Tutto quello che non voglio

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Non voglio smettere di amare perché qualcuno in passato mi ha ferito.
Non voglio odiare tutti indistintamente perché qualcuno ha sbagliato.
Non voglio sacrificare la mia libertà all’altare della paura.
Non voglio che la vendetta sia l’unica soluzione.
Alla violenza, non voglio rispondere con violenza.
Non voglio semplificare questioni complesse con slogan.
Voglio capire, ascoltare, impegnarmi, educare. Andare anche controcorrente. Resistere.
È il momento di uscire dal silenzio e prendere una posizione.
Non voglio un mondo in cui la diversità sia un disvalore, le minoranze condannate alla marginalità.
Non voglio negare la rabbia ma non voglio neppure che “condanniamoli a morte” sia l’ultima parola.
Gli attentatori di Barcellona, qualcuno lo ha già scritto, non erano mostri. Erano “nostri”.
E in qualche modo anche il branco responsabile delle violenze e degli stupri è un prodotto – terribile – della
nostra società.
La “banalità del male” si annida ovunque.
Non voglio consegnare ai miei figli un mondo abitato dalla paura.
Non voglio che guardino alla bontà con diffidenza, che considerino la solidarietà pura retorica.
Che si lascino convincere da idee totalizzanti per paura della loro libertà.
Le nostre grida scomposte, la nostra violenza verbale, l’attitudine a non rispettare le regole, il sessismo più
o meno esplicito, la nostra schizofrenia tra reale e virtuale, il nostro essere cattivi maestri non sono privi di
conseguenze.
Tutto contribuisce a creare quella cultura nichilista che ci rende ogni giorno più soli e soprattutto meno
umani.
La storia forse un giorno, anche di tutto questo, ci chiederà conto.

In: http://www.newsrimini.it/2017/09/quello-non-voglio/

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La solidarietà non basta più

emmanuelSchierarsi dalla parte di Emmanuel (l’uomo nigeriano ucciso a Fermo da un ultrà che aveva insultato e deriso la sua compagna) è importante, ma non basta.
Da tempo ci siamo abituati a linguaggi e scelte razziste e violente, anestetizzati persino al dolore e alla morte. L’Estate scorsa abbiamo avuto bisogno della morte di un bimbo di 3 anni, Aylan, per aprire gli occhi (il tempo di un caffè o poco più) sulla tragedia della Siria e sull’inferno di Kobane.

È servita la morte di Emmanuel per ricordarci quello che Boko Haram sta facendo in Nigeria.

Qui a Rimini abbiamo dovuto assistere impotenti alla morte assurda di Petrit (l’uomo ferocemente freddato in strada da tre uomini perché aveva osato difendere la nipote vittima di violenze) perché qualcuno si accorgesse che l’integrazione per alcuni uomini e alcune famiglie è già una realtà.
Se c’è qualcosa di ancora più drammatico di queste morti, è il fatto che siano necessarie delle simili circostanze per toccare le nostre coscienze e ricordarci la nostra umanità.

I morti nel Mediterraneo non ci indignano più. Quello che accade nel mondo sembra non riguardarci.
Solo le morti violente ci ricordano di aprire gli occhi e ci mettono in discussione?

È necessario fare un passo in più capovolgendo il nostro tradizionale punto di vista, rinnovando il nostro sguardo. Senza retorica o buonismi, ma con tutta la fatica che nel quotidiano queste scelte comportano.
Servono risposte diverse da parte della politica e delle istituzioni. Ci sono tante esperienze di generosità e accoglienza che vanno raccontate e valorizzate, perché non prevalga una narrazione distorta del fenomeno migratorio e perché le “chiacchiere da social” non vengano scambiate con la realtà.

Serve un linguaggio diverso, perché anche le parole accendono l’odio. Non possiamo infatti negare che anche alcuni media e la politica abbiano in questi anni contribuito a legittimare razzismo e rancore.
Serve maggiore impegno da parte di tutti nel quotidiano per riscrivere una “nuova grammatica dell’umano” (Enzo Bianchi) e riscoprire nuove pratiche di condivisione e umanità.
Altrimenti anche questa ondata di indignazione e solidarietà sarà inutile.

Anche su Rimini Social 2.0

#LettoDaMe. Un elefante nella stanza di Susan Kreller

Con molto piacere ho recensito e proposto ai ragazzi di “Mare di Libri” (Festival dei Ragazzi che leggono) il libro “Un elefante nella stanza” di Susan Kreller, che affronta il delicato tema delle violenze sui minori in ambito familiare. Ecco qui:

Questo è un libro che vi farà arrabbiare. E che vi spingerà a farvi, inevitabilmente, molte domande.
Perché nessuno ascolta il grido d’aiuto di Masha?
Perché Max e Julia non si ribellano al loro papà, anche se violento?
Perché, anzi, Julia tende quasi a giustificare tutto quello che le accade?
Un elefante nella stanzaun_elefante_nella_stanza dell’autrice tedesca Susan Kreller è un libro difficile. È la storia di Masha che ha tredici anni e trascorre l’ennesima estate insieme ai nonni in un paesino della Germania. Masha sta rielaborando il dolore che prova per la morte di sua mamma, il suo papà è lontano… non solo fisicamente.
In un parco giochi conosce Max e Julia.
Due bambini insoliti, che subito la incuriosiscono.
E, poco alla volta, con un coraggio da grande scopre il loro segreto.
E decide di proteggerli e aiutarli.
Certo, combinando un bel pasticcio, ma facendo qualcosa anche contro l’indifferenza più totale degli adulti.
Le domande che vi porrete leggendo queste pagine sono le stesse che mi ritrovo a farmi quotidianamente nel mio lavoro, quando incontro bambini e ragazzi che vivono vicende familiari altrettanto difficili e drammatiche.
Se c’è una cosa che ho capito da queste situazioni è che risposte facili non esistono. Ho imparato a sospendere il giudizio, a cercare di approfondire, a guardare le cose da diversi punti di vista.
Con lo stesso atteggiamento credo che debba essere letto Un elefante nella stanza. Lasciandosi incuriosire… ma anche interpellare. Perché il libro è una storia di coraggio. Di generosità audace e totale gratuità. Di una ragazzina che a soli 13 anni ha deciso di schierarsi e scegliere da che parte stare.
Nessuno degli adulti del libro fa una bella figura. Per questo motivo è un libro che farà bene anche a noi grandi, per ricordarci quante volte siamo disattenti e superficiali, quanto spesso ci rassegniamo al perbenismo e al silenzio.
Masha ci insegna invece che non ci sono giustificazioni, che non possiamo fingere che l’elefante nella stanza non esista, che i problemi non vanno nascosti ma affrontati anche quando mettono in discussione le nostre sicurezze, che chi è vittima di violenza spesso non riesce ad uscirne da solo ma ha bisogno di qualcuno capace di infondergli coraggio.
Leggere o regalare questo libro vi aiuterà a ricordarlo.

Silvia Sanchini

Susan Kreller, Un elefante nella stanza, Il Castoro
Età di lettura consigliata: dagli 11 anni

In: http://www.maredilibri.it/news/notizie/un-elefante-nella-stanza/

25 novembre. Contro la violenza sulle donne. Ogni giorno.

10359385_702314909845825_871326459505382695_nViolenza è non poter prendere un mezzo pubblico da sola la sera con tranquillità. Violenza è un datore di lavoro che fa allusioni maliziose. Violenza è quando alzi la voce e ti senti apostrofare come troppo emotiva o isterica, mentre se lo fa un uomo è perché è autorevole e bravo a dirigere. Violenza è ogni forma di sopruso e prepotenza: fisica, psicologica, morale. Violenza è essere giudicate sempre per il proprio aspetto e la propria età e mai per il proprio valore. Violenza è mancanza di amore. Sempre. Amore per se stessi e amore per gli altri. Violenza sono le discriminazioni sul lavoro. Violenza è un colloquio in cui ti chiedono se hai intenzione a breve di sposarti o di avere figli. Violenza è considerare le differenze in una gerarchia di valore. Violenza è solitudine. Violenza è essere private della possibilità di studiare o lavorare, di scegliere un compagno oppure di scegliere di non averlo. Violenza è negare la soggettività dell’altro, trasformarlo in oggetto per soddisfare il proprio piacere o colmare la propria insoddisfazione.Violenza è utilizzare la propria forza fisica sull’altro per esprimere un’opinione.
E c’è un solo modo, estremamente difficile,  per sopravvivere alla violenza che gli altri ci infliggono: “Trasformare il dolore in bene è l’arma più potente contro chi ci ha fatto del male” (Lucia Annibali).

#25novembre. Contro la #violenzasulledonne. Ogni giorno.

#MyRimini…e una foto alla Moschea

Moschea di RiminiUna semplice foto alla Moschea di Rimini che ho pubblicato nell’ambito del progetto “MyRimini, racconta la nostra città” (http://www.comune.rimini.it/servizi_interattivi/myRimini/) per il Comune di Rimini ha suscitato decine di commenti, polemiche, insulti. Questo mi ha fatto male, ma un po’ me lo aspettavo e comunque spero che sia servita in ogni caso a far riflettere e non solo per scaricare rabbia e frustrazioni.

Qui trovate la fotografia: https://www.facebook.com/comunedirimini/photos/ms.c.eJxdyMkNACAMA7CNUJOm1~;6LIcQL~;DQMQQljKO~_wWLjDtMpvXOAzpSn6Mx2JMxsewhHJ.bps.a.10152329709388505/10152441901738505/?type=1&theater

E qui la mia risposta ai commenti:

Come autrice della foto che ha suscitato tante opinioni e tanti commenti, mi permetto non tanto di rispondere a tutti (sarebbe impossibile e non voglio entrare nel merito di punti di vista tanto differenti) ma di esprimere qualche considerazione.
Mi fa sorridere che tante foto che abbiamo condiviso nell’ambito del progetto “MyRimini” che offrivano spunti di riflessione sociale e culturale importanti non siano state considerate, mentre questa foto abbia scatenato subito un tale polverone. Questo comunque dimostra che, nel bene e nel male, su questo tema c’è attenzione e vale la pena rifletterci insieme.
Le obiezioni alla foto, sostanzialmente, si riassumono in due considerazioni: la prima è che la libertà religiosa che offre l’Occidente non sarebbe possibile nei paesi musulmani (“Provate a costruire una Chiesa da loro…e vediamo cosa accade…”), la seconda è che lo Stato e l’Amministrazione comunale dovrebbero prendersi cura prima dei cittadini italiani e dei loro problemi e, solo in un secondo tempo eventualmente, degli stranieri.
Per quanto riguarda la prima affermazione, è già confutata dai fatti: in tanti hanno ben documentato il gran numero di Chiese cristiane presenti in Medio Oriente e nei paesi musulmani, una tradizione più che millenaria.
Sul secondo aspetto, più delicato, posso solo dire che parlare di cittadini musulmani non equivale a parlare di stranieri (anzi, tanti di loro sono cittadini italiani!) e che il tema dell’accoglienza è davvero complesso e merita una attenzione politica molto forte, ma la maggior parte dei luoghi comuni sui presunti favoritismi agli stranieri da parte dello Stato sono, appunto, teorie non confutate dalla prassi, notizie che si diffondono in modo virale sul web e creano solo allarmismo e disinformazione. Quindi prima di indignarsi cerchiamo di leggere, confrontare opinioni, informarci.
Ho definito il quartiere di Borgo Marina controverso perché sono consapevole che sia una zona a forte rischio per episodi di devianza e degrado che l’hanno contraddistinta, per il problema del sovraffollamento negli appartamenti e così via. Quando puntiamo il dito generalizzando però non dimentichiamo anche le responsabilità nostre e di tanti nostri concittadini e connazionali su questi temi.
Evasione fiscale, appartamenti sovraffollati, vendita di merce contraffatta, abusivismo e – aggiungo – prostituzione (soprattutto minorile) e sfruttamento sono piaghe sulle quali anche noi italiani abbiamo enormi responsabilità. Nessuno dice niente sul fatto che la maggior parte dei clienti delle baby prostitute siano italiani, sposati e liberi professionisti?
Io posso solo dire questo: da credente sono profondamente felice che nel mio Paese e nella mia città ognuno sia libero di professare la propria fede e di avere un luogo dove ritrovarsi per pregare con la propria comunità.
Da cittadina sono convinta che la democrazia e il pluralismo culturale e religioso siano un valore (sancito anche dalla nostra Costituzione) a cui non dobbiamo mai, per alcun motivo, rinunciare.
Da educatrice, infine, posso dire che l’incontro con tanti giovani stranieri e musulmani mi ha aiutato a superare pregiudizi e l’inutile dualismo noi/loro, mi ha arricchito profondamente, ha reso la mia vita più bella. E mi dispiace per chi si preclude questa possibilità e mortifica la sua curiosità.

Un’ultima, importantissima, precisazione: l’obiettivo del progetto “MyRimini” è quello di raccontare la nostra città e documentarne ogni aspetto, dal nostro specifico punto di vista. Non siamo fotografi professionisti ma solo persone che hanno scelto di mettersi in gioco e divertirsi. Niente di più.
L’Amministrazione Comunale, che mi ha offerto questa opportunità, e i responsabili del progetto che qui, pubblicamente, ringrazio moltissimo, non hanno alcuna responsabilità sulla scelte delle immagini e quindi spettano a me tutte le critiche e le lamentele e mi scuso se ho offeso la sensibilità di qualcuno, ma pubblicherei nuovamente anche oggi quell’immagine e spero comunque che sia servita alla riflessione e al dibattito. Grazie per la vostra attenzione!

La vicenda è stata ripresa anche sul portale Rimini Social 2.0 con questo articolo: http://www.newsrimini.it/2014/09/myrimini-foto-moschea/

Saper chiedere scusa.

La vicenda di Federico Aldrovandi e l’applauso ai poliziotti che si sono macchiati del suo omicidio, è davvero lo specchio della nostra società. Una società in cui nessuno sa chiedere scusa, in cui ammettere i propri limiti e le proprie responsabilità è visto come un atto di debolezza, invece che di coraggio. Quello che mi spaventa di più, senza entrare nel difficile merito della vicenda, è la violenza che permea alcune scelte e alcuni comportamenti. Anche nel mio lavoro mi rendo conto come a volte basti davvero pochissimo per scatenare delle reazioni violente e inaspettate, un’aggressività sopita che emerge non appena si apre un minimo spiraglio. La politica, le agenzie educative, le associazioni e chiunque abbia un ruolo o una responsabilità sociale devono combattere questa violenza, non alimentarla. E questo vale ancora di più per le Forze dell’Ordine.  Anche noi dovremmo farci un esame di coscienza e non dimenticare che anche nelle nostre piccole scelte quotidiane possiamo cercare di cambiare questa mentalità distorta, che divide il mondo in buoni e cattivi, che inneggia alla violenza come forma di difesa, che rifiuta l’idea che si possa chiedere scusa o ammettere uno sbaglio senza scalfire la propria autostima.  Perché non è forte chi alza di più la voce, chi impone il suo pensiero a tutti i costi, chi si nutre di pregiudizi, chi vessa i più deboli. La vera forza sta nel dialogo e nella banale quanto rivoluzionaria capacità di ammettere i propri limiti e accettare quelli degli altri.

Dalla cronaca alla riflessione

Un tema drammatico, di cui non è semplice parlare, ma che richiede oggi come mai una presa di coscienza e una riflessione culturale e educativa da parte di tutti.

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Indagine pedofilia a Rimini: dalla cronaca alla riflessione

Lo scorso 10 maggio si è celebrata in Italia la Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia istituita con la Legge nr. 51 del 4 maggio 2009. E solo qualche giorno dopo, purtroppo, anche la nostra Provincia è stata coinvolta nell’indagine della polizia postale di Catania che ha portato all’arresto di quattro persone per gravi reati di pedopornografia attraverso una nuova frontiera da combattere, il “Deep web”, una parte nascosta di internet in cui si ritrovano le associazioni a delinquere di tutto il mondo.

Qualsiasi forma di violenza nei confronti di minori è quanto di più aberrante la nostra società possa conoscere. E va ricordato, come ha recentemente sottolineato anche il Ministro per le Politiche Giovanili Josefa Idem, che si tratta di una delle forme di maltrattamento meno denunciate perché nella maggior parte dei casi la violenza nei confronti delle bambine e dei bambini avviene tra le mura domestiche, o comunque in circuiti di fiducia. Oggi poi le violenze sono ulteriormente aggravate dall’uso distorto delle nuove tecnologie, utilizzate per diffondere gli abusi quasi come atto di ulteriore attestazione del dominio del carnefice sulla vittima.
È urgente una maggiore presa di coscienza da parte del mondo degli adulti e un lavoro capillare nell’ottica della prevenzione, come ricorda spesso anche don Fortunato Di Noto, fondatore e presidente dell’Associazione Meter da anni impegnata nella lotta alla pedopornografia on line e che ha contribuito tra le altre cose alla stesura del “Codice di Autoregolamentazione Internet @ Minori” e che ogni anno monitora e denuncia migliaia di riferimenti pedopornografici in rete (nei primi cinque mesi del 2013 sono già 28.024 i siti segnalati).

Come operatori del sociale sperimentiamo quanto drammatiche e dolorose possano essere le conseguenze di atti di violenza nei confronti di minori, come possano generare sensi di colpa, paure, insicurezze e in generale un’idea distorta delle relazioni, dell’amore, della sessualità che può compromettere a volte anche in modo irreversibile il proprio modo di stare al mondo e di relazionarsi agli altri. È necessario un accompagnamento costante per giungere a un lento recupero di quell’identità così duramente frammentata e colpita.
Per questo notizie tragiche come questa ci devono indurre a una seria riflessione e presa di coscienza, a un lavoro che come sempre è prima di tutto educativo e di formazione. Far comprendere prima di tutto ai bambini che ci sono forme di amore malate, sbagliate, distorte è il primo passo per una consapevolezza e un’educazione a un rapporto corretto con se stessi e con gli altri, con il proprio corpo e la propria affettività. Gli adulti devono poi formarsi a riconoscere i segnali di un disagio, che spesso rischia di rimanere inascoltato, ed essere sempre più consapevoli del potenziale positivo ma anche dei rischi connessi all’utilizzo di internet.

Le parole pronunciate da Papa Francesco lo scorso 5 Maggio ci appaiono oggi come un forte monito: “Vorrei dire con forza che tutti dobbiamo impegnarci con chiarezza e coraggio affinché ogni persona umana, specialmente i bambini, che sono tra le categorie più vulnerabili, sia sempre difesa e tutelata”.

Silvia Sanchini

Pubblicato su: http://www.newsrimini.it/sociale.html

[La notizia di cronaca: Pedofilia, quattro arrestati, coinvolto anche un riminese.]

Strumenti:
www.114.it – Emergenza Infanzia – Il 114 è un numero di emergenza al quale rivolgersi tutte le volte che un bambino o un adolescente è in pericolo.
www.osservatoriopedofilia.gov.it – Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile