Mondo virtuale, pericoli reali

DSCN7756L’insieme di tutti gli atti di vessazione, umiliazione, molestia e diffamazione agiti attraverso mezzi informatici quali sms, email, siti internet, blog viene definito cyberbullismo. Si tratta di un fenomeno in crescita perché aumenta insieme alla diffusione esponenziale di tablet e smartphone. E pur non esistendo ancora in Italia una legge che lo riconosca come reato penale, sono molte le fattispecie criminose ad esso collegate: diffamazione, molestie, stalking, pedopornografia.
Ne parliamo con l’avvocato Eleonora Nocito, criminologa iscritta alla Camera Penale di Pesaro e socia della Società italiana di Criminologia, che abbiamo conosciuto in occasione di un incontro promosso dalla parrocchia N.S. Di Fatima di Rivabella dal titolo: Cyberbullismo: riconoscerlo, affrontarlo, contrastarlo. L’avvocato Nocito ha condotto diverse ricerche su queste tematiche, di cui si occupa da tempo, e promuove percorsi di prevenzione e informazione nelle scuole.

Avvocato, che differenze esistono tra il bullismo tradizionale e il cyberbullismo?
“Sono due fenomeni molto diversi. Casi di bullismo solitamente si verificano in ambito più circoscritto (generalmente a scuola), con persone conosciute, con le quali la vittima interagisce faccia a faccia. In questi casi, inoltre, sono presenti spesso degli spettatori.
Nel caso del cyberbullismo tutto invece avviene in maniera anonima, dietro a uno schermo, e con una possibilità di diffusione massima, in brevissimo tempo. Spesso poi non ci sono spettatori ed eventuali prove possono essere facilmente eliminate dalla Rete. Un altro elemento importante concorre ad aggravare il fenomeno del cyberbullismo: lo schermo del computer mette una distanza che, oltre ad essere garanzia di anonimato, spesso produce anche una forte riduzione del senso di colpa in chi commette atti vessatori. Dietro a uno schermo ci si sente più forti, in grado di pronunciare parole che nella vita reale non avremmo mai il coraggio di dire, è più difficile provare senso di colpa o rimorsi per quanto è stato detto o fatto perché non si guarda la vittima negli occhi. Si parla in questi casi di vera e propria online disinibition”.

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Informazione e sentimenti nell’era di Facebook

579687_10151708821698505_1742183961_nChi si occupa di informazione – ancor di più chi come noi qui su Rimini Social desidera occuparsi di informazione sul sociale – è facile possa incappare in alcuni rischi. Quando parliamo di tematiche sociali sicuramente i rischi principali sono quello dell’autoreferenzialità e di un linguaggio per soli “addetti ai lavori”, ma anche il rischio di banalizzare il bene, di ridurlo a buone azioni prive di rilevanza culturale o politica o, infine, di scrivere in modo un po’ barboso, triste o retorico.
Ma, in generale, i rischi legati a una scorretta informazione sono tanti e, forse, aumentano anche perché si moltiplicano gli strumenti attraverso cui possiamo comunicare, con l’avvento dei social network che sono ormai divenuti un nuovo e interessante modo per trasmettere notizie. Ma poter comunicare più facilmente non è sempre sinonimo di relazioni.

Proprio a queste tematiche è stato dedicato lo scorso 20 settembre al Teatro Novelli l’incontro:”Informazione e sentimenti nell’era di Facebook”, promosso nell’ambito del BlogFest (un evento che riunisce, ogni anno, tutto ciò che in Italia gravita attorno alle community, che abbiano origine dai blog, da Facebook, da Twitter, dalle chat e dai forum e da qualsiasi altra forma sociale di comunicazione) e in occasione del ventennale del Corriere Romagna.
Sono intervenuti il sindaco di Rimini Andrea Gnassi e il Presidente della Provincia Stefano Vitali, il Direttore del Corriere Romagna Pietro Caricato, il Presidente della Cooperativa Editoriale Giornali Associati Luca Pavarotti, Pietro Caruso e la scrittrice Lia Celi per confrontarsi in un piacevole dibattito con due ospiti di eccezione, Mario Calabresi e Massimo Gramellini, di fronte a una platea numerosa, oltre 500 persone.

Mario Calabresi, direttore de “La Stampa”, non ha dubbi: una delle principali patologie del giornalismo italiano è il cinismo. Giornalisti stanchi di tutto, disincantati, che dimenticano che il ruolo del giornalismo è anche quello di offrire un punto di vista, dare un ordine di senso e di valore, un orizzonte. Soprattutto oggi che, grazie appunto ai nuovi strumenti di informazione, siamo invasi da notizie senza sosta e, spesso, non abbiamo il tempo neppure per assimilarle. Per Calabresi è come un eterno happy hour in cui si spilucca cibo in continuazione senza avere mai il tempo di digerirlo.

Per Lia Celi, twitstar (per usare uno dei tanti neologismi della rete), i social network hanno il merito di averci fatto riappropriare del mezzo della scrittura. Tramite Facebook e Twitter tutti sono infatti tornati a scrivere e, per farlo, hanno dovuto riscoprire la capacità di fare sintesi attraverso un’oculata economia di parole e un impegno cognitivo e di concentrazione che, comunque, non può che farci bene.

È un po’ più scettico Massimo Gramellini, vice-direttore de “La Stampa” e volto noto ai telespettatori di “Che tempo che fa”, per cui l’estrema sintesi può essere anche un rischio soprattutto quando l’anonimato, molto facile da garantirsi in rete, può farci tirare fuori il peggio di noi. Non è dal numero di contatti che si costruisce una gerarchia delle notizie, ma piuttosto dall’autorevolezza e dalla capacità di chi comunica di sforzarsi di offrire risposte e visioni del mondo. E, a proposito di sentimenti, aggiunge quanto sia oggi necessario ricordarci di distinguere l’emozione da, appunto, il sentimento. La prima viene dalla pancia, è immediata, spesso solo momentanea… i sentimenti invece hanno a che fare con il tempo, la stabilità e soprattutto con la profondità e l’intensità del cuore.
Insomma, forse il mondo non è poi così tanto cambiato, ma siamo soprattutto cambiati noi, sono aumentate le nostre ansie e paure e dunque la nostra capacità di sopportare le cattive notizie, è diminuita la nostra capacità di prestare attenzione. E se è vero che è cambiato il mestiere del giornalista possiamo dire che è contestualmente cambiato anche il ruolo del lettore. 

La rete e i social network possono allora trasformarsi in luoghi belli da abitare, se sappiamo rispettarne le regole senza mai prenderli né prenderci troppo sul serio. Il che significa ricostruire un clima di ascolto reciproco tra giornalisti e lettori, ritrovare fiducia, energia positiva al cambiamento contribuendo a far crescere anche il tessuto sociale delle nostre città.
In quest’ottica web e carta stampata non sono antagonisti tra loro, ma piuttosto complementari, se è vero che, usando ancora con le parole di Gramellini in un’intervista al Corriere: “l’importante è che i valori non cambino, e quelli funzionano dal papiro al digitale. E se un giornalista ha una bella storia la può scrivere ovunque, può anche cantarla se vuole”.

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Silvia Sanchini

http://www.blogfest.it/

in: http://www.newsrimini.it/sociale.html

Dal Brasile alla Turchia, un comune denominatore

7310_10151663498922937_361123256_n Scherzando osservavo come per una assoluta casualità, entrambi i paesi in cui ho viaggiato lo scorso anno – Brasile e Turchia – sono attualmente protagonisti della cronaca internazionale da quando migliaia di persone sono scese in piazza per manifestare, esprimere il proprio dissenso, rivendicare libertà e diritti.

Sia in Brasile che in Turchia l’anno scorso ho potuto toccare con mano quanto si tratti di realtà che, pure con enormi contraddizioni, vivono una fase storica ed economica di crescita e fermento. Paesi giovani, dinamici, in profondo cambiamento.

Viene allora da chiedersi: come mai esplodono proteste proprio laddove è più forte la crescita economica? Perchè non in paesi come l’Italia o altri stati europei che vivono situazioni di crisi e disagio profondo?

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Anche in questo caso protagonisti delle rivolte sono i giovani e la rete, con i suoi nuovi strumenti per passarsi informazioni e condividere riflessioni (cfr il bell’articolo del giornalista francese Bernard Guetta su Internazionale: Il sussulto di un mondo adolescente).

Da Gezi Park a San Paolo, le nuove generazioni sembrano volerci dire che non sono sufficienti democrazia e benessere economico per evitare insoddisfazione e proteste (ne parla molto bene anche il blog “Buongiorno Africa” nell’articolo: Riflessioni (inconcluse) su Africa, Brasile, Turchia). E non è un caso che le manifestazioni in Turchia siano iniziate in difesa di un parco cittadino, luogo simbolico di libertà e benessere.

Continuo a seguire con interesse le vicende di questi paesi e le profonde trasformazioni dell’assetto politico ed economico del nostro pianeta, con insieme un sentimento di timore ma anche di forte speranza.

Foto Famiglia Cristiana e Internazionale