Dieci cose che ho imparato dai ragazzi in comunità

CAPITOLO # 18-4Potrà sembrare un po’generico e rischioso, ma dopo quasi sei anni trascorsi ad ascoltare le storie di ragazzi fuori famiglia (due settimane fa l’ultima occasione: http://www.newsrimini.it/2015/10/neomaggiorenni-care-leavers-ragazzi/) e a condividere la loro quotidianità, ecco dieci cose importanti che credo di aver imparato dalle ragazze e dai ragazzi che vivono in comunità o in casa-famiglia:

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Mondo virtuale, pericoli reali

DSCN7756L’insieme di tutti gli atti di vessazione, umiliazione, molestia e diffamazione agiti attraverso mezzi informatici quali sms, email, siti internet, blog viene definito cyberbullismo. Si tratta di un fenomeno in crescita perché aumenta insieme alla diffusione esponenziale di tablet e smartphone. E pur non esistendo ancora in Italia una legge che lo riconosca come reato penale, sono molte le fattispecie criminose ad esso collegate: diffamazione, molestie, stalking, pedopornografia.
Ne parliamo con l’avvocato Eleonora Nocito, criminologa iscritta alla Camera Penale di Pesaro e socia della Società italiana di Criminologia, che abbiamo conosciuto in occasione di un incontro promosso dalla parrocchia N.S. Di Fatima di Rivabella dal titolo: Cyberbullismo: riconoscerlo, affrontarlo, contrastarlo. L’avvocato Nocito ha condotto diverse ricerche su queste tematiche, di cui si occupa da tempo, e promuove percorsi di prevenzione e informazione nelle scuole.

Avvocato, che differenze esistono tra il bullismo tradizionale e il cyberbullismo?
“Sono due fenomeni molto diversi. Casi di bullismo solitamente si verificano in ambito più circoscritto (generalmente a scuola), con persone conosciute, con le quali la vittima interagisce faccia a faccia. In questi casi, inoltre, sono presenti spesso degli spettatori.
Nel caso del cyberbullismo tutto invece avviene in maniera anonima, dietro a uno schermo, e con una possibilità di diffusione massima, in brevissimo tempo. Spesso poi non ci sono spettatori ed eventuali prove possono essere facilmente eliminate dalla Rete. Un altro elemento importante concorre ad aggravare il fenomeno del cyberbullismo: lo schermo del computer mette una distanza che, oltre ad essere garanzia di anonimato, spesso produce anche una forte riduzione del senso di colpa in chi commette atti vessatori. Dietro a uno schermo ci si sente più forti, in grado di pronunciare parole che nella vita reale non avremmo mai il coraggio di dire, è più difficile provare senso di colpa o rimorsi per quanto è stato detto o fatto perché non si guarda la vittima negli occhi. Si parla in questi casi di vera e propria online disinibition”.

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Un mare di scrittura: intervista a Fabio Geda

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Da una laurea in marketing a educatore per una comunità per minori a scrittore di successo. Un percorso inedito e affascinante che ha segnato la vita di Fabio Geda, che abbiamo avuto il piacere e la fortuna di incontrare nell’ambito del Festival “Mare di Libri” lo scorso 14 Giugno a Rimini, al Teatro degli Atti, prima della sua partecipazione allo spettacolo: “Viaggio nel Mediterraneo: da Ulisse ai migranti di Lampedusa”.

Torinese, classe 1972, vive tuttora a Torino ma gira il mondo insieme ai suoi libri.

Un romanzo d’esordio nel 2007 (Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani) e poi nel 2010 il vero boom con un racconto che è diventato ormai un classico della lettura per ragazzi e non solo: Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari (Dalai 2010), la storia dell’incredibile viaggio di un ragazzino afghano per raggiungere l’Italia e ottenere lo status di rifugiato politico. Un libro che ha fatto il giro del mondo e che è stato tradotto in oltre trenta paesi.

Oltre a scrivere romanzi, Geda collabora come giornalista de “La Stampa” e con la Scuola Holden di Torino.
La sua ultima fatica letteraria, Se la vita che salvi è la tua, è stata da poco pubblicata per Einaudi.

Da una laurea in Marketing alla scelta di lavorare come educatore…come è avvenuto questo deciso cambio di rotta?
Sicuramente c’è stata una componente vocazionale molto forte. Nella mia storia personale c’era stata sia l’esperienza dello scoutismo che quella come obiettore di coscienza con i Salesiani ed entrambe hanno fortemente segnato la mia formazione e la mia sensibilità. La laurea in marketing è stata una parentesi, ma in realtà la curiosità che avevo per il lavoro educativo era sempre molto forte. L’impatto con il lavoro nel quartiere San Salvario, una zona della città di Torino con una forte presenza di immigrati, è stato decisivo. Sentivo dentro di me una vera e propria fiamma che mi spingeva ad occuparmi dei più deboli, una fiamma su cui più volte, però, credo che la società abbia soffiato affinchè si spegnesse. Se penso infatti alla mia motivazione e al mio entusiasmo non posso però negare anche le frustrazioni, le fatiche, i problemi con cui quotidianamente deve scontrarsi chi lavora in ambito educativo e sociale.

Sempre in quel periodo hai lavorato anche in una comunità per minori, esperienza che hai raccontato nel romanzo L’esatta sequenza dei gesti (Instar 2008) …
Sì e anche di quel periodo durato dieci anni ho ricordi ambivalenti. Da un lato una grande passione e la bellezza delle relazioni educative che si instaurano con i ragazzi, tutti giovani con percorsi familiari e personali molto difficili alle spalle. Dall’altro lato però anche una profonda frustrazione, quasi un senso di martirio per una professione che deve affrontare tutta una serie inenarrabile di fatiche: dallo scarso riconoscimento sociale alla mancanza cronica di soldi, fino alla spiacevole sensazione che il proprio punto di vista non sia mai tenuto in considerazione perché poi, alla resa dei conti, sono i Tribunali e i Servizi sociali a prendere le decisioni importanti, come se l’educatore (che dei ragazzi vive la quotidianità) fosse l’anello più debole della filiera educativa. E questo causa malessere, un forte turn over degli operatori che lavorano all’interno di queste strutture e che è davvero deleterio perché rende più difficile favorire il senso di appartenenza e costruire qualcosa di solido. Insomma ho sperimentato sulla mia pelle come quella fiamma forte che sentivo dentro di me doveva essere tenuta accesa contro tutto e contro tutti e non era sempre facile resistere.

E la passione per la scrittura, invece, come l’hai scoperta?
Ho sempre scritto, tanto, in particolare narrativa e romanzi. È la cosa che sentivo di fare meglio. Il vero giro di boa è stato però nel momento in cui mi sono reso conto che le storie dei miei ragazzi potevo non solo viverle ma anche raccontarle. Il mio modo di prendermi cura di loro è diventato allora quello di parlare delle loro storie affrontando temi di cui in Italia la letteratura parla ancora poco. La svolta è stato naturalmente l’incontro con un giovane come Enaiatollah e la possibilità di raccontare la sua vicenda nel libro Nel mare ci sono i coccodrilli.

Il tuo ultimo romanzo, Se la vita che salvi è la tua, come è nato e di cosa racconta?
In realtà è una storia molto diversa dalle precedenti. Prima al centro dei miei romanzi c’erano sempre gli adolescenti, oggi non sono più un educatore ed è più difficile parlare di loro ma per fortuna la mia curiosità è sufficiente a elaborare storie nuove. Nonostante le differenze con i precedenti romanzi, Se la vita che salvi è la tua tratta però di alcuni temi ricorrenti nelle mie opere: il tema dell’identità e delle relazioni, il tema del viaggio (o, meglio, della fuga) e il tema dell’educazione intesa come sguardo al futuro. Il libro infatti è la storia di un insegnante precario che fugge a New York per una vacanza solitaria che si trasforma invece in un’esperienza dove scoprire le miserie dell’umanità e al tempo stesso la sua ricchezza e dove rimettere in discussione ogni scelta, per ritrovare se stessi.

Del tuo impegno educativo e sociale, oggi, cosa rimane?
Prima avevo un’idea molto “local” dell’impegno sociale, ero convinto di dover combattere per il posto in cui vivevo rimanendo legato a quel luogo. Oggi invece ho un pensiero più globale, viaggio dietro ai miei libri…pur continuando a considerare Torino casa mia. Il mio impegno sociale è soprattutto un impegno intellettuale e culturale, un impegno a costruire reti e sinergie positive. E poi c’è un’idea di fondo che ancora mi disturba moltissimo: l’idea che se facciamo del bene non possiamo guadagnare. L’assurdo pregiudizio che chi lavora in campo sociale debba essere un martire votato alla causa senza alcuna soddisfazione e gratificazione. Mi viene in mente il libro “I buoni” di Luca Rastelli o una recente conferenza di Dan Pallotta dal titolo: “The way we think about charity is dead wrong”. E’ un paradosso: se costruisco videogiochi o cellulari e guadagno milioni di dollari finisco sulla copertina del Times, se guadagno soldi magari per aver inventato un vaccino o risolto un problema sociale vengo considerato un disgraziato, che specula sulle sfortune altrui. Io credo che dobbiamo superare questo dualismo e l’idea che il lavoro sociale non debba essere riconosciuto anche economicamente se vogliamo davvero cambiare il mondo attraverso l’azione di quelle persone che, silenziosamente e coraggiosamente, ogni giorno dedicano la loro vita agli altri.

Silvia Sanchini
Nella foto Fabio Geda e Enaiatollah Akbari

I libri, una finestra sul mondo. Intervista a Alice Bigli

Per il numero n.4 di Aprile della rivista “Segno” ho intervistato Alice Bigli, libraia riminese e presidente del Festival di letteratura per ragazzi “Mare di Libri“.

DSC_0130Se Alice è uno dei personaggi più famosi della letteratura per ragazzi, non è forse un caso che anche lei abbia scelto di dedicare le sue energie e il suo talento a tutto quello che riguarda il mondo dei libri per i più giovani. Alice Bigli è nata a Varese 36 anni fa, ha una laurea in Scienze dell’Educazione e oggi vive a Rimini dove fa la libraria a Viale dei Ciliegi 17, un posto incantevole e accogliente dove perdersi tra libri, fumetti e giocattoli. Si dedica inoltre ad attività formative e di promozione alla lettura e, un po’ per caso (ma forse no), ha dato vita al primo festival in Italia di letteratura per ragazzi: “Mare di Libri. Festival dei ragazzi che leggono”, un evento che ogni anno riunisce tanti studenti della provincia di Rimini e non solo.

Com’è nata l’idea di “Mare di Libri” e qual è il suo specifico?

“Mare di Libri” è un’idea nata ormai sei anni e mezzo fa in maniera quasi informale. Da tempo pensavo alla necessità di colmare un vuoto che esisteva in Italia. Esistevano infatti diversi eventi ed esperienze dedicate alla lettura per l’infanzia, ma nulla di specifico per pre-adolescenti e adolescenti. L’idea mi stimolava ma mi faceva anche paura, pensavo di non avere le forze per riuscirci, ma ho avuto la grande fortuna di ricevere l’incoraggiamento di Beatrice Masini, che allora era l’editor responsabile del settore ragazzi di Rizzoli. Da quel momento “Mare di Libri” è diventato realtà, e oggi il Festival si appresta a vivere la sua settima edizione.

E’ spesso opinione comune che i giovani leggano poco e non si appassionino al volontariato. Qual è invece la sua esperienza?

Gli adolescenti sono i più forti lettori in Italia, basta leggere i dati Istat. Se è vero, infatti, che purtroppo in Italia si legge poco e male, i ragazzi superano di gran lunga gli adulti come lettori. Per quanto riguarda il volontariato giovanile, “Mare di Libri” è un Festival che vive proprio grazie all’impegno dei ragazzi e di un piccolo staff di adulti che li supporta. Per questo, alla luce della mia esperienza e non solo, penso che questa sia davvero una generazione “calunniata” dall’opinione pubblica e da alcuni media. Si è creato un racconto collettivo distorto rispetto alla realtà di questa generazione che non è affatto così disimpegnata e vuota come spesso vogliono farci credere.

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