È buono, il nuovo gelato di Bologna

èbuono_gelatoNel rione Cirenaica di Bologna si trovano i primi resti dell’insediamento etrusco in questa zona. È anche il quartiere di alcune delle osterie fuori porta bolognesi più famose, ritrovo abituale in passato di artisti come Dalla, Gaber, Guccini. Proprio Guccini ha abitato qui, in via Paolo Fabbri, dedicando alla sua strada il celebre album nel 1976.

Questo quartiere vivace, ricco di storia e cultura, da qualche tempo è sede di una nuova gelateria. La bottega di “È buono”, in via Palmieri 37, porta non solo la novità di un gelato gustoso e naturale ma unisce all’aspetto commerciale un valore etico e sociale. Il gelato che qui si produce e si vende è infatti l’ultimo anello di una catena di buone scelte: a partire dalle materie prime, selezionate perché a km0 o provenienti da filiera sociale. Per poi passare ai metodi di lavorazione, tradizionali, per mantenere intatti sapori e proprietà degli ingredienti. Infine la scelta di offrire opportunità lavorative a giovani provenienti da situazioni di vulnerabilità.

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Ph. E’buono

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La mia vita da zucchina

locandinaPer il festival di letteratura per ragazzi “Mare di Libri” ho recensito “La mia vita da zucchina”, il libro di Gilles Paris diventato un film d’animazione nel 2016. La recensione fa parte di una bibliografia più ampia, a cura di Elena Lia Bot, dedicata ad affido, comunità e adozione. L’autore francese sarà inoltre a Rimini per la prossima edizione del Festiva.

La mia vita da zucchina (Autobiografia di una zucchina nella prima edizione) è un libro del 2008 dell’autore francese Gilles Paris, divenuto nel 2016 un film d’animazione con la regia di Claude Barras e la sceneggiatura di Céline Sciamma.
In entrambi i casi protagonista è lo sguardo di Icare, detto Zucchina: la sua voce narrante nel libro, i suoi occhi grandi e i disegni attraverso cui racconta la sua quotidianità nella pellicola d’animazione.

Zucchina ha 9 anni e cresce “fuori famiglia”, alle Fontane: una casa-famiglia che accoglie bambini con storie di vita difficili. Impossibile, per chi conosce e lavora in questo mondo, non ritrovare nei protagonisti i volti e le storie di tanti bambini e ragazzi che ogni giorno incontriamo e le stesse dinamiche che caratterizzano la vita in una casa di accoglienza.
La trama del film solo in alcuni punti e per alcune scelte di sceneggiatura si discosta dal libro, ma ha in comune con il romanzo di Paris lo stile misurato, ironico, poetico, la delicatezza con cui si avvicina senza retorica alle tematiche più difficili. L’autore del romanzo ha frequentato per mesi il mondo delle case-famiglia prima di scrivere questa storia, ed è evidente una conoscenza diretta del tema che affronta.
Bambini e ragazzi vittime di abusi e violenze, genitori in carcere o rimpatriati, adulti incapaci di prendersi cura dei più piccoli. E poi: lo spaesamento iniziale di chi si trova a crescere in una casa diversa dalla propria, la solitudine e gli ostacoli, i piccoli castighi quotidiani (la rampa della scala da pulire se la fai grossa) ma anche esperienze di straordinaria solidarietà e relazioni nuove, capaci di ridare un senso alla propria vita e al proprio dolore. Fratelli e sorelle, genitori e figli non di sangue ma per scelta.
Soprattutto è merito dell’autore e del regista quello di restituire a una realtà complessa come quella delle case-famiglia un aspetto di dignità e profonda bellezza.
Non si nega il dolore, non si fanno sconti alla realtà: “Noi siamo come dei fiori selvatici che nessuno ha voglia di cogliere”, è il grido di disperazione di Simon, grande amico di Zucchina. E il pensiero costante della dolce Camille è “ai bambini che hanno dei veri genitori e che adesso sono con loro”.
Eppure La mia vita da zucchina è anche una storia piena di speranza. Perché anche quando il mondo sembra crollare possono accadere cose positive. Perché, con le parole di Friedrich Hölderlin, “lì dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. E se hai qualcuno che ti tiene la mano e che riesce a comprenderti, è più semplice.

(in: http://www.maredilibri.it/libri/la-mia-vita-da-zucchina/)

Appunti dalla Biennale del Disegno di Rimini

IMG_20160709_130950Si è conclusa anche la seconda edizione della “Biennale del Disegno” di Rimini: 27 mostre, circa 2.000 disegni, opere dal XVI secolo ad oggi. Anche se solo nell’ultima settimana, sono riuscita a visitare un buon numero di esposizioni, usufruendo  degli ingressi gratuiti e diventandone testimone grazie alla partecipazione al photocontest #MyBiennaleRN (per me che adoro Instagram, un’occasione troppo ghiotta!).

Alcuni appunti e alcune suggestioni da questa interessante kermesse: ho sbagliato a non prenotare visite guidate, che avrebbero sicuramente favorito una maggiore consapevolezza e comprensione delle mostre. Non tutto infatti era così accessibile, c’erano alcuni pannelli esplicativi ma lo sguardo di un esperto avrebbe sicuramente giovato per me che non sono un’addetta ai lavori.

Tra le esperienze più belle non posso non citare la mostra dedicata ad Andrea Pazienza (“Credevo fosse uno sprazzo, era invece un inizio”), nel Foyer del Teatro Galli, emozionante e divertente ritrovare il suo tratto così deciso e irriverente in una cornice tanto raffinata e importante. A Castel Sismondo sono invece rimasta colpita dalla sezione dedicata alla Basilica di Loreto (“Profili del cielo”) con i disegni del Pomarancio e di Giuseppe Maccari e dal ritrovare le opere del genio di Bruno Munari (nella mostra “I Marziani”): per chi si occupa di educazione e didattica il Metodo Munari è un punto di riferimento importante, ma è interessante osservarlo come artista poliedrico anche nel campo del disegno e della grafica. Alla FAR (Fabbrica Arte Rimini, Palazzo del Podestà) ho ritrovato con piacere due opere di Eron (la Fontana della Pigna e il Ponte di Tiberio): per me che amo la street art è un onore essere concittadina di un artista così importante nel panorama internazionale.

Una nota di merito particolare va sicuramente alle location scelte per le esposizioni: le pareti intrise di storia di Castel Sismondo, l’eleganza del Teatro Galli finalmente (almeno in parte) restituito alla città e l’Ala Moderna del Museo cittadino che è ormai  diventata suggestiva cornice dei più importanti appuntamenti culturali e artistici riminesi e che anche in questo caso si è rivelata contesto perfetto per il bellissimo “Cantiere Disegno”: cinquanta artisti che, nella loro diversità, sono stati chiamati a ricomporre “il volto del mondo”.

Insomma, anche quest’anno torno a casa con gli occhi pieni di stimoli e di bellezza.

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Ecco perchè il film dedicato al “Piccolo Principe” per me è un capolavoro a metà

(ATTENZIONE. POST AD ALTO CONTENUTO DI SPOILER)

piccolo-principe-33Ho atteso il film ispirato al romanzo di Saint-Exupery con desiderio e timore. Desiderio perchè come milioni di persone nel mondo ho amato sin da bambina le pagine del “Piccolo Principe”, l’ho letto e riletto, regalato, utilizzato per attività didattiche, riscritto e condiviso le citazioni più belle.

Timore perchè trasporre sul grande schermo un libro così amato e conosciuto è sempre un rischio, avevo paura che potesse in qualche modo dissolversi la magia di questo racconto davvero insuperabile.

Ora, dopo averlo visto al cinema, posso dire che il film di Mark Osborne è secondo me un capolavoro a metà, e vi spiego perchè.

Ne ho amato la fotografia, la poesia delle immagini, la colonna sonora, l’ottimo doppiaggio di tanti celebri attori italiani. Mi è piaciuta l’idea di attualizzare la vicenda intrecciandola con la storia di una bimba sin troppo matura per la sua età e di una mamma che le trasmette solo responsabilità e pressioni. Mi è piaciuto il rapporto di amicizia con il vecchio aviatore, che restituisce alla piccola Prodigy l’infanzia e la capacità di sognare.

Ma ecco cosa non mi è piaciuto (ed ecco lo spoiler): non mi è piaciuta l’idea di dare un seguito alla storia del Piccolo Principe, costruendo un finale diverso da quello dell’autore. Il piccolo principe del romanzo rimane inizialmente sullo sfondo (anche se è protagonista di alcune delle sequenze più belle grazie alla raffinata tecnica della slot motion), ma vederlo poi cresciuto sulla terra è stata per me una forzatura, quasi uno shock. L’idea di un piccolo principe che ha scordato chi era, vittima anche lui del mondo cinico degli adulti, stride con l’immagine che credo tutti noi abbiamo sempre custodito nel cuore di uno dei protagonisti più amati della letteratura.

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I miei oscar culturali 2015 (grazie Ali!)

Prendo in prestito dalla cara Alice una nuova tradizione per celebrare la fine di un anno. Mi piacciono i piccoli riti che si ripetono ed è bello condividere con gli amici e con chi ti legge passioni e scoperte. Con Pennac sono convinta che “amare vuol dire far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo”. E così grazie di cuore ad Alice ed ecco le mie preferenze  con la mia (umilissima e forse banale, abbiate pietà) classifica culturale del 2015.

MIGLIOR LIBRO PER RAGAZZI – Sicuramente “La Libraia” di Fulvia Degl’Innocenti (San Paolo Edizioni). Perché è stata una piacevole e inaspettata scoperta, perché racconta in modo molto verosimile il mondo dell’affido e delle comunità e di come una passione e gli incontri giusti possano cambiare – e a volte salvare – la vita.

MIGLIOR LIBRO PER ADULTI – “Chi manda le onde” di Fabio Genovesi (Mondadori). Da tempo non mi commuovevo e sorridevo così tanto con un libro. E’una storia di profondo dolore e solitudine ma anche di nuovi inizi. Mi è piaciuto perché vi ho trovato la mia stessa passione viscerale per il mare, l’idea che l’aiuto possa provenire da persone e situazioni spesso impensabili e infine perché i personaggi del romanzo non sono eroi irraggiungibili ma persone assolutamente normali, che ti fanno arrabbiare, che mille volte vorresti rimproverare e nei quali poterti identificare con le tue paure, limiti, incoerenze (e poi c’è Zot: personaggio indimenticabile!).

MIGLIOR FILM AL CINEMA – Anche in questo caso premio un italiano: Nanni Moretti e il suo ultimo film, “Mia madre”. Perché credo che per questo film Moretti abbia avuto molto coraggio nel mettersi a nudo e raccontarsi e chi ammette e condivide le sue fragilità e la sua umanità con intelligenza, per me va sempre premiato.

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Fabi, Silvestri, Gazzè live insieme…ed è una vera festa! #fsglive

La terra rossa dell’Africa sullo sfondo di “Life is sweet”. Le percussioni che sanno di Sudamerica di Ramon. La natura semplice e perfetta che accompagna le parole e i suoni di “Costruire”. E infine le atmosfere marziane de “Il padrone della festa”. Un viaggio simbolico nello spazio ma anche nel tempo, a partire dagli anni ’90 di “Cara Valentina” o “Capelli”, passando per il primo decennio del 2000 sulle note di “Salirò”, “Il negozio di antiquariato”, “Il solito sesso”, fino ad arrivare ad oggi (peccato per non aver ascoltato “Il Dio delle piccole cose”, sarebbe stata la mia ciliegina sulla torta!). Un disco scritto a sei mani, “Il padrone della festa”, nato dopo l’esperienza di un viaggio insieme in Sud Sudan dei tre cantautori romani per sostenere le attività della ONG “Medici con l’Africa CUANN”. Un’amicizia artistica tra Niccolo’ Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri che nasce più di 20 anni fa sulla scena musicale romana e che si è nutrita in questi anni di diverse collaborazioni fino al progetto di un disco congiunto. Dopo alcune date all’estero, l’ #FSGLIVE (FabiGazzèSilvestri Live) è stato inaugurato in Italia a Rimini Venerdì 14 Novembre al 105 Stadium e proseguirà con una serie di tappe in giro per tutto il paese. Io ho avuto la fortuna di partecipare a questa bellissima serata di musica che, come dicevo, è stata non solo un viaggio metaforico, ma molto di più: è stata la scarpa a punta di Gazzè che gli impediva di suonare la gran cassa, la presenza sul palco degli amici musicisti di sempre, il divertente errore di scaletta di Silvestri, musiche e suoni in un’inedita fusione, il duello a suon di successi tra Gazzè e Fabi, molte risate, parole cariche di forza poetica, la preghiera del clown di Totò reintrepretata da Valerio Mastandrea, impegno sociale grazie all’attenzione per l’Africa e per la salute del nostro pianeta (“il sasso su cui poggia il nostro culo è il padrone della festa”). Un concerto e un album che hanno saputo valorizzare l’unicità e le peculiarità di ciascun artista, in una fusione equilibrata e mai eccessiva, in cui la percezione è stata proprio quella che non ci fosse da parte di nessuno l’intento di primeggiare, ma una vera coralità, che ha contribuito a creare un clima divertente, senza rinunciare a contenuti importanti. Perchè è stata una serata in cui “il collettivo ha prevalso sull’individuo” (Niccolo’ Fabi). Grazie quindi ai padroni di casa, Niccolo’, Daniele e Max, per averci invitati alla loro festa, per averci aperto la porta e fatto entrare tanta buona musica, per averci fatto alzare le mani, per aver dato voce ai nostri pensieri e alle nostre emozioni più complicate e più belle. E se la sfida era quella di portare sul palco “la componente ludica e giocosa del suonare insieme, mantenendo freschezza, originalità e voglia di fare”, possiamo tranquillamente affermare che è stata vinta.

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#iocisonostata. Pain de Mie a Londra

DSCN2474Un caffè francese, nel cuore di Londra…A due passi dal British Museum. Un apparente paradosso ma che in realtà è perfettamente integrato nel contesto e offre l’occasione di una pausa pranzo o di una merenda davvero gradevole, in un ambiente delizioso.

Se volete evitare il classico menù turistico che vi propinano nella zona adiacente al British Museum di Londra e recuperare energie e forze prima di riprendere a visitare i meravigliosi tesori di uno dei musei più belli del mondo, allontanatevi solo di qualche centinaia di metri dai negozi di souvenir e dai ristoranti adiacenti al British e raggiungete Oxford Street. Qui, nel pieno centro di Londra, troverete un caffè francese davvero delizioso. Ideale sia per la pausa pranzo che per una merenda o un caffè. Solo dolci e sandwich preparati in casa, diversi ogni giorno. Massima cura degli arredi: dalle tazzine ai vassoi, dalle deliziose alzatine dove le torte fatte in casa vengono esposte alla vetrina in cui prevalgono i colori pastello e deliziosi cuoricini. Il locale è piccolo, confortevole, ideale per scambiare quattro chiacchiere in un ambiente curato e rilassato. Croissant, plumcake, sandwich, succhi di frutta…Per tutti i gusti. Possibilità anche di take away. (http://turistipercaso.it/pain-de-mie/poi/)

Facebook: Pain de Mie

Indirizzo: 35 New Oxford Street, Londra WC1A 1BH, Inghilterra

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Frida Kahlo alle Scuderie del Quirinale

20140717_203809La mostra dedicata a Frida Kahlo alle Scuderie del Quirinale di Roma è una vera e propria chicca, per almeno due ragioni. In primo luogo l’allestimento è un affascinante e ricco percorso nella biografia della pittrice messicana perchè presenta non solo le sue opere ma anche quelle di autori a lei contemporanei che aiutano a contestualizzarle e una serie di intensi scatti fotografici che uniti ad alcuni filmati e alle pagine del suo diario ce la mostrano nella sua intimità e quotidianità. In secondo luogo perchè le Scuderie del Quirinale sono uno degli spazi espositivi più belli della Capitale e, in occasione della straordinaria apertura nottura estiva (tutti i giorni fino alle 23:00, il venerdì e il sabato fino alle 24:00) è messa a disposizione dei visitatori anche la terrazza delle Scuderie con una vista mozzafiato su piazza del Quirinale e sulla città: il Cupolone che si intravede in lontananza, le luci del giorno che si spengono per lasciare spazio alle luci artificiali notturne, il brulicare di turisti che abita la piazza …una pausa tra un piano e l’altro dell’esposizione che lascia davvero senza fiato.

DSCN1830Frida Kahlo è una donna e un’artista straordinaria. In qualche modo possiamo dire che ha anticipato la moda del selfie, con la serie di autoritratti che ha realizzato lungo tutto il corso della sua vita“ritraggo me stessa perché sono spesso da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio”.

Frida Kahlo è una donna resiliente. Studiava all’Università, voleva diventare medico ma un atroce incidente le impedisce di proseguire gli studi. Nella convalescenza però non si perde d’animo e scopre il suo talento e la passione per la pittura. Le innumerevoli difficoltà e tragedie che hanno segnato la sua esistenza, non le hanno impedito di rialzarsi ed esprimere il suo dolore attraverso l’arte. La sua opera tocca i temi più diversi: l’amore, l’amicizia, l’impegno sociale e civile, il legame con la tradizione e in particolare con il suo paese, la visione surreale di mondi onirici ai quali affacciarsi per sopravvivere alla sofferenza. Frida Kahlo era tutto questo e molto altro: una donna ammiccante, sensuale, intelligente, appassionata, creativa, il cui corpo – così come l’anima e il cuore – è stato purtroppo segnato da profonde cicatrici che non le hanno però impedito di esprimersi in maniera così efficace e indipendente. La sua pittura attraversa stili diversi, intreccia significati, trasmette valori psicologici e culturali.

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Psycho pop: fumetti per parlare di diversità, psicosi e dipendenze in chiave pop

Si è da poco conclusa l’edizione 2014 del Salone Internazionale del Libro di Torino: oltre 300.000 ingressi e un incremento dei dati di vendita dei libri tra il 10 e il 20%. Cinque giornate di eventi, presentazioni, incontri con l’autore, dibattiti. Una sezione del Salone è stata dedicata anche al Fumetto, con una novità particolarmente originale e interessante.
È stata infatti lanciata una nuova collana di graphic novel dal titolo “Psycho pop”, una collana di fumetti alternativi per parlare di psicosi, dipendenze, storie d’amore, violenza, discriminazioni e in generale della diversità in tutte le sue sfaccettature.

La collana è curata dalla scrittrice e blogger sarda ma trapiantata a Milano Micol Arianna Beltramini, da sempre appassionata divoratrice di fumetti e incaricata dall’Editrice di cultura pop BD di scegliere i temi, contattare gli autori, tradurli e dare vita a questa nuova collana.
“Psycho” per i temi scelti: tutte le distorsioni della realtà rifiutando ciò che è troppo realistico, e “pop” per lo stile “leggero, cinico, dritto alla pancia, politicamente scorretto se serve”.
Tra i primi autori selezionati: Nate Powell e le sue storie con protagonisti adolescenti alle prese con i primi amori e i primi disastri, Pat Grant, un autore australiano che racconta nei suoi fumetti di surf, amicizia e localismo e Ellen Forney, già famosissima in America, per la sua storia di disturbo bipolare a cui non si è rassegnata ma che ha deciso di raccontare con ironia e creatività.

L’idea è quella di stanare anche autori poco conosciuti per raccontare una forma di scrittura, quella del fumetto, poco esplorata e che molti adulti reputano ancora una cosa solo da bambini mostrando invece un’arte capace di affrontare i temi più disparati e importanti in maniera straordinariamente incisiva.
L’obiettivo di Micol Beltramini è quello “di portare al mondo cose belle”, scoprire cose nuove e riscoprire le vecchie, raccontare temi difficili non con un tono malinconico ma in maniera un po’ surreale e disincantata, leggera ma nient’affatto superficiale.
I primi volumi della collana usciranno a breve nel mercato italiano, nel frattempo sono già disponibili, per ingolosire tutti gli appassionati del genere e non solo, le prime tre copertine.

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Il blog di Micol Beltramini: www.vieniminelcuore.it

Silvia Sanchini

in http://www.newsrimini.it/social

La fuga delle quarantenni. Il difficile rapporto delle donne con la Chiesa.

Immagine“Ma dove sono finite le mie coetanee?”, è la domanda con cui si apre il libro: “La fuga delle quarantenni. Il difficile rapporto delle donne con la Chiesa” (Rubbettino 2012) di don Armando Matteo: teologo, classe 1970, già assistente nazionale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e autore di numerosi testi sul rapporto tra cristianesimo e modernità tra cui il molto dibattuto “La prima generazione incredula”.
Dopo essersi interrogato sulla crescente estraneità dei giovani all’esperienza di fede, don Armando Matteo torna a provocare con la consueta intelligenza e a stimolare il dibattito ecclesiale evidenziando come anche il rapporto tra le donne e la Chiesa, riferendosi in particolare alla generazione delle quarantenni, mostri oggi i primi segni di cedimento dopo secoli in cui le donne hanno assunto un ruolo da indiscusse protagoniste nel compito della trasmissione della fede alle nuove generazioni.
“La fuga delle quarantenni” è stato presentato lo scorso 8 Febbraio presso la Biblioteca Diocesana E. Biancheri nell’ambito del ciclo di incontri “Colazione con l’autore” promossi in collaborazione con l’Istituto Superiore di Scienze Religiose A. Marvelli, la Libreria Pagina e il Servizio Diocesano per il Progetto culturale.
Di alcuni degli snodi più interessanti emersi dalla presentazione del libro e dal vivace dibattito scaturito a margine dell’incontro, discutiamo proprio con l’autore.

Nel suo libro parla di un grande cambiamento culturale che sta coinvolgendo l’universo femminile. Che cosa sta accadendo?
Veniamo da secoli in cui esisteva una priorità maschile molto netta, quasi data per scontata. Oggi stiamo finalmente assistendo a una grande rivoluzione culturale e sociale. Sono d’accordo con il sociologo francese Alaine Touraine che qualche anno fa ha pubblicato il libro “Il mondo è delle donne”, evidenziando come le donne stiano divenendo il motore di un profondo cambiamento. Basti pensare per esempio ai dati sulle laureate in Italia, oggi di gran lunga superiori ai loro coetanei maschi. Questi cambiamenti coinvolgono, naturalmente, anche il vissuto delle nostre chiese.

Cosa è cambiato nelle donne nate dal 1970 in poi?
Per secoli la Chiesa si è affidata quasi esclusivamente alle donne (in quanto madri, insegnanti, catechiste, suore) per trasmettere la fede alle nuove generazioni. Ma numerose ricerche condotte in questi anni ci mostrano che a partire dalla generazione delle quarantenni questa tendenza sta profondamente cambiando. L’alleanza tra donne e Chiesa non è più così stretta, anzi, si riscontra un progressivo allontanamento non solo degli uomini ma anche delle giovani donne dalle pratiche di fede. E questo è un elemento assolutamente innovativo nella storia della Chiesa.

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