Una scuola che non è una scuola

scuola_santarcangelo2Non ci sono voti, non ci sono classi ma solo tanta voglia di mettersi in gioco e conoscersi. È una scuola che non è una scuola. È l’ultima iniziativa promossa nell’ambito del progetto SPRAR, rete di servizi per la protezione e l’accoglienza di richiedenti asilo, gestito dalla coop. sociale Il Millepiedi di Rimini.

Ne parliamo proprio oggi, 20 giugno, data in cui in tutto il mondo si celebra la “Giornata mondiale del rifugiato”, per accendere i riflettori su questa realtà che in Italia riguarda circa 131.000 persone (dati Unhcr giugno 2016).

Uno degli ostacoli da superare per chi arriva nel nostro Paese riguarda sicuramente l’apprendimento della lingua italiana, ma anche la possibilità di inserirsi positivamente nel territorio, costruendo reti relazionali significative.

Da questi presupposti nasce il progetto di una “Scuola d’italiano” (un nome assolutamente provvisorio) coordinato da Massimiliano Zannoni, educatore della cooperativa sociale “Il Millepiedi”, che racconta: “I ragazzi inseriti nei progetti Sprar hanno da ‘contratto’ almeno 10 ore di scuola di italiano alla settimana da frequentare ma spesso queste ore non sono sufficienti o a causa delle classi troppo numerose i risultati tardano ad arrivare. Siamo invece convinti che la possibilità di apprendere al meglio la lingua italiana sia elemento imprescindibile per una buona integrazione, e soprattutto per la possibilità di accedere a corsi di formazione e al mondo del lavoro”.

Da alcuni mesi – continua – qui a Santarcangelo di Romagna abbiamo intrapreso una collaborazione con la parrocchia della Collegiata, in particolare con i gruppi giovanili (Azione Cattolica, Agesci, Anspi). Desideravamo che i nostri ragazzi accolti nello Sprar potessero conoscere i loro coetanei. Il parroco, don Andrea Turchini, e il vice parroco, don Ugo Moncada, hanno subito accolto la nostra proposta. Ecco allora che abbiamo organizzato delle cene insieme, un cineforum, un torneo di calcio. Tante occasioni per conoscersi, abbattere pregiudizi, costruire relazioni di amicizia. Il passo successivo è stato quello di convocare un incontro a cui hanno partecipato circa 40 persone disponibili a fare volontariato con i nostri ragazzi”.

Continua a leggere su Rimini Social 2.0

Annunci

Le storie di Casa Solferino

DSC00384“Mohamed, possiamo fare una foto insieme?”, “Keita mi fai una firma sul diario?”. Sono imbarazzati ma al tempo stesso divertiti da queste richieste, i giovani migranti che lo scorso 13 maggio hanno incontrato gli studenti dell’Istituto comprensivo di Misano Adriatico invitati dal dirigente scolastico e dagli insegnanti.
Un gruppo di ragazzi ospiti di “Casa Solferino”, servizio per l’accoglienza di Croce rossa italiana – Comitato di Rimini. Con loro anche Mamadou e Maria Laura Gualandi, che insieme al marito Mario e ai loro figli ha deciso di aprire le porte della propria casa al giovane senegalese.
Mamadou è il primo a raccontare la sua storia. Almeno una cinquantina i ragazzi dagli 11 ai 13 anni ad ascoltarlo, un’età in cui stare fermi sembra impossibile, eppure quando parla c’è un silenzio attento e rispettoso.
“In Senegal avevo una situazione familiare difficile. Mio padre aveva risposato un’altra donna che non mi accettava perché non ero suo figlio e subivo ogni forma di violenza nel corpo e nello spirito. Ho deciso di andarmene, ma ero solo e non sapevo cosa fare. Ho attraversato il Mali, il Burkina Faso, il Niger, la Libia. In Libia sono stato in carcere, anche qui ho subito violenze. Non avrei mai immaginato dopo tanto dolore di trovare una famiglia in Italia pronta ad accogliermi e a volermi così bene”.

Anche la storia di Keita, 24 anni, arrivato in Italia dalla Nuova Guinea, è piena di dolore ma altrettanta voglia di riscatto: “È difficile per me ricordare e raccontare la situazione drammatica che vivevo nel mio paese. Povertà, malattia, disperazione. Eppure oggi tutto è cambiato”. Keita è volontario di Croce Rossa, indossa con orgoglio la divisa. Sorride quando per strada le persone lo fermano e si stupiscono che lo stereotipo del migrante bisognoso si sia in questo caso ribaltato, nella generosità di Keita che si mette a disposizione degli altri.

Continua a leggere