Un etto di luoghi comuni?

roma-141113144703Io non ce l’ho con gli extracomunitari…ma basta. Diamo loro 35 euro al giorno. Li ospitiamo negli alberghi a quattro stelle. E poi il telefonino, il computer… e non sono mai contenti! Ma io dico, è giusto spendere tutti questi soldi per dei clandestini, quando gli italiani fanno fatica ad arrivare alla fine del mese?”.

Et voilà, il lavaggio del cervello è servito. Se anche la signora che incontro tutte le settimane al supermercato ha imparato come in un rosario la litania dei luoghi comuni da sciorinare quando si parla di immigrati, significa che l’annichilimento culturale di cui siamo vittime è ormai irreversibile.

La signora Concetta è una brava donna. Ha superato gli 80 anni, ha lavorato tutta la vita insieme al marito per poter garantire una casa e un aiuto ai suoi figli e ai suoi nipoti.

Vorrei parlare con la signora Concetta di storia e geopolitica. Chiederle di sforzarsi di ricordare se e quanti dei suoi parenti sono partiti agli inizi del ‘900 per l’America o la Svizzera, in cerca di fortuna. Ma potrei anche azzardare una disquisizione più alta e spostare la discussione sul tema del colonialismo, dello sfruttamento indiscriminato delle risorse, sulle nostre responsabilità nei confronti dei paesi in via di sviluppo.

Ma potrei anche parlarle di economia. E cercare di spiegare a Concetta, che sicuramente è sempre stata brava a far quadrare i conti del suo bilancio familiare, che gli stranieri che vivono in Italia non ci sottraggono risorse. Semmai ci fanno guadagnare. Basterebbe leggere con attenzione qualche statistica e qualche dato.

Potrei parlare con questa arzilla signora anche di etica cristiana. Lei va a Messa a tutti i giorni, partecipa alle attività della Parrocchia, per qualche anno ha fatto anche la catechista. Per cui non farà fatica a ricordare quante volte le Sacre Scritture ci parlino di ospitalità dello straniero. Di misericordia. Di porte aperte e non chiuse. Di amore per i nostri fratelli, soprattutto per i più piccoli. Sicuramente queste nozioni Concetta le conosce molto meglio di me.

Ma potrei parlarle anche di welfare, di sistema di accoglienza. Di come vengono utilizzati in realtà quei 35 euro di cui tutti parlano. Di quante brave persone ci siano e di quante realtà del terzo settore (associazioni di volontariato, cooperative…) lavorino seriamente per l’accoglienza. Che non tutti sono viscidi e corrotti come nelle storie emerse da quella vergogna che è “Mafia capitale”.

Mentre si fa affettare un etto di prosciutto e sceglie il formaggio da mettere in tavola questa sera, intorno a Concetta si forma un capannello di persone. Anche loro hanno tutta una serie di luoghi comuni e pregiudizi da impugnare come verità assolute. Anche loro commentano con fastidio la situazione attuale, inveiscono contro il “vu cumprà” che non li lascia in pace un secondo nemmeno al mare. E mentre pensano a riempirsi le pance, commentano con disprezzo le vite di chi di fame e di sete rischia ogni giorno di morire.

Anche con loro vorrei fermarmi a parlare un poco. Leggere i dati sull’evasione fiscale in Italia, e in particolare nella provincia di Rimini. Commentare con lo stesso disprezzo le scelte di tanti uomini (quasi sempre sposati e con un buon lavoro) che alimentano il mercato del turismo sessuale e dello sfruttamento della prostituzione, anche minorile. Parlare di infiltrazioni e connivenze mafiose. Di quanto sia doloroso essere discriminati ed emarginati.

Ma so che non ne varrebbe la pena. Qualunque cosa possa dire non farà cambiare loro idea.

C’è una cosa di cui mi piacerebbe però parlare con Concetta e con gli altri. Anzi, una cosa che mi piacerebbe fare insieme a loro. Mi piacerebbe accompagnarli a casa di Ahmed, sedersi al tavolo con lui, prendere un caffè e farsi raccontare la sua storia. Mi piacerebbe che lo guardassero negli occhi quando racconta della famiglia lontana, dei figli che forse non rivedrà più, del dolore e della paura che hanno attraversato la sua esistenza. Di un paese che ama, ma dove non potrà più tornare. Mi piacerebbe che incontrassero Mustafa, che è poco più che maggiorenne, e che deve cavarsela da solo lontano dal suo paese e dai suoi affetti. Mi piacerebbe che raccontasse loro del suo viaggio. Del mese che ha trascorso nel deserto. Degli abusi e delle violenze che ha subito quando era solo un bambino. Di quando ha rischiato di morire per un’intossicazione perché sulla nave che lo ha portato in Italia gli hanno dato da mangiare del pesce avariato.

Ma ormai è tardi. Mentre la mia mente è affollata da questi pensieri, Concetta ha già finito la sua spesa ed è in fila alla cassa per pagare. Forse mentre tornerà a casa, Ahmed le cederà il posto sull’autobus. Forse i pomodori che mangerà stasera, li avrà raccolti Mustafa, lavorando per tante ore al giorno sotto al sole per poco più di qualche spicciolo.

Ma Concetta continuerà a struggersi per le ingiustizie che crede di subire. Perché è più facile trovare un nemico che guardarsi dentro o intorno e cercare, davvero, di capire.

Silvia Sanchini

Pubblicato originariamente su: http://www.newsrimini.it/2015/07/un-etto-di-luoghi-comuni/

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#5buoneragioni: storie di vita oltre i luoghi comuni

banner_800x600_2014_2015Per Jennifer la comunità è stata l’esperienza che le ha permesso di ricominciare a vivere, il luogo dove riscrivere la sua storia e ricominciare a vedere lucidamente il mondo.

Per Antonio gli educatori sono stati un’ancora di salvezza.

Denise in casa-famiglia ha sentito di poter essere se stessa, ha potuto finalmente smettere di nascondere i problemi sotto la sabbia.

Per Jonathan la comunità è stata una famiglia, l’occasione per raggiungere alcuni obiettivi insperati come concludere la scuola e trovare lavoro.

Case e non gabbie. Luoghi di accoglienza e protezione e non luoghi di sofferenza o in cui si fa business. Un punto di vista molto diverso da quello che una parte dell’opinione pubblica, della politica e del mondo dell’informazione giornalistica da alcuni mesi e in diverse occasioni porta alla ribalta. Il punto di vista di chi un percorso di accoglienza in comunità/affido/casa famiglia lo ha vissuto e desidera raccontarlo.

Ci sono alcuni luoghi comuni e generalizzazioni con cui ultimamente gli operatori che lavorano nel settore dei minorenni allontanati dalla loro famiglia di origine, si trovano sempre più spesso a confrontarsi. Per sfatarli, ma anche semplicemente per raccontarsi, una campagna iniziata lo scorso 17 Luglio a Roma e promossa da sei organizzazioni (Agevolando, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza – CNCA, Coordinamento Nazionale Comunità per Minori – CNCM, Cismai, Sos Villaggi dei Bambini, Progetto Famiglia) che hanno redatto un Manifesto: “#5buoneragioni per accogliere i bambini che vanno protetti”.

E’ importante conoscere il mondo dell’accoglienza dei minorenni fuori famiglia per quello che rappresenta, a partire dalle loro storie e dai dati reali, e non seguendo ideologie e generalizzazioni che spesso partono da fatti di cronaca singoli e circoscritti”, ci spiega il Presidente di Agevolando Federico Zullo. “Con questo spirito è partita la campagna #5buoneragioni che, dopo Roma e Trento, arriva il prossimo 29 Gennaio in contemporanea in sei città d’Italia: Milano, Torino, Bologna, Napoli, Bari, Palermo e che proseguirà il 27 Febbraio ad Ancona e il 9 Marzo a Firenze, all’Istituto degli Innocenti”.

Proviamo ad analizzare alcune delle affermazioni sentite più spesso sul tema e che di sicuro non ne rappresentano la complessità.

  • “I figli vengono tolti alle famiglie povere per ragioni economiche”. FALSO. Quando si parla di povertà familiare non si parla solo di povertà economica ma di tutto il contesto, e non è mai l’unico elemento che può determinare un allontanamento, ci sono sempre delle concause. Se qualcuno si permette di allontanare un minore solo perché la famiglia ha delle difficoltà economiche, quello è un abuso (la legge italiana lo vieta). I motivi per cui i minorenni vengono allontanati sono più complessi e riguardano situazioni di grave trascuratezza, negligenza, abuso, violenza.

  • Ci sono comunità/case-famiglia che prendono rette da 400 euro al giorno per l’accoglienza”. FALSO. In media le comunità italiane percepiscono rette da 100 euro al giorno (la media si abbassa significativamente nelle regioni del Sud d’Italia). Inoltre diverse ricerche hanno dimostrato che tali rette non sono affatto sufficienti per garantire sole gli standard di accoglienza fissati a livello normativo, costringendo così numerose comunità a grossi sacrifici, che vanno ad aggiungersi ai già drammatici tagli al welfare e ai servizi sociali.

  • In Italia si allontana troppo, più che negli altri paesi Europei”. FALSO. In tutti i lavori comparativi a livello europeo, l’Italia è uno dei Paesi che in Europa meno ricorre all’allontanamento. Infatti, i dati al 31.12.2010 dicono che: in Francia i minorenni fuori dalla famiglia d’origine sono 133.671 (pari al 9 per mille della popolazione 0/17 anni); in Germania alla stessa data sono 111.300 (pari all’8 per mille); nel Regno Unito sono 60.240 (pari al 6 per mille); in Spagna sono 37.075 (pari al 4 per mille); in Italia sono 29.388 (pari al 3 per mille).

  • Gli allontanamenti sono aumentati a causa della crisi economica”. FALSO. Anche in questo caso non c’è una correlazione tra la crisi economica e l’aumento del numero dei minorenni allontanati dal loro nucleo familiare di origine. Anzi, i minori “fuori famiglia” in Italia al 31-12-2012 risultano persino diminuiti rispetto agli anni precedenti, in particolare rispetto alla data del 31-12-2007, dunque prima della crisi economica (dati ministeriali ufficiali).

  • Tra affido, casa-famiglia e comunità esiste una contrapposizione”. FALSO. Affido, comunità, casa-famiglia sono e debbono essere risposte complementari e non in contrapposizione o subordinate l’una all’altra. Situazioni complesse, come quelle dei bambini e dei ragazzi che vivono nella loro famiglia di origine esperienze di dolore e sofferenza, richiedono risposte diversificate sulla base dei bisogni. Ogni ragazzo ha il diritto ad un progetto per sé: attento, curato e specifico. Il territorio riminese, così ricco e diversificato rispetto alle diverse esperienze presenti, può essere una testimonianza positiva della complementarità dei diversi interventi che devono lavorare in rete, attivare sinergie finalizzate il più possibile al benessere e alla positiva integrazione nel territorio dei ragazzi accolti.

Un’altra riflessione va aggiunta sul tema della prevenzione. E’ auspicata da tutti la riduzione del numero degli allontanamenti ed è necessario fare in modo che vengano realmente garantiti tutti i sostegni e gli interventi possibili di supporto alle famiglie di origine prima di ricorrere a questa misura estrema, ma al contempo è doveroso, sul piano pratico, allontanare con determinazione e tempestività bambini e adolescenti che nel loro contesto familiare subiscono gravi violazioni dei loro diritti.

E ancora: gettare fango sul sistema di tutela in maniera indiscriminata e generica sicuramente non aiuta né i bambini e i ragazzi stessi né le loro famiglie.Certo, un sano contradditorio è importante e può essere un’ulteriore forma di protezione. Abusi e ingiustizie vanno denunciati prontamente, qualsiasi violazione dei diritti portata alla luce. Ma la realtà non può essere raccontata solo in modo parziale o distorto. Fare informazione ascoltando solo genitori arrabbiati o minorenni spaventati non è un buon servizio alla società. Le famiglie non devono avere paura di chiedere aiuto. I bambini e i ragazzi devono sentirsi tutelati, non stigmatizzati.

La campagna #5buoneragioni in fondo nasce per questo. Non tanto per la necessità arroccarsi sulle proprie posizioni e difendere a spada tratta il lavoro dei servizi sociali. Ma semplicemente per accogliere questa complessità, per conoscere prima di giudicare, per rimettere al centro il superiore interesse dei bambini e dei ragazzi più fragili. Per questo il 29 Gennaio saremo a Milano, Torino, Bologna, Napoli, Bari e Palermo. Ad ascoltare il punto di vista dei ragazzi, delle loro famiglie, degli educatori, degli assistenti sociali, dei giudici e di tutti i soggetti coinvolti nei percorsi di tutela. E speriamo davvero di essere in tanti.

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini.it/rimini-social