Il ricordo di Patrizia

 

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Domenica alle 19.13 il tempo si è fermato.
Il dolore è assordante.
Quando perdi qualcuno che ami, spesso ti penti di tutte quelle cose che avresti potuto fare e non hai fatto, del bene non sufficientemente detto.
Con Patrizia non è così. Ogni momento speso insieme a lei è stato grazia e dono.
Non ha mai mancato di comunicarmi (e così, sono certa, a tutte le persone a cui voleva bene) il suo affetto e la sua stima.
Perché Patrizia era così.
Generosa, autentica, determinata, solare, profondamente buona, coraggiosa nel prendere posizioni anche scomode.
Fedele a Dio, alla Chiesa, all’umanità.
Ci ha donato tantissimo, forse tutto, di sé.
Ci ha amato, mi ha amato, e io l’ho amata tantissimo anche se eravamo distanti (e chi ha vissuto l’esperienza della FUCI sa di cosa parlo). Grazie a Mariarosaria da alcuni mesi condividevamo nuovi sogni, progetti, idee e speranze.
Dicevo spesso che avrei desiderato essere come lei, che per me era modello e fonte d’ispirazione.

Desiderava tanto vederci uniti, fucini ed ex fucini.
Se potesse sono certa che oggi sarebbe qui ad accarezzarci, a consolarci, a tenerci insieme.
Sono stata così fortunata.
Ma il tempo trascorso con lei oggi mi appare anche drammaticamente breve e tutto mi sembra incomprensibile e ingiusto.

Solo nell’amore che anche in questi momenti di disperazione Patrizia riesce inspiegabilmente a generare, trovo una “trama di senso”. Patrizia era ed è luce e continua ad avvolgerci.
Che quel calore continui a scaldare la sua famiglia e chi la ama.
Continua, dolce Patrizia, a raccogliere i frammenti della nostra povera umanità e a renderli più belli e più veri.
A Dio…
“Se ti tagliassero a pezzetti il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di Dio
di Dio il sorriso”.

 

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Amir: dall’Afghanistan a Rimini…in pizzeria

Questa storia comincia in Afghanistan e finisce in una pizzeria riminese. Protagonista di questa avventura è Amir: è solo un bambino quando si ritrova completamente solo al mondo ed è costretto a lasciare il suo paese e trasferirsi in Pakistan. Da questa repubblica dell’Asia inizia una storia incredibile: Amir ha 8 anni e lavora quindici ore al giornoImpara a fare il pane, e in qualche modo questa abilità gli tornerà utile. Quando è poco più che un ragazzino decide che quella vita è insostenibile e inizia un lungo e incredibile viaggio. Attraversa l’Iran, la Turchia, la Grecia. In ogni paese si arrangia come può per sopravvivere: lavora come muratore, dorme in fabbriche dismesse, vive in strada, lavora addirittura come guida turistica a cavallo in Cappadocia. La sua capacità di adattarsi e resistere è straordinaria.

“Sono stato molto fortunato ad arrivare in Italia. Ho viaggiato con un gruppo di amici fino in Grecia, poi sono rimasto da solo – racconta Amir a Rimini Social – Per un mese ho provato a partire per l’Italia, ma non ci riuscivo. Poi un giorno sono riuscito a nascondermi sotto un camion che era stato imbarcato su una nave. Sono rimasto 30 ore senza mangiare e senza bere. Pensavo: quando finirà questo viaggio, devo avere una bella vita. In Italia davvero tutto è cambiato. È difficile essere da solo in un paese dove non conosci nessuno, senza soldi e senza documenti. Ho pregato molto. L’incontro con gli educatori della cooperativa Il Millepiedi ha cambiato la mia vita, ora finalmente mi sento bene. In Afghanistan e in Pakistan non ho nessuno, ho sempre vissuto da solo. Ora è qui la mia famiglia”.

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Sugli smartphone gli adolescenti scrivono la loro biografia. Intervista a Boccia Artieri

 

Hate speech, cyberbullismo, flaming. Sono termini più o meno conosciuti ma certamente all’ordine del giorno, che raccontano di un mondo del web che sembra diventare sempre più tossico, difficile, ostile. Un cambiamento che può influenzare anche i rapporti tra le generazioni, divise da un diverso approccio alle nuove tecnologie e ai nuovi media.

Ecco perché non è stato strano parlare di “Comunicazione non ostile” anche nel contesto del ciclo di incontri promossi dal Centro per le Famiglie del Comune di Rimini. Un percorso dedicato a genitori, insegnanti ed educatori di ragazzi pre-adolescenti e adolescenti.

Lo scorso 8 maggio l’ultima tappa, con protagonista il prof. Giovanni Boccia Artieri, esperto di media education e docente di Sociologia dei Processi Culturali presso l’Università degli Studi di Urbino.

 

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Casa Arop: un sogno che diventa realtà

inaugurazione_casa_arop4Una nuova casa che accoglierà fino a 5 famiglie di bambini in terapia nel reparto di Oncoematologia pediatrica dell’Ospedale Infermi di Rimini. Inaugurata sabato 16 giugno, diventerà ufficilmente operativa in autunno. È il sogno di Arop, ormai ad un passo dal diventare realtà.

L’associazione riminese oncoematologia pediatrica opera da 16 anni nella provincia di Rimini per sostenere i bambini affetti da malattie oncoematologiche e le loro famiglie. Il presidente è Roberto Romagnoli, che racconta: “L’associazione Arop è nata dall’impegno di un gruppo di genitori che avevano vissuto l’esperienza del ricovero del proprio figlio. Questo ci ha permesso di sviluppare una sensibilità e un’attenzione particolare nei confronti dei genitori e delle famiglie, perché è un’esperienza che abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Quando si parla di oncologia pediatrica si focalizza giustamente l’attenzione su malattia e bambino, ma in realtà è di tutto il nucleo familiare che bisogna prendersi cura”.

Aggiunge: “In questi anni l’associazione ha sempre avuto come priorità il desiderio di aiutare il territorio. Partendo da zero abbiamo iniziato a qualificare la nostra presenza come volontari in Ospedale con alcune piccole azioni: l’organizzazione di feste di compleanno per i bambini ricoverati, un’assistenza di base offerta alle famiglie per alleggerire il loro carico… Negli anni il reparto riminese è cresciuto, può contare su personale medico e infermieristico straordinario. È diventato una vera e propria eccellenza, tanto da divenire a partire dal 2010 centro di riferimento regionale. Sono così aumentati anche i casi presi in carico”.

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Burla e dieci anni di graffiti a Casa Pomposa

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Emanuele Battarra, per tutti Burla. 38 anni e 10 anni di lavoro sul campo in ambito educativo, grazie a una grande passione e a un prezioso talento da writer. Tutto è cominciato a Casa Pomposa, storico spazio aggregativo ed espressivo per i giovani riminesi, gestito dalla coop. sociale Il Millepiedi in una struttura del Comune di Rimini.

“Frequentavo Casa Pomposa già da qualche tempo anche come luogo dove realizzare i miei graffiti – ci racconta Emanuele – poi gli educatori mi hanno proposto di collaborare con loro. È nata così l’idea di un corso di graffiti rivolto ad adolescenti e giovani. Da allora sono trascorsi 10 anni e abbiamo realizzato tanti corsi e laboratori: i ragazzi che li frequentano a volte sono gli stessi, poi crescono, cambiano, i loro interessi si trasformano, a volte ritornano…io per loro resto a disposizione e spesso mi chiedono un punto di vista sul loro lavoro anche quando non frequentano più il centro”.

Un lavoro artistico che dunque cambia sempre, si evolve: “È molto interessante osservare come la libera creatività dei ragazzi non si fermi alla sola arte dei graffiti ma possa trovare molte e diverse forme di espressione. Penso ad amici come Blatta, Korj, Felix…solo per citarne alcuni. Ci sono ragazzi che hanno frequentato il mio corso e oggi si sono buttati in un’avventura editoriale. Qualcuno frequenta scuole d’arte in Italia o in Europa. C’è chi è diventato un grafico o un tatuatore. Mi piace stimolare i ragazzi ad amare e a frequentarla, per questo ad esempio quando dipingiamo ascoltiamo sempre musica”.

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Quattro giorni e quattro città (più una) in Puglia e Basilicata

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Lama Monachile a Polignano a Mare

Quattro giorni, quattro città (e una in aggiunta) sono la sintesi di questo viaggio nel sud della penisola. Una Puglia calda e accogliente – uno dei luoghi in Italia in cui amo maggiormente tornare – e una Basilicata tutta da scoprire.

Un viaggio semplice ma ricco di piccoli tesori e meraviglie disseminati in queste distese verdi, perché viaggiare in Puglia significa anche lasciarsi rigenerare dal blu intenso del mare e abbracciare dal verde degli estesissimi uliveti, sognando un giorno di dormire in una delle antiche masserie in pietra incastonate nella natura che caratterizzano queste zone.

Ecco allora le tappe e le cose più belle da vedere in questo itinerario tra il Salento e la Basilicata:

Polignano a Mare. E’la prima tappa del nostro viaggio, la meta più a nord. Polignano è proprio come ti immagini la Puglia. Con la sua pietra bianca, il mare cristallino, calda, ospitale. Ci si innamora tra i suoi vicoli, negozi, chiese e piazzette, ti fanno compagnia i versi dei poeti su porte, muri e finestre.
E poi a toglierti il fiato le tre balconate: tre diversi punti di vista su Cala Porto, la celebre caletta circondata dai caratteristici scogli su cui è arroccato tutto il centro storico. E’ solo il 28 aprile ma qui è piena estate e molti si tuffano dagli scogli e nuotano in questo angolo di mare blu.
Da non perdere a Polignano: piazza Vittorio Emanuele con la Chiesa di Santa Maria Assunta e la Casa dell’Orologio, la Balconata Santo Stefano, il monumento dedicato a Domenico Modugno, il viadotto romano che conduce alla spiaggia di Lama Monachile o Cala Porto, uno degli scorci più pittoreschi di Puglia. Se avete più tempo (io non ci sono riuscita) è possibile visitare anche la Fondazione Museo Pino Pascali.
On air: Nel blu dipinto di blu – Domenico Modugno

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Top 5 Puglia e Basilicata – before leaving

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La valigia di Primavera è un po’confusa: ho infilato dentro a forza dal piumino al costume. Ma quello che rimane certezza prima di un viaggio è la necessità di musica, letture, film a farmi compagnia.

Ecco la mia classifica (questa volta – in realtà – un po’ top 3 e un po’top 5) per prepararmi a questo viaggio nel Sud Italia, tra la Basilicata e il Salento.

Film

1. Basilicata coast to coast. Un film del 2010 di Rocco Papaleo, che ha segnato il debutto di Max Gazzè come attore. Un viaggio picaresco per un gruppo di musicisti un po’scombinati, che lungo il cammino da una costa all’altra della Basilicata ritrovano soprattutto loro stessi. Sulle note di “Mentre dormi” ho iniziato a desiderare più forte di scoprire questa regione del Sud spesso dimenticata.

2. Il Vangelo secondo Matteo. Il realismo di Pier Paolo Pasolini con cui racconta la vita di Cristo attraverso volti di tanti attori non protagonisti e una narrazione fedele all’opera dell’Evangelista, trova la sua perfetta cornice tra i sassi di Matera, che il regista ha voluto come rappresentazione della città di Gerusalemme.

3. Mine vaganti. Il cinema ama il Salento. Ferzan Ozpetek a Lecce ha addirittura guadagnato la cittadinanza onoraria. Questo film del regista turco, girato interamente in Puglia, racconta la storia di una famiglia il cui perbenismo si trova a fare i conti con la verità.

Libri

1. Cristo si è fermato a Eboli. In questo racconto autobiografico Carlo Levi racconta, a distanza di anni, il suo esilio in Basilicata a causa del fascismo portando l’attenzione sulla questione meridionale e la vita rurale del Mezzogiorno.

2. Né qui né altrove. Ci troviamo un po’ più al nord rispetto al Salento, la storia è ambientata a Bari. E anche se il mio itinerario non include il capoluogo pugliese, mi piace come Gianrico Carofiglio racconta la sua terra e questo viaggio nella memoria dei tre protagonisti è coinvolgente e appassionante. Perché tutti in qualche modo possiamo sentirci di voler fuggire o appartenere alle nostre città.

3. Don Tonino Bello. Biografia di un poeta. Per me Salento significa anche (e soprattutto) ricordo di don Tonino. Un Vescovo illuminato, che ha anticipato in qualche modo la Chiesa di Papa Francesco, che da poco gli ha reso omaggio. Un Vescovo autentico, attento, umile, povero tra i poveri, pieno di coraggio. Che aveva il dono della scrittura poetica. La sua opera è stata integralmente pubblicata da una preziosa editrice pugliese, la Meridiana. Il testo che ho indicato è, invece, una sua recente biografia. Don Tonino è stato e continua ad essere profeta e maestro: per questo non si può attraversare la sua terra senza ricordarlo.

Musica

1. Mentre dormi – Max Gazzè (già citata…ma non può mancare)

2. Vieni a ballare in Puglia – Caparezza

3. Il ballo di San Vito – Vinicio Capossela

4. L’esigenza – Radiodervish

5. Le radici ca tieni – Sud Sound System

A presto, con foto e racconti dal nostro Sud.

 

“Uno sguardo ti cambia la vita”. Intervista a don Claudio Burgio e a Daniel, Comunità Kayros

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Don Claudio Burgio e Daniel – Foto: Monica Romei

Ragazzi ribelli, devianti, ragazzi di strada, bulli, delinquenti. Per don Claudio Burgio semplicemente ragazzi. Ragazzi a cui ha donato la sua vita: a partire dal 1996, quando ha fatto ingresso per la prima volta al Carcere minorile Beccaria di Milano. Per poi arrivare a fondare, nel 2000, l’associazione Kayros che gestisce servizi di accoglienza per minorenni e neomaggiorenni in difficoltà.

Incontriamo don Claudio lo scorso 10 marzo a Bologna, durante l’assemblea nazionale dei soci di Agevolando.

Com’è stato il tuo primo impatto con il mondo dei ragazzi del Beccaria?

Un impatto ovviamente difficile, perché ogni incontro contiene il prefisso “in” per indicare lo stare insieme, la condivisione ma c’è anche un “contro”. Il primo messaggio che i ragazzi mi rivolgono è quasi sempre una provocazione. Ma non dimentichiamo che nella parola provocazione c’è anche l’idea di vocazione, di chiamata. Una chiamata “pro” e quindi a vantaggio di. Con le loro parole dure e i loro comportamenti difficili, i ragazzi che ogni giorno incontro mi provocano ma al tempo stesso mi chiamano, cercano una relazione. L’importante è andare oltre quell’atteggiamento, quel primo impatto.

Qual è la filosofia delle comunità di accoglienza Kayros che tu hai fondato?

Il nostro tentativo è quello di puntare più sulla libertà che sulle regole. Una scommessa che ovviamente non sempre riesce… Ma vorremmo offrire ai ragazzi la possibilità di scommettere sul proprio talento e allargare il loro orizzonte, lo spazio delle possibilità. I ragazzi non rimarranno in comunità per sempre, la vera sfida li attende fuori. È a questo che dobbiamo prepararli, prima di ogni cosa.

Come accettare anche la fragilità e il fallimento che in qualche modo caratterizzano sempre la relazione educativa?

All’inizio quasi sempre i ragazzi ti usano. Ma ho capito che è necessario anche lasciarsi sfruttare e tradire. Ognuno di noi adulti ha il suo equilibrio, i suoi affetti. Nella nostra libertà possiamo tollerare quel tradimento, senza averne paura. Penso alla storia di Monsef e Tarik, due ragazzi accolti nella mia comunità che hanno scelto di partire per la Siria e diventare jihadisti. Io non ho potuto impedire la loro scelta, ma spero che in loro qualcosa sia comunque rimasto. Potevo vivere come un tradimento la loro partenza, ma so che il nostro rapporto è stato comunque vero e questo nessuno potrà togliercelo. Spesso più che una guerra di religione o una difficoltà di integrazione, il vero problema di questi ragazzi è l’identità. Non hanno chiaro chi sono e cercano risposte forti, è importante invece scegliere le persone giuste con cui stare, di cui fidarsi. Io credo che in fondo il momento in cui siamo più fragili e in cui veniamo traditi è il momento in cui davvero certifichiamo il nostro amore.
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Cesare Moreno, il maestro con i sandali

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L’incontro al Centro giovani RM25 con Cesare Moreno – Foto: Emiliano Violante

Cesare Moreno è insegnante, formatore, progettista. Ma sopra ogni cosa si definisce “Maestro di strada”. Un maestro con un bagaglio leggero, che propone un modello educativo basato sulla mobilitazione delle risorse dei giovani e sulla reciprocità delle relazioni. Il “maestro con i sandali”, indossati anni fa in segno di protesta nei confronti delle istituzioni carenti. Insieme alla moglie Carla Melazzini, scomparsa nel 2009, ha dato vita nella sua Napoli al “Progetto Chance” per combattere la dispersione scolastica con interventi nei quartieri più difficili della città. Ha fondato l’associazione Maestri di strada di cui è presidente. Questa intervista nasce lo scorso 9 marzo a Rimini in un incontro organizzato dal coordinamento provinciale di “Libera” e dall’associazione “Vedo sento parlo”.

Da dove nasce l’idea dei maestri di strada?

Il maestro di strada ha un approccio che non si riferisce solo al contesto in cui opera, ma che è anche e soprattutto mentale. Trae spunto anche dall’immagine dell’amico Andrea Canevaro, che ha paragonato l’educatore a un viandante, al coureur de bois. Il maestro di strada ha uno zaino leggero perché è interessato a reperire risorse strada facendo. Lungo la strada è sicuro di incontrare alleati, non nemici da combattere. Per questo la prima cosa che sceglie di fare è mettersi in ascolto, guardando l’altro negli occhi e parlandogli. Spesso è difficile iniziare un dialogo con chi è molto arrabbiato ma all’inizio è importante semplicemente far capire che ci sei. Una insegnante ha usato una volta una definizione che ho apprezzato moltissimo e fatto mia: abbiamo una ‘responsabilità di presenza’ nei confronti dei giovani che incontriamo, che è il primo passo per costruire una relazione.

Che cosa intende quando parla di alleanza educativa?

In educazione non servono prediche, ma pratiche. Nel concetto di alleanza risiede anche l’idea di reciprocità. Non sto andando a beneficare qualcuno, ma sto costruendo un rapporto, stabilendo un noi. Dobbiamo trasmettere anche all’altro il senso del beneficio che riceviamo dallo stare insieme. In fondo la relazione educativa è una relazione d’amore: non un concetto sdolcinato o sentimentale ma un rapporto che si costruisce giorno per giorno. Rosa Agazzi, pedagogista, aveva ideato a scuola il ‘Museo didattico’, una mensola in cui raccoglieva gli oggetti più inutili o anche sgradevoli, ma per loro preziosi, dei suoi bambini. Lo stesso deve fare l’educatore: non deve buttare via niente, ma assumere anche le ‘schifezze’ nel suo percorso.

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Itinerario insolito al Carnevale di Venezia

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Una domenica al Carnevale di Venezia può spaventare, soprattutto per chi non ama la confusione o i luoghi troppo affollati. D’altra parte partecipare a uno dei carnevali più belli del mondo è un’esperienza unica e sicuramente divertente, quindi vale la pena rischiare, ma con qualche accorgimento. Ecco il nostro itinerario, un po’insolito, a prova di grandi folle.

Come arrivare. Innanzitutto noi abbiamo scelto di arrivare in treno: mettetevi il cuore in pace perché nell’ultimo tratto, in particolare tra Padova e Venezia, ci sarà sicuramente molta gente. Ma per fortuna è un breve tragitto! Per chi sceglie la macchina, qualcuno del nostro gruppo l’ha fatto, è consigliato parcheggiare proprio a Padova o a Mestre e poi proseguire con il bus o il treno, ci sono molte possibilità.

L’itinerario. Grazie ai consigli di un’amica*, noi abbiamo scelto di evitare di raggiungere la mattina piazza San Marco. È vero, abbiamo perso il volo dell’aquila (uno dei tradizionali “voli” dal campanile di San Marco), ma con le nuove regole e limitazioni all’accesso in piazza sapevamo che sarebbe stato molto difficile anche solo raggiungere il luogo dell’evento e vedere qualcosa. Per questo abbiamo scelto di andare “controcorrente” e, una volta scesi dal treno, ci siamo diretti dalla parte opposta rispetto al flusso di persone che cercava di raggiungere il centro di Venezia.

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