In porta. Importa?

Da una mia semplice foto scattata con il cellulare in una favelas di San Paolo due anni fa, Mauro Biani – uno dei disegnatori migliori che conosca, capace di trattare temi sociali con una lucidità e una sensibilità fuori del comune (non a caso è anche un educatore) – ha realizzato questa vignetta, che trovo straordinariamente potente e che è stata pubblicata su “Il Manifesto”.

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Si parla così tanto di Brasile per i mondiali di calcio in questi giorni, ma il “mio” Brasile mi viene più facile ricordarlo nel volto di questa donna: abitava in questa baracca con i suoi due bambini, ci ha accolto con un sorriso, ci ha fatti entrare in casa sua anche se non ci aveva mai visto, ci ha offerto una fetta di torta alla banana che aveva preparato quella mattina. Il Brasile è tutto questo: bellezza, coraggio, ospitalità, profumi, colori, sapori e una grande passione per il pallone… ma anche povertà estrema, disperazione, disumanità, diritti calpestati. Non dimentichiamo questo volto del Brasile, non dimentichiamo le favelas asfaltate per costruire stadi che forse saranno in futuro solo cattedrali nel deserto, non dimentichiamo gli operai morti per costruirli, l’infanzia negata e sfruttata da un mondo adulto che manipola e si approfitta anche dei più piccoli. Un evento come i mondiali può essere un’opportunità, ma può mettere in luce in maniera ancora più forte tutte le contraddizioni di un paese straordinario che, con immensa determinazione, sta cercando di ritrovare dignità e risollevarsi, con tutti i rischi che questo comporta. Quando ci ricorderemo che il nostro compito è anche quello di essere quella barriera capace di proteggere e tutelare i diritti di quella donna che ci offre il suo sorriso?

P.S. Questa la foto originale:

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La storia di Mohammed, il mio augurio di buona Pasqua

Una storia di dolore e resurrezione. E’la storia che mi piace raccontarvi e condividere con voi per augurarvi davvero una gioiosissima e Santa Pasqua!

Il fondo per il lavoro…al lavoro. La storia di Mohammed.

immigrati_lavoro.jpgImmaginate di trovarvi in un paese che non è il vostro, senza conoscere la lingua, i vostri cari lontani. È la storia di tanti ragazzi giovanissimi che, soli, raggiungono l’Italia con un unico grande obiettivo: trovare lavoro e aiutare la propria famiglia. È la storia di Mohammed (nome di fantasia, ndr), che quando è arrivato a Rimini dopo un viaggio rocambolesco era ancora minorenne e aveva una storia dolorosissima, ma aveva anche le idee molto chiare sul da farsi. Il suo percorso ha avuto molti intoppi, molte battute d’arresto.
Non trovare lavoro, essere rifiutato da alcune aziende, il pensiero della propria famiglia in Africa sempre più in difficoltà, ha dilaniato Mohammed per settimane.
Pensieri che si rincorrevano incessanti, paura di aver sbagliato tutto.
Ma anche una certezza che regalava qualche speranza: aver trovato persone che si prendevano cura di lui, che gli volevano bene, di cui poteva fidarsi.
È stato davvero, il caso di dirlo, un lavoro di rete ben fatto.

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