Il futuro che cambia è una somma di piccole cose

 
La chiamano resilienza. Per me si tratta di coraggio, tenacia, fiducia. E, soprattutto, motivazione. Una forza interiore che ti trascina nella giusta direzione. Un desiderio di riscatto e rivincita. Non so come sia possibile, ma in comunità mi era più facile studiare che a casa, anche se mi giravano intorno altri 8 ragazzini e altrettanti educatori.

A casa era tutto difficile. La mamma, le sue crisi, il disordine. A volte si dimenticava anche di prepararmi da mangiare. Ho sempre pensato che una mamma dovesse essere per eccellenza la persona capace di prendersi cura degli altri, e naturalmente dei propri figli. Mia mamma non era così, non sapeva prendersi cura neanche di se stessa. E questo mi faceva rabbia e paura allo stesso tempo.

Eravamo solo io e lei, non sapevo a chi o cosa aggrapparmi.

Sono cresciuta con tante insicurezze, sentendomi diversa da tutte le mie amiche, vergognandomi anche solo di invitarle a casa nostra per una merenda.

Solo in una cosa riuscivo bene: studiare.

Mi piaceva leggere, scrivere, inventare storie…era la mia valvola di sfogo. Il mio mondo felice e ancora incontaminato. In comunità mi incoraggiavano in questo.

E finito il mio percorso insieme a loro, a 19 anni, è successa una cosa che mai mi sarei immaginata: ho deciso di iscrivermi all’Università.

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Una scuola che non è una scuola

scuola_santarcangelo2Non ci sono voti, non ci sono classi ma solo tanta voglia di mettersi in gioco e conoscersi. È una scuola che non è una scuola. È l’ultima iniziativa promossa nell’ambito del progetto SPRAR, rete di servizi per la protezione e l’accoglienza di richiedenti asilo, gestito dalla coop. sociale Il Millepiedi di Rimini.

Ne parliamo proprio oggi, 20 giugno, data in cui in tutto il mondo si celebra la “Giornata mondiale del rifugiato”, per accendere i riflettori su questa realtà che in Italia riguarda circa 131.000 persone (dati Unhcr giugno 2016).

Uno degli ostacoli da superare per chi arriva nel nostro Paese riguarda sicuramente l’apprendimento della lingua italiana, ma anche la possibilità di inserirsi positivamente nel territorio, costruendo reti relazionali significative.

Da questi presupposti nasce il progetto di una “Scuola d’italiano” (un nome assolutamente provvisorio) coordinato da Massimiliano Zannoni, educatore della cooperativa sociale “Il Millepiedi”, che racconta: “I ragazzi inseriti nei progetti Sprar hanno da ‘contratto’ almeno 10 ore di scuola di italiano alla settimana da frequentare ma spesso queste ore non sono sufficienti o a causa delle classi troppo numerose i risultati tardano ad arrivare. Siamo invece convinti che la possibilità di apprendere al meglio la lingua italiana sia elemento imprescindibile per una buona integrazione, e soprattutto per la possibilità di accedere a corsi di formazione e al mondo del lavoro”.

Da alcuni mesi – continua – qui a Santarcangelo di Romagna abbiamo intrapreso una collaborazione con la parrocchia della Collegiata, in particolare con i gruppi giovanili (Azione Cattolica, Agesci, Anspi). Desideravamo che i nostri ragazzi accolti nello Sprar potessero conoscere i loro coetanei. Il parroco, don Andrea Turchini, e il vice parroco, don Ugo Moncada, hanno subito accolto la nostra proposta. Ecco allora che abbiamo organizzato delle cene insieme, un cineforum, un torneo di calcio. Tante occasioni per conoscersi, abbattere pregiudizi, costruire relazioni di amicizia. Il passo successivo è stato quello di convocare un incontro a cui hanno partecipato circa 40 persone disponibili a fare volontariato con i nostri ragazzi”.

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Le storie di Casa Solferino

DSC00384“Mohamed, possiamo fare una foto insieme?”, “Keita mi fai una firma sul diario?”. Sono imbarazzati ma al tempo stesso divertiti da queste richieste, i giovani migranti che lo scorso 13 maggio hanno incontrato gli studenti dell’Istituto comprensivo di Misano Adriatico invitati dal dirigente scolastico e dagli insegnanti.
Un gruppo di ragazzi ospiti di “Casa Solferino”, servizio per l’accoglienza di Croce rossa italiana – Comitato di Rimini. Con loro anche Mamadou e Maria Laura Gualandi, che insieme al marito Mario e ai loro figli ha deciso di aprire le porte della propria casa al giovane senegalese.
Mamadou è il primo a raccontare la sua storia. Almeno una cinquantina i ragazzi dagli 11 ai 13 anni ad ascoltarlo, un’età in cui stare fermi sembra impossibile, eppure quando parla c’è un silenzio attento e rispettoso.
“In Senegal avevo una situazione familiare difficile. Mio padre aveva risposato un’altra donna che non mi accettava perché non ero suo figlio e subivo ogni forma di violenza nel corpo e nello spirito. Ho deciso di andarmene, ma ero solo e non sapevo cosa fare. Ho attraversato il Mali, il Burkina Faso, il Niger, la Libia. In Libia sono stato in carcere, anche qui ho subito violenze. Non avrei mai immaginato dopo tanto dolore di trovare una famiglia in Italia pronta ad accogliermi e a volermi così bene”.

Anche la storia di Keita, 24 anni, arrivato in Italia dalla Nuova Guinea, è piena di dolore ma altrettanta voglia di riscatto: “È difficile per me ricordare e raccontare la situazione drammatica che vivevo nel mio paese. Povertà, malattia, disperazione. Eppure oggi tutto è cambiato”. Keita è volontario di Croce Rossa, indossa con orgoglio la divisa. Sorride quando per strada le persone lo fermano e si stupiscono che lo stereotipo del migrante bisognoso si sia in questo caso ribaltato, nella generosità di Keita che si mette a disposizione degli altri.

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Una Mehari e la verità. Ricordando Giancarlo Siani

L’amore. Gli amici. La musica e qualche concerto. Il lavoro precario, anzi abusivo. Non c’è nulla di fuori dall’ordinario nella vita del ventiseienne Giancarlo Siani.

Ma è il 1985 e se decidi di fare il giornalista, o meglio il giornalista-giornalista, a Torre Annunziata qualcosa nello scorrere delle tue giornate comincia a cambiare. E a bordo di quella Mehari verde acido, inconfondibile, inizia l’incontro con la sconvolgente realtà della camorra fatta di stragi di sangue, violente vendette, istituzioni complici. E i chilometri macinati sulla Mehari diventano il simbolo di un cammino che ha solo un obiettivo: ricercare e raccontare la verità. Perché “le persone per scegliere devono sapere, devono conoscere i fatti”.

In questi giorni a Rimini è stata esposta l’auto di Giancarlo Siani, in una tappa del tour “Il viaggio legale”. Sono stati organizzati dalle associazioni promotrici incontri e dibattiti e proiettato il bellissimo film di Marco Risi che racconta la sua storia, “Fortapasc”. Giancarlo ha scritto in pochi anni più di 900 articoli, uno di questi (pubblicato il 10 giugno 1985 su “Il Mattino”) ha decretato la sua condanna a morte per mano della camorra. La sua storia – e con lui quella degli altri operatori dell’informazione uccisi o minacciati dalla mafia – è ancora poco conosciuta, eppure la sua lezione è quanto mai attuale e ci ricorda anche e soprattutto in quest’epoca di bufale e post-verità che c’è un unico modo di fare giornalismo, che non fa sconti, e ha un solo compito: rendere chi legge più consapevole, e quindi più libero.

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Il mio Natale in comunità

dolci-642x336Arriva sempre il fatidico momento della domanda di un compagno di classe che ti guarda con occhi curiosi: “Cosa farai per Natale?”. È la stessa sensazione che si prova quando, alle scuole elementari, scatta l’ “ora x” del tema: “Parla della tua famiglia”. In passato mi è capitato di dare le risposte più fantasiose a queste domande. Raccontavo di vacanze sulla neve con la mia famiglia, di cenoni della vigilia a base di ricche portate, di alberi di Natale addobbati insieme ai miei genitori. Da qualche tempo non ho più paura però di raccontare un’altra storia: la storia di chi, le vacanze di Natale, le trascorre in una comunità.

Questo, per noi ragazzi e ragazze in comunità, è un periodo particolarmente strano e delicato. Alcuni ragazzi sono tristi. C’è chi aspetta una telefonata che non arriverà mai, chi ha invece la fortuna di poter tornare a casa qualche giorno, chi farà gli auguri ai suoi genitori lontanissimi attraverso una chiamata con Skype.

C’è chi crede nel Natale, c’è chi non crede in niente, c’è chi professa un’altra religione. Mi è capitato spesso di vedere ragazzi piangere il giorno di Natale o di dover consolare la mia compagna di stanza che non vorrebbe alzarsi dal letto e ascolta la sua musica triste a tutto volume.

Io a Natale in comunità invece mi sento proprio a casa. In salotto addobbiamo un albero grandissimo, pieno di luci e colori, che appena entri in casa già ti mette allegria. C’è Carmen, un’educatrice, che dalla mattina presto si mette ai fornelli e prepara un sacco di piatti squisiti. C’è Ahmed che, anche se è musulmano, ci aiuta a preparare il presepe. Chiara ogni anno ci regala i biscotti alla cannella.

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Non c’era posto

non-cera-posto-per-loro-nellalbergobuon-natale-a-chi-non-ha-nullama-in-fondo-ha-tuttoperche-sa-fare-posto-agli-altri“Non c’era posto per loro nell’albergo”.

È il versetto del Vangelo che ha risuonato con più forza nel mio cuore in questo tempo di attesa.

Non trovare posto, rimanere fuori, non sentirsi parte di qualcosa. A tutti è capitato di soffrire a causa di uno di questi motivi.

Ho pensato a chi non trova posto.

C’è Mario, che anche oggi ha bevuto fino a stare male. E così, come spesso accade, non troverà posto neppure in un dormitorio stanotte. Sono le regole, e lui passerà la vigilia di Natale sulla strada.

Oppure Ronald che ha ripreso la stessa nave che lo aveva portato, minorenne e solo, qui a Rimini dall’Albania. Ronald non aveva amici o parenti, difficoltà a capire e adattarsi, non era mai andato a scuola. Qui in Italia per lui non c’era posto, nessuna soluzione o disponibilità ad accoglierlo una volta divenuto maggiorenne. È tornato in quella baracca di legno in cui è cresciuto, senza futuro o opportunità.

Marica è una ragazzina con autismo. I suoi genitori, quotidianamente, si sentono dire che non c’è posto. A scuola, dove trovare una classe giusta per lei è difficile. A un corso di ballo, in cui non se la sentono di accettarla, anche se Marica quando sente la musica è felice e leggera. A volte persino in parrocchia, perché – spiegano i catechisti – è troppo difficile inserire Marica nel gruppo degli altri ragazzi.

Ma poi penso anche a Barbara. Che da più di vent’anni accoglie in affido bambini e ragazzi nella sua famiglia. A quel bimbo con sindrome di down che, alla fine, è diventato suo figlio.

E penso a Ugo, che in Sardegna dà un’opportunità a qualcuno che difficilmente troverebbe posto da solo nel mondo del lavoro.

Penso ad Agnese, che ha trovato spazio nel suo cuore per il perdono.

Ai ragazzi e alle ragazze “fuori famiglia” che non hanno avuto paura di ricominciare. Perché, scrivono, “le nostre storie rimangono ma non ci devono schiacciare”.

La voce del “non c’è posto per voi” è sicuramente più forte. Ma c’è una rivoluzione silenziosa di cui nessuno, forse, parlerà ma che come quel bambino nato in una mangiatoia ha la forza di cambiare il mondo.

È la rivincita di chi non ha nulla, ma in fondo ha tutto, perché sa fare posto agli altri.

Buon Natale. Silvia

 

Jerreh, fuggito dal Gambia, ha imparato a leggere e ha scritto un libro per aiutare i ragazzi come lui

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Mi chiamo Jerreh, ho 19 anni e da quasi tre vivo in Italia. Ecco alcune cose che ho scoperto in questo strano e bellissimo paese. Innanzitutto ho scoperto che quando in Italia ti danno un appuntamento e ti chiedono di essere puntuale…non è un modo di dire! Se l’appuntamento, per esempio, è alle 10 le persone si aspetteranno davvero che tu arrivi per le 10.

Seconda scoperta: in Italia si mangia la pasta, ogni giorno! Il secondo giorno che mi trovavo in Italia ho mangiato un piatto di spaghetti al pesto: era la prima volta che li mangiavo e non mi sembravano per niente buoni, ma li ho mangiati tutti perché erano stati così gentili a prepararli per me.

In questo paese, infatti, esistono dei posti, delle vere e proprie case, in cui i ragazzi minorenni che arrivano in Italia da soli possono essere accolti. In queste case ci sono degli educatori e, a volte, dei volontari. C’è anche un assistente sociale, che incontri ogni tanto e che ti dà dei consigli su cosa fare.

Io in comunità a Parma ho incontrato Vanessa, la mia educatrice, che oggi è anche un’amica e la persona di cui mi fido di più. E ho conosciuto Roberto, il mio “secondo papà”, è stato lui a insegnarmi a leggere e a scrivere e a invitarmi a raccontare la mia storia in un libro.

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Monika, “Troverò mai il mio posto nel mondo?”

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Si può avere nostalgia di un luogo dove non sei mai stata?
Ho 17 anni e sono nata e cresciuta in Italia, ma i miei genitori sono albanesi e così ho imparato sin da piccola due lingue.
In casa parlavo l’albanese, a scuola l’Italiano. Mi sono sempre sentita così, sospesa tra due lingue e due culture, tra due luoghi e due case.
A 13 anni i problemi della mia famiglia, che già erano tanti, sono diventati sempre di più e sempre più difficili da gestire, tanto che l’assistente sociale ha deciso di collocare me e mio fratello in comunità. È stato doloroso, ma sapevo che non c’erano alternative e che era la scelta migliore per tutti.
Il destino ha voluto che in comunità con me ci fosse anche un ragazzo albanese. Che strana la vita! Da subito ho sentito con lui un legame speciale. Mi raccontava dell’Albania, mi faceva vedere le foto della sua famiglia e dei posti dove abitava, con lui potevo ancora parlare la lingua dei miei genitori.
Ci sono momenti in cui mi sento così attratta da quei luoghi e da quella cultura che penso che, una volta diventata maggiorenne, mi piacerebbe lasciare tutto e trasferirmi là. Andrei a cercare i miei nonni e i miei parenti, potrei costruirmi una nuova vita lontana da tutti i problemi e la sofferenza che qui debbo affrontare ogni giorno. Forse in Albania potrei davvero essere felice.

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(foto: @momopixs – Shutterstock.com)

Sport e riscatto #Rio2016

wwwclickholecom_ (1)Michael Phelps era un bambino e un adolescente iperattivo e problematico. E’il più grande nuotatore di tutti i tempi, il più titolato nella storia delle olimpiadi moderne.
Rafaela Silva è cresciuta in una favela a Rio: oggi nella sua città stringe al collo l’oro olimpico nel judo.
Kayla Harrison festeggia la sua vittoria indossando la t-shirt “Fearless”, contro gli abusi sessuali, di cui lei stessa è stata vittima, per incoraggiare altre ragazze nella sua situazione.
La campionessa Simone Biles volteggia come una libellula, anche se è cresciuta senza i suoi genitori, vivendo in affido dai nonni, tra mille difficoltà.
E poi Chris Mears che, pur senza la milza e con anni di lotta contro una malattia che sembrava lasciarlo senza speranza, vince l’oro nei tuffi.
Sono solo alcune storie, ma certo possono dirci qualcosa. Non per trasformare i vincitori in “casi sociali” o fenomeni da guardare con pietismo. Tutt’altro. Sono storie che ci dicono che, malgrado i giochi di potere e gli errori, lo sport può ancora essere uno straordinario mezzo di salvezza e di riscatto.

(Photo credits: http://www.clickhole.com)