25 novembre. Contro la violenza sulle donne. Ogni giorno.

10359385_702314909845825_871326459505382695_nViolenza è non poter prendere un mezzo pubblico da sola la sera con tranquillità. Violenza è un datore di lavoro che fa allusioni maliziose. Violenza è quando alzi la voce e ti senti apostrofare come troppo emotiva o isterica, mentre se lo fa un uomo è perché è autorevole e bravo a dirigere. Violenza è ogni forma di sopruso e prepotenza: fisica, psicologica, morale. Violenza è essere giudicate sempre per il proprio aspetto e la propria età e mai per il proprio valore. Violenza è mancanza di amore. Sempre. Amore per se stessi e amore per gli altri. Violenza sono le discriminazioni sul lavoro. Violenza è un colloquio in cui ti chiedono se hai intenzione a breve di sposarti o di avere figli. Violenza è considerare le differenze in una gerarchia di valore. Violenza è solitudine. Violenza è essere private della possibilità di studiare o lavorare, di scegliere un compagno oppure di scegliere di non averlo. Violenza è negare la soggettività dell’altro, trasformarlo in oggetto per soddisfare il proprio piacere o colmare la propria insoddisfazione.Violenza è utilizzare la propria forza fisica sull’altro per esprimere un’opinione.
E c’è un solo modo, estremamente difficile,  per sopravvivere alla violenza che gli altri ci infliggono: “Trasformare il dolore in bene è l’arma più potente contro chi ci ha fatto del male” (Lucia Annibali).

#25novembre. Contro la #violenzasulledonne. Ogni giorno.

“Casa di Amina”: accoglienza e aiuto per donne in difficoltà

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, su RiminiSocial abbiamo scelto di raccontare un servizio che si rivolge proprio a mamme e donne in difficoltà: “Casa di Amina”.

casa_di_amina.jpgFesteggerà dieci anni di attività quest’anno a Giugno “Casa di Amina”, un servizio Gestito dalla Cooperativa sociale “Il Millepiedi”, in convenzione con l’Azienda Usl di Rimini, che si rivolge a ragazze, donne e mamme che, con i loro figli, necessitano di un sostegno educativo, organizzativo e abitativo per un certo periodo della loro vita.Nell’ambito delle celebrazioni per la Giornata Internazionale della Donna ci è sembrato importante ascoltare il punto di vista specifico di questa esperienza attraverso la voce dell’equipe che opera all’interno della struttura e che ha quindi l’opportunità di osservare direttamente e quotidianamente situazioni correlate alla solitudine o alla fatica di molte donne.
“Casa di Amina”, comunità di accoglienza ai sensi della Direttiva Regionale 1904/2011, in questi anni ha accolto più di 400 persone in difficoltà, ragazze e donne dalle esperienze e dalle storie diverse ma accomunate dalla necessità di essere accompagnate per un tratto più o meno breve della loro vita in un percorso finalizzato all’autonomia e al rafforzamento delle proprie capacità genitoriali.

“Il nostro specifico” – ci spiega Erica Lanzoni, coordinatrice dell’Area ‘Emergenze’ della Cooperativa – “è proprio quello di offrire un sostegno forte alla genitorialità delle donne che vengono accolte a Casa di Amina. Il nostro obiettivo principale è infatti quello di aiutarle ad avere un futuro autonomo insieme ai loro bambini, restituendo a ciascuna di loro valore come donne e come persone, in un’ottica di autodeterminazione e valorizzazione delle loro risorse”.
E aggiunge: “Alle donne dalla nostra società viene chiesto tanto: di essere bravi madri, mogli, compagne, lavoratrici. A queste donne che già provengono da contesti di deprivazione e difficoltà lo sforzo richiesto è ancora più grande. Per questo credo che sia fondamentale valorizzare luoghi di confronto, supporto e accompagnamento. Una delle cose più belle che abbiamo osservato in questi anni è la rete informale che si è costituita tra le ragazze stesse che abbiamo accolto e che anche dopo essere uscite dalla struttura continuano ad aiutarsi reciprocamente”.

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Madri…voglio vederti danzare

“Non avevo mai imparato, prima dei miei 30 anni, a osservare senza sentenziare, ad accogliere e non rifiutare la realtà inaspettata, ad amare anche quello che non va. In una parola: a ringraziare”

(Madri… voglio vederti danzare, Antonia Chiara Scardicchio)

1898136_10202544787132866_1395961264_nParlare di disabilità e felicità può sembrare un connubio ardito. Eppure Antonia Chiara Scardicchio, ricercatrice e docente all’Università di Foggia e mamma di Serena, una bimba speciale, non ha paura di accostare dolore e danza, vita e morte, disabilità e bellezza.

“Madri…voglio vederti danzare” di Antonia Chiara Scardicchio, edito da Agenzia NFC in una originale veste grafica e curato da Antonella Chiadini, è una storia che esprime innanzitutto profonda gratitudine non solo per il dono di Serena ma anche per l’incontro con tante madri che hanno saputo trasmetterle la forza e il coraggio di tornare a danzare: “Madri di figli storti eppure fiere, che li guardano e che non pensano che sfortuna ma: che bellezza”. Uno degli scopi dichiarati del libretto è proprio quello di raccontare non solo un modo diverso di essere genitori di un figlio disabile ma, in generale, un modo diverso di essere madri e padri. Un percorso difficile e doloroso ma necessario per uscire dall’autocommiserazione e aprirsi invece a una vita che è benedizione e gioia.
Il libro è accompagnato dalle delicate e suggestive illustrazioni di Patrizia Casadei e da alcune immagini delle sculture dell’artista riminese Angela Micheli, nota proprio come la “scultrice degli affetti materni” per la sua capacità di raccontare il mistero della vita umana e della maternità attraverso sculture che rappresentano abbracci, scene di gioco e di vita quotidiana. Al testo dell’autrice viene accostata anche una sua intervista a cura di Mariangela Taccogna e una recensione delle opere di Angela Micheli redatta da Antonella Chiadini.

Madre, abbraccio Scultura di Angela MicheliIl libro “Madri” verrà presentato a Rimini Venerdì 7 Marzo p.v. a partire dalle ore 16.30 alla Sala del Buonarrivo della Provincia di Rimini (Corso d’Augusto 231) in un incontro dal titolo: “Parlami di felicità… Perché a risorgere come madri e come padri, si impara”. Un evento promosso nell’ambito delle iniziative provinciali per la Giornata internazionale della Donna dalla Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS, dall’Associazione Sergio Zavatta ONLUS, dalla cooperativa sociale Il Millepiedi e dalle ACLI provinciali. Interverrà la Consigliera provinciale delegata alle politiche di genere, politiche giovanili e pari opportunità Leonina Grossi e l’autrice del libro Antonia Chiara Scardicchio intervistata da Gabriele Burnazzi. La presentazione del libro sarà accompagnata anche da alcune letture poetiche delle autrici Giorgia Bascucci e Laura Borghesi, collaboratrici della casa editrice “Fara Editore” e voci emergenti del panorama poetico riminese, sulle note di un accompagnamento musicale alla chitarra a cura di Glauco Pini.

L’incontro rientra nel ciclo di iniziative “I pomeriggi educativi” che da alcuni anni la Fondazione San Giuseppe promuove gratuitamente nella città di Rimini per parlare di educazione e formazione in particolare attraverso la presentazione di libri di autori provenienti da tutta Italia (sono stati ospiti della Fondazione don Claudio Burgio, Gabriele Del Grande, Carlotta Mismetti Capua e Eugenio Scardaccione).
L’iniziativa è rivolta ai genitori, agli operatori del settore e a tutta la cittadinanza per riscoprire insieme la capacità di rigenerarsi e risorgere attraverso un nuovo sguardo educativo ed esistenziale.

Silvia Sanchini

in http://www.newsrimini.it/sociale

La locandina dell’incontro

La fuga delle quarantenni. Il difficile rapporto delle donne con la Chiesa.

Immagine“Ma dove sono finite le mie coetanee?”, è la domanda con cui si apre il libro: “La fuga delle quarantenni. Il difficile rapporto delle donne con la Chiesa” (Rubbettino 2012) di don Armando Matteo: teologo, classe 1970, già assistente nazionale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e autore di numerosi testi sul rapporto tra cristianesimo e modernità tra cui il molto dibattuto “La prima generazione incredula”.
Dopo essersi interrogato sulla crescente estraneità dei giovani all’esperienza di fede, don Armando Matteo torna a provocare con la consueta intelligenza e a stimolare il dibattito ecclesiale evidenziando come anche il rapporto tra le donne e la Chiesa, riferendosi in particolare alla generazione delle quarantenni, mostri oggi i primi segni di cedimento dopo secoli in cui le donne hanno assunto un ruolo da indiscusse protagoniste nel compito della trasmissione della fede alle nuove generazioni.
“La fuga delle quarantenni” è stato presentato lo scorso 8 Febbraio presso la Biblioteca Diocesana E. Biancheri nell’ambito del ciclo di incontri “Colazione con l’autore” promossi in collaborazione con l’Istituto Superiore di Scienze Religiose A. Marvelli, la Libreria Pagina e il Servizio Diocesano per il Progetto culturale.
Di alcuni degli snodi più interessanti emersi dalla presentazione del libro e dal vivace dibattito scaturito a margine dell’incontro, discutiamo proprio con l’autore.

Nel suo libro parla di un grande cambiamento culturale che sta coinvolgendo l’universo femminile. Che cosa sta accadendo?
Veniamo da secoli in cui esisteva una priorità maschile molto netta, quasi data per scontata. Oggi stiamo finalmente assistendo a una grande rivoluzione culturale e sociale. Sono d’accordo con il sociologo francese Alaine Touraine che qualche anno fa ha pubblicato il libro “Il mondo è delle donne”, evidenziando come le donne stiano divenendo il motore di un profondo cambiamento. Basti pensare per esempio ai dati sulle laureate in Italia, oggi di gran lunga superiori ai loro coetanei maschi. Questi cambiamenti coinvolgono, naturalmente, anche il vissuto delle nostre chiese.

Cosa è cambiato nelle donne nate dal 1970 in poi?
Per secoli la Chiesa si è affidata quasi esclusivamente alle donne (in quanto madri, insegnanti, catechiste, suore) per trasmettere la fede alle nuove generazioni. Ma numerose ricerche condotte in questi anni ci mostrano che a partire dalla generazione delle quarantenni questa tendenza sta profondamente cambiando. L’alleanza tra donne e Chiesa non è più così stretta, anzi, si riscontra un progressivo allontanamento non solo degli uomini ma anche delle giovani donne dalle pratiche di fede. E questo è un elemento assolutamente innovativo nella storia della Chiesa.

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Namastè, un ponte tra l’Italia e l’India attraverso l’Adozione a distanza

1473071_182485308622336_55576864_n“Namastè – Onore a te” è una ONLUS nata nel 1996 a San Lazzaro (Bologna) per sostenere bambini e ragazzi in condizioni di estrema povertà a vivere e studiare nel proprio paese d’origine, l’India (e recentemente anche Moldova e Nepal), in dignità. Sono oltre 1.000 i bambini accompagnati tramite le “Adozioni a distanza” ma attraverso altri progetti l’associazione sostiene anche anziani, asili nido, centri studi e interi villaggi. Da qualche anno l’associazione ha sede anche a Rimini e, ad oggi, “Gli amici di Rimini & C.” hanno realizzato 58 adozioni distanza.
Una delle prerogative di “Namastè” è quella che i soci seguano costantemente l’andamento dei progetti con i propri volontari che si recano frequentemente sul posto. E’ il caso di Gabriele Burnazzi, vicepresidente dell’Associazione e referente del gruppo “Gli amici di Rimini & C.”, che nella vita, di mestiere, ha sempre fatto tutt’altro (è stato fino a qualche mese fa amministratore unico di Rimini Holding) ma da tanti anni di “Namastè” è l’anima instancabile, insieme alla moglie Antonella e agli altri amici e volontari. Lo scorso 4 Dicembre più di 150 persone si sono ritrovate alla Parrocchia del Crocifisso per essere aggiornate sull’andamento dei progetti dell’associazione e sostenerla, quest’anno anche grazie per la prima volta al supporto degli universitari dell’Associazione Slash. Abbiamo intervistato proprio in quell’occasione per Rimini Social Gabriele Burnazzi per conoscere meglio la realtà di “Namastè”.

Come hai conosciuto “Namastè”?
L’incontro è sempre casuale e non sai come evolverà la situazione; un po’ come quando uno si innamora e ci si sposa … l’importante, come sempre, è dire “si”.
Ho conosciuto Namastè tramite un amico che mi ha invitato ad un incontro. Ho adottato allora un ragazzino, di nome Fredy, ho aiutato la sua famiglia e poi, otto anni fa, ho deciso di partire. Volevo controllare sul posto la situazione. E lì ho riscontrato che il tetto di casa sua era stato rifatto, che il ragazzino studiava e, caso abbastanza singolare, giocava bene a calcio. Due anni fa mi è venuto a prendere in Kerala in sella ad una motocicletta… mi ha spiegato che era diventato il goleador della nazionale del Tamil Nadu, non percepiva compensi per l’attività sportiva ma era stato assunto dalle Ferrovie dello Stato del Tamil Nadu. L’anno scorso ha sposato una bellissima ragazza, Tina; ha fatto di tutto affinché fossi presente a casa sua “prima” del matrimonio in chiesa (una chiesa sulle sponde dell’Oceano Indiano) affinché, insieme ai familiari e alla comunità lo “benedicessi”. Ora Tina attende un bimbo e li incontrerò nei prossimi giorni.
Ma ciò che ha dato una svolta alla mia vita è stato proprio ciò che è accaduto nel primo viaggio nel corso delle visite ai bambini. Sunilkumar, un ragazzo indiano, si era offerto di raccogliere per noi delle noci di cocco ed era caduto dall’albero dall’altezza di circa 15 metri, una caduta rovinosa che lo aveva lasciato più morto che vivo. Abbiamo cercato di capire chi fosse e abbiamo scoperto che aveva già due figlie, aveva lasciato la moglie precedente e si era accompagnato con una vedova con 4 figli, dalla quale aveva avuto un ulteriore figlio. Viveva guidando un taxi-risciò che aveva preso a noleggio… quattro dei figli della vedova erano in orfanotrofio. In ospedale l’hanno salvato, abbiano finanziato tutte le cure per rimetterlo in piedi, abbiamo fatto tornare a casa i bambini in orfanotrofio e li abbiamo adottati, abbiamo assunto la vedova come cuoca in uno dei nostri asili. L’avevamo salvato e i bimbi adottati erano cresciuti repentinamente.

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Addio Margherita

La scomparsa di Margherita Hack mi riempie di malinconia. E’stata una donna straordinaria, un modello nello studio e nella vita, di quelli di cui l’Italia e tutti noi abbiamo davvero bisogno. Ho avuto il grande privilegio di intervistarla insieme alla mia amica Ada per il libro che ho curato per l’editrice AVE: “Io farò, io sarò. Viaggio curioso nel mondo delle professioni“. Ecco un estratto dell’intervista.

Come hai scoperto la passione per la scienza, e in particolare per l’astrofisica?

Ho sempre avuto una predilezione per le materie scientifiche e soprattutto per la fisica sin dai tempi della scuola…nonostante un anno sia stata rimandata in matematica! Ho sempre fatto il mio dovere a scuola ma non sono mai stata la prima della classe. L’amore per lo studio e la ricerca li ho scoperti in seguito. Terminato il Liceo classico mi sono infatti iscritta alla Facoltà di Lettere…ho resistito appena un’ora. Ho capito che la mia vera passione era la fisica e mi sono trasferita alla Facoltà di Fisica dell’Università di Firenze. Qui tra osservazioni, telescopi, lastre e montagne di libri…ho capito davvero cosa voleva dire fare ricerca e che mi sarebbe piaciuto fare proprio questo nella vita. Mi sono laureata con una tesi in astrofisica grazie al giovane assistente Mario Gerolamo Fracastoro, molto disponibile ed entusiasta…anche perché ero la sua prima tesista!

Essere donna ha influito sul tuo percorso professionale?

Non credo. Certo, fino a qualche tempo fa, esisteva un pregiudizio nei confronti delle donne, si pensava che fossero più portate per le materie umanistiche piuttosto che per quelle scientifiche. Niente di più falso, era infatti solo un problema di accesso agli studi (liceali e universitari) che per tanto tempo è stato loro negato. Oggi invece sempre più donne possono emergere in questo campo, basti pensare che oltre la metà dei ricercatori sono donne.

A questo proposito, il tema della ricerca è molto attuale oggi in Italia. Pensi che ci siano reali opportunità per i giovani di impegnarsi in questo campo?

Purtroppo da parte di chi ci governa c’è troppa poca cultura in questo senso. Non ci si rende conto dell’importanza della ricerca. Si parla tanto di innovazione per poi fare tagli sempre più ingenti alla scuola e all’università, un vero controsenso. Fare ricerca oggi in Italia è diventato davvero difficile, anche gli stipendi dei ricercatori sono molto miseri rispetto agli altri paesi europei.

Cosa pensi dei giovani di oggi? Hai qualche consiglio da dare per appassionarli allo studio della scienza?

Penso che i ragazzi di oggi non siano né migliori né peggiori di un tempo. La gioventù è sempre la stessa. Io ho molta fiducia nei giovani. Bisogna educarli a seguire le proprie passioni, le proprie inclinazioni, i propri interessi personali… e soprattutto far scoprire loro che la scienza può essere anche una cosa piacevole e divertente.

Ada Serra e Silvia Sanchini

Qui la versione integrale: http://www.editriceave.it/catalogo/news/416/

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Foto Repubblica.it