La solidarietà non basta più

emmanuelSchierarsi dalla parte di Emmanuel (l’uomo nigeriano ucciso a Fermo da un ultrà che aveva insultato e deriso la sua compagna) è importante, ma non basta.
Da tempo ci siamo abituati a linguaggi e scelte razziste e violente, anestetizzati persino al dolore e alla morte. L’Estate scorsa abbiamo avuto bisogno della morte di un bimbo di 3 anni, Aylan, per aprire gli occhi (il tempo di un caffè o poco più) sulla tragedia della Siria e sull’inferno di Kobane.

È servita la morte di Emmanuel per ricordarci quello che Boko Haram sta facendo in Nigeria.

Qui a Rimini abbiamo dovuto assistere impotenti alla morte assurda di Petrit (l’uomo ferocemente freddato in strada da tre uomini perché aveva osato difendere la nipote vittima di violenze) perché qualcuno si accorgesse che l’integrazione per alcuni uomini e alcune famiglie è già una realtà.
Se c’è qualcosa di ancora più drammatico di queste morti, è il fatto che siano necessarie delle simili circostanze per toccare le nostre coscienze e ricordarci la nostra umanità.

I morti nel Mediterraneo non ci indignano più. Quello che accade nel mondo sembra non riguardarci.
Solo le morti violente ci ricordano di aprire gli occhi e ci mettono in discussione?

È necessario fare un passo in più capovolgendo il nostro tradizionale punto di vista, rinnovando il nostro sguardo. Senza retorica o buonismi, ma con tutta la fatica che nel quotidiano queste scelte comportano.
Servono risposte diverse da parte della politica e delle istituzioni. Ci sono tante esperienze di generosità e accoglienza che vanno raccontate e valorizzate, perché non prevalga una narrazione distorta del fenomeno migratorio e perché le “chiacchiere da social” non vengano scambiate con la realtà.

Serve un linguaggio diverso, perché anche le parole accendono l’odio. Non possiamo infatti negare che anche alcuni media e la politica abbiano in questi anni contribuito a legittimare razzismo e rancore.
Serve maggiore impegno da parte di tutti nel quotidiano per riscrivere una “nuova grammatica dell’umano” (Enzo Bianchi) e riscoprire nuove pratiche di condivisione e umanità.
Altrimenti anche questa ondata di indignazione e solidarietà sarà inutile.

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Io sto con la sposa (e con Manar)

maxresdefaultTasnim è bellissima, di una bellezza malinconica e sofisticata. È lei la sposa, ed è lei a pronunciare alcune delle frasi più intense del film: “C’è un sole unico per tutta l’umanità, una sola luna. Anche il mare è di tutti, così la vita. È di tutti e per tutti”. Come è possibile che alcuni siano liberi di attraversare il mare, mentre per altri farlo significa rischiare di morire? Ahmad e Mona sono marito e moglie, sembrano personaggi usciti da un film di Ozpetek. Non sono giovanissimi, ma si tengono per mano come due adolescenti innamorati. Lei ha sempre detto che non avrebbe mai lasciato la Siria, lui le aveva promesso di portarla in Francia…e alla fine ci è riuscito. Alaa al-din è un uomo alto, con una grande dignità e orgoglio, e un forte senso della famiglia. Si chiede come sia possibile che uomini e donne arrivino a pagare cifre esorbitanti per affrontare un viaggio della speranza e, a volte, morire. Con lui c’è suo figlio Manar, che mi ha subito rubato il cuore. Ha 12 anni, la sua passione è il rap, ha una proprietà di linguaggio e una furbizia che lo fanno apparire più grande…ma anche quegli occhi teneri e profondi e il naso un po’a patata che gli restituiscono tutta la sua fanciullezza e innocenza. E infine Abdallah: giovane studente, ha già conosciuto da vicino la morte e la disperazione. È uno dei sopravvissuti alla strage di Lampedusa dell’11 Ottobre, era su quella barca che ha visto annegare in mare 250 persone. È proprio grazie a lui che nasce l’idea del film: un pomeriggio a Milano in cui alla stazione di Porta Garibaldi incontra Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry e Tareq Al Jabr e chiede loro dove prendere un treno per la Svezia.

IMG_1148La Svezia: sogno proibito di tanti rifugiati in fuga da paesi in guerra come i protagonisti di questo film documentario. Un viaggio che ha realmente coinvolto 23 persone tra palestinesi, siriani e italiani: giornalisti, operatori sociali e cooperanti ma anche una troupe di operatori guidati dal regista Antonio Agugliaro. Obiettivo: raggiungere la Svezia partendo da Milano e attraversando la Francia, la Germania e la Danimarca, quattro giorni e tremila chilometri, inscenando un corteo nuziale. Perché, “quale poliziotto di frontiera chiederebbe mai i documenti a una sposa?”. Un film che gli autori definiscono: “una storia fantastica ma al tempo stesso dannatamente reale”. Un film che ha un po’ il sapore delle atmosfere di Kusturica e di Mihăileanu, un film che chiede di schierarsi, di scegliere da che parte stare. E non è un caso che sia nato da una produzione dal basso: oltre 2.000 persone che attraverso il crowdfunding hanno finanziato l’opera, scegliendo apertamente di stare dalla parte della sposa. Un film che è soprattutto un viaggio: per attraversare la “Fortezza Europa”, e dimostrare che il Mediterraneo, culla della nostra civiltà, può essere ancora un mare che unisce invece che dividere. Del film mi è piaciuto lo sguardo non retorico ma concreto e reale di chi ha conosciuto e visto la guerra con i propri occhi. I rifugiati protagonisti del film non appaiono qui come vittime ma in tutta la loro autentica umanità: con la loro ironia, nostalgia, coraggio e fragilità. E poi c’è Manar. Manar ha lo stesso sorriso di Ahmed, Mohammed, Nordin, Omar…di tutti i ragazzi che ogni giorno intrecciano le nostre esistenze di operatori impegnati in percorsi di accoglienza. Ragazzi con un progetto che, come canta Manar, “o fallisce o sparisce”.Ragazzi a cui vorremmo restituire un po’di speranza e di fiducia nel futuro, che è un loro diritto, a dispetto di tutte le discriminazioni e i pregiudizi con cui si trovano ogni giorno a convivere e a lottare in un paese che sembra almeno all’apparenza sempre meno accogliente e solidale.  E allora, non posso fare a meno di sentirmi ancor più dalla sua parte e di cantare insieme a Manar:

Voglio raccontare la mia vita con le mie parole

Perché durino nel tempo.

Per me è solo l’inizio.

L’inizio della libertà.

Fratello, è un mio diritto!

Sul serio fratello, è una responsabilità.

Penso a quando vivevamo felici in Palestina

E adesso siamo rifugiati, di nuovo in fuga.

Che Dio abbia misericordia di noi rifugiati.

Siamo bambini normali,

vogliamo un po’di tenerezza.

Torneremo in Palestina, riavremo ciò che è nostro”

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini.it/2014/12/io-sto-con-la-sposa-e-con-manar/

Il sito ufficiale di “Io sto con la sposa”: http://www.iostoconlasposa.com/

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Go to goal in Ayvalik!


304486_4737413080452_286787801_nEsattamente un anno fa, partivo per un altro viaggio davvero speciale: Ayvalik, Costa Egea, Turchia. E’ stato un viaggio particolare perché nato da un progetto di scambio europeo (“Go to goal”) coordinato da Volontarimini (Centro servizi per il volontariato della Provincia di Rimini) nell’ambito del programma “Leonardo Da Vinci” rivolto a professionisti che si occupano di inclusione sociale provenienti da Rimini e non solo. Non tanto un viaggio per visitare luoghi ma soprattutto un’occasione per incontrare volti e storie, confrontarsi su progetti ed esperienze relativi in particolare all’inserimento lavorativo di persone con disabilità, in un Paese davvero dinamico e vivace, con un forte spirito nazionalista ma anche una fortissima vocazione europea. Quello che è accaduto quest’anno, con le proteste nate a Gezi Park e le tante manifestazioni contro il governo di Erdogan, non mi ha stupita se ripenso al fermento e alla voglia di cambiamento che ho respirato in quei giorni. Ad Ayvalik, che è una deliziosa cittadina turistica sulle coste del Mare Egeo (assomiglia un po’ alle città greche fatte di vicoli e case in pietra, popolate da tanti gatti e botteghe di artigianato), abbiamo avuto l’opportunità di partecipare a un Festival nazionale dedicato alle persone con disabilità, un meeting in cui tanti giovani e adulti hanno potuto rivendicare il loro protagonismo, fare le loro proposte alle istituzioni e alla politica in un’ottica di dialogo, partecipazione e cittadinanza attiva che mi ha piacevolmente stupita ed entusiasmata. Sono circa 8.500.000 le persone con disabiltà in Turchia (su una popolazione di 86.000.000), in aumento anche a causa dei tanti profughi che giungono in Turchia dalla Siria

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L’ associazione che ci ha ospitati ed accolti si chiama “Happy Kids” (http://www.mutlubirey.net/), un’associazione molto attiva nell’ambito dell’inclusione sociale. Il Presidente, Ali Ulusoy, è papà di un ragazzo con la sindrome di down, Ozan, che ha 25 anni e scrive poesie. Ali è una forza della natura, un uragano di idee e iniziative e nella nostra settimana di permanenza in Turchia ci ha fatto incontrare tantissime persone (parlamentari, giornalisti, operatori del sociale, associazioni…) e visitare numerose realtà che ci hanno incuriosito e offerto spunti interessanti per il nostro lavoro. Ma non ci ha fatto mancare anche momenti di divertimento e incontro con la cultura turca: da un surreale e splendido barbecue in campagna, alla visita in traghetto delle coste del Mar Egeo, al laboratorio tradizionale di pittura sull’acqua (!).

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Tra tutte le esperienze vissute mi piace ricordarne soprattutto due: la visita ad Aly Bey a una casa protetta di accoglienza per bambini senza famiglia (in Turchia il processo di deistituzionalizzazione non è stato ancora completato, ma il Paese si sta impegnando affinchè entro il 2015 i bambini allontanati dalla famiglia non vengano più collocati in istituti ma solo in case-famiglia) e l’incontro con una ragazza speciale, Burcu Dere, che ha fatto della sua fragilità un punto di forza e che con la sua poesia e la sua musica ci ha commossi e incantati.

Sul tema dell’inclusione sociale abbiamo trovato affinità nelle riflessioni che coinvolgono le associazioni che si occupano di inclusione sociale (il tema dell’accessibilità, progetti per il “sollievo” delle famiglie e, soprattutto, il tema del “dopo di noi”) ma anche tante differenze dovute principalmente a una legislazione e a una tradizione culturale diversa.

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Durante la settimana è stato realizzato da un regista riminese, Filippo Cesari, anche un video-documentario con alcune interviste come resoconto della nostra esperienza.

Concludo con qualche immagine che aiuta a cogliere le atmosfere questa intensa settimana fatta di bicchieri di tè sorseggiati in ogni momento della giornata, di una costante e pittoresca confusione tipicamente turca, di sapori speziati e profumi intensi, di incontri e confronti ma soprattutto piena di passione e tanto, tanto calore e la conferma che ogni debolezza e vulnerabilità può trasformarsi in forza, coraggio, determinazione. Tesekkur Ederim!

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Le foto sono in parte mie, in parte di Ali e dei miei compagni di viaggio.