Una Mehari e la verità. Ricordando Giancarlo Siani

L’amore. Gli amici. La musica e qualche concerto. Il lavoro precario, anzi abusivo. Non c’è nulla di fuori dall’ordinario nella vita del ventiseienne Giancarlo Siani.

Ma è il 1985 e se decidi di fare il giornalista, o meglio il giornalista-giornalista, a Torre Annunziata qualcosa nello scorrere delle tue giornate comincia a cambiare. E a bordo di quella Mehari verde acido, inconfondibile, inizia l’incontro con la sconvolgente realtà della camorra fatta di stragi di sangue, violente vendette, istituzioni complici. E i chilometri macinati sulla Mehari diventano il simbolo di un cammino che ha solo un obiettivo: ricercare e raccontare la verità. Perché “le persone per scegliere devono sapere, devono conoscere i fatti”.

In questi giorni a Rimini è stata esposta l’auto di Giancarlo Siani, in una tappa del tour “Il viaggio legale”. Sono stati organizzati dalle associazioni promotrici incontri e dibattiti e proiettato il bellissimo film di Marco Risi che racconta la sua storia, “Fortapasc”. Giancarlo ha scritto in pochi anni più di 900 articoli, uno di questi (pubblicato il 10 giugno 1985 su “Il Mattino”) ha decretato la sua condanna a morte per mano della camorra. La sua storia – e con lui quella degli altri operatori dell’informazione uccisi o minacciati dalla mafia – è ancora poco conosciuta, eppure la sua lezione è quanto mai attuale e ci ricorda anche e soprattutto in quest’epoca di bufale e post-verità che c’è un unico modo di fare giornalismo, che non fa sconti, e ha un solo compito: rendere chi legge più consapevole, e quindi più libero.

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Informazione e sentimenti nell’era di Facebook

579687_10151708821698505_1742183961_nChi si occupa di informazione – ancor di più chi come noi qui su Rimini Social desidera occuparsi di informazione sul sociale – è facile possa incappare in alcuni rischi. Quando parliamo di tematiche sociali sicuramente i rischi principali sono quello dell’autoreferenzialità e di un linguaggio per soli “addetti ai lavori”, ma anche il rischio di banalizzare il bene, di ridurlo a buone azioni prive di rilevanza culturale o politica o, infine, di scrivere in modo un po’ barboso, triste o retorico.
Ma, in generale, i rischi legati a una scorretta informazione sono tanti e, forse, aumentano anche perché si moltiplicano gli strumenti attraverso cui possiamo comunicare, con l’avvento dei social network che sono ormai divenuti un nuovo e interessante modo per trasmettere notizie. Ma poter comunicare più facilmente non è sempre sinonimo di relazioni.

Proprio a queste tematiche è stato dedicato lo scorso 20 settembre al Teatro Novelli l’incontro:”Informazione e sentimenti nell’era di Facebook”, promosso nell’ambito del BlogFest (un evento che riunisce, ogni anno, tutto ciò che in Italia gravita attorno alle community, che abbiano origine dai blog, da Facebook, da Twitter, dalle chat e dai forum e da qualsiasi altra forma sociale di comunicazione) e in occasione del ventennale del Corriere Romagna.
Sono intervenuti il sindaco di Rimini Andrea Gnassi e il Presidente della Provincia Stefano Vitali, il Direttore del Corriere Romagna Pietro Caricato, il Presidente della Cooperativa Editoriale Giornali Associati Luca Pavarotti, Pietro Caruso e la scrittrice Lia Celi per confrontarsi in un piacevole dibattito con due ospiti di eccezione, Mario Calabresi e Massimo Gramellini, di fronte a una platea numerosa, oltre 500 persone.

Mario Calabresi, direttore de “La Stampa”, non ha dubbi: una delle principali patologie del giornalismo italiano è il cinismo. Giornalisti stanchi di tutto, disincantati, che dimenticano che il ruolo del giornalismo è anche quello di offrire un punto di vista, dare un ordine di senso e di valore, un orizzonte. Soprattutto oggi che, grazie appunto ai nuovi strumenti di informazione, siamo invasi da notizie senza sosta e, spesso, non abbiamo il tempo neppure per assimilarle. Per Calabresi è come un eterno happy hour in cui si spilucca cibo in continuazione senza avere mai il tempo di digerirlo.

Per Lia Celi, twitstar (per usare uno dei tanti neologismi della rete), i social network hanno il merito di averci fatto riappropriare del mezzo della scrittura. Tramite Facebook e Twitter tutti sono infatti tornati a scrivere e, per farlo, hanno dovuto riscoprire la capacità di fare sintesi attraverso un’oculata economia di parole e un impegno cognitivo e di concentrazione che, comunque, non può che farci bene.

È un po’ più scettico Massimo Gramellini, vice-direttore de “La Stampa” e volto noto ai telespettatori di “Che tempo che fa”, per cui l’estrema sintesi può essere anche un rischio soprattutto quando l’anonimato, molto facile da garantirsi in rete, può farci tirare fuori il peggio di noi. Non è dal numero di contatti che si costruisce una gerarchia delle notizie, ma piuttosto dall’autorevolezza e dalla capacità di chi comunica di sforzarsi di offrire risposte e visioni del mondo. E, a proposito di sentimenti, aggiunge quanto sia oggi necessario ricordarci di distinguere l’emozione da, appunto, il sentimento. La prima viene dalla pancia, è immediata, spesso solo momentanea… i sentimenti invece hanno a che fare con il tempo, la stabilità e soprattutto con la profondità e l’intensità del cuore.
Insomma, forse il mondo non è poi così tanto cambiato, ma siamo soprattutto cambiati noi, sono aumentate le nostre ansie e paure e dunque la nostra capacità di sopportare le cattive notizie, è diminuita la nostra capacità di prestare attenzione. E se è vero che è cambiato il mestiere del giornalista possiamo dire che è contestualmente cambiato anche il ruolo del lettore. 

La rete e i social network possono allora trasformarsi in luoghi belli da abitare, se sappiamo rispettarne le regole senza mai prenderli né prenderci troppo sul serio. Il che significa ricostruire un clima di ascolto reciproco tra giornalisti e lettori, ritrovare fiducia, energia positiva al cambiamento contribuendo a far crescere anche il tessuto sociale delle nostre città.
In quest’ottica web e carta stampata non sono antagonisti tra loro, ma piuttosto complementari, se è vero che, usando ancora con le parole di Gramellini in un’intervista al Corriere: “l’importante è che i valori non cambino, e quelli funzionano dal papiro al digitale. E se un giornalista ha una bella storia la può scrivere ovunque, può anche cantarla se vuole”.

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Silvia Sanchini

http://www.blogfest.it/

in: http://www.newsrimini.it/sociale.html