Carola Rackete e un mondo capovolto

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Ma voi, onestamente, ve lo sareste mai immaginati che il capitano della Seawatch3 potesse essere una donna e così giovane?

Carola Rackete parla 4 lingue, è laureata in Scienze nautiche e ha un master in Conservazione dell’ambiente. All’età di 23 anni era già al timone di una nave a spaccare il ghiaccio del Polo Nord per uno dei maggiori istituti oceanografici tedeschi: l’Alfred Wegener Institute. A 25 anni era secondo ufficiale a bordo della Ocean Diamond, mentre due anni dopo ha rivestito lo stesso ruolo nella Arctic Sunrise di Greenpeace.
Appena trentenne comanda piccole barche per escursioni nelle isole Svalbard, nel mare Glaciale Artico. Dal 2016 collabora con Seawatch per trarre in salvo persone che rischiano la vita.

In un mondo normale una ragazza così dovrebbe suscitare solo moti di orgoglio e ammirazione. E invece ci permettiamo di accoglierla tra urla, insulti sessisti, minacce. Di farne una criminale. Di addossarle le colpe dei fallimenti e delle lacune della politica e delle istituzioni.
Questo mondo capovolto deve tornare ad essere qualcosa di diverso. E l’educazione e la cultura, ancora una volta, giocano un ruolo fondamentale.
Se avessi dei figli vorrei saperli al sicuro da questo orrore.

(La bellissima immagine è di Paola Formica)

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Biking Rimini…per arrivare lontano, tutti insieme!

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Incrementare gli spostamenti quotidiani in bicicletta, ridurre il traffico veicolare, migliorare la qualità dell’aria e la salute delle persone. È questa la filosofia di Biking Rimini, il nuovo progetto promosso dalla coop. sociale Il Millepiedi di Rimini. Un progetto educativo e culturale per bambini e giovani sull’utilizzo della bicicletta per muoversi in modo efficace, divertente, salutare e ambientalmente sostenibile.

Temi di grande attualità e che raccolgono grande consenso e interesse anche tra i più piccoli. Basti pensare alla recente mobilitazione per il clima promossa proprio da bambini e adolescenti grazie alla spinta della sedicenne Greta Thunberg o all’aumento dei km di piste ciclabili che danno forma a contesti territoriali sempre più favorevoli alla “mobilità leggera”.

Il progetto si è avviato anche grazie a un crowdfunding promosso sul portale www.eticarim.it di Crédit Agricole. Attraverso la generosità dei donatori che hanno sostenuto il progetto si sono potute mettere in campo diverse azioni.

In particolare, sono stati realizzati (o sono in programma) a partire dallo scorso 20 marzo diversi incontri presso i Gruppi Educativi del territorio della provincia di Rimini: a Montescudo, a Misano, e a Rimini nel Get di Viserba superiori, elementari e medie, nel Get di San Giuliano e di Regina Pacis.

I Get sono uno dei tanti servizi educativi che la cooperativa Il Millepiedi gestisce nella città di Rimini, insieme al Centro Giovani Casa Pomposa e ad alcune comunità di accoglienza per minori. Si tratta di esperienze che coinvolgono alcune centinaia di bambini e giovani tra i 6 e i 28 anni, dove educatori professionisti creano le condizioni per costruire relazioni significative in modo che i ragazzi possano crescere sviluppando le loro potenzialità in un ambito extra-familiare.

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Educazione e venerdì santo

L’educazione ha molto in comune con il Venerdì santo.
Ha a che fare con l’esperienza della solitudine, della marginalità, della finitezza.
Chi educa incontra persone spesso schiacciate dal peso delle loro croci ed è chiamato, non senza rischi, a farsi carico di parte di quel peso.
Non esistono ricette.
L’educazione è allora un lento incedere di passi fatti insieme, l’uno accanto all’altro.
Un cammino non privo di cadute, soste, tentennamenti.
C’è solo una regola da rispettare: come Gesù sulla croce noi siamo chiamati a “stare”.
Stare in una relazione spesso difficile.
Stare davanti al dolore.
Stare. Anche nella delusione, nel fallimento o nel tradimento.
Per questo l’educazione ha bisogno oggi di sguardi di speranza.
O, meglio, ha bisogno di sguardi di risurrezione.
Sguardi capaci di vedere il “non qui” e il “non ancora”.
Capaci di immaginare l’inatteso.
Di cogliere l’inaspettata bellezza dei fiori che, ostinati, crescono tra le rocce.
L’educazione è l’esperienza quotidiana – e a volte dolorosa ma al tempo stesso liberante – che non esistono parole ultime. Che non tutto dipende da noi.
Che l’umanità non sempre può essere compresa, ma sicuramente merita di essere amata.
Con quella stessa speranza che scoperchia i sepolcri e lascia entrare la luce.

Ahmed: “L’integrazione? Tanta pazienza e la fortuna di incontrare le persone giuste”

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Ahmed – Foto Letizia Agosti

Mi chiamo Ahmed, per tutti Momo, ho 23 anni. Ho lasciato la scuola in Egitto a 11 anni per andare a lavorare. Un giorno la mia famiglia mi ha chiesto di lasciare tutto e partire per l’Italia, per accompagnare mio fratello più piccolo. Ho raccontato tante volte il mio viaggio. Un viaggio terribile, attraverso il deserto, e su una barca per dieci giorni nel mare agitato prima di raggiungere Lampedusa.

Ma oggi voglio raccontare soprattutto cosa succede a noi ragazzi stranieri dopo l’arrivo in Italia.

Io e mio fratello siamo stati inseriti prima in una Casa di pronta accoglienza, Amarkord, e poi a Casa Clementini, entrambe a Rimini.

È molto faticoso all’inizio: sei un ragazzo solo, straniero, non conosci la lingua italiana. Ti trovi in un paese nuovo senza la tua famiglia, devi conoscere una nuova cultura e adattarti.

I responsabili e gli educatori della Fondazione San Giuseppe e della Cooperativa Il Millepiedi mi hanno aiutato tanto.

Ci sono tante realtà (cooperative, associazioni…) che aiutano i ragazzi quando arrivano in Italia e il loro compito è fondamentale. Le persone che lavorano in queste realtà sono molto importanti per l’Italia.

Gli educatori fanno un lavoro pagato troppo poco, ma davvero bello. Donano una parte della loro vita e del loro tempo per aiutare ragazzi come noi.

Ricordo il coordinatore Roberto, Annalisa, Giacomo e tutti gli educatori che all’inizio ci hanno accolto. Hanno avuto la pazienza di conoscerci, un poco alla volta, dedicandosi a noi. Mi hanno dato un grande sostegno morale, prima che pratico. Ci hanno dato il tempo giusto per conoscerci, senza urlare o arrabbiarsi, e ci hanno insegnato tante cose che era importante sapere.

Ricordo Nikka, un’educatrice, la prima volta che mi ha accompagnato a prendere l’autobus. Sono piccole cose ma per noi importantissime per imparare come vivere qui in Italia.

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10 consigli per stare accanto a “ragazzi difficili”

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Pro-vocazione – Manu Invisible 2018

Lo scorso 7 ottobre sono stata ospite (coccolatissima…ancora grazie) del Convegno Educatori dell’Azione Cattolica della Diocesi di Padova.

Durante la mattinata al Seminario Minore insieme a Monica Coppola (psicologa) e Irene Zandarin (avvocato) ci siamo confrontate con circa 400 educatori dei gruppi giovani. Un quiz a risposte multiple con il Kahoot (provatelo!) per riflettere sul tema della relazione educativa, tra prossimità e giusta distanza. Cosa fare se un ragazzo nel gruppo mi racconta di fare uso di sostanze? E se mi innamoro di uno dei “miei” giovanissimi? Come accettare che i ragazzi possano anche deludermi? Tante domande per orientare la progettazione e le iniziative delle diverse parrocchie.

Nel pomeriggio abbiamo lavorato a gruppi e a me è stato affidato il tema della relazione educativa con ragazzi che vivono situazioni difficili. Quelli che nel gruppo non mancano mai, quelli che ci sfidano, quelli che in fin dei conti ci fanno crescere e migliorare.

Mi sono lasciata guidare da alcuni riferimenti: il libro di don Claudio Burgio “Non esistono ragazzi cattivi” (Paoline 2010), il manuale di Piero Bertolini “Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee di intervento” (riedito nel 2017 da Franco Angeli, un vero e proprio caposaldo della mia formazione), l’immagine del writer Manu Invisible “Pro-vocazione” e le tante considerazioni che gli educatori mi hanno consegnato.

Ne è nato questo decalogo, dieci semplici consigli (nessuna ricetta, ma solo un punto di partenza) per stare accanto a ragazzi che vivono situazioni difficili.

Lo condivido volentieri, per continuare il dibattito e il confronto in occasioni future o con chi avrà voglia di leggere e commentare.

Un decalogo per lavorare con ragazzi che vivono esperienze difficili

  1. Sospendere il giudizio (Esercitare l’epoché)
  2. Capire cosa c’è “dietro” (un comportamento, una provocazione…)
  3. Osservare e conoscere il contesto
  4. Non concentrarsi solo su quello che manca…ma su quello che c’è (risorse/potenzialità/opportunità/competenze)
  5. Creare alleanze con le altre agenzie educative
  6. Lavorare in squadra (quello che non vedo io, può vederlo un altro…dove non riesco io può arrivare l’altro…)
  7. Al centro la relazione. Condita da empatia, prossimità e anche un po’di ironia
  8. Permettere di dilatare il campo dell’esperienza (esperienza del bello, del difficile, esperienza spirituale)
  9. Ricordarsi che l’azione educativa è intenzionale e irreversibile
  10. Accogliere il “tradimento”

E infine…lasciare sempre un “buon ricordo”, certi che – per usare le parole di Dostoevskij – anche solo un ricordo. può essere occasione di salvezza.

Vi ritrovate in queste indicazioni? Come affrontate la relazione con i “ragazzi difficili” nei diversi contesti educativi in cui operate? Avete consigli di lettura su questo tema da suggerire?

“Uno sguardo ti cambia la vita”. Intervista a don Claudio Burgio e a Daniel, Comunità Kayros

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Don Claudio Burgio e Daniel – Foto: Monica Romei

Ragazzi ribelli, devianti, ragazzi di strada, bulli, delinquenti. Per don Claudio Burgio semplicemente ragazzi. Ragazzi a cui ha donato la sua vita: a partire dal 1996, quando ha fatto ingresso per la prima volta al Carcere minorile Beccaria di Milano. Per poi arrivare a fondare, nel 2000, l’associazione Kayros che gestisce servizi di accoglienza per minorenni e neomaggiorenni in difficoltà.

Incontriamo don Claudio lo scorso 10 marzo a Bologna, durante l’assemblea nazionale dei soci di Agevolando.

Com’è stato il tuo primo impatto con il mondo dei ragazzi del Beccaria?

Un impatto ovviamente difficile, perché ogni incontro contiene il prefisso “in” per indicare lo stare insieme, la condivisione ma c’è anche un “contro”. Il primo messaggio che i ragazzi mi rivolgono è quasi sempre una provocazione. Ma non dimentichiamo che nella parola provocazione c’è anche l’idea di vocazione, di chiamata. Una chiamata “pro” e quindi a vantaggio di. Con le loro parole dure e i loro comportamenti difficili, i ragazzi che ogni giorno incontro mi provocano ma al tempo stesso mi chiamano, cercano una relazione. L’importante è andare oltre quell’atteggiamento, quel primo impatto.

Qual è la filosofia delle comunità di accoglienza Kayros che tu hai fondato?

Il nostro tentativo è quello di puntare più sulla libertà che sulle regole. Una scommessa che ovviamente non sempre riesce… Ma vorremmo offrire ai ragazzi la possibilità di scommettere sul proprio talento e allargare il loro orizzonte, lo spazio delle possibilità. I ragazzi non rimarranno in comunità per sempre, la vera sfida li attende fuori. È a questo che dobbiamo prepararli, prima di ogni cosa.

Come accettare anche la fragilità e il fallimento che in qualche modo caratterizzano sempre la relazione educativa?

All’inizio quasi sempre i ragazzi ti usano. Ma ho capito che è necessario anche lasciarsi sfruttare e tradire. Ognuno di noi adulti ha il suo equilibrio, i suoi affetti. Nella nostra libertà possiamo tollerare quel tradimento, senza averne paura. Penso alla storia di Monsef e Tarik, due ragazzi accolti nella mia comunità che hanno scelto di partire per la Siria e diventare jihadisti. Io non ho potuto impedire la loro scelta, ma spero che in loro qualcosa sia comunque rimasto. Potevo vivere come un tradimento la loro partenza, ma so che il nostro rapporto è stato comunque vero e questo nessuno potrà togliercelo. Spesso più che una guerra di religione o una difficoltà di integrazione, il vero problema di questi ragazzi è l’identità. Non hanno chiaro chi sono e cercano risposte forti, è importante invece scegliere le persone giuste con cui stare, di cui fidarsi. Io credo che in fondo il momento in cui siamo più fragili e in cui veniamo traditi è il momento in cui davvero certifichiamo il nostro amore.
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Cesare Moreno, il maestro con i sandali

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L’incontro al Centro giovani RM25 con Cesare Moreno – Foto: Emiliano Violante

Cesare Moreno è insegnante, formatore, progettista. Ma sopra ogni cosa si definisce “Maestro di strada”. Un maestro con un bagaglio leggero, che propone un modello educativo basato sulla mobilitazione delle risorse dei giovani e sulla reciprocità delle relazioni. Il “maestro con i sandali”, indossati anni fa in segno di protesta nei confronti delle istituzioni carenti. Insieme alla moglie Carla Melazzini, scomparsa nel 2009, ha dato vita nella sua Napoli al “Progetto Chance” per combattere la dispersione scolastica con interventi nei quartieri più difficili della città. Ha fondato l’associazione Maestri di strada di cui è presidente. Questa intervista nasce lo scorso 9 marzo a Rimini in un incontro organizzato dal coordinamento provinciale di “Libera” e dall’associazione “Vedo sento parlo”.

Da dove nasce l’idea dei maestri di strada?

Il maestro di strada ha un approccio che non si riferisce solo al contesto in cui opera, ma che è anche e soprattutto mentale. Trae spunto anche dall’immagine dell’amico Andrea Canevaro, che ha paragonato l’educatore a un viandante, al coureur de bois. Il maestro di strada ha uno zaino leggero perché è interessato a reperire risorse strada facendo. Lungo la strada è sicuro di incontrare alleati, non nemici da combattere. Per questo la prima cosa che sceglie di fare è mettersi in ascolto, guardando l’altro negli occhi e parlandogli. Spesso è difficile iniziare un dialogo con chi è molto arrabbiato ma all’inizio è importante semplicemente far capire che ci sei. Una insegnante ha usato una volta una definizione che ho apprezzato moltissimo e fatto mia: abbiamo una ‘responsabilità di presenza’ nei confronti dei giovani che incontriamo, che è il primo passo per costruire una relazione.

Che cosa intende quando parla di alleanza educativa?

In educazione non servono prediche, ma pratiche. Nel concetto di alleanza risiede anche l’idea di reciprocità. Non sto andando a beneficare qualcuno, ma sto costruendo un rapporto, stabilendo un noi. Dobbiamo trasmettere anche all’altro il senso del beneficio che riceviamo dallo stare insieme. In fondo la relazione educativa è una relazione d’amore: non un concetto sdolcinato o sentimentale ma un rapporto che si costruisce giorno per giorno. Rosa Agazzi, pedagogista, aveva ideato a scuola il ‘Museo didattico’, una mensola in cui raccoglieva gli oggetti più inutili o anche sgradevoli, ma per loro preziosi, dei suoi bambini. Lo stesso deve fare l’educatore: non deve buttare via niente, ma assumere anche le ‘schifezze’ nel suo percorso.

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Se sociale e mondo dell’impresa si incontrano

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È una bella storia quella di Casabrigandi, un nuovo locale inaugurato a Rimini lo scorso 22 dicembre nel cortile di Palazzo Carli, a due passi da piazza Tre Martiri.

Ristorante ed enoteca, si caratterizza per la scelta di piatti ricercati, originali cocktail studiati da Andrea Terenzi e arredi in legno così belli che sembra quasi di essere in un locale nordeuropeo.

Ma dietro a tavoli e mensole c’è un segreto in più: gli arredi di Casabrigandi sono infatti stati realizzati da Claudio Scola, insieme alle persone che frequentano il Cso (Centro socio occupazionale) di Lagomaggio e ai ragazzi che vivono alla Casa per le emergenze “Amarkord”.

Il primo è un servizio attivo a Rimini sin dal 1979: un centro gestito dall’Associazione Sergio Zavatta onlus destinato a persone con disabilità che non possono accedere al mondo del lavoro in forma temporanea o permanente. “Amarkord” è invece una struttura di pronta accoglienza per minorenni gestita dall’Associazione Sergio Zavatta insieme alla coop. sociale Il Millepiedi.

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Tutto quello che non voglio

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Non voglio smettere di amare perché qualcuno in passato mi ha ferito.
Non voglio odiare tutti indistintamente perché qualcuno ha sbagliato.
Non voglio sacrificare la mia libertà all’altare della paura.
Non voglio che la vendetta sia l’unica soluzione.
Alla violenza, non voglio rispondere con violenza.
Non voglio semplificare questioni complesse con slogan.
Voglio capire, ascoltare, impegnarmi, educare. Andare anche controcorrente. Resistere.
È il momento di uscire dal silenzio e prendere una posizione.
Non voglio un mondo in cui la diversità sia un disvalore, le minoranze condannate alla marginalità.
Non voglio negare la rabbia ma non voglio neppure che “condanniamoli a morte” sia l’ultima parola.
Gli attentatori di Barcellona, qualcuno lo ha già scritto, non erano mostri. Erano “nostri”.
E in qualche modo anche il branco responsabile delle violenze e degli stupri è un prodotto – terribile – della
nostra società.
La “banalità del male” si annida ovunque.
Non voglio consegnare ai miei figli un mondo abitato dalla paura.
Non voglio che guardino alla bontà con diffidenza, che considerino la solidarietà pura retorica.
Che si lascino convincere da idee totalizzanti per paura della loro libertà.
Le nostre grida scomposte, la nostra violenza verbale, l’attitudine a non rispettare le regole, il sessismo più
o meno esplicito, la nostra schizofrenia tra reale e virtuale, il nostro essere cattivi maestri non sono privi di
conseguenze.
Tutto contribuisce a creare quella cultura nichilista che ci rende ogni giorno più soli e soprattutto meno
umani.
La storia forse un giorno, anche di tutto questo, ci chiederà conto.

In: http://www.newsrimini.it/2017/09/quello-non-voglio/

Un genitore felice è un genitore efficace

papa-e-figlia-1024x1024Tanti babbi, insieme a qualche mamma, a interrogarsi sui cambiamenti del ruolo paterno nell’ambito della famiglia, in una società in sempre più rapida trasformazione. Se ne è parlato lo scorso 25 gennaio al Centro per le famiglie del Comune di Rimini che ha promosso l’incontro “Anche il papà lo sa! Il ruolo del padre come protagonista nella crescita dei figli”.
“Un titolo provocatorio – ha spiegato Silvia Baldazzi, psicologa del Centro – che vuole richiamare la rinnovata centralità che la figura del padre assume all’interno della famiglia per poi definirne le competenze non solo relativamente al suo saper fare ma anche al suo saper essere”.
Una bella sfida accolta da due professionisti, ma anche giovani papà: Roberto Vignali, pedagogista e Wiliam Zavoli, psicologo e psicoterapeuta. Entrambi impegnati professionalmente nell’ambito della cooperativa sociale “Il Millepiedi” di Rimini, contesto in cui quotidianamente sperimentano e definiscono il loro pensiero pedagogico.
L’appuntamento si colloca nell’ambito del ciclo di incontri a tema: “Dedicato a mamma e papà”, una serie di appuntamenti gratuiti promossi dal Centro per le Famiglie del Comune di Rimini e rivolti a genitori, insegnanti, educatori. Prossimo incontro mercoledì 15 febbraio alle 20.45 sempre in piazzetta dei Servi 1: “Il piacere di stare a scuola! Come le relazioni possono favorire l’apprendimento e la crescita”, a cura di Silvia Baldazzi.

Abbiamo fatto una chiacchierata con entrambi i relatori, sui temi della paternità e delle insidie “moderne” che i papà di oggi sono chiamati ad affrontare. Cominciamo con Roberto Vignali.

Roberto, cosa significa essere padre oggi?

“Essere padre oggi è molto diverso dal passato. Abbiamo tante più risorse a disposizione ma viviamo anche in un mondo più fragile e pieno di incertezze. Mi piace parlare di paternità a partire dal concetto di felicità. Felicità implica essere completamente soddisfatti, ha a che fare con l’idea di pienezza. La felicità è la meta che ognuno di noi persegue ma la società attuale ci offre e propone false felicità, desideri effimeri che creano frustrazioni e bisogno di sempre nuovi stimoli. Mi piacerebbe invece che passasse l’idea di una felicità che sta nella relazione, nel condividere a pieno la propria vita con altri. Questo implica anche accettare le nostre responsabilità che sono stimoli e ricchezze e non limiti e catene, come spesso vengono rappresentate”.

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