Il futuro che cambia è una somma di piccole cose

 
La chiamano resilienza. Per me si tratta di coraggio, tenacia, fiducia. E, soprattutto, motivazione. Una forza interiore che ti trascina nella giusta direzione. Un desiderio di riscatto e rivincita. Non so come sia possibile, ma in comunità mi era più facile studiare che a casa, anche se mi giravano intorno altri 8 ragazzini e altrettanti educatori.

A casa era tutto difficile. La mamma, le sue crisi, il disordine. A volte si dimenticava anche di prepararmi da mangiare. Ho sempre pensato che una mamma dovesse essere per eccellenza la persona capace di prendersi cura degli altri, e naturalmente dei propri figli. Mia mamma non era così, non sapeva prendersi cura neanche di se stessa. E questo mi faceva rabbia e paura allo stesso tempo.

Eravamo solo io e lei, non sapevo a chi o cosa aggrapparmi.

Sono cresciuta con tante insicurezze, sentendomi diversa da tutte le mie amiche, vergognandomi anche solo di invitarle a casa nostra per una merenda.

Solo in una cosa riuscivo bene: studiare.

Mi piaceva leggere, scrivere, inventare storie…era la mia valvola di sfogo. Il mio mondo felice e ancora incontaminato. In comunità mi incoraggiavano in questo.

E finito il mio percorso insieme a loro, a 19 anni, è successa una cosa che mai mi sarei immaginata: ho deciso di iscrivermi all’Università.

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Scarpe e sogni

“Il Signore benedica i vostri sogni!”

gmg16Rileggendo le parole potenti di Papa Francesco in occasione della Veglia e della Celebrazione con i giovani alla Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia non posso fare a meno di pensare a quanto i ripetuti inviti del Papa assumeranno autenticamente e pienamente senso solo se quei giovani e tutti noi sapremo dare concretezza a quelle parole e raggiungere quella quota significativa di giovani nel mondo che – per vari motivi – non hanno e magari non avranno mai il desiderio o l’opportunità di ascoltarle.
Il Signore benedice anche i loro sogni? Ne sono convinta, anche se per loro è più difficile crederlo, anche se i loro sogni sono spesso infranti e i loro desideri feriti. Anche se si sentono privi di valore, per niente amabili, paralizzati nelle sabbie mobili di sconfitte che impediscono loro di esprimersi e avere fiducia. Giovani che sicuramente custodiscono nel cuore il desiderio di credere in qualcosa, ma che sono stati delusi dal mondo, dagli adulti e forse – ai loro occhi – anche da Dio stesso. Giovani che non hanno mai sperimentato il perdono o la misericordia.
È proprio a loro che va il mio pensiero in questo momento, perché se il nostro impegno e la nostra dedizione non li raggiungeranno saranno vani anche quei sorrisi, quei gesti, quelle preghiere che hanno reso così preziose le giornate di Cracovia o di Rio, Sidney, Colonia, Parigi, Tor Vergata…
Abbiamo un debito nei loro confronti e non potremo dirci appagati e pienamente credenti se la nostra libertà e la nostra fede non contageranno e non si contamineranno anche con quei mondi, apparentemente distanti, che richiedono per essere raggiunti nuovi sguardi, nuovi orizzonti, nuove scarpe.

[Photo credits: Stefano Antonini]

Fiore, quando l’amore nasce in carcere

Fiore

“Sally è già stata punita, per ogni sua distrazione o debolezza…”

Sono le note che Daphne ascolta dal suo tanto agognato mp3 tra le pareti del carcere, e che sembrano addirsi perfettamente alla sua storia.

Una storia che racconta, appunto, di errori e pene da scontare. Una storia di solitudine e diffidenza. Ma anche una storia d’amore: nata tra sbarre e bolle di sapone, tra messaggi clandestini e sguardi timidi.

È la storia di “Fiore”, l’ultimo intenso film di Claudio Giovannesi, che già aveva raccontato storie di adolescenti difficili in: “Alì ha gli occhi azzurri”.

Il film è nato nel carcere minorile di Casal del Marmo a Roma ed è particolarmente realistico, privo di orpelli, a partire dalla scelta degli attori: eccezione fatta per Valerio Mastandrea (che ancora una volta regala una credibile e intensa interpretazione), i due protagonisti e la maggior parte degli attori non sono professionisti.

“Daphne” nella vita di tutti i giorni lavora come cameriera, “Josh” ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza del carcere.

Guardando questo film e, qualche giorno fa, un altro recente successo italiano di Paolo Virzì, “La pazza gioia”, non posso fare a meno di riflettere.

Innanzitutto sul cinema italiano, sulla capacità di raccontare storie e su una linfa vitale che – malgrado tutto – non credo affatto spenta.

E poi, entrambi i film, mi portano a riflettere sulle professioni di aiuto in ambito sociale. Sia i due giovani protagonisti di Giovannesi che le due attrici che interpretano il ruolo di giovani donne affette da disturbi mentali nella pellicola di Virzì (Micaela Ramazzotti e Valeria Bruna Tedeschi), sono personaggi che rompono gli schemi.

Ci mostrano in maniera dolorosa e a al tempo stesso tenera e un po’buffa i limiti di sistemi che rischiano di essere troppo regolamentati e rigidi o comunque incapaci di guardare alla persona nella ricchezza e complessità della sua storia.

Nel punto più basso delle loro vite, tra le mura di un carcere, Daphne e Josh imparano l’amore. Fuggendo dalla comunità di recupero in cui sono accolte, Beatrice e Donatella scoprono la solidarietà e l’amicizia.

 “Il compito educativo è sempre più una sfida che non permette di rallentare il passo del tuo sapere e che impone cambiamenti atti a formare un umanesimo creativo, bello, resistente alle fragilità del nostro tempo”, scrive don Claudio Burgio, cappellano al carcere Beccaria di Milano, che di “Josh” ne incontra e ne accoglie tanti ogni giorno.

Il nostro agire educativo è spesso caratterizzato da infinite e difficili discussioni sulle regole, sulle forme di contenimento, sugli insegnamenti da trasmettere. Ma anche un film può ricordare che oltre a tutto questo e, sicuramente molto prima, è necessario mettersi in ascolto. Perché il rischio è quello che le regole siano più utili a noi invece che a chi educhiamo, se le riduciamo a un’esperienza arida e fine a se stessa.

Quattordici. È il numero delle porte che devo attraversare per raggiungere la mia cella, qui in carcere

prigione-642x336Oggi Elena è venuta a trovarmi. Elena era la mia educatrice, lavora nella comunità dove sono stato accolto per qualche tempo, prima di finire in questo posto. Parliamo di tutto quando viene a farmi visita, le racconto di me e lei mi racconta cosa accade fuori dal carcere, ma ci confrontiamo anche sulla vita, io ho molto bisogno di condividere i miei pensieri con qualcuno.

Oggi mi ha chiesto cosa penso del perdono. Io le ho risposto: “Il perdono è la misericordia di Dio”, perché è una frase che sento spesso ripetere dal prete che viene a farci visita qui in carcere. Credevo di aver fatto bella figura con una risposta così! Lei ha sorriso, ma non era la risposta che cercava. Voleva che le parlassi di me. Così ho pensato alla mia storia. Elena mi ha chiesto se avevo perdonato i miei genitori. È vero, della vita con la mia famiglia ho molti ricordi negativi: alcool a fiumi, i segni della cintura che usavano per picchiarmi, gli occhi pieni di terrore di mia mamma. Eppure se penso a loro non provo rancore, perché so che anche i miei genitori erano vittime di una catena di dolore che non si è mai spezzata. Mio padre ci picchiava, perché la stessa cosa faceva suo padre con lui.

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Trentenni: cosa ci sta succedendo?

trentenniI trentenni non esistono più, secondo Zerocalcare, siamo “una generazione generosa, che si è dannata l’anima per trovare un posto nel mondo e ha visto tradite le sue aspettative”. Una generazione smarrita, secondo la sociologa Bernadette Bawin Legros, uomini e donne contraddistinti da un sentimento diffuso di disillusione. “Generazione Bim Bum Bam”, l’ha definita Alessandro Aresu (filosofo classe 1983).

Siamo cresciuti con le canzoni di Cristina D’Avena e giocando con il Crystal Ball. Abbiamo vissuto la caduta del Muro di Berlino e il mito, ormai deluso, di un’Europa veramente unita. Siamo i figli della generazione del ’68, del boom economico, della tragedia del terrorismo in Italia. Abbiamo scoperto il potere della tecnologia, le conseguenze di un sistema consumistico portato all’estremo.

Oggi siamo una generazione precaria e insicura, o almeno così ci dipingono. Molti di noi sono all’estero o hanno dovuto lasciare la loro città natale. Accettiamo lavori sottopagati e sottostimati rispetto al nostro titolo di studio e alle nostre competenze. Rimandiamo sempre più avanti nel tempo scelte definitive quali l’andare a vivere da soli, sposarsi, avere un figlio.

Una generazione vittima di un sistema che le ha tarpato le ali. Secondo il Presidente dell’Inps Tito Boeri chi è nato negli anni ’80 sarà costretto a lavorare almeno fino ai 75 anni e prenderà una pensione almeno il 25% più bassa di quelle di oggi.

Ma una generazione anche con delle proprie responsabilità: spesso volutamente assente dallo spazio pubblico, incapace di ribellarsi a ciò che non va, chiusa in un esasperato individualismo.

Trentenni che prolungano un’indefinita adolescenza o già troppo adulti per manifestare energie e riscattarsi.

Da qualche giorno la generazione dei trentenni si è resa protagonista di una terribile vicenda di cronaca nera, di cui tutti parlano. Roma, la città de “La grande bellezza”, ancora una volta insanguinata e ferita. Palcoscenico di nottate contraddistinte da sesso e divertimento senza regole, in cui smarrire la propria umanità.

Due persone, praticamente mie coetanee, che uccidono in modo così atroce un ragazzo di soli 23 anni, non possono che indurmi a riflettere sulla nostra identità generazionale.

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Foto dal blog “I Trentenni”

Dieci cose che ho imparato dai ragazzi in comunità

CAPITOLO # 18-4Potrà sembrare un po’generico e rischioso, ma dopo quasi sei anni trascorsi ad ascoltare le storie di ragazzi fuori famiglia (due settimane fa l’ultima occasione: http://www.newsrimini.it/2015/10/neomaggiorenni-care-leavers-ragazzi/) e a condividere la loro quotidianità, ecco dieci cose importanti che credo di aver imparato dalle ragazze e dai ragazzi che vivono in comunità o in casa-famiglia:

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Non importa ciò che sei…ma ciò che dici!!

Sarai 2Un nuovo progetto promosso dall’ Autorità Nazionale Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza sta coinvolgendo un gruppo di giovani provenienti da diverse parti d’Italia, compresa la nostra città. Si tratta della prima radio istituzionale fatta dai e per i ragazzi per raccontare il loro mondo rendendoli protagonisti aggregando un network di radio digitali di tutta Italia.

Un’idea nata ispirandosi a una delle prime web radio fatte da studenti in Italia: Radio Kreattiva di Bari, che racconta il mondo con la voce diretta dei più giovani e che è nata nel territorio barese anche come azione di contrasto alla cultura mafiosa e a tutte le forme di devianza. Ma sono state coinvolte anche Radio USB di Milano, Radio 100 passi di Palermo e il network di Napoli che dà voce a un gruppo di giovani migranti.

Sarai Teens Digital Radio, il nome scelto per questo progetto, ha in palinsesto diversi programmi e altri format verranno man mano ideati dalle redazioni di tutta Italia e dai gruppi dei giovani coinvolti. Obiettivo della radio sarà anche quello di essere uno strumento di partecipazione e di riscatto per quei ragazzi che vivono in territori spesso considerati ai margini.

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In barca…per imparare la vita

sailing-690289_640Un gruppo di adolescenti provenienti da Ravenna, Cesenatico e Rimini. Una partnership tra 9 soggetti: l’associazione onlus Piccoli Passi e la cooperativa sociale onlus La Vela di Cesenatico, le associazioni Marinando di Ravenna e di Rimini, l’associazione Sonora Social Club di Bagnacavallo, la cooperativa Il Millepiedi di Rimini, l’associazione Verba Manent onlus e la Fondazione Augusta Pini ed Istituto del Buon Pastore onlus di Bologna. Tre barche guidate da skipper esperti e un gruppo di educatori e operatori sociali.

Sono questi alcuni degli ingredienti dell’avventura in mare che hanno vissuto un gruppo di ragazzi tra i 14 e i 17 anni durante l’Estate grazie al progetto “Albatross. Giovani in Adriatico”, un progetto di prevenzione del disagio giovanile nato con l’obiettivo di potenziare l’autostima dei giovani coinvolti sviluppando in loro maggiori capacità di interazione e convivenza, responsabilizzazione e stimolo alla trasmissione delle proprie competenze attraverso un mediatore molto speciale: la barca a vela.

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Maggiorenni si diventa – un evento a Rimini

Immagina di compiere 18 anni, di avere un passato difficile alle spalle, e di ritrovarti da un giorno all’altro completamente solo ad affrontare la vita adulta. È quello che accade ogni anno a circa 3.000 ragazzi in Italia e che succede anche a Rimini.

L’Associazione Agevolando nasce per promuovere percorsi per sostenere l’autonomia abitativa, lavorativa e relazionale dei giovani cresciuti “fuori famiglia” (in comunità, affido, casa-famiglia) accompagnandoli in particolare nel delicato passaggio alla maggiore età e promuovendone il protagonismo e la partecipazione. Per presentarvi le attività dell’Associazione abbiamo organizzato una serata: Venerdì 16 Ottobre a partire dalle ore 20.45 al Centro per le Famiglie (Piazzetta dei Servi 1 Rimini) con musica, letture, testimonianze, storie…e anche qualche dolcetto!

Un’occasione per conoscere le storie di vita di questi ragazzi e, perché no, pensare a come dare attivamente il proprio contributo perché possano sentirsi meno soli e costruire serenamente il loro futuro! L’iniziativa è realizzata nell’ambito del “Mese delle Famiglie” in collaborazione con il Centro per le Famiglie del Comune di Rimini, la Libreria Viale dei Ciliegi 17, Mare di Libri e Riminisocial 2.0.

volantino 16 ottobre DEF- di

Non è colpa di nessuno

Cocorico'Non è colpa della famiglia. Fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo. Non prendiamocela sempre con loro. E poi il vero problema sono gli amici, le compagnie.

Non è colpa di Rimini. Rimini non è solo eventi, sballo e divertimento. Però il turismo è importante, ci dà da mangiare. Non possiamo rinunciare a certi locali o a certe feste, portano gente.

E così non è colpa neppure del Cocoricò. Lo sanno tutti che i ragazzi assumono le sostanze ancora prima di andare a ballare, le comprano altrove. E poi ormai al Cocoricò ci sono sempre controlli, forze dell’ordine, personale sanitario. È una discoteca molto più sicura di altre.

Dopo la tragica morte di Lamberto Lucaccioni, 16 anni, sentitosi male mentre ballava al Cocoricò dopo una massiccia assunzione di ecstasy, è cominciato il balletto dei passi indietro. Certo, i sensi di colpa servono a poco. Non riporteranno Lamberto tra le braccia dei suoi genitori. Non restituiranno a quel ragazzo di 16 anni un futuro irrimediabilmente perduto.

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[Foto tratta dalla pagina facebook del Cocorico’]