Dieci cose che ho imparato dai ragazzi in comunità

CAPITOLO # 18-4Potrà sembrare un po’generico e rischioso, ma dopo quasi sei anni trascorsi ad ascoltare le storie di ragazzi fuori famiglia (due settimane fa l’ultima occasione: http://www.newsrimini.it/2015/10/neomaggiorenni-care-leavers-ragazzi/) e a condividere la loro quotidianità, ecco dieci cose importanti che credo di aver imparato dalle ragazze e dai ragazzi che vivono in comunità o in casa-famiglia:

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Mi raccomando!

DSCN7371Le ragazze e i ragazzi che vivono in comunità, affido o casa-famiglia sono saliti in cattedra. E non in senso metaforico, ma realmente: lo scorso 13 Dicembre un gruppo di 38 giovani provenienti da esperienze “fuori famiglia” ha presentato dieci “Raccomandazioni” per migliorare i percorsi di accoglienza e transizione all’autonomia nell’Aula Magna del Dipartimento di Scienze dell’Educazione di Bologna in occasione della prima Conferenza del “Care Leavers Network” dell’Emilia-Romagna promossa dall’Associazione Agevolando. Ad ascoltarli operatori sociali, rappresentanti istituzionali, giornalisti, studenti, docenti universitari.

Il primo a prendere il microfono è Abdel, un ragazzo marocchino di 23 anni, con lo sguardo sveglio e vivace e una storia difficile alle spalle. Un viaggio della speranza per raggiungere l’Italia, un periodo di clandestinità, e poi l’incontro con una comunità di accoglienza a Ravenna, l’inizio di un percorso di impegno e responsabilità e oggi, finalmente, il raggiungimento di importanti obiettivi: una casa, un lavoro, una serenità, relazioni e amicizie su cui contare.

“Voglio ringraziare tutti per averci permesso di partecipare a questo progetto e per essere qui ad ascoltarci” – esordisce Abdel – “io porto soprattutto la testimonianza dei ragazzi stranieri che arrivano qui in Italia da soli, senza genitori o adulti che si prendono cura di noi. La nostra è un’esperienza difficile, vi chiediamo sempre maggiore impegno per sostenerci e non lasciarci soli”.

Con lui prende la parola A., ancora minorenne ma alle spalle già tanto dolore e tanta fatica, ospite di una comunità di accoglienza a Rimini, ci dice: “Siamo ragazzi che stanno facendo un percorso, che vogliono guardare al futuro con fiducia nonostante tutte le difficoltà che abbiamo conosciuto. Vi chiediamo di averci non solo in mente, ma anche nel vostro cuore”.

Si giunge così alle vere e proprie “Raccomandazioni”: un decalogo rivolto ai decisori politici, agli educatori, ai servizi sociali, ai giornalisti e alla cittadinanza tutta redatto dai ragazzi in due mesi di intenso lavoro insieme ai volontari di Agevolando.

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#5buoneragioni. Perchè ho scelto di aderire.

Pensare che ci siano famiglie che non sono in grado, per vari motivi, di crescere i propri figli è un pensiero sgradevole, difficile da accettare, politicamente scorretto.
C’è una certa retorica dei buoni sentimenti che tende ad associare al tema famiglia un immaginario solo ideale, sicuramente più rassicurante, ma che non descrive totalmente la realtà.
Accanto a famiglie (la maggior parte per fortuna) dove è bello e piacevole crescere, esistono famiglie che questo diritto non lo riconoscono: famiglie maltrattanti, negligenti, violente, assenti.
O, ancora, esistono famiglie in difficoltà, genitori soli, o genitori malati…che semplicemente, per un periodo della loro vita, hanno bisogno di chiedere aiuto.
La normativa nazionale e internazionale stabilisce, giustamente, che ogni bambino ha diritto di crescere in una famiglia.
Ma sancisce altresì un principio fondamentale: ogni scelta dev’essere fatta nel preminente interesse del minore.
I bambini e i ragazzi, i soggetti più deboli, sono i primi a dover essere tutelati e protetti.
Se questo diritto non è garantito per un bambino all’interno della sua famiglia di origine, è dovere dello Stato e delle istituzioni competenti intervenire.
Nella mia esperienza professionale e personale ho avuto il privilegio di conoscere il mondo delle comunità per minori e delle case-famiglia grazie alla Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile, una ONLUS riminese che si occupa proprio di bambini e ragazzi momentaneamente allontanati dalla loro famiglia di origine con un decreto del Tribunale per i Minorenni, e collocati in strutture educative dai servizi sociali competenti.
Poi c’è stato l’incontro con l’Associazione Agevolando, costituitasi proprio grazie all’impegno di ragazzi che avevano vissuto parte della loro infanzia e adolescenza “fuori famiglia” in strutture di accoglienza. In particolare l’Associazione si occupa di tutelare i diritti di questi ragazzi anche dopo il compimento della maggiore età, momento in cui terminano tutta una serie di tutele da parte dello Stato.
Ho scoperto così un mondo difficile e stimolante: fatto di adulti, genitori accoglienti, educatori che ogni giorno si prendono cura con amore e professionalità di bambini e ragazzi che non sono figli loro, insieme al lavoro degli assistenti sociali e degli altri professionisti.

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Che cos’è famiglia?

fam_adoOggi ho ricevuto in Fondazione per un colloquio un ragazzo di quasi quarant’anni ma con un viso da ragazzino, timido e pulito. Mi ha raccontato la sua storia: nato in Sudamerica, un tentativo di adozione fallito, più di dieci anni di accoglienza in Istituto – proprio alla San Giuseppe – per poi a diciotto anni doversi rimboccare le maniche e imparare a contare solo su se stesso. E questo nel vero senso della parola, perché né in Italia né nel suo paese di origine può fare affidamento su qualcuno. Non ha parenti, non ha una famiglia. La sua famiglia, in qualche modo, è stata la comunità, almeno in quel tratto di infanzia e adolescenza in cui lo ha accolto. Oggi sono passati quasi vent’anni da quell’esperienza, non ci eravamo mai incontrati, non sapeva chi fossi…ma in un momento di bisogno e difficoltà non ha avuto dubbi. “Se non ci fosse stata la San Giuseppe quando ero ragazzino sarei stato perduto…” mi ha detto. “E oggi non avrei saputo a chi rivolgermi se non a voi”. Aldilà di quel poco che potremo fare per aiutarlo, questo incontro mi ha fatto riflettere sul senso e il valore dei legami che si possono creare anche in un contesto eterofamiliare. E’ proprio vero che il legame che crea una famiglia spesso non è quello del sangue. Famiglie adottive, famiglie affidatarie, educatori o compagni di comunità…ne sono la testimonianza. E lo dico senza retorica (di vuota retorica intorno al tema famiglia se ne ascolta sin troppa), consapevole anche delle molte ferite e dei tanti fallimenti. Ma queste realtà testimoniano come si possano condividere dei tratti di cammino più o meno lunghi, dolorosi o difficili, e creare dei legami straordinari, forti come quelli tra i membri di una stessa famiglia, capaci di attraversare il tempo, i cambiamenti, le distanze. E se possiamo, in qualche modo complicato e sicuramente imperfetto, ancora essere “famiglia” per i ragazzi e le ragazze che quotidianamente ci vengono affidati…forse questo basta a ricordarci che il nostro lavoro non sarà mai inutile.

P.s. A proposito di legami: http://blog.vita.it/agevolando/2013/09/09/addomesticami/#comment-38

Foto: http://www.lealieradici.com

La comunità: una via di fuga dalla pazzia

“Riconosciamo in quel luogo un punto di riferimento, come se noi fossimo delle barchette in mezzo al mare e quello fosse il nostro faro”

Oggi vi segnalo il blog di Jenny, realizzato grazie alla redazione di Vita.it. Jenny ha 23 anni e ha trascorso parte della sua adolescenza “fuori famiglia”, in una comunità per minori di Bologna. Oggi è socia dell’Associazione “Agevolando”, una ONLUS nata proprio dall’esperienza di ex ospiti di comunità/case famiglia.

Il suo blog è consultabile su: http://blog.vita.it/agevolando/2013/05/27/hello-world/. La seguiremo e potremo leggere i suoi articoli ogni 8/10 giorni.

In bocca al lupo Jenny!

Da una casa speciale a un territorio solidale

Ci siamo ritrovati in tanti a Rimini per flettere insieme del sistema di cura e dei progetti di accoglienza che riguardano i bambini e gli adolescenti che vivono un’esperienza “fuori famiglia”. In tempi di grave crisi economica e culturale mi è sembrato davvero un bel segnale. Sono tante a Rimini le “case speciali” che accolgono minori in difficoltà, ma il loro compito non può esaurirsi se insieme agli educatori, alle famiglie, agli operatori del sociale… anche il territorio non si apre in una rete accogliente e inclusiva. Mi auguro che anche questo incontro abbia contribuito a stimolare la creatività e l’intelligenza di tanti per pensare a nuovi modelli e a strumenti che permettano di allargare gli orizzonti e offrire nuove opportunità a chi in questo momento è più fragile.

Da una casa speciale a un territorio solidale

Non sempre possiamo essere determinanti nella vita dei ragazzi che accogliamo, ma possiamo essere come una freccia, capaci di indicare una direzione. E questo è già tanto. (Andrea Canevaro)

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Nella foto: Stefano Vitali, Gino Passarini, Prof. Luigi Guerra, Gloria Lisi, Mirco Tamagnini, Agostina Melucci, Don Danilo Manduchi

Oltre duecento persone si sono incontrate il 21 maggio a Rimini nell’Aula Magna della Facoltà di Scienze della Formazione per riflettere sull’accoglienza di bambini e ragazzi che trascorrono parte della loro infanzia e adolescenza fuori famiglia.

“Una casa speciale”, il titolo del seminario, vuole proprio indicare la particolare esperienza di vita che questi minori vivono, seppure in forme e con modalità diverse e che è stata approfondita attraverso un analitico lavoro di ricerca condotto dalla Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione dell’Università di Bologna cofinanziato dalla Fondazione stessa e che ha visto coinvolti 205 minori e 103 adulti. Punto di forza del gruppo di lavoro che ha condotto la ricerca coordinato da Elena Malaguti è stato sicuramente l’aver coinvolto per la prima volta tutti gli attori che nel nostro territorio provinciale si occupano dell’accoglienza di minori fuori famiglia (case-famiglia, comunità, famiglie affidatarie, servizi sociali territoriali).
Già da una prima analisi dei lavori è emerso che, se da un lato la qualità di vita e di relazione nelle strutture del riminese viene valutata tutto sommato soddisfacente dai ragazzi, dall’altro emerge chiaramente il bisogno di migliorare le risorse esterne, ossia quelle forme di relazioni e di accoglienza che la società tutta può mettere in campo verso i minori fuori famiglia.
Rilanciamo qui alcuni punti che hanno contraddistinto le riflessioni dei tanti e qualificati esperti intervenuti e il lavoro nei workshop tematici ai quali hanno preso parte con vivacità referenti istituzionali, educatori, assistenti sociali, genitori affidatari, insegnanti, studenti e tanti altri operatori del sociale. Confrontandoci dunque sui processi di resilienza e sui modelli educativi di presa in carico dei minori fuori famiglia ci preme dire che:

    • Oggi più che mai c’è bisogno di informare su questi temi in maniera corretta, di sfatare pregiudizi e luoghi comuni che spesso alimentano il dibattito (bambini rubati alle famiglie, business milionari…), di sensibilizzare l’opinione pubblica tutta intorno a questa realtà;
    • È importante superare il dualismo comunità/famiglia che spesso ha contraddistinto la riflessione intorno all’accoglienza. Siamo convinti che di fronte a domande e bisogni complessi occorrano risposte differenziate ed eterogenee, realmente appropriate rispetto alle storie, ai vissuti e alle esperienze dei ragazzi in una prospettiva di comunità che si fa famiglia e, viceversa, di famiglia che diviene comunità;
    • Parlare di “casa speciale” significa anche ribadire la necessità di un “territorio speciale” e quindi solidale, in cui tutti si fanno carico dei processi di accoglienza dei minori, ciascuno secondo la propria specificità costruendo reti di prossimità a partire dalle risorse del territorio (scuola, formazione professionale, centri di aggregazione giovanile…) e in cui tutta la società (dalla politica ai singoli cittadini) si mostri accogliente e inclusiva.

Paradigmatica è stata a questo proposito per la Fondazione San Giuseppe l’esperienza di progetti per i neomaggiorenni che solo attraverso una proficua integrazione tra le risorse del pubblico e del privato sociale è stato possibile costruire e attuare. Tema evocato anche nel cortometraggio Capitolo 18 presentato per la prima volta proprio in occasione di questo seminario e che rappresenta la metafora di tanti ragazzi che vivono l’esperienza dell’affido etero-familiare.

Infine, in un momento di crisi economica e in cui il lavoro educativo e sociale è difficile, precario, spesso ignorato e penalizzato, non possiamo qui non esprimere un pensiero di ringraziamento a tutti coloro che quotidianamente si prendono cura di bambini e ragazzi che vivono condizioni di vulnerabilità e fatica e che, nonostante le difficoltà, riescono ad offrire a questi minori risposte di senso e relazioni significative.

Questa giornata vuole essere solo il primo passo di una riflessione che possa aiutarci a costruire nuovi modelli e sistemi di protezione ma anche la prosecuzione di un impegno che deve coinvolgere tutti a vario livello perché, siamo convinti, che la vera ricchezza di una società si misuri prima di tutto da quanto sa mostrarsi adulta e responsabile nei confronti di chi è più fragile. 

Strumenti:
I numeri e i risultati dell’indagine

Guido Fontana, Silvia Sanchini
Presidente e Direttore Generale della Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS di Rimini

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Nella foto: Monica Pedroni, Prof.ssa Elena Malaguti, prof.ssa Chiara Maci, prof. Andrea Canevaro