Il futuro che cambia è una somma di piccole cose

 
La chiamano resilienza. Per me si tratta di coraggio, tenacia, fiducia. E, soprattutto, motivazione. Una forza interiore che ti trascina nella giusta direzione. Un desiderio di riscatto e rivincita. Non so come sia possibile, ma in comunità mi era più facile studiare che a casa, anche se mi giravano intorno altri 8 ragazzini e altrettanti educatori.

A casa era tutto difficile. La mamma, le sue crisi, il disordine. A volte si dimenticava anche di prepararmi da mangiare. Ho sempre pensato che una mamma dovesse essere per eccellenza la persona capace di prendersi cura degli altri, e naturalmente dei propri figli. Mia mamma non era così, non sapeva prendersi cura neanche di se stessa. E questo mi faceva rabbia e paura allo stesso tempo.

Eravamo solo io e lei, non sapevo a chi o cosa aggrapparmi.

Sono cresciuta con tante insicurezze, sentendomi diversa da tutte le mie amiche, vergognandomi anche solo di invitarle a casa nostra per una merenda.

Solo in una cosa riuscivo bene: studiare.

Mi piaceva leggere, scrivere, inventare storie…era la mia valvola di sfogo. Il mio mondo felice e ancora incontaminato. In comunità mi incoraggiavano in questo.

E finito il mio percorso insieme a loro, a 19 anni, è successa una cosa che mai mi sarei immaginata: ho deciso di iscrivermi all’Università.

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Il mio Natale in comunità

dolci-642x336Arriva sempre il fatidico momento della domanda di un compagno di classe che ti guarda con occhi curiosi: “Cosa farai per Natale?”. È la stessa sensazione che si prova quando, alle scuole elementari, scatta l’ “ora x” del tema: “Parla della tua famiglia”. In passato mi è capitato di dare le risposte più fantasiose a queste domande. Raccontavo di vacanze sulla neve con la mia famiglia, di cenoni della vigilia a base di ricche portate, di alberi di Natale addobbati insieme ai miei genitori. Da qualche tempo non ho più paura però di raccontare un’altra storia: la storia di chi, le vacanze di Natale, le trascorre in una comunità.

Questo, per noi ragazzi e ragazze in comunità, è un periodo particolarmente strano e delicato. Alcuni ragazzi sono tristi. C’è chi aspetta una telefonata che non arriverà mai, chi ha invece la fortuna di poter tornare a casa qualche giorno, chi farà gli auguri ai suoi genitori lontanissimi attraverso una chiamata con Skype.

C’è chi crede nel Natale, c’è chi non crede in niente, c’è chi professa un’altra religione. Mi è capitato spesso di vedere ragazzi piangere il giorno di Natale o di dover consolare la mia compagna di stanza che non vorrebbe alzarsi dal letto e ascolta la sua musica triste a tutto volume.

Io a Natale in comunità invece mi sento proprio a casa. In salotto addobbiamo un albero grandissimo, pieno di luci e colori, che appena entri in casa già ti mette allegria. C’è Carmen, un’educatrice, che dalla mattina presto si mette ai fornelli e prepara un sacco di piatti squisiti. C’è Ahmed che, anche se è musulmano, ci aiuta a preparare il presepe. Chiara ogni anno ci regala i biscotti alla cannella.

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Jerreh, fuggito dal Gambia, ha imparato a leggere e ha scritto un libro per aiutare i ragazzi come lui

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Mi chiamo Jerreh, ho 19 anni e da quasi tre vivo in Italia. Ecco alcune cose che ho scoperto in questo strano e bellissimo paese. Innanzitutto ho scoperto che quando in Italia ti danno un appuntamento e ti chiedono di essere puntuale…non è un modo di dire! Se l’appuntamento, per esempio, è alle 10 le persone si aspetteranno davvero che tu arrivi per le 10.

Seconda scoperta: in Italia si mangia la pasta, ogni giorno! Il secondo giorno che mi trovavo in Italia ho mangiato un piatto di spaghetti al pesto: era la prima volta che li mangiavo e non mi sembravano per niente buoni, ma li ho mangiati tutti perché erano stati così gentili a prepararli per me.

In questo paese, infatti, esistono dei posti, delle vere e proprie case, in cui i ragazzi minorenni che arrivano in Italia da soli possono essere accolti. In queste case ci sono degli educatori e, a volte, dei volontari. C’è anche un assistente sociale, che incontri ogni tanto e che ti dà dei consigli su cosa fare.

Io in comunità a Parma ho incontrato Vanessa, la mia educatrice, che oggi è anche un’amica e la persona di cui mi fido di più. E ho conosciuto Roberto, il mio “secondo papà”, è stato lui a insegnarmi a leggere e a scrivere e a invitarmi a raccontare la mia storia in un libro.

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Monika, “Troverò mai il mio posto nel mondo?”

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Si può avere nostalgia di un luogo dove non sei mai stata?
Ho 17 anni e sono nata e cresciuta in Italia, ma i miei genitori sono albanesi e così ho imparato sin da piccola due lingue.
In casa parlavo l’albanese, a scuola l’Italiano. Mi sono sempre sentita così, sospesa tra due lingue e due culture, tra due luoghi e due case.
A 13 anni i problemi della mia famiglia, che già erano tanti, sono diventati sempre di più e sempre più difficili da gestire, tanto che l’assistente sociale ha deciso di collocare me e mio fratello in comunità. È stato doloroso, ma sapevo che non c’erano alternative e che era la scelta migliore per tutti.
Il destino ha voluto che in comunità con me ci fosse anche un ragazzo albanese. Che strana la vita! Da subito ho sentito con lui un legame speciale. Mi raccontava dell’Albania, mi faceva vedere le foto della sua famiglia e dei posti dove abitava, con lui potevo ancora parlare la lingua dei miei genitori.
Ci sono momenti in cui mi sento così attratta da quei luoghi e da quella cultura che penso che, una volta diventata maggiorenne, mi piacerebbe lasciare tutto e trasferirmi là. Andrei a cercare i miei nonni e i miei parenti, potrei costruirmi una nuova vita lontana da tutti i problemi e la sofferenza che qui debbo affrontare ogni giorno. Forse in Albania potrei davvero essere felice.

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(foto: @momopixs – Shutterstock.com)

Voglio lasciare che i pensieri più dolorosi scivolino via…veloci, come le gocce di pioggia sul finestrino di un’auto in corsa

speed-1249610_1-640x336È il 13 marzo. Siamo nati nello stesso giorno, non posso dimenticarlo. Gli ho telefonato, era sorpreso. “Auguri Carlo…non pensavi che me lo sarei ricordato, vero?”. Carlo mi piace. Ed è strano, perché ho un’allergia a pelle per gli educatori, ma forse in generale anche per gli adulti. A scuola sono sempre stato considerato un caso disperato. Ultimo banco, cuffie nelle orecchie, berretto in testa…non importa a nessuno di quello che faccio.

Ma Carlo mi osserva, da lontano. Sembra quasi che abbia simpatia per me, e questo è incredibile perché in questi anni ho fatto di tutto per rendermi sgradevole. Piccoli furti, risse, sospensioni, offese agli insegnanti.

Non ho niente da perdere perché a casa non c’è nessuno che possa rimproverarmi o preoccuparsi per me.

Vengo dal Cile, anche se sono in Italia da molti anni. Però il Sudamerica lo porto nel cuore. Non so perché, visto che di quel paese ho solo ricordi tristi. Sono qui con mia madre, che però lavora tutto il giorno per pagare l’affitto della casa in cui ci troviamo. Mio padre non so neppure da che parte di mondo si trovi. Sono stato qualche settimana in una comunità di accoglienza, ma non riuscivo a starci. Le regole della comunità erano paletti troppo stretti per me, e sono scappato. Ho convinto la mia assistente sociale a farmi tornare in casa con mia madre.

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Dopo il tunnel, ho ricominciato a vivere

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La mia storia è simile a quella di tanti altri. Vivevo con i miei genitori, sono figlia unica. Tra le scuole medie e le scuole superiori sono cominciate le prime difficoltà. Avevo una compagnia di amici che frequentavo, nel mio gruppo diversi ragazzi fumavano le canne ma non mi era mai interessato. Il primo contatto con le sostanze è arrivato per me a 14 anni attraverso il mio ragazzo. Anche lui aveva la mia età ma già grossi problemi di tossicodipendenza. Il mio primo tiro l’ho preso molto alla leggera, ho sottovalutato la cosa, mi sentivo tranquilla e non avevo particolari paure… Stare insieme a lui all’inizio mi sembrava la cosa più bella che potesse capitarmi, i primi mesi insieme sono stati un sogno. Poi è stato invece un rapporto sempre in discesa, a caduta libera. So che ho iniziato a causa del mio ragazzo, ma non voglio assolutamente colpevolizzarlo. Lui era già molto affaticato dalla sua vita, io dalla mia, abbiamo avuto solo la sfortuna di intrecciare le nostre sofferenze.

Mio papà non condivideva questa relazione e mi aveva posto il divieto assoluto di stare con lui, questo ci ha irrimediabilmente allontanati. A 15 anni ero ancora consumatrice occasionale. Avevo ben chiaro cosa fossero le sostanze, anche perché trascorrevo tutti i miei pomeriggi con il mio ragazzo che non faceva altro che fumare eroina. Però pensavo ancora all’eroina come la droga del “tossico” con la siringa al braccio e che viveva in strada, quindi finché non vedevo il mio ragazzo iniettarsela in vena mi sembrava che la situazione potesse essere diversa e sotto controllo. E nonostante tutto io continuavo ad avere una vita regolare, andavo a scuola, studiavo. Ho sentito che qualcosa stava cambiando dopo la terza superiore, un momento per me traumatico. Ho avuto un crollo, a livello affettivo mi sentivo completamente dipendente dal mio ragazzo, avevo escluso dalla nostra vita tutte le nostre amicizie, per me esisteva solo lui. Ho iniziato a sentire un conflitto interiore: volevo cambiare ma non riuscivo. Da qui il passaggio da consumatrice occasionale di cannabis e pasticche a consumatrice giornaliera di eroina.

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Nicholas, la sua chitarra e il suo cuore

Italias-Got-Talent-2016-Nicholas-AngiuloNon ho grande simpatia per i talent show televisivi. Diciamocela tutta: ho un’innata idiosincrasia per quel mondo. Penso che nella maggior parte dei casi siano luoghi in cui si abusa della parola talento, in cui si distorcono le emozioni e che contribuiscano a creare in chi vi partecipa, soprattutto nei più giovani, false illusioni senza costruire nessuna reale opportunità. Cancellerei senza remore dal lessico degli italiani frasi come: “L’importante è arrivare (?) al pubblico” o “Sei stato eliminato, ma per noi tu hai già vinto”. Però devo ammettere che quello che è successo mercoledì sera a “Italia’s got talent”, è stato davvero qualcosa di importante.
Nicholas ha 17 anni, oggi vive in Calabria. Ha vissuto un’infanzia segnata da ferite e dolore, è cresciuto in affido e comunità, ha attraversato molti momenti difficili fino a trovare una famiglia che lo ha accolto.
Le sue canzoni non parlano quasi mai di amore. Parlano di temi complessi: di abusi, di malattia, di solitudine, di cosa significa vivere sulla strada. Quando era in comunità Nicholas ha conosciuto l’Associazione con cui collaboro, Agevolando. Per due anni di fila è stato ospite della nostra festa nazionale (“AgevolanDay”) e si è esibito per noi, coinvolgendo un sacco di suoi coetanei con la sua musica e le sue parole. Da quel momento seguiamo il suo canale Youtube, facciamo il tifo per lui, aspettiamo ogni suo nuovo singolo per ascoltare quello che avrà da raccontare.
Molti criticano questo tipo di esibizioni televisive perché sostengono che portare in televisione storie difficili sia solo un modo per suscitare falsi pietismi e commuovere. In alcuni casi lo penso anch’io, ma questa volta penso proprio che non sia andata così e vorrei per una volta lasciare da parte diffidenze e polemiche.
La chitarra e l’anima di Nicholas ci dicono altro: ci dicono che dal dolore si può risorgere, che nessun destino è irrimediabilmente segnato, che la musica è un potente antidoto alla solitudine e alla depressione ed è un mezzo di espressione incredibile. Ci dicono che anche se sei stato in comunità e hai vissuto esperienze familiari difficili, non sta scritto da nessuna parte che devi ritagliarti o farti cucire addosso l’etichetta di fallito. Il messaggio di Nicholas, che supera le sue parole (già così potenti), è un messaggio per tutte quelle ragazze e quei ragazzi che stanno vivendo un’esperienza simile alla sua e che spesso preferiscono sentirsi invisibili, nascosti. Per tutti coloro che pensano di non aver nulla da dire, o che non ci sia nessuno disposti ad ascoltarli.
Nicholas con la sua voce ci apre il suo cuore e ci fa entrare nel suo mondo con molto coraggio e dignità. E questa volta, davvero, chissenefrega delle imperfezioni o delle stonature. D’altronde la nostra vita non è proprio più interessante proprio perché imperfetta?
Grazie Nicholas perché su quel palco, forse senza volerlo, hai portato anche tutti i ragazzi come te e la vostra gigantesca voglia di riscrivere la vostra storia e costruire il vostro futuro.

In http://www.riminisocial.it

Qui l’esibizione di Nicholas: http://italiasgottalent.it/showvideo/282646/nicholas-vita-in-musica/04-05-2016/

Quattordici. È il numero delle porte che devo attraversare per raggiungere la mia cella, qui in carcere

prigione-642x336Oggi Elena è venuta a trovarmi. Elena era la mia educatrice, lavora nella comunità dove sono stato accolto per qualche tempo, prima di finire in questo posto. Parliamo di tutto quando viene a farmi visita, le racconto di me e lei mi racconta cosa accade fuori dal carcere, ma ci confrontiamo anche sulla vita, io ho molto bisogno di condividere i miei pensieri con qualcuno.

Oggi mi ha chiesto cosa penso del perdono. Io le ho risposto: “Il perdono è la misericordia di Dio”, perché è una frase che sento spesso ripetere dal prete che viene a farci visita qui in carcere. Credevo di aver fatto bella figura con una risposta così! Lei ha sorriso, ma non era la risposta che cercava. Voleva che le parlassi di me. Così ho pensato alla mia storia. Elena mi ha chiesto se avevo perdonato i miei genitori. È vero, della vita con la mia famiglia ho molti ricordi negativi: alcool a fiumi, i segni della cintura che usavano per picchiarmi, gli occhi pieni di terrore di mia mamma. Eppure se penso a loro non provo rancore, perché so che anche i miei genitori erano vittime di una catena di dolore che non si è mai spezzata. Mio padre ci picchiava, perché la stessa cosa faceva suo padre con lui.

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Vorrei davvero abbracciarlo e dirgli che l’ho perdonato

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Io e i miei fratelli abbiamo dei nomi strani. Marlon, Catherine e Martin. I nostri genitori si sono conosciuti in una specie di comune un po’ hippie della Toscana. Mi hanno detto che è stato un periodo bello della loro vita, di assoluta libertà. Però è stato lì che il mio papà ha cominciato a drogarsi. Io all’inizio non mi rendevo bene conto del problema. Di certo aveva dei forti sbalzi di umore. A volte era tenero e affettuoso, altre violento o scostante. A volte mi guardava negli occhi e sembrava orgoglioso di me. Ogni tanto il pomeriggio costruivamo aquiloni e poi andavamo in riva al mare per farli volare. Certi giorni però il suo sguardo si trasformava. E lui diventava irascibile.

A 12 anni sono finito in ospedale perché mi aveva picchiato più forte del solito ed ero caduto dalle scale battendo la testa. Io non volevo andarci in ospedale, non volevo raccontare a nessuno cos’era successo. Io lo sapevo che non era colpa sua, avevo paura che la mamma o qualcun altro potessero arrabbiarsi con lui, non era stata colpa sua… era colpa della droga, io lo sapevo. E non ero arrabbiato con lui. Da quel momento però le cose sono cambiate in maniera imprevedibile.

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L’importante è partecipare

IMG_5962Dopo oltre un anno di lavoro si è svolta a Bologna venerdì 18 Dicembre la II Conferenza del Care Leavers Network dell’Emilia-Romagna promossa dall’Associazione Agevolando. Titolo dell’evento: L’importante è partecipare!, chiara sin dal titolo l’intenzione di valorizzare il protagonismo dei giovani care leavers emiliano-romagnoli.
Si intende per “care leavers” chi lascia i percorsi di tutela e di cura, sono giovani che vivono una situazione delicata e un complicato percorso di transizione all’autonomia, spesso senza poter contare sul sostegno di una famiglia.
La Conferenza si è aperta con l’intervento di Elisabetta Gualmini, vicepresidente e assessore al welfare della Regione Emilia-Romagna: “Rispondere a chi chiede aiuto non è semplice per le istituzioni ma dobbiamo essere capaci di interpretare e assecondare il cambiamento in atto nella società. Voi rappresentate il mondo che cambia, siatene fieri e fate anche delle vostre storie difficili una ricchezza! Il tema dell’allontanamento della propria famiglia di origine e del compimento della maggiore età per i ragazzi “fuori famiglia” ci sta particolarmente a cuore: sappiate che vi abbiamo in mente e che desideriamo ascoltarvi”.

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