Una Mehari e la verità. Ricordando Giancarlo Siani

L’amore. Gli amici. La musica e qualche concerto. Il lavoro precario, anzi abusivo. Non c’è nulla di fuori dall’ordinario nella vita del ventiseienne Giancarlo Siani.

Ma è il 1985 e se decidi di fare il giornalista, o meglio il giornalista-giornalista, a Torre Annunziata qualcosa nello scorrere delle tue giornate comincia a cambiare. E a bordo di quella Mehari verde acido, inconfondibile, inizia l’incontro con la sconvolgente realtà della camorra fatta di stragi di sangue, violente vendette, istituzioni complici. E i chilometri macinati sulla Mehari diventano il simbolo di un cammino che ha solo un obiettivo: ricercare e raccontare la verità. Perché “le persone per scegliere devono sapere, devono conoscere i fatti”.

In questi giorni a Rimini è stata esposta l’auto di Giancarlo Siani, in una tappa del tour “Il viaggio legale”. Sono stati organizzati dalle associazioni promotrici incontri e dibattiti e proiettato il bellissimo film di Marco Risi che racconta la sua storia, “Fortapasc”. Giancarlo ha scritto in pochi anni più di 900 articoli, uno di questi (pubblicato il 10 giugno 1985 su “Il Mattino”) ha decretato la sua condanna a morte per mano della camorra. La sua storia – e con lui quella degli altri operatori dell’informazione uccisi o minacciati dalla mafia – è ancora poco conosciuta, eppure la sua lezione è quanto mai attuale e ci ricorda anche e soprattutto in quest’epoca di bufale e post-verità che c’è un unico modo di fare giornalismo, che non fa sconti, e ha un solo compito: rendere chi legge più consapevole, e quindi più libero.

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Un genitore felice è un genitore efficace

papa-e-figlia-1024x1024Tanti babbi, insieme a qualche mamma, a interrogarsi sui cambiamenti del ruolo paterno nell’ambito della famiglia, in una società in sempre più rapida trasformazione. Se ne è parlato lo scorso 25 gennaio al Centro per le famiglie del Comune di Rimini che ha promosso l’incontro “Anche il papà lo sa! Il ruolo del padre come protagonista nella crescita dei figli”.
“Un titolo provocatorio – ha spiegato Silvia Baldazzi, psicologa del Centro – che vuole richiamare la rinnovata centralità che la figura del padre assume all’interno della famiglia per poi definirne le competenze non solo relativamente al suo saper fare ma anche al suo saper essere”.
Una bella sfida accolta da due professionisti, ma anche giovani papà: Roberto Vignali, pedagogista e Wiliam Zavoli, psicologo e psicoterapeuta. Entrambi impegnati professionalmente nell’ambito della cooperativa sociale “Il Millepiedi” di Rimini, contesto in cui quotidianamente sperimentano e definiscono il loro pensiero pedagogico.
L’appuntamento si colloca nell’ambito del ciclo di incontri a tema: “Dedicato a mamma e papà”, una serie di appuntamenti gratuiti promossi dal Centro per le Famiglie del Comune di Rimini e rivolti a genitori, insegnanti, educatori. Prossimo incontro mercoledì 15 febbraio alle 20.45 sempre in piazzetta dei Servi 1: “Il piacere di stare a scuola! Come le relazioni possono favorire l’apprendimento e la crescita”, a cura di Silvia Baldazzi.

Abbiamo fatto una chiacchierata con entrambi i relatori, sui temi della paternità e delle insidie “moderne” che i papà di oggi sono chiamati ad affrontare. Cominciamo con Roberto Vignali.

Roberto, cosa significa essere padre oggi?

“Essere padre oggi è molto diverso dal passato. Abbiamo tante più risorse a disposizione ma viviamo anche in un mondo più fragile e pieno di incertezze. Mi piace parlare di paternità a partire dal concetto di felicità. Felicità implica essere completamente soddisfatti, ha a che fare con l’idea di pienezza. La felicità è la meta che ognuno di noi persegue ma la società attuale ci offre e propone false felicità, desideri effimeri che creano frustrazioni e bisogno di sempre nuovi stimoli. Mi piacerebbe invece che passasse l’idea di una felicità che sta nella relazione, nel condividere a pieno la propria vita con altri. Questo implica anche accettare le nostre responsabilità che sono stimoli e ricchezze e non limiti e catene, come spesso vengono rappresentate”.

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Il mio Natale in comunità

dolci-642x336Arriva sempre il fatidico momento della domanda di un compagno di classe che ti guarda con occhi curiosi: “Cosa farai per Natale?”. È la stessa sensazione che si prova quando, alle scuole elementari, scatta l’ “ora x” del tema: “Parla della tua famiglia”. In passato mi è capitato di dare le risposte più fantasiose a queste domande. Raccontavo di vacanze sulla neve con la mia famiglia, di cenoni della vigilia a base di ricche portate, di alberi di Natale addobbati insieme ai miei genitori. Da qualche tempo non ho più paura però di raccontare un’altra storia: la storia di chi, le vacanze di Natale, le trascorre in una comunità.

Questo, per noi ragazzi e ragazze in comunità, è un periodo particolarmente strano e delicato. Alcuni ragazzi sono tristi. C’è chi aspetta una telefonata che non arriverà mai, chi ha invece la fortuna di poter tornare a casa qualche giorno, chi farà gli auguri ai suoi genitori lontanissimi attraverso una chiamata con Skype.

C’è chi crede nel Natale, c’è chi non crede in niente, c’è chi professa un’altra religione. Mi è capitato spesso di vedere ragazzi piangere il giorno di Natale o di dover consolare la mia compagna di stanza che non vorrebbe alzarsi dal letto e ascolta la sua musica triste a tutto volume.

Io a Natale in comunità invece mi sento proprio a casa. In salotto addobbiamo un albero grandissimo, pieno di luci e colori, che appena entri in casa già ti mette allegria. C’è Carmen, un’educatrice, che dalla mattina presto si mette ai fornelli e prepara un sacco di piatti squisiti. C’è Ahmed che, anche se è musulmano, ci aiuta a preparare il presepe. Chiara ogni anno ci regala i biscotti alla cannella.

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Una nuova vita- percorsi di transizione per ragazzi in comunità

La traccia nomade

Vi siete mai chiesti quale sia il passo più difficile nel lavoro socio-educativo con i giovani? La risposta è probabilmente quella che vi aspettavate: quando bisogna lasciarli andare e devono cominciare a farcela da soli. Non c’è programma o progetto che non debba affrontare quest’evento perché tutti smettiamo di essere giovani ad un certo punto. L’impatto che ciò ha nella vita di una persona varia a seconda del tipo di aiuto che viene dato e, in certi casi, il passo è così importante che ci vogliono anni di preparazione. O una strategia alternativa. Vorrei condividere con voi due fantastiche iniziative, diverse tra loro in tutto e per tutto, tranne una cosa: la volontà di fare in modo che i ragazzi non si sentano abbandonati  una volta terminato il loro percorso di crescita all’interno di un determinato progetto.

(In fondo, suggerimenti per esperienza di volontariato!)

Casa Mantay– Cusco, Perù

Ancora…

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Il presepe più bello

img_20161228_123842Quest’anno il presepe più bello di Rimini, non lo troverete segnalato su nessun sito o rivista di informazione turistica.
E’l’opera dell’artista bulgaro, ma ormai borghigiano d’adozione, Kiril Cholakov. E’un acrilico su tela, 310×990 cm esposto alla Chiesa di San Giuliano Martire (nel borgo San Giuliano di Rimini). L’artista ha voluto raffigurare tutte le situazioni che, come è capitato alla famiglia di Nazaret, spingono a dover lasciare drammaticamente la propria casa. E così in questo straordinario presepe entrano a pieno titolo le vittime del terremoto, rifugiati e migranti, persone senza fissa dimora. Ma non manca anche un messaggio di speranza: una bimba, tra le braccia di Papa Francesco. Un ramoscello che germoglia tra le macerie. E i tre re magi, simbolicamente raffigurati come volontari della Croce rossa e della protezione civile.
L’autore sembra anticipare le parole di Papa Francesco nell’omelia di Natale: “Il mistero del Natale, che è luce e gioia, interpella e scuote, perché è nello stesso tempo un mistero di speranza e di tristezza. Porta con sé un sapore di tristezza, in quanto l’amore non è accolto, la vita viene scartata. Così accadde a Giuseppe e Maria, che trovarono le porte chiuse e posero Gesù in una mangiatoia, “perché per loro non c’era posto nell’alloggio”. Gesù nacque rifiutato da alcuni e nell’indifferenza dei più. Anche oggi ci può essere la stessa indifferenza, quando Natale diventa una festa dove i protagonisti siamo noi, anziché Lui; quando le luci del commercio gettano nell’ombra la luce di Dio; quando ci affanniamo per i regali e restiamo insensibili a chi è emarginato”.
Un’opera non solo piena di intensità e bellezza, ma che racchiude in sè e ci aiuta a meditare il senso vero del Natale. Penso che un presepe così, sarebbe piaciuto anche a San Francesco.

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Non c’era posto

non-cera-posto-per-loro-nellalbergobuon-natale-a-chi-non-ha-nullama-in-fondo-ha-tuttoperche-sa-fare-posto-agli-altri“Non c’era posto per loro nell’albergo”.

È il versetto del Vangelo che ha risuonato con più forza nel mio cuore in questo tempo di attesa.

Non trovare posto, rimanere fuori, non sentirsi parte di qualcosa. A tutti è capitato di soffrire a causa di uno di questi motivi.

Ho pensato a chi non trova posto.

C’è Mario, che anche oggi ha bevuto fino a stare male. E così, come spesso accade, non troverà posto neppure in un dormitorio stanotte. Sono le regole, e lui passerà la vigilia di Natale sulla strada.

Oppure Ronald che ha ripreso la stessa nave che lo aveva portato, minorenne e solo, qui a Rimini dall’Albania. Ronald non aveva amici o parenti, difficoltà a capire e adattarsi, non era mai andato a scuola. Qui in Italia per lui non c’era posto, nessuna soluzione o disponibilità ad accoglierlo una volta divenuto maggiorenne. È tornato in quella baracca di legno in cui è cresciuto, senza futuro o opportunità.

Marica è una ragazzina con autismo. I suoi genitori, quotidianamente, si sentono dire che non c’è posto. A scuola, dove trovare una classe giusta per lei è difficile. A un corso di ballo, in cui non se la sentono di accettarla, anche se Marica quando sente la musica è felice e leggera. A volte persino in parrocchia, perché – spiegano i catechisti – è troppo difficile inserire Marica nel gruppo degli altri ragazzi.

Ma poi penso anche a Barbara. Che da più di vent’anni accoglie in affido bambini e ragazzi nella sua famiglia. A quel bimbo con sindrome di down che, alla fine, è diventato suo figlio.

E penso a Ugo, che in Sardegna dà un’opportunità a qualcuno che difficilmente troverebbe posto da solo nel mondo del lavoro.

Penso ad Agnese, che ha trovato spazio nel suo cuore per il perdono.

Ai ragazzi e alle ragazze “fuori famiglia” che non hanno avuto paura di ricominciare. Perché, scrivono, “le nostre storie rimangono ma non ci devono schiacciare”.

La voce del “non c’è posto per voi” è sicuramente più forte. Ma c’è una rivoluzione silenziosa di cui nessuno, forse, parlerà ma che come quel bambino nato in una mangiatoia ha la forza di cambiare il mondo.

È la rivincita di chi non ha nulla, ma in fondo ha tutto, perché sa fare posto agli altri.

Buon Natale. Silvia

 

Verona in love

20161220_120052Due giorni a Verona, gli scorsi 19 e 20 dicembre. Per ascoltare, con cuore grato, le riflessioni che i care leavers del Veneto hanno voluto consegnarci.

Hanno cominciato così:”Perdiamo fiducia nei confronti del mondo nel momento in cui dobbiamo lasciare la nostra famiglia di origine. Dobbiamo però cercare di recuperarla e per fare questo chiediamo aiuto a voi”. E ancora, sul rapporto tra fratelli: “Sappiamo che là fuori da qualche parte del mondo ci possono essere i nostri fratelli e sorelle e spesso ci domandiamo: come stanno? Ci pensano? Anche loro chiedono di noi o forse si sono dimenticati?”.
Si è parlato anche di casa: “Casa non è solo un luogo dove vivi o hai vissuto. Casa sono i rapporti, le relazioni, i punti di riferimento”.
E, per concludere: “Crediamo che le nostre esperienze siano importanti e utili per le istituzioni e la politica al fine di produrre miglioramenti al sistema di protezione e cura. Ci piacerebbe che le nostre proposte, che crediamo essere costruttive, venissero prese sul serio”.
A noi il compito di custodire queste parole e dare un seguito, insieme, alle tante proposte.

Due giorni intensi, ma non è mancata l’occasione per godersi anche il centro storico di Verona. Tra luci, addobbi e mercatini di Natale ancora più bello. E, ulteriore fortuita circostanza, in questi giorni a Verona si trovano diverse opere del Museo Picasso di Parigi esposte a Palazzo Forti. La mostra, dedicata alle “Figure” che hanno trovato felice rappresentazione nella pittura e scultura (ma non solo) dell’eclettico artista, merita di essere visitata per lasciarsi guidare alla scoperta delle diverse fasi della vita di Picasso con una ricca collezione di 91 opere. Tra le tante in mostra sono rimasta senza fiato davanti alla potenza de”L’acrobata”, ho ammirato i colori e l’intensità de “La donna che legge” , la tensione amorosa di una piccola tela come “Il Bacio”. Un artista pieno di carisma che, a 89 anni, ancora dipingeva con straordinaria vitalità. Come ne “L’abbraccio”, ultima opera che incanta i visitatori di questa bella retrospettiva.

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“Un dono lungo un mese” – Agevolando Onlus

Eticarim

Ci siamo lasciati contagiare dall’energia e dall’entusiasmo dei nostri ragazzi, chiave vincente anche per coinvolgere un pubblico giovane di donatori

L’Associazione Agevolando nasce nel 2010 per promuovere il benessere e la partecipazione di tutti quei ragazzi che crescono “fuori famiglia” (in comunità, affido o casa-famiglia) e che al compimento della maggiore età si trovano improvvisamente privi di sostegno e di tutela.

Troppo grandi per ricevere aiuto, troppo giovani per affrontare da soli il mondo adulto. E per molti di loro compiere 18 anni non è affatto una festa.

Nel 2012 con un gruppo di volontari adulti e di ragazzi, dopo aver conosciuto il presidente nazionale di Agevolando, decidiamo di fondare una sede dell’associazione anche a Rimini, sviluppando una serie di iniziative e progetti. Tra questi la nostra sede di Rimini, prima in Italia, dà vita a “Se potessi”, uno sportello informativo e di accompagnamento all’autonomia per tutti i giovani care…

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Jerreh, fuggito dal Gambia, ha imparato a leggere e ha scritto un libro per aiutare i ragazzi come lui

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Mi chiamo Jerreh, ho 19 anni e da quasi tre vivo in Italia. Ecco alcune cose che ho scoperto in questo strano e bellissimo paese. Innanzitutto ho scoperto che quando in Italia ti danno un appuntamento e ti chiedono di essere puntuale…non è un modo di dire! Se l’appuntamento, per esempio, è alle 10 le persone si aspetteranno davvero che tu arrivi per le 10.

Seconda scoperta: in Italia si mangia la pasta, ogni giorno! Il secondo giorno che mi trovavo in Italia ho mangiato un piatto di spaghetti al pesto: era la prima volta che li mangiavo e non mi sembravano per niente buoni, ma li ho mangiati tutti perché erano stati così gentili a prepararli per me.

In questo paese, infatti, esistono dei posti, delle vere e proprie case, in cui i ragazzi minorenni che arrivano in Italia da soli possono essere accolti. In queste case ci sono degli educatori e, a volte, dei volontari. C’è anche un assistente sociale, che incontri ogni tanto e che ti dà dei consigli su cosa fare.

Io in comunità a Parma ho incontrato Vanessa, la mia educatrice, che oggi è anche un’amica e la persona di cui mi fido di più. E ho conosciuto Roberto, il mio “secondo papà”, è stato lui a insegnarmi a leggere e a scrivere e a invitarmi a raccontare la mia storia in un libro.

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Ethicjobs, lavorare bene per vivere meglio

ethicjobsLuca Carrai ha solo 27 anni ma idee chiare e ambiziose: cambiare il mondo un poco alla volta, attraverso pratiche e scelte quotidiane. Nato in Toscana a Castiglione della Pescaia, dopo una laurea in Lettere e Filosofia a Firenze, approda a Rimini per studiare Economia, in particolare la Laurea Magistrale in Tourism Economics and Management. Si innamora di questa città e la sua passione lo porta, ancora una volta, a impegnarsi concretamente per fare qualcosa di innovativo e importante. Decide di mettere radici in Romagna e, insieme a un gruppo di amici, fonda l’associazione universitaria “Slash”.

Ma questo non basta: la sua idea è quella di fare incontrare business ed etica come dimensioni non contrapposte, ma complementari. Così, quasi per caso, nasce l’idea di “Ethicjobs”, un progetto che sin da subito riscuote successo e attenzione da parte di tanti e che sta muovendo i suoi primi passi. Facciamo qualche domanda a Luca per saperne qualcosa di più.

Come nasce l’intuizione di “Ethicjobs” e quali sono i punti di forza di questo progetto?

È stato calcolato che ogni persona passa nella vita circa 109.800 ore lavorando per un totale di 14.600 giorni. In pratica dedichiamo al lavoro il 15% della nostra esistenza. Un aspetto così importante, non può allora essere dato per scontato. Da qui l’intuizione di fare qualcosa perché le ore spese al lavoro possano essere sempre più un tempo di qualità.

Ethicjobs è un progetto che nasce con l’idea di premiare ed elevare la qualità del lavoro in Italia (anche) attraverso una piattaforma che darà visibilità e certificherà le aziende che offriranno i migliori standard di qualità lavorativa. Un processo bottom-up, in cui saranno gli stessi dipendenti dell’azienda a certificare le proprie condizioni lavorative contribuendo a delineare un quadro delle migliori imprese italiane. La logica è un po’quella di “Trip Advisor” ma applicata al mondo del lavoro e con scopi totalmente diversi.

Attualmente mi sento di dire che il progetto ha quattro fondamentali punti di forza: un’idea vincente e innovativa, un team di tredici persone variegato ma unito da forte motivazione ed entusiasmo, partnership strategiche e un buon numero di finanziamenti già ottenuti.

Per noi è fondamentale che il progetto abbia una ricaduta territoriale forte: vogliamo migliorare Rimini, la città in cui viviamo mettendo al centro una visione etica del lavoro. E vogliamo che l’esperienza riminese sia poi d’esempio per altri comuni.

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