Jerreh, fuggito dal Gambia, ha imparato a leggere e ha scritto un libro per aiutare i ragazzi come lui

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Mi chiamo Jerreh, ho 19 anni e da quasi tre vivo in Italia. Ecco alcune cose che ho scoperto in questo strano e bellissimo paese. Innanzitutto ho scoperto che quando in Italia ti danno un appuntamento e ti chiedono di essere puntuale…non è un modo di dire! Se l’appuntamento, per esempio, è alle 10 le persone si aspetteranno davvero che tu arrivi per le 10.

Seconda scoperta: in Italia si mangia la pasta, ogni giorno! Il secondo giorno che mi trovavo in Italia ho mangiato un piatto di spaghetti al pesto: era la prima volta che li mangiavo e non mi sembravano per niente buoni, ma li ho mangiati tutti perché erano stati così gentili a prepararli per me.

In questo paese, infatti, esistono dei posti, delle vere e proprie case, in cui i ragazzi minorenni che arrivano in Italia da soli possono essere accolti. In queste case ci sono degli educatori e, a volte, dei volontari. C’è anche un assistente sociale, che incontri ogni tanto e che ti dà dei consigli su cosa fare.

Io in comunità a Parma ho incontrato Vanessa, la mia educatrice, che oggi è anche un’amica e la persona di cui mi fido di più. E ho conosciuto Roberto, il mio “secondo papà”, è stato lui a insegnarmi a leggere e a scrivere e a invitarmi a raccontare la mia storia in un libro.

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Elogio dell’ingratitudine

aiutare-altri-e-se-stessiUn post un po’particolare…per i miei auguri di Buon Natale!

Con tutto quello che ho fatto per lui…è questo il modo di ripagarmi?
Quante volte ho pensato, detto o sentito pronunciare questa frase.

Non sono genitore, ma immagino che sia un pensiero che ogni tanto sfiora anche i padri e le madri. So per certo che è una sensazione ricorrente per chi opera in ambito educativo o sociale. Capita spesso di sentirsi delusi o frustrati quando ci sembra che le attenzioni o il tempo che abbiamo dedicato a qualcuno non siano ricompensati da eguale impegno e dagli attesi risultati.

È un sentimento diffuso anche in chi fa esperienze di volontariato. Nel nostro immaginario molto spesso quelli che definiamo “poveri” e ai quali dedichiamo cure e attenzioni dovrebbero essere pieni di gratitudine per quello che facciamo per loro. Sorridenti e soddisfatti quando serviamo loro un pasto caldo o portiamo una coperta. Riconoscenti se grazie a noi trovano casa o un lavoro. Pronti a ricordarsi di noi quando magari migliorano la loro situazione.

Mi è capitato spesso, invece, di sentire pronunciare da chi si avvicinava al mondo del volontariato, queste frasi: “Gli abbiamo portato vestiti e cose da mangiare…non ci ha neppure ringraziato”, “Quel senzatetto…quante volte gli hanno proposto un letto alla Caritas? Perché continua a dormire in strada e a rifiutare ogni aiuto?”, “Vorrei aiutarlo…ma è così indisponente…”.
Sono ragionamenti plausibili e forse anche giusti. Ma ergersi a giudici di chi vive situazioni e storie di vita così diverse dalle nostre è rischioso.

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Dieci cose che ho imparato dai ragazzi in comunità

CAPITOLO # 18-4Potrà sembrare un po’generico e rischioso, ma dopo quasi sei anni trascorsi ad ascoltare le storie di ragazzi fuori famiglia (due settimane fa l’ultima occasione: http://www.newsrimini.it/2015/10/neomaggiorenni-care-leavers-ragazzi/) e a condividere la loro quotidianità, ecco dieci cose importanti che credo di aver imparato dalle ragazze e dai ragazzi che vivono in comunità o in casa-famiglia:

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Maggiorenni si diventa – un evento a Rimini

Immagina di compiere 18 anni, di avere un passato difficile alle spalle, e di ritrovarti da un giorno all’altro completamente solo ad affrontare la vita adulta. È quello che accade ogni anno a circa 3.000 ragazzi in Italia e che succede anche a Rimini.

L’Associazione Agevolando nasce per promuovere percorsi per sostenere l’autonomia abitativa, lavorativa e relazionale dei giovani cresciuti “fuori famiglia” (in comunità, affido, casa-famiglia) accompagnandoli in particolare nel delicato passaggio alla maggiore età e promuovendone il protagonismo e la partecipazione. Per presentarvi le attività dell’Associazione abbiamo organizzato una serata: Venerdì 16 Ottobre a partire dalle ore 20.45 al Centro per le Famiglie (Piazzetta dei Servi 1 Rimini) con musica, letture, testimonianze, storie…e anche qualche dolcetto!

Un’occasione per conoscere le storie di vita di questi ragazzi e, perché no, pensare a come dare attivamente il proprio contributo perché possano sentirsi meno soli e costruire serenamente il loro futuro! L’iniziativa è realizzata nell’ambito del “Mese delle Famiglie” in collaborazione con il Centro per le Famiglie del Comune di Rimini, la Libreria Viale dei Ciliegi 17, Mare di Libri e Riminisocial 2.0.

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Get your way: formazione e crescita in Turchia

1382893_10203045453841762_6950665218221964424_nUno degli ambiti di intervento più significativi coordinati da Volontarimini (Centro servizi per il volontariato della provincia di Rimini) riguarda la possibilità di promuovere scambi europei. Dal 2009 ad oggi sono stati infatti finanziati dall’Unione Europea e coordinati da Volontarimini 6 progetti nell’ambito del Programma Leonardo da Vinci per la mobilità europea. Grazie a questi progetti ben 531 giovani e 97 professionisti e volontari che si occupano di inserimento lavorativo di persone disabili o con disagio sociale hanno avuto l’opportunità di fare esperienze di tirocinio formativo e scambi professionali all’estero. Diversi anche gli Stati europei coinvolti: Spagna, Lituania, Grecia, Turchia, Portogallo, Slovenia, Germania, Svezia, U.K., Malta, Irlanda, Polonia. I ragazzi che hanno avuto l’opportunità di partire sono soprattutto giovani con problematiche particolari legate alla disabilità o giovani a rischio di emarginazione e disagio, che difficilmente potrebbero fare esperienze all’estero di questo tipo da soli.

Tra i progetti di scambio coinvolge da tre anni il territorio riminese il progetto “GET YOUR WAY” (European challenges to enhance knowledge and living skill through education and job training): un’iniziativa per favorire l’inserimento lavorativo attraverso tirocini formativi all’estero promossa da Volontarimini e realizzata in partenariato con i Centri di Servizio per il Volontariato delle province di Forli-Cesena, Bologna, Modena, Parma, Reggio Emilia, Piacenza, Cosenza e della regione Marche.

Tra i giovani che hanno potuto recentemente fruire del progetto ci sono anche cinque ragazzi riminesi: Francesco, Mustapha, Sara, Claudio e Jilmas che insieme agli accompagnatori Lunida Ruli e Livio Liguori sono stati ospiti della città di Ankara per due settimane, dal 9 al 23 Ottobre scorsi.

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Stefano Vitali, un’intervista sociale

10629560_10203971169873863_7164263706057222602_nIn questo momento considero la mia esperienza politica un capitolo chiuso, non perché non mi interessi ma perché non ho trovato un progetto valido da portare avanti. In futuro si vedrà…Il mio percorso politico è sempre stato fatto di occasioni, mai cercate. Non voglio “mangiare” con la politica, ma solo spendermi per dei progetti che ritengo interessanti per il bene comune”.

Comincia così la nostra chiacchierata con Stefano Vitali: per quindici anni amministratore della cosa pubblica prima come Assessore ai servizi sociali del Comune di Rimini e poi come Presidente della Provincia e oggi tornato ad impegnarsi direttamente nella “sua” comunità, la Papa Giovanni XXIII. In particolare il suo impegno è dedicato alla ONG “Condivisione fra i popoli”. È reduce da un due viaggi di ricognizione in Africa: in Tanzania, Zambia e Burundi, presto partirà per il Bangladesh e il Nepal, poi sarà la volta dell’America Latina. Un bel cambiamento di vita, affrontato con molta serenità ed entusiasmo, che ci facciamo raccontare proprio da lui.

Di cosa si occupa nello specifico all’interno della Comunità Papa Giovanni “Condivisione fra i popoli”?

Condivisione è una ONG che segue tutti i progetti che non riguardano le case-famiglia (altra colonna portante della comunità) e in particolare tutte le realtà nate dall’iniziativa dei missionari della Comunità Papa Giovanni XXIII, responsabile di Condivisione è Elisabetta Garuti. Seguiamo i progetti anche da un punto di vista gestionale ed economico cercando di mantenere vivi i contatti con tutte le zone di missione. Non solo: il nostro è anche un lavoro culturale, legato alla rimozione delle cause vere della povertà e sfruttamento e volto a riequilibrare l’opinione pubblica, facendo conoscere direttamente queste realtà. Don Oreste Benzi diceva che non basta mettere la nostra spalla sotto la Croce del fratello, ma dobbiamo contribuire anche a fare in modo che chi ha messo quelle croci non lo possa più fare. Se ci sono 1.300.000 persone in Libia pronte a partire per l’Europa, noi dobbiamo far capire qual è la realtà da cui sfuggono e quali sono le necessità e i problemi veri su cui è necessario intervenire per evitare questi viaggi della disperazione.

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AgevolanDay: 100 ragazzi fuori famiglia a Riccione per una giornata di festa

10622906_10203563376518208_2809301265907020576_nUn’associazione, Agevolando, nata da solo qualche anno ma che cresce ogni giorno di più. Quasi 100 ragazzi che stanno vivendo o hanno vissuto un percorso in comunità di accoglienza e che provengono da ogni parte del mondo: dal Marocco al Bangladesh, dall’Italia al Senegal, dalla Colombia alla Tunisia. Un gruppo di educatori che mette con pazienza e amore a disposizione una domenica pomeriggio per stare insieme ai ragazzi. Sei squadre di calcetto agguerritissime in arrivo da Ferrara, Bologna, Cesena e Rimini. Un nutrito ed entusiasta gruppo di volontari di Rimini ma anche di Bologna e Trento. Un luogo bellissimo, lo Stadio del Nuoto di Riccione, che ci ospita gratuitamente per darci l’opportunità di realizzare questa iniziativa.

Tutti questi tasselli danno vita insieme a quel mosaico coloratissimo e un po’ caotico che è “AgevolanDay”, la festa nazionale dei ragazzi che (per un po’) non vivono nella loro famiglia. Giunta alla sua quinta edizione questa festa itinerante ha scelto come destinazione quest’anno la Provincia di Rimini, dove da più di un anno è nata una vivace sede dell’Associazione grazie alla collaborazione con la Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS. Qualche tessera del nostro mosaico nella giornata era sbagliata o è andata persa: è normale, in una festa di questo tipo, gli imprevisti non mancano. Ma alcuni tasselli invece si sono inseriti a meraviglia: a partire dalla incantevole giornata di sole, merce rara in un’Estate così meteorologicamente imprevedibile.

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Un mare di scrittura: intervista a Fabio Geda

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Da una laurea in marketing a educatore per una comunità per minori a scrittore di successo. Un percorso inedito e affascinante che ha segnato la vita di Fabio Geda, che abbiamo avuto il piacere e la fortuna di incontrare nell’ambito del Festival “Mare di Libri” lo scorso 14 Giugno a Rimini, al Teatro degli Atti, prima della sua partecipazione allo spettacolo: “Viaggio nel Mediterraneo: da Ulisse ai migranti di Lampedusa”.

Torinese, classe 1972, vive tuttora a Torino ma gira il mondo insieme ai suoi libri.

Un romanzo d’esordio nel 2007 (Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani) e poi nel 2010 il vero boom con un racconto che è diventato ormai un classico della lettura per ragazzi e non solo: Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari (Dalai 2010), la storia dell’incredibile viaggio di un ragazzino afghano per raggiungere l’Italia e ottenere lo status di rifugiato politico. Un libro che ha fatto il giro del mondo e che è stato tradotto in oltre trenta paesi.

Oltre a scrivere romanzi, Geda collabora come giornalista de “La Stampa” e con la Scuola Holden di Torino.
La sua ultima fatica letteraria, Se la vita che salvi è la tua, è stata da poco pubblicata per Einaudi.

Da una laurea in Marketing alla scelta di lavorare come educatore…come è avvenuto questo deciso cambio di rotta?
Sicuramente c’è stata una componente vocazionale molto forte. Nella mia storia personale c’era stata sia l’esperienza dello scoutismo che quella come obiettore di coscienza con i Salesiani ed entrambe hanno fortemente segnato la mia formazione e la mia sensibilità. La laurea in marketing è stata una parentesi, ma in realtà la curiosità che avevo per il lavoro educativo era sempre molto forte. L’impatto con il lavoro nel quartiere San Salvario, una zona della città di Torino con una forte presenza di immigrati, è stato decisivo. Sentivo dentro di me una vera e propria fiamma che mi spingeva ad occuparmi dei più deboli, una fiamma su cui più volte, però, credo che la società abbia soffiato affinchè si spegnesse. Se penso infatti alla mia motivazione e al mio entusiasmo non posso però negare anche le frustrazioni, le fatiche, i problemi con cui quotidianamente deve scontrarsi chi lavora in ambito educativo e sociale.

Sempre in quel periodo hai lavorato anche in una comunità per minori, esperienza che hai raccontato nel romanzo L’esatta sequenza dei gesti (Instar 2008) …
Sì e anche di quel periodo durato dieci anni ho ricordi ambivalenti. Da un lato una grande passione e la bellezza delle relazioni educative che si instaurano con i ragazzi, tutti giovani con percorsi familiari e personali molto difficili alle spalle. Dall’altro lato però anche una profonda frustrazione, quasi un senso di martirio per una professione che deve affrontare tutta una serie inenarrabile di fatiche: dallo scarso riconoscimento sociale alla mancanza cronica di soldi, fino alla spiacevole sensazione che il proprio punto di vista non sia mai tenuto in considerazione perché poi, alla resa dei conti, sono i Tribunali e i Servizi sociali a prendere le decisioni importanti, come se l’educatore (che dei ragazzi vive la quotidianità) fosse l’anello più debole della filiera educativa. E questo causa malessere, un forte turn over degli operatori che lavorano all’interno di queste strutture e che è davvero deleterio perché rende più difficile favorire il senso di appartenenza e costruire qualcosa di solido. Insomma ho sperimentato sulla mia pelle come quella fiamma forte che sentivo dentro di me doveva essere tenuta accesa contro tutto e contro tutti e non era sempre facile resistere.

E la passione per la scrittura, invece, come l’hai scoperta?
Ho sempre scritto, tanto, in particolare narrativa e romanzi. È la cosa che sentivo di fare meglio. Il vero giro di boa è stato però nel momento in cui mi sono reso conto che le storie dei miei ragazzi potevo non solo viverle ma anche raccontarle. Il mio modo di prendermi cura di loro è diventato allora quello di parlare delle loro storie affrontando temi di cui in Italia la letteratura parla ancora poco. La svolta è stato naturalmente l’incontro con un giovane come Enaiatollah e la possibilità di raccontare la sua vicenda nel libro Nel mare ci sono i coccodrilli.

Il tuo ultimo romanzo, Se la vita che salvi è la tua, come è nato e di cosa racconta?
In realtà è una storia molto diversa dalle precedenti. Prima al centro dei miei romanzi c’erano sempre gli adolescenti, oggi non sono più un educatore ed è più difficile parlare di loro ma per fortuna la mia curiosità è sufficiente a elaborare storie nuove. Nonostante le differenze con i precedenti romanzi, Se la vita che salvi è la tua tratta però di alcuni temi ricorrenti nelle mie opere: il tema dell’identità e delle relazioni, il tema del viaggio (o, meglio, della fuga) e il tema dell’educazione intesa come sguardo al futuro. Il libro infatti è la storia di un insegnante precario che fugge a New York per una vacanza solitaria che si trasforma invece in un’esperienza dove scoprire le miserie dell’umanità e al tempo stesso la sua ricchezza e dove rimettere in discussione ogni scelta, per ritrovare se stessi.

Del tuo impegno educativo e sociale, oggi, cosa rimane?
Prima avevo un’idea molto “local” dell’impegno sociale, ero convinto di dover combattere per il posto in cui vivevo rimanendo legato a quel luogo. Oggi invece ho un pensiero più globale, viaggio dietro ai miei libri…pur continuando a considerare Torino casa mia. Il mio impegno sociale è soprattutto un impegno intellettuale e culturale, un impegno a costruire reti e sinergie positive. E poi c’è un’idea di fondo che ancora mi disturba moltissimo: l’idea che se facciamo del bene non possiamo guadagnare. L’assurdo pregiudizio che chi lavora in campo sociale debba essere un martire votato alla causa senza alcuna soddisfazione e gratificazione. Mi viene in mente il libro “I buoni” di Luca Rastelli o una recente conferenza di Dan Pallotta dal titolo: “The way we think about charity is dead wrong”. E’ un paradosso: se costruisco videogiochi o cellulari e guadagno milioni di dollari finisco sulla copertina del Times, se guadagno soldi magari per aver inventato un vaccino o risolto un problema sociale vengo considerato un disgraziato, che specula sulle sfortune altrui. Io credo che dobbiamo superare questo dualismo e l’idea che il lavoro sociale non debba essere riconosciuto anche economicamente se vogliamo davvero cambiare il mondo attraverso l’azione di quelle persone che, silenziosamente e coraggiosamente, ogni giorno dedicano la loro vita agli altri.

Silvia Sanchini
Nella foto Fabio Geda e Enaiatollah Akbari

Un’Estate diversa per i giovani volontari del Treno della Grazia

treno_grazia.jpgDopo avere parlato dei giovanissimi volontari di “Mare di Libri” e dei giovani che hanno partecipato ai campi estivi dell’Associazione Libera sulle terre confiscate alle mafie, torniamo a raccontarvi di altri giovani riminesi che hanno scelto di vivere un’Estate diversa, all’insegna del volontariato.
Quarantuno ragazzi riminesi sono partiti infatti alla volta di Loreto lo scorso 20 Giugno per la XXVIII edizione del “Treno della Grazia”, promosso dall’Unitalsi (Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali) dell’Emilia-Romagna, dall’Azione Cattolica Ragazzi della Diocesi di Rimini e dalla Commissione Regionale per le Famiglie. Si tratta principalmente di studenti delle scuole superiori riminesi e studenti universitari o giovani lavoratori che scelgono di partecipare a questo progetto: un po’ pellegrinaggio un po’ campo scuola – così lo definiscono gli organizzatori – un colorato viaggio di quattro giorni pensato per le famiglie e in particolare per i bambini, con una speciale attenzione dei bisogni di ciascuno.

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Leggere a Rimini è un’altra storia

mare_di_libri_2014.jpgSi è conclusa la settima edizione del Festival di letteratura per ragazzi “Mare di Libri” e anche quest’anno il bilancio dell’evento è ampiamente positivo. Positiva la partecipazione del pubblico e della cittadinanza, straordinario l’impegno dei giovanissimi volontari, molto alta la qualità degli ospiti e degli autori presenti.

Lo scorso 13, 14 e 15 Giugno Rimini si è colorata di arancione e blu, i colori del Festival, e di quelle t-shirt bianche e blu indossate dai volontari che come operose formichine hanno lavorato incessantemente per la buona riuscita dell’evento coordinati dallo staff degli adulti.

Un Festival nato a marzo 2008 dalla volontà delle librarie di Viale dei Ciliegi 17 che hanno poi dato vita all’Associazione culturale Mare di Libri: “un manipolo di folli lettori con tanto entusiasmo e fiducia nelle giovani generazioni” (così si definiscono).

Il Festival si è aperto al Museo della Città con le parole del Sindaco Andrea Gnassi e dell’Assessore alla cultura Massimo Pulini ma soprattutto con tre storie: quella di Malala, Samia e Selene. Tre ragazze con sogni luminosissimi raccontati dalle penne di Carlo Annese, Viviana Mazza e Giuseppe Catozzella, neo vincitore del Premio Strega giovani.

Tra gli ospiti illustri delle tre giornate anche Eraldo Affinati, autore di libri molto amati dal giovane pubblico come La città dei ragazzi e Elogio del ripetente, Michela Murgia che quest’anno è stata invitata a rivisitare i personaggi delle opere di J. R. R. Tolkien in una chiave inedita, e poi ancora Francesco D’Adamo, Antonio Ferrara, Licia Troisi e l’attesissimo Stefano Benni che ha incantato e divertito oltre trecento lettori in uno degli eventi conclusivi del Festival.

Ma non solo ospiti italiani, presenti anche autori di fama internazionale come Albert Espinosa, autore di Braccialetti rossi, il libro che ha commosso tanti lettori e che ha ispirato l’omonima fiction televisiva di successo.

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