tito Boeri chi è nato negli anni ’80 sarà costretto a lavorare almeno fino ai 75 anni e prenderà una pensione almeno il 25% più bassa di quelle di oggi.

Ma una generazione anche con delle proprie responsabilità: spesso volutamente assente dallo spazio pubblico, incapace di ribellarsi a ciò che non va, chiusa in un esasperato individualismo.

Trentenni che prolungano un’indefinita adolescenza o già troppo adulti per manifestare energie e riscattarsi.

Da qualche giorno la generazione dei trentenni si è resa protagonista di una terribile vicenda di cronaca nera, di cui tutti parlano. Roma, la città de “La grande bellezza”, ancora una volta insanguinata e ferita. Palcoscenico di nottate contraddistinte da sesso e divertimento senza regole, in cui smarrire la propria umanità.

Due persone, praticamente mie coetanee, che uccidono in modo così atroce un ragazzo di soli 23 anni, non possono che indurmi a riflettere sulla nostra identità generazionale.

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Foto dal blog “I Trentenni”

Yes we can! Dibattito su giovani e lavoro con la GIOC

1781909_710681859052759_7745624109231595794_nNon solo PER i giovani ma CON i giovani. È il metodo che la GIOC (Gioventù Operaia Cristiana) da oltre settant’anni mette in campo in Italia per accompagnare i giovani studenti e lavoratori svolgendo un’attività educativa, formativa e di evangelizzazione in ambito popolare. Una sezione della GIOC è presente da alcuni anni anche a Rimini e Venerdì 13 Febbraio ha promosso presso il Centro Giovani “RM25” l’evento/dibattito: “Ce la possiamo fare…Yes we can!”, un momento di scambio, confronto e festa sul coinvolgente e delicato tema giovani e lavoro.

L’evento è stato anche l’occasione per presentare gli esiti della ricerca-azione: “Work or not work? I giovani di Rimini tra lavoro e non lavoro”, un’attività realizzata nell’ambito del progetto “AVANTI TUTTI!” a cui hanno preso parte le associazione Centro 21, Rimini Autismo, L’incontro, Tana Libera Tutti, A.v.u.l.s.s. Bellaria, Arcobaleno, CML – Cristiani nel mondo del lavoro, Vite in transito, I colori del mondo con il sostegno del Centro di Servizio per il volontariato Volontarimini.

A presentare la ricerca Davide Melucci, che insieme a Michela Vietri coordina anche le attività riminesi della GIOC, e proprio lui rivolgiamo qualche domanda.

Qual è stato l’obiettivo di questa ricerca e quanti giovani ha coinvolto?

Obiettivo di questo lavoro di ricerca-azione è stato quello di incontrare i giovani riminesi e indagare i loro stati d’animo e le loro aspirazioni rispetto al mondo del lavoro. All’indagine hanno partecipato 219 giovani della Provincia di Rimini tra i 17 e i 25 anni a cui è stato somministrato un questionario ad hoc. La ricerca è stata possibile principalmente grazie al supporto di CML e Arcobaleno e al contributo dei ragazzi che abbiamo incontrato nelle scuole, nelle parrocchie, nei centri giovani, in strada.

L’ipotesi di fondo era l’idea che, in questo momento di crisi occupazionale ed economica, molti giovani non siano in possesso delle informazioni e degli strumenti necessari per cercare un impiego. Abbiamo successivamente cercato di colmare proprio questo vuoto attraverso alcune azioni concrete in collaborazione con altre realtà del territorio.

Le interviste hanno confermato la vostra ipotesi iniziale? Quali sono stati i dati più significativi emersi dall’indagine?

Dal campione intervistato emerge effettivamente che i giovani pur conoscendo gli enti istituzionali deputati ad orientare e supportare le scelte lavorative (Comune, Centro per l’Impiego, Associazioni di categoria…) difficilmente si rivolgono ad essi per cercare lavoro ma preferiscono affidarsi a famiglia, amici, associazioni di volontariato, contatti diretti e personali.

Molto diversa anche l’immagine della popolazione giovanile da quello che spesso la politica e la stampa raccontano esprimendo giudizi negativi quasi a voler insinuare che la responsabilità dell’alto tasso di disoccupazione giovanile sia in parte responsabilità della svogliatezza e dell’immobilismo delle nuove generazioni. Il 69% degli intervistati ha infatti dichiarato che sarebbe disponibile a trasferirsi all’estero per poter lavorare e il 90,5% dei ragazzi è disposto, o lo ha già fatto, ad intraprendere un’attività lavorativa non inerente al proprio percorso di studi pur di essere occupato.

Quali attività correlate alla ricerca avete svolto?

In questo anno di lavoro oltre all’indagine abbiamo realizzato cinque laboratori di orientamento al lavoro che si sono conclusi anche con una visita ad un’importante azienda del territorio, Teddy Group, per capirne il funzionamento. Inoltre il 1 Maggio abbiamo organizzato una festa in piazza Cavour: “Mayday mayday MyWork” come momento culminante del progetto. Per il lavoro nelle scuole fondamentale è stata la collaborazione con la CGIL riminese. In generale abbiamo voluto cominciare un cammino educativo con i giovani riminesi per aiutarli a riflettere ma anche ad avere fiducia, nonostante tutto, un cammino che vuole proseguire con altri progetti e proposte mantenendo i fili che ci hanno legato ai ragazzi incontrati.

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La festa degli allievi di “I care” e “P.O.I.”. Obiettivo: integrazione!

IMG-20140606-WA0005Da più di 10 anni la Fondazione Enaip S. Zavatta si impegna nel creare un ponte tra Formazione e Lavoro per ragazzi in situazione di svantaggio o disabilità attraverso le azioni dell’Operazione P.O.I. (Progetto Obiettivo Integrazione). L’obiettivo è quello di agevolare il passaggio di questi ragazzi, che frequentano le scuole medie superiori, dalla scuola al mondo del lavoro con percorsi diversificati e personalizzati tramite un approccio di progettazione partecipata. Negli anni sono stati coinvolti 11 istituti scolastici ed è stato definito un protocollo d’intesa con i diversi soggetti coinvolti per favorire l’integrazione sociale e lavorativa delle persone con disabilità.

Il progetto si struttura concretamente con due azioni: i laboratori “I care” e i tirocini orientativi/formativi.
I laboratori prevedono simulazioni di attività lavorative e pratiche, riproducendo fedelmente uno spazio lavorativo e produttivo, diventando il luogo di condivisione di esperienze non strettamente disciplinari condotte in un clima relazionale non competitivo, in cui è possibile trasformare una necessità individuale in una risorsa comune, favorire il senso di reciprocità e di appartenenza, favorire il faticoso ma importante tragitto di costruzione di un’identità adulta.

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Neomaggiorenni al lavoro: inserimento lavorativo e autonomia

L’Associazione Agevolando ONLUS, la prima associazione nata in Italia dall’iniziativa di giovani che hanno trascorso parte della loro infanzia e adolescenza “fuori famiglia”, ha promosso lo scorso 28 Maggio a Bologna un evento pubblico a conclusione del progetto “Più in. L.A. Ragazzi” (Più Inclusione, Lavoro e Autonomia per i ragazzi).
Il progetto, che si rivolgeva a giovani neomaggiorenni in uscita da percorsi residenziali “fuori famiglia” , è stato realizzato nelle province di Bologna, Ferrara, Ravenna, Modena e Cesena e ha coinvolto 19 ragazzi a cui è stata data la possibilità di svolgere diverse attività di formazione e avviamento al lavoro compresa l’attivazione di borse-lavoro grazie alla collaborazione con ben 35 aziende che si sono rese disponibili per accogliere i ragazzi o realizzare con loro attività formative.
Oltre ad Agevolando sono state coinvolte la Cooperativa Csapsa2 (Bologna); il Ceis (Bologna-Modena); l’Istituto Don Calabria (Ferrara); la Cooperativa OpenGroup (Ex “La Rupe” – Bologna); la Cooperativa Arké (Cesena); la Cooperativa “Il Cerchio”, (Ravenna); la Cooperativa Cidas (Ferrara); la Cooperativa Aliante (Modena). Il progetto è stato inoltre co-finanziato dalla Fondazione “Aiutare i bambini” ONLUS di Milano che è stata presente al convegno presentando le proprie attività e i propri progetti attraverso la voce del Presidente Goffredo Modena .

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La storia di Mohammed, il mio augurio di buona Pasqua

Una storia di dolore e resurrezione. E’la storia che mi piace raccontarvi e condividere con voi per augurarvi davvero una gioiosissima e Santa Pasqua!

Il fondo per il lavoro…al lavoro. La storia di Mohammed.

immigrati_lavoro.jpgImmaginate di trovarvi in un paese che non è il vostro, senza conoscere la lingua, i vostri cari lontani. È la storia di tanti ragazzi giovanissimi che, soli, raggiungono l’Italia con un unico grande obiettivo: trovare lavoro e aiutare la propria famiglia. È la storia di Mohammed (nome di fantasia, ndr), che quando è arrivato a Rimini dopo un viaggio rocambolesco era ancora minorenne e aveva una storia dolorosissima, ma aveva anche le idee molto chiare sul da farsi. Il suo percorso ha avuto molti intoppi, molte battute d’arresto.
Non trovare lavoro, essere rifiutato da alcune aziende, il pensiero della propria famiglia in Africa sempre più in difficoltà, ha dilaniato Mohammed per settimane.
Pensieri che si rincorrevano incessanti, paura di aver sbagliato tutto.
Ma anche una certezza che regalava qualche speranza: aver trovato persone che si prendevano cura di lui, che gli volevano bene, di cui poteva fidarsi.
È stato davvero, il caso di dirlo, un lavoro di rete ben fatto.

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Studenti stranieri: ben integrati, ma scettici sul futuro in Italia

Negli ultimi dieci anni la presenza di studenti stranieri con cittadinanza non italiana nelle scuole italiane è quasi quadruplicata, e in Emilia-Romagna l’incidenza degli studenti stranieri sulla percentuale totale è la più alta, pari al 14,6% (dati Quaderni Ismu 1/2013). Altrettanto significativa la situazione delle scuole riminesi dove su una popolazione complessiva di 38.632 studenti, ben 3.843 sono ragazzi stranieri (pari a circa il 10%).

Il tema degli studenti stranieri cresce in rilevanza ogni giorno di più e non è un caso che sia stato al centro dell’indagine conoscitiva svolta nella provincia di Rimini e presentata in conferenza stampa lo scorso 21 Gennaio, dal titolo: Giovani stranieri nella provincia di Rimini – Un focus sulla scuola secondaria di II grado e sul Sistema di Istruzione e Formazione professionale. La ricerca è stata condotta da Linda Pellizzoli, ricercatrice in ambito sociale e giovanile, ed è stata realizzata all’interno del progetto Conoscere è cambiare, dentro le vulnerabilità e l’integrazione coordinato da Judith Mongiello e promosso dalle Associazioni Arcobaleno, Pacha Mama, Rumori Sinistri, Nido del Cuculo, Tiger of Bangladesh, Borgo della Pace, Legambiente La Roverella, Avulss di Bellaria, Aibid, Espero, Maria Negretto e Vite in Transito in collaborazione con Arci, Educaid e Isur e con il sostegno di Volontarimini – Centro di Servizio per il Volontariato della provincia di Rimini.

L’indagine ha coinvolto 55 studenti stranieri (33 ragazzi e 22 ragazze) di 21 differenti nazionalità, nell’obiettivo di coinvolgere le scuole e i policy maker in un processo di maggiore conoscenza del fenomeno e di miglioramento della qualità dei servizi offerti.
Tra gli elementi più interessanti dell’indagine emergono le difficoltà che gli studenti stranieri affrontano nell’inserirsi nel sistema scolastico italiano (per esempio la difficoltà ad apprendere la lingua italiana e alcuni episodi di discriminazione) ma in generale un giudizio complessivo positivo sulla scuola italiana e sulle relazioni con i compagni e gli insegnanti. Particolarmente apprezzato è l’approccio degli insegnanti degli Enti di Formazione professionale, considerati più attenti al singolo e sensibili nella relazione con gli studenti.

Colpisce però come la maggior parte degli studenti (i due terzi) non immagini in un futuro di rimanere in Italia: i giovani intervistati hanno infatti espresso preoccupazione per la crisi economica che attraversa il paese e si sono mostrati critici sul sistema lavorativo italiano, considerato troppo poco meritocratico.
A questo proposito Massimo Spiaggiari, dell’ARCI Rimini, ha evidenziato l’importanza di tenere conto anche del clima culturale in cui questi ragazzi crescono e studiano e della necessità di metterci in discussione e attrezzarci per dare risposte alle esigenze di questa generazione, anche rispetto al tema della dispersione scolastica.
All’interno del progetto è stata inoltre inserita una campagna di promozione del volontariato giovanile: “Lo faccio anch’io” presentata attraverso uno spot realizzato da Alberto Romanotto (nel sito: lofaccioanchio.wordpress.com) che si propone di ribaltare gli stereotipi sul volontariato e sensibilizzare e informare in maniera virale i giovani rispetto alla possibilità di impegnarsi in progetti di volontariato attraverso le associazioni riminesi.

Silvia Sanchini

in http://www.newsrimini.it/sociale