Comunicare il sociale…si può fare?

social-media-432498_640Raccontare e comunicare il mondo del non profit è un’impresa tutt’altro che semplice. In tanti, con molte più competenze ed esperienza di me, si sono interrogati su questo tema.

Nel mio piccolo, lo sperimento quotidianamente. Basta uno sguardo ai social network (che utilizzo in maniera piuttosto frequente): un post, una foto o un tweet che racconta episodi di vita quotidiana o affronta tematiche magari un po’ più leggere non fatica ad ottenere decine di commenti, condivisioni, likes. E un articolo che ha richiesto ore e ore di lavoro, attenzione, confronto di dati e punti di vista rimane il più delle volte poco letto o addirittura ignorato. Certo non è un “mi piace” in più a misurare la qualità del dibattito o dell’attenzione intorno a certi temi, ma sicuramente può darci qualche segnale.

I rischi della comunicazione nel sociale sono tanti: innanzitutto l’autoreferenzialità, l’idea di sentirsi sempre quelli più buoni o più puri, l’abitudine a cantarcele e suonarcele sempre tra addetti ai lavori utilizzando un linguaggio accessibile a pochi.
Le notizie difficili spesso attraggono solo se trattate in maniera superficiale o morbosa come certa cronaca nera o programmi di (dis)informazione tendono a fare, ma non se affrontate con rigore e professionalità.
Poi c’è il rischio di utilizzare un tono moralistico o, peggio ancora, di voler suscitare pietà nei lettori facendo leva solo sulle loro emozioni.
Dimenticando invece, come spiega bene nel suo piacevolissimo blog Nicola Rabbi, che dobbiamo aiutare a suscitare in chi legge senso di responsabilità, e non senso di colpa.

C’è chi è convinto che il mondo del non profit dovrebbe assimilare sempre più i linguaggi del profit.
Per altri, invece, contaminarsi con diverse esperienze è controproducente e sbagliato.
Ma forse basterebbe cominciare con il raccontare anche il sociale (o almeno parte di questo mondo) in maniera un po’ più pop: il che non significa con leggerezza o superficialità ma, magari, cominciando dallo stare in maniera dinamica e propositiva anche sui social network. O contaminando i propri linguaggi anche con quelli di altri settori: perché anche l’arte, la musica, la natura…possono aiutarci a parlare di disabilità, diritti, sviluppo, cooperazione, accoglienza. Utilizzando il più possibile tutti i media: radio, tv, web e tutti gli strumenti a disposizione: dal video alla fotografia, dai blog alle infografiche. Dando spazio anche ad esperienze positive o a tutte quelle notizie che non trovano spazio sui mezzi di comunicazione tradizionali.

Come operatori del sociale siamo certo molto più proiettati sul fare, che sul raccontare. Concentrati sull’operatività, pur necessaria, ma che non può esistere senza essere affiancata dalla capacità di leggere e approfondire e, di conseguenza, anche mettersi in gioco condividendo un pensiero educativo che possa fare cultura e aiutare a riflettere.
Questi sono solo alcuni spunti, forse ingenui. Ogni contributo, riflessione, critica, domanda arricchirà sicuramente il dibattito e la riflessione. Riusciremo a cambiare almeno un po’ il nostro modo di comunicare (e di pensare) anche grazie al mondo del sociale?

 Per approfondire ulteriormente:

Gong! Il blog di Nicola Rabbi
Non solo profit Il blog di Elena Cranchi
P. Springhetti, Solidarietà indifesa. L’informazione nel sociale, EMI 2008

Silvia Sanchini

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Mondo virtuale, pericoli reali

DSCN7756L’insieme di tutti gli atti di vessazione, umiliazione, molestia e diffamazione agiti attraverso mezzi informatici quali sms, email, siti internet, blog viene definito cyberbullismo. Si tratta di un fenomeno in crescita perché aumenta insieme alla diffusione esponenziale di tablet e smartphone. E pur non esistendo ancora in Italia una legge che lo riconosca come reato penale, sono molte le fattispecie criminose ad esso collegate: diffamazione, molestie, stalking, pedopornografia.
Ne parliamo con l’avvocato Eleonora Nocito, criminologa iscritta alla Camera Penale di Pesaro e socia della Società italiana di Criminologia, che abbiamo conosciuto in occasione di un incontro promosso dalla parrocchia N.S. Di Fatima di Rivabella dal titolo: Cyberbullismo: riconoscerlo, affrontarlo, contrastarlo. L’avvocato Nocito ha condotto diverse ricerche su queste tematiche, di cui si occupa da tempo, e promuove percorsi di prevenzione e informazione nelle scuole.

Avvocato, che differenze esistono tra il bullismo tradizionale e il cyberbullismo?
“Sono due fenomeni molto diversi. Casi di bullismo solitamente si verificano in ambito più circoscritto (generalmente a scuola), con persone conosciute, con le quali la vittima interagisce faccia a faccia. In questi casi, inoltre, sono presenti spesso degli spettatori.
Nel caso del cyberbullismo tutto invece avviene in maniera anonima, dietro a uno schermo, e con una possibilità di diffusione massima, in brevissimo tempo. Spesso poi non ci sono spettatori ed eventuali prove possono essere facilmente eliminate dalla Rete. Un altro elemento importante concorre ad aggravare il fenomeno del cyberbullismo: lo schermo del computer mette una distanza che, oltre ad essere garanzia di anonimato, spesso produce anche una forte riduzione del senso di colpa in chi commette atti vessatori. Dietro a uno schermo ci si sente più forti, in grado di pronunciare parole che nella vita reale non avremmo mai il coraggio di dire, è più difficile provare senso di colpa o rimorsi per quanto è stato detto o fatto perché non si guarda la vittima negli occhi. Si parla in questi casi di vera e propria online disinibition”.

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Mafie in riviera. Intervista al coordinatore provinciale di Libera

mafie_in_rivieraÈ stato presentato lo scorso 11 Ottobre al Liceo Scientifico “A. Volta” di Riccione alla presenza del Prefetto di Rimini e di molti rappresentanti istituzionali davanti a una platea di circa 300 studenti il rapporto sulle Ecomafie, un dossier curato dalla Fondazione Libera Informazione e da Legambiente con un apposito focus proprio sul tema delle infiltrazioni mafiose nella riviera romagnola. Numeri che sconcertano: i dati relativi al 2012 vedono infatti l’Emilia Romagna al decimo posto della classifica nazionale con 1.035 infrazioni accertate, 944 persone denunciate e 410 sequestri effettuati. Sono ben 200 le strutture alberghiere, su 2.400 censite nella provincia di Rimini, finite sotto i riflettori della magistratura per modalità sospette. E Rimini si segnala anche per la frequenza di casi di abusivismo edilizio, o mancate demolizioni.
Commentiamo questi dati e non solo con Michael Binotti, educatore e coordinatore della sezione provinciale di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”.

Le mafie, dunque, sono sempre più radicate anche in Romagna?
Purtroppo sì. Basti pensare che in Romagna sono presenti tutte le mafie italiane (soprattutto la camorra e in particolare i casalesi) e alcune organizzazioni internazionali. La mafia cerca i luoghi dove si concentrano denaro e potere e lì si inserisce. Non stupisce allora la sua presenza nel territorio romagnolo attraverso attività quali il traffico di stupefacenti e il riciclaggio di denaro tramite anche il settore alberghiero. Anche la vicinanza alla Repubblica di San Marino ha esposto il nostro territorio a forti rischi, ne sono una testimonianza il volume “San Marino spa” di Davide Maria De Luca e Davide Grassi (Rubbettino 2013) e gli studi portati avanti dal “Gruppo Antimafia Pio La Torre”.

Nel contrasto alla criminalità mafiosa nel nostro territorio, qual è il ruolo di “Libera”?
Libera Rimini è un coordinamento di associazioni impegnate per la legalità e la giustizia che si è ricostituito nel 2012. Le attività principali di Libera e delle sue associate sono tre: la prima è un’attività di informazione perché è fondamentale un lavoro di studio e di ricerca per conoscere e far conoscere alla cittadinanza il fenomeno. La seconda azione di Libera riguarda la promozione sociale perché siamo convinti che il cambiamento possa avvenire veramente solo dal basso, a partire dall’impegno di tutti. La criminalità organizzata è infatti solo la punta più efferata e visibile di un iceberg, ma se esiste è perché esiste un contesto che non la ostacola, che le permette di emergere. Infine la terza azione è quella che forse ci sta più a cuore e riguarda l’educazione alla legalità, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.

Quali sono le attività che avete avviato a questo proposito?
Innanzitutto una serie di progetti nelle scuole, tra cui quest’anno la novità della costituzione di un gruppo di studenti selezionati al Liceo Scientifico A. Einstein che svolgeranno durante tutto l’anno scolastico un’attività di volontariato nella nostra associazione. Un’altra novità in cantiere e che ci auguriamo davvero possa concretizzarsi è la promozione di un momento di formazione rivolto proprio a chi si occupa dell’educazione dei più giovani: insegnanti, educatori, capi scout… in collaborazione con l’Ufficio scuola e l’Ufficio di Pastorale sociale della Diocesi di Rimini.

Cosa significa educare i più giovani alla legalità?
Io parto dal presupposto fondamentale che ciascuno di noi può essere agente di cambiamento. Perché questo accada deve innanzitutto conoscere e informarsi. La conoscenza implica una responsabilità, il dover scegliere da che parte stare (non dimenticandosi che anche non fare niente è una scelta!). Alla scelta devono conseguire delle azioni personali, perché sono proprio i piccoli gesti di ogni giorno che magari consideriamo banali (chiedere lo scontrino al bar, scegliere con attenzione i prodotti che acquistiamo, avere cura dell’ambiente in cui viviamo…) che possono poco alla volta cambiare le cose. Ma l’azione personale non basta se non diventa anche un’azione condivisa. In questo il ruolo delle associazioni mi sembra particolarmente importante. In fondo le mafie sono potenti, perché sono delle criminalità “organizzate”. Come possiamo pensare di sconfiggerle se anche noi non ci uniamo per combatterle?

Cosa è possibile fare oggi, in concreto, per collaborare alle attività di “Libera” nella nostra Provincia?
Innanzitutto potete seguire le nostre attività nella pagina Facebook “Libera Rimini” oppure chiedendo informazioni all’indirizzo e-mail rimini@libera.it. Chi desidera impegnarsi in maniera continuativa può partecipare alle riunioni di coordinamento che si svolgono mensilmente presso il Centro Giovani “RM25” di Rimini e aderire all’associazione. In generale penso che comunque quello che conti maggiormente è darsi da fare nell’ottica di sentire nel profondo quel “morso in più” (per usare le parole del presidente e fondatore di Libera Don Luigi Ciotti) cioè quel valore aggiunto e quella spinta necessari per operare delle scelte capaci davvero di portare un cambiamento positivo nel mondo.

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini.it/sociale

Informazione e sentimenti nell’era di Facebook

579687_10151708821698505_1742183961_nChi si occupa di informazione – ancor di più chi come noi qui su Rimini Social desidera occuparsi di informazione sul sociale – è facile possa incappare in alcuni rischi. Quando parliamo di tematiche sociali sicuramente i rischi principali sono quello dell’autoreferenzialità e di un linguaggio per soli “addetti ai lavori”, ma anche il rischio di banalizzare il bene, di ridurlo a buone azioni prive di rilevanza culturale o politica o, infine, di scrivere in modo un po’ barboso, triste o retorico.
Ma, in generale, i rischi legati a una scorretta informazione sono tanti e, forse, aumentano anche perché si moltiplicano gli strumenti attraverso cui possiamo comunicare, con l’avvento dei social network che sono ormai divenuti un nuovo e interessante modo per trasmettere notizie. Ma poter comunicare più facilmente non è sempre sinonimo di relazioni.

Proprio a queste tematiche è stato dedicato lo scorso 20 settembre al Teatro Novelli l’incontro:”Informazione e sentimenti nell’era di Facebook”, promosso nell’ambito del BlogFest (un evento che riunisce, ogni anno, tutto ciò che in Italia gravita attorno alle community, che abbiano origine dai blog, da Facebook, da Twitter, dalle chat e dai forum e da qualsiasi altra forma sociale di comunicazione) e in occasione del ventennale del Corriere Romagna.
Sono intervenuti il sindaco di Rimini Andrea Gnassi e il Presidente della Provincia Stefano Vitali, il Direttore del Corriere Romagna Pietro Caricato, il Presidente della Cooperativa Editoriale Giornali Associati Luca Pavarotti, Pietro Caruso e la scrittrice Lia Celi per confrontarsi in un piacevole dibattito con due ospiti di eccezione, Mario Calabresi e Massimo Gramellini, di fronte a una platea numerosa, oltre 500 persone.

Mario Calabresi, direttore de “La Stampa”, non ha dubbi: una delle principali patologie del giornalismo italiano è il cinismo. Giornalisti stanchi di tutto, disincantati, che dimenticano che il ruolo del giornalismo è anche quello di offrire un punto di vista, dare un ordine di senso e di valore, un orizzonte. Soprattutto oggi che, grazie appunto ai nuovi strumenti di informazione, siamo invasi da notizie senza sosta e, spesso, non abbiamo il tempo neppure per assimilarle. Per Calabresi è come un eterno happy hour in cui si spilucca cibo in continuazione senza avere mai il tempo di digerirlo.

Per Lia Celi, twitstar (per usare uno dei tanti neologismi della rete), i social network hanno il merito di averci fatto riappropriare del mezzo della scrittura. Tramite Facebook e Twitter tutti sono infatti tornati a scrivere e, per farlo, hanno dovuto riscoprire la capacità di fare sintesi attraverso un’oculata economia di parole e un impegno cognitivo e di concentrazione che, comunque, non può che farci bene.

È un po’ più scettico Massimo Gramellini, vice-direttore de “La Stampa” e volto noto ai telespettatori di “Che tempo che fa”, per cui l’estrema sintesi può essere anche un rischio soprattutto quando l’anonimato, molto facile da garantirsi in rete, può farci tirare fuori il peggio di noi. Non è dal numero di contatti che si costruisce una gerarchia delle notizie, ma piuttosto dall’autorevolezza e dalla capacità di chi comunica di sforzarsi di offrire risposte e visioni del mondo. E, a proposito di sentimenti, aggiunge quanto sia oggi necessario ricordarci di distinguere l’emozione da, appunto, il sentimento. La prima viene dalla pancia, è immediata, spesso solo momentanea… i sentimenti invece hanno a che fare con il tempo, la stabilità e soprattutto con la profondità e l’intensità del cuore.
Insomma, forse il mondo non è poi così tanto cambiato, ma siamo soprattutto cambiati noi, sono aumentate le nostre ansie e paure e dunque la nostra capacità di sopportare le cattive notizie, è diminuita la nostra capacità di prestare attenzione. E se è vero che è cambiato il mestiere del giornalista possiamo dire che è contestualmente cambiato anche il ruolo del lettore. 

La rete e i social network possono allora trasformarsi in luoghi belli da abitare, se sappiamo rispettarne le regole senza mai prenderli né prenderci troppo sul serio. Il che significa ricostruire un clima di ascolto reciproco tra giornalisti e lettori, ritrovare fiducia, energia positiva al cambiamento contribuendo a far crescere anche il tessuto sociale delle nostre città.
In quest’ottica web e carta stampata non sono antagonisti tra loro, ma piuttosto complementari, se è vero che, usando ancora con le parole di Gramellini in un’intervista al Corriere: “l’importante è che i valori non cambino, e quelli funzionano dal papiro al digitale. E se un giornalista ha una bella storia la può scrivere ovunque, può anche cantarla se vuole”.

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Silvia Sanchini

http://www.blogfest.it/

in: http://www.newsrimini.it/sociale.html