Il presepe più bello

img_20161228_123842Quest’anno il presepe più bello di Rimini, non lo troverete segnalato su nessun sito o rivista di informazione turistica.
E’l’opera dell’artista bulgaro, ma ormai borghigiano d’adozione, Kiril Cholakov. E’un acrilico su tela, 310×990 cm esposto alla Chiesa di San Giuliano Martire (nel borgo San Giuliano di Rimini). L’artista ha voluto raffigurare tutte le situazioni che, come è capitato alla famiglia di Nazaret, spingono a dover lasciare drammaticamente la propria casa. E così in questo straordinario presepe entrano a pieno titolo le vittime del terremoto, rifugiati e migranti, persone senza fissa dimora. Ma non manca anche un messaggio di speranza: una bimba, tra le braccia di Papa Francesco. Un ramoscello che germoglia tra le macerie. E i tre re magi, simbolicamente raffigurati come volontari della Croce rossa e della protezione civile.
L’autore sembra anticipare le parole di Papa Francesco nell’omelia di Natale: “Il mistero del Natale, che è luce e gioia, interpella e scuote, perché è nello stesso tempo un mistero di speranza e di tristezza. Porta con sé un sapore di tristezza, in quanto l’amore non è accolto, la vita viene scartata. Così accadde a Giuseppe e Maria, che trovarono le porte chiuse e posero Gesù in una mangiatoia, “perché per loro non c’era posto nell’alloggio”. Gesù nacque rifiutato da alcuni e nell’indifferenza dei più. Anche oggi ci può essere la stessa indifferenza, quando Natale diventa una festa dove i protagonisti siamo noi, anziché Lui; quando le luci del commercio gettano nell’ombra la luce di Dio; quando ci affanniamo per i regali e restiamo insensibili a chi è emarginato”.
Un’opera non solo piena di intensità e bellezza, ma che racchiude in sè e ci aiuta a meditare il senso vero del Natale. Penso che un presepe così, sarebbe piaciuto anche a San Francesco.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Annunci

Scarpe e sogni

“Il Signore benedica i vostri sogni!”

gmg16Rileggendo le parole potenti di Papa Francesco in occasione della Veglia e della Celebrazione con i giovani alla Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia non posso fare a meno di pensare a quanto i ripetuti inviti del Papa assumeranno autenticamente e pienamente senso solo se quei giovani e tutti noi sapremo dare concretezza a quelle parole e raggiungere quella quota significativa di giovani nel mondo che – per vari motivi – non hanno e magari non avranno mai il desiderio o l’opportunità di ascoltarle.
Il Signore benedice anche i loro sogni? Ne sono convinta, anche se per loro è più difficile crederlo, anche se i loro sogni sono spesso infranti e i loro desideri feriti. Anche se si sentono privi di valore, per niente amabili, paralizzati nelle sabbie mobili di sconfitte che impediscono loro di esprimersi e avere fiducia. Giovani che sicuramente custodiscono nel cuore il desiderio di credere in qualcosa, ma che sono stati delusi dal mondo, dagli adulti e forse – ai loro occhi – anche da Dio stesso. Giovani che non hanno mai sperimentato il perdono o la misericordia.
È proprio a loro che va il mio pensiero in questo momento, perché se il nostro impegno e la nostra dedizione non li raggiungeranno saranno vani anche quei sorrisi, quei gesti, quelle preghiere che hanno reso così preziose le giornate di Cracovia o di Rio, Sidney, Colonia, Parigi, Tor Vergata…
Abbiamo un debito nei loro confronti e non potremo dirci appagati e pienamente credenti se la nostra libertà e la nostra fede non contageranno e non si contamineranno anche con quei mondi, apparentemente distanti, che richiedono per essere raggiunti nuovi sguardi, nuovi orizzonti, nuove scarpe.

[Photo credits: Stefano Antonini]

“Mi offrono un incarico di responsabilità…”

CCFUCILo scorso 10 giugno a Roma mi è stato chiesto di riflettere insieme al Consiglio Centrale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) su un tema difficile: l’assunzione di ruoli di responsabilità e di impegno nella Federazione. Non è stato semplice, perché il tema apre numerose piste di riflessione e problematiche, e il rischio di utilizzare un tono demagogico o paternalista era fortemente in agguato. Per fortuna ho ricevuto almeno due grandi aiuti: le parole di don Matteo Ferrari, che ha anticipato il mio intervento con una riflessione sul discernimento (più che una riflessione, una vera e propria regola di vita che dovremmo tutti fare nostra) e che ha aperto il cuore e la mente di tutti noi all’ascolto, in secondo luogo l’apporto di tanti amici a cui ho chiesto aiuto per costruire quest’intervento. Che considero quindi una riflessione corale, che ancora una volta mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con persone con cui condividiamo lo stesso sentire[1].

Che cosa significa assumere un incarico nella Federazione? Come devono essere scelti i responsabili? Come sollecitare un servizio?

Questo è un tema importante, ma non l’unico. Da tanto tempo se ne dibatte in FUCI, si cercano soluzioni, ci si confronta. Ma non può diventare il centro di ogni dibattito, si corre altrimenti il rischio di perdere di vista altri e più importanti obiettivi e quello che rende significativa e piacevole la vita della Federazione.

Cosa rende per me efficace e sostenibile la scelta di un responsabile? Ecco alcune chiavi di lettura che spero possano venirci in aiuto.

  • PRENDERSI CURA. Innanzitutto delle persone: che vengono prima delle tessere, dei ruoli, degli incontri o di uno Statuto. Le forme (che pure servono!) non possono venire prima dei contenuti. La prima preoccupazione è quella di fare in modo che ogni fucino possa sperimentare quella straordinaria maturazione di fede e di vita che abbiamo avuto noi per primi l’occasione di vivere. In secondo luogo è necessario prendersi cura della Federazione. Questo significa anche saper leggere i bisogni della FUCI in quel determinato momento e modulare il proprio impegno sulla base delle reali necessità e non dei propri desideri o aspirazioni. Non ti servi della FUCI, ma servi la FUCI!
  • SUPERARE I PERSONALISMI. Con incarichi di così breve durata non c’è spazio per l’individualità fine a se stessa, per autocelebrarsi. Questo è sempre più difficile nell’epoca dei personalismi, dei selfie, di generazioni cresciute immerse dentro al mito di Narciso (G. Pietropolli Charmet). Ma proprio per questo bisogna costruire percorsi che più che il singolo lascino emergere la voce del gruppo e creino spazi di crescita per altri. Questo è importante anche per sentirsi sostenuti: il mio impegno non sarebbe stato lo stesso senza il sostegno della mia famiglia, del mio gruppo diocesano, della mia comunità parrocchiale. Da soli si va più veloce, ma insieme si arriva più lontano.
  • LA FUCI E’MOLTO…MA NON TUTTO. Anche se può sembrare un’esperienza totalizzante (e a volte lo è), è fondamentale preservare il proprio spazio di vita al di fuori della FUCI. Come? Innanzitutto attraverso la cura di sé intesa come il proprio diritto/dovere di essere studente (la serietà nello studio – inteso in senso montiniano – è un aspetto fondamentale e che deve qualificarci perché dallo studio nasce la ragione stessa dell’umiltà e ci si apre al servizio agli altri), nutrendo la propria formazione culturale e spirituale, coltivando le relazioni importanti e le proprie amicizie anche fuori dalla FUCI. È fondamentale conservare una buona dose di ironia e sana leggerezza. Questo significa anche non farsi schiacciare da una storia e da un passato importanti: Papa Francesco parla di fedeltà alla tradizione ma anche libertà (“Tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”, scriveva G. Mahler).
  • AD ECCEZIONE DI MARY POPPINS…NESSUNO E’PERFETTO! Il Presidente ideale mary-poppins-julie-andrewsnon esiste (neppure l’Incaricato Regionale o il RAF o il Presidente di gruppo), per questo la FUCI educa a lavorare insieme e nella corresponsabilità per trasformare i limiti di ciascuno in risorse e possibilità, mettendo in comune le proprie competenze e imparando anche a lasciarsi aiutare e correggere senza paura di essere condannati e giudicati ma sostenendosi invece a vicenda.

Continua a leggere

#Firenze2015 – giorni 3,4,5

fotofirenzeDopo l’incontro con Papa Francesco, l’esperienza dei delegati al Convegno Ecclesiale di Firenze è stata sicuramente contraddistinta da un nuovo vigore e dalla necessità di allungare il passo.

“Ci ha messo in mano quello di cui avevamo bisogno per uscire dalle secche in cui come Chiesa italiana ci eravamo cacciati”, sono state le parole di Mons. Nunzio Galantino (Segretario Generale della CEI) in un’intervista a commento dell’incontro con il Papa.

Nei successivi tre giorni di Convegno si sono alternati momenti tematici, gruppi di riflessione e momenti di preghiera. Mauro Magatti, sociologo e Mons. Giuseppe Lorizio ci hanno indicato due parole-chiave da cui partire: concretezza e alleanze. La preghiera insieme è stata scandita anche da un impegno ecumenico, grazie alla presenza della Pastora della Chiesa Valdese di Firenze, dell’Arciprete della Chiesa Ortodossa Russa, del Rabbino Capo e dell’Imam. E poi 30 incontri per i delegati nel pomeriggio di giovedì per conoscere meglio la Chiesa e il territorio fiorentino a partire dalla sua storia, dal suo patrimonio artistico e culturale, dalle esperienze presenti e dalla testimonianza di alcune figure significative come Don Lorenzo Milani, Giorgio La Pira, don Giulio Facibeni.

Dal punto di vista metodologico una novità i tavoli di lavoro: piccoli gruppi composti da 10 persone, in cui vescovi, sacerdoti, religiosi/e e laici si sono messi in ascolto l’uno dell’altro con quello di stile di sinodalità (che è innanzitutto un “camminare insieme”) più volte indicato come orizzonte del Convegno. È stato bello vedere allo stesso tavolo persone diverse tra loro per età, provenienza, ruoli…confrontarsi in modo democratico e attento.

La sintesi dei tavoli e delle cinque vie è confluita poi grazie a un lavoro a più mani di redazione dei documenti nelle relazioni conclusive, cuore pulsante del convegno, affidate a Don Duilio Albarello (uscire), Flavia Marcacci (annunciare), Adriano Fabris (abitare), Suor Pina Del Core (educare), Goffredo Boselli (trasfigurare).

In questi interventi sono contenuti l’analisi del contesto, le linee d’azione, le scelte d’impegno. Sono dunque realmente il punto da cui ripartire, arricchendolo e declinandolo nelle singole realtà diocesane, perché l’esperienza di Firenze non rimanga qualcosa di astratto ma possa veramente trasformare la vita delle nostre comunità. Tornerò a scrivere del Convegno in maniera più approfondita facendo anche alcune analisi più critiche e propositive, ma come delegati riminesi abbiamo creduto fosse importante anche una condivisione più immediata per restituire il clima dell’evento anche alle tante persone che da casa ci stavano accompagnando.

E mentre eravamo sulla via di casa ancora gustando il positivo clima ecclesiale che avevamo concretamente sperimentato, purtroppo la notizia dei drammatici attentati di Parigi ci ha riportato bruscamente alla realtà. E così le parole dialogo e accoglienza hanno assunto un significato ancora più concreto, difficile e al tempo stesso tremendamente urgente e necessario.

Silvia Sanchini

Sintesi e proposte dei gruppi: http://www.firenze2015.it/ce-voglia-di-camminare-insieme/

fotofirenze2

#Firenze2015 – giorni 1 e 2

logoIn questi giorni sono a Firenze, per il 5°Convegno Ecclesiale Nazionale, come delegata della Diocesi di Rimini. Cinque giorni per approfondire il tema: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, insieme a altri 2.500 partecipanti provenienti da tutta Italia e a partire da cinque vie individuate come prioritarie: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare.

Di questi primi due giorni a Firenze porto a casa innanzitutto la testimonianza di Bledar Xhuli, sacerdote della diocesi di Firenze, giunto in Italia dall’Albania come minore straniero non accompagnato, che ha trasformato la sua vita e il suo dolore grazie all’amore ricevuto e all’amore donato. Le parole dirompenti di Papa Francesco e il suo invito a non disegnare in astratto un nuovo umanesimo ma ispirandosi invece a tre tratti fondamentali: umiltà, disinteresse, beatitudine. Il monito a fuggire dalle tentazioni, che a guardare bene a tutti noi in qualche modo appartengono, del conservatorismo, del potere, del soggettivismo. Papa Francesco ci ha chiesto di dialogare (diverso dal negoziare!), di cercare il bene comune a partire dall’inclusione sociale dei poveri, di non ridurre la teologia in ideologia, di essere creativi nel costruire insieme nuove strade. E poi tanti volti cari ritrovati e infine l’invito a declinare le cinque vie di questo Convegno in esperienze concrete e incarnate a partire da alcune suggestioni, per esempio quella di educare, che secondo Alessandro D’Avenia è possibile solo stando in Dio e davanti a Dio. E giungere a trasfigurare in un percorso, indicato da Padre Hernandez che ti fa rivedere la vita con occhi nuovi e restituire all’altro la bellezza attraverso sguardi d’amore.

Nei prossimi giorni a noi il compito di rimboccarci le maniche e proseguire attivamente una riflessione e un rinnovamento che, certamente, sono solo agli inizi.

‪#‎Firenze2015‬ ‪#‎PapaFirenze‬ ‪#‎NuovoUmanesimo‬

#LettoDaMe: “L’adulto che ci manca” di Armando Matteo

A.Matteo (2014), L’adulto che ci manca. Perché è diventato così difficile educare e trasmettere la fede, Cittadella Editrice, Assisi, p. 112.

“Ecco dunque cosa manca nell’adulto che ci manca: la responsabilità verso il mondo in cui ha introdotto i figli e la responsabilità verso i figli che ha introdotto nel mondo”.

adultoPerché il messaggio evangelico non fa più breccia nel cuore delle giovani generazioni? Come mai sono così distanti dalle pratiche di fede e di preghiera? E le donne, da secoli fortezza e presenza silenziosa nella Chiesa, che fine hanno fatto? Perché iniziano anche loro a dileguarsi dal panorama delle nostre parrocchie? Che ne è stato del dialogo tra le generazioni?

Tante le domande che in questi anni nei suoi studi e nelle sue pubblicazioni Armando Matteo, teologo e assistente della FUCI dal 2005 al 2011, si è posto.

Le numerose questioni educative, culturali e pastorali sollevate in questi anni che hanno stimolato in noi e nella comunità ecclesiale così ampio dibattito e interrogativi, sembrano trovare però un comune denominatore nel tema scelto per la sua ultima fatica editoriale.

“L’adulto che ci manca” è la perfetta descrizione di un mondo adulto che non è più come quello di una volta, il ritratto di una generazione – in particolare quella nata tra il 1946 e il 1964 – che appare oggi incapace di educare e trasmettere ai più giovani i contenuti della fede.

Una generazione incatenata al mito dell’eterna giovinezza, incapace di mostrare ai più giovani la bellezza e l’affidabilità della vita adulta, una generazione di “Peter Pan” e “Campanellino” che “amano più la giovinezza che i giovani” (p.20).

Il volume, agile e come sempre appassionante, oltre a riportare alcune delle riflessioni sviluppate da Armando Matteo in questi anni, è anche un’efficace sintesi di alcune delle ricerche e delle pubblicazioni più autorevoli sul tema condotte in questi anni da diversi studiosi: da Umberto Galimberti a Francesco Stoppa, da Massimo Recalcati a Franco Garelli, solo per citarne alcuni, senza dimenticare uno sguardo ad autori più classici, come Romano Guardini e Hannah Arendt.

All’idolatria della giovinezza tipica della nostra società corrisponde, paradossalmente, l’oblio dei giovani, sempre più ai margini della società e irrilevanti anche numericamente. Una generazione in panchina, fuori dal recinto (Castegnaro). E accompagnati da adulti “sempre meno all’altezza della loro esistenziale vocazione educativa e generativa” (p.41).

Il quadro è lo stesso anche in campo ecclesiale, dove si riscontra una forte estraneità dei più giovani alla religione. Una triplice crisi: dell’autorità, dell’amore e del desiderio che rende sempre più difficile educare e trasmettere la fede. Un “deserto che cresce sotto la spinta di logiche neocapitalistiche e per nulla interessate all’umano e alla sua felice destinazione” (pag. 104).

Eppure anche in questo scenario così complesso possiamo scorgere un orizzonte incoraggiante e di speranza nell’osservare come le giovani generazioni questo deserto stiano “imparando ad abitarlo diversamente, sfidandolo e affrontandolo con pratiche di nuova umanità”. Perché “il deserto può sempre fiorire, annuncia il profeta biblico” (p. 104).

E allora anche la comunità ecclesiale è chiamata in questa prospettiva a giocare la sua parte e a cambiare rotta, facendosi carico di un nuovo compito: quello di rievangelizzare l’adultità.

Il merito di questo testo, così come dei precedenti volumi di Armando Matteo, è quello di non offrire soltanto un’analisi – seppur lucidissima – del contesto attuale ma di offrire altresì delle risposte, delle suggestioni, delle direzioni di lavoro e di impegno valide per il mondo adulto e per tutta la comunità ecclesiale. Riflessioni che chiamano in causa ciascuno di noi ricordandoci sempre che il vero antidoto ad ogni idolo postmoderno, come lo stesso Papa Francesco ci ha indicato, è uno soltanto: la “grande gioia di credere”.

Silvia Sanchini

in: “Ricerca – Bimestrale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana”, Numero 11/12- Novembre/Dicembre 2013

http://ricerca.fuci.net/22/02/2015/ladulto-che-ci-manca-perche-e-diventato-cosi-difficile-educare-e-trasmettere-la-fede/

La FUCI e Paolo VI Beato

10533450_537902783011232_4681342776724305174_nQuesto è stato un fine settimana di dolce nostalgia e ricordi ma anche di rinnovata responsabilità e impegno, in nuove forme e con uno sguardo più profondo. L’ho dedicato alla FUCI, che si è ritrovata ad Arezzo e Camaldoli per un congresso straordinario sulle orme di Paolo VI (per il quale ringrazio tanto di essere stata coinvolta), e mi sono sentita spiritualmente e idealmente in piazza San Pietro a Roma dove poche ore fa Papa Francesco ha proclamato Paolo VI Beato (qui l’Omelia di Papa Francesco).

Mi ha commosso vedere come in un tempo improntato spesso solo al consumismo e all’apparire, ci sia una gioventù controcorrrente, capace di affidare le sue energie migliori e il suo intelletto all’impegno nello studio e nell’associazionismo, che sceglie di consacrare questo tempo così propizio alla propria crescita non solo culturale ma anche spirituale e umana. Non sono d’accordo con chi crede che la FUCI sarebbe una realtà più numerosa e significativa se abbassasse un po’ il “tiro” della sua proposta, perchè credo che esistano ancora studenti capaci di meritarsi e desiderosi di sperimentare una proposta alta, non perchè snob o elitaria, ma perchè orientata al bene e al meglio.

Alla FUCI di Giovanni Battista Montini e di Igino Righetti, non ci stancheremo mai di dirlo, dobbiamo tanto: un metodo, una struttura, una definita spiritualità dello studio e della ricerca. Le sue parole e i suoi scritti sono stati e continuano ad essere la nostra bussola, i nostri compagni di viaggio più cari, anche rischiando a volte di essere un po’ ripetitivi ed autoreferenziali…ma sempre nella certezza di quel debito di riconoscenza immenso che sempre proviamo nei confronti di quello che sarebbe stato uno dei Papi più discussi e contestati del secolo scorso ma anche più innovativi e profetici.

E allora, con Papa Francesco e con tutta la Chiesa, anche io dico grazie a Montini e sono felice di averlo ricordato a Camaldoli, luogo che gli era così caro e di averlo invocato insieme alla FUCI di oggi (qui il Messaggio di Papa Francesco alla FUCI). Con tutti i nostri limiti e le nostre fragilità se possiamo guardare ancora avanti è proprio grazie a questi “giganti” che tengono noi “nani” sulle loro spalle e ci permettono di non perdere mai di vista il vero orizzonte e il vero significato del nostro impegno.

Credits: La prima immagine è di Ernst Gunter Hansing ed è tratta dalla Collezione Paolo VI, l’ultima fotografia è stata presa invece dalla pagina Facebook della FUCI.

65776_10204989643687987_3553622548742610005_n 1912215_10204984642322956_2246659002191838969_n 10505405_10204992036107796_7404399039413306271_n

 

 

1457477_808775379187193_7465860617222259107_n

One Way: la Route nazionale dell’Agesci sulle strade del coraggio

10617666_611296228990209_142683818_nLa Route è la “strada” che i Rover e le Scolte dell’Agesci (Associazione guide e scouts cattolici italiani) percorrono non solo fisicamente, a piedi e con lo zaino in spalla, ma è anche un cammino metaforico di crescita e ingresso nel mondo degli adulti.
Quest’anno oltre 30.000 giovani dai 16 ai 21 anni hanno partecipato alla Route nazionale: “One Way”, una direzione. Oltre 456 campi mobili in giro per l’Italia dal 1 al 6 Agosto per poi ritrovarsi tutti insieme a San Rossore, in provincia di Pisa, dove si è svolto un grande incontro in campo fisso allestito dal 7 al 10 agosto.

Si è trattato del terzo incontro nazionale delle migliaia di giovani Rover e Scolte dell’Agesci. Ospiti dell’evento anche 200 giovani stranieri europei, arabi, africani.
Provenienti da tutte le regioni italiane e da oltre 1.500 gruppi locali, i giovani scout hanno percorso con i loro zaini in spalla strade e sentieri vivendo insieme esperienze di scoperta, condivisione, riflessione e spiritualità a partire dal tema che ha fatto da filo conduttore all’evento: il coraggio.

Un elemento che caratterizza in maniera forte il metodo scout che fonda proprio la sua azione educativa sul coraggio e sul protagonismo giovanile.

Continua a leggere

Una nuova alleanza tra le generazioni. Il Rapporto Giovani 2013 a Rimini

ImmagineSi parla molto di giovani in Italia, soprattutto negli ultimi anni. Ma poco si fa ancora in concreto per dare vere risposte alle nuove domande di cui le giovani generazioni sono oggi portatrici. Il “Rapporto Giovani”, curato dall’Istituto Giuseppe Toniolo, muove proprio da questa consapevolezza: per offrire risposte è innanzitutto necessario mettersi in ascolto del mondo giovanile, superare luoghi comuni e letture parziali della realtà, effettuare una osservazione e analisi autentica dei cambiamenti in atto. Ecco quindi l’idea di un Osservatorio per conoscere e migliorare la condizione dei Millenials, cioè di quei giovani under 30 che sono diventati maggiorenni dopo il 2000. Una ricerca condotta operativamente da Ipsos nel 2012 su un campione di 9.000 persone tra i 18 e i 29 anni in tutto il territorio nazionale.
Gli esiti di questa indagine, pubblicati nel volume “La condizione giovanile in Italia” (Il Mulino 2014), sono stati presentati a Rimini lo scorso 11 Aprile grazie a un’iniziativa del Centro Culturale Paolo VI in collaborazione con l’Istituto Toniolo e con il patrocinio del Comune di Rimini. L’incontro dal titolo “Giovani: non spettatori ma protagonisti. Ma misi me per l’alto mare aperto… (Inferno XXVI,100)” è stato realizzato nella significativa cornice dell’Aula Magna dell’Università di Bologna – Campus di Rimini.

“Ci sono molti luoghi comuni sui giovani” – ha evidenziato Paola Bignardi, pedagogista e coordinatrice del progetto – “ma il Rapporto ha messo in luce come i giovani siano molto meno schizzinosi e bamboccioni di come li descriviamo o vogliamo credere… Esiste piuttosto uno scarto profondo tra la realtà, sempre più complessa e precaria, e i desideri di autonomia e appartenenza che sembrano abitare il cuore dei più giovani“.

“Un altro dato colpisce profondamente nella ricerca: l’assenza di fiducia che i più giovani ripongono nel mondo adulto. I politici sono all’ultimo posto in questa classifica mentre è straordinario il successo riscosso da una figura come quella di Papa Francesco, anche per i giovani che si dichiarano non credenti. Questo ci dice molto delle responsabilità del mondo adulto e di come i più giovani siano in cerca soprattutto di figure di riferimento coerenti e credibili”.

“Tra gli stimoli che il Rapporto Giovani offre” – ha commentato poi Giuseppe Savagnone, docente di formazione politica al “Centro Arrupe” di Palermo – “vi è sicuramente la necessità di ripensare al rapporto tra autonomia e libertà. Ci crediamo più liberi rispetto al passato, e in parte sicuramente lo siamo, ma dimentichiamo un aspetto fondamentale della libertà: non c’è libertà senza l’altro! Senza l’altro anche il mio io appassisce e i desideri si spengono. Il concetto di libertà si lega indissolubilmente a quello di responsabilità. Spesso il mondo adulto si pone davanti ai giovani completamente a mani vuote. Deve invece riscoprire la capacità di offrire alle nuove generazioni desideri profondi e motivi veri per cui la vita valga la pena di essere vissuta…

Ha concluso Emilio Rebecchi, psichiatra e psicoterapeuta, evidenziando la presenza di un altro aspetto fondamentale messo in luce nel Rapporto: “Non può esserci autonomia senza lavoro, e questa situazione di fatica e precarietà che vivono tanti giovani dal punto di vista lavorativo è uno dei limiti più forti alla loro realizzazione ed emancipazione. Dobbiamo tornare a trasmettere ai più giovani che non sono i consumi che contano, ma i valori”.

I tre relatori sono stati sollecitati nella loro presentazione anche dalle domande di alcuni gruppi giovanili presenti, in particolare l’Associazione universitaria Slash e la Gioc (Gioventù Operaia Cristiana) riminese. Tanti i temi sollevati dai portavoce delle due associazioni, Luca Carrai e Davide Melucci, che hanno innanzitutto evidenziato la mancanza di positività che il mondo adulto spesso trasmette ai più giovani e che li porta a chiudersi in se stessi e all’apatia ma anche la mancanza di ascolto, dialogo e spazio per il protagonismo delle nuove generazioni e la mancanza di una solidarietà intergenerazionale che andrebbe invece riscoperta e ricostruita. Perché i giovani ci sono e hanno voglia di impegnarsi, anche per gli altri.

Suggestive le risposte. Se è vero, infatti, che è necessario un ripensamento del rapporto tra le generazioni a partire innanzitutto da una revisione del mondo adulto e delle istituzioni (politiche, educative, ecclesiali), è altrettanto vero che anche ai più giovani è richiesto di riscoprire la capacità di pensare e pensarsi nel futuro, scrutando il mare come Telemaco che attendeva il ritorno del padre Ulisse.
Solo da una nuova alleanza tra adulti responsabili e giovani capaci di guardare oltre l’orizzonte sarà possibile provocare dei cambiamenti positivi e offrire nuove e reali possibilità.

Silvia Sanchini

www.rapportogiovani.it
www.paolosestorimini.org

in http://www.newsrimini.it/sociale