Cesare Moreno, il maestro con i sandali

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L’incontro al Centro giovani RM25 con Cesare Moreno – Foto: Emiliano Violante

Cesare Moreno è insegnante, formatore, progettista. Ma sopra ogni cosa si definisce “Maestro di strada”. Un maestro con un bagaglio leggero, che propone un modello educativo basato sulla mobilitazione delle risorse dei giovani e sulla reciprocità delle relazioni. Il “maestro con i sandali”, indossati anni fa in segno di protesta nei confronti delle istituzioni carenti. Insieme alla moglie Carla Melazzini, scomparsa nel 2009, ha dato vita nella sua Napoli al “Progetto Chance” per combattere la dispersione scolastica con interventi nei quartieri più difficili della città. Ha fondato l’associazione Maestri di strada di cui è presidente. Questa intervista nasce lo scorso 9 marzo a Rimini in un incontro organizzato dal coordinamento provinciale di “Libera” e dall’associazione “Vedo sento parlo”.

Da dove nasce l’idea dei maestri di strada?

Il maestro di strada ha un approccio che non si riferisce solo al contesto in cui opera, ma che è anche e soprattutto mentale. Trae spunto anche dall’immagine dell’amico Andrea Canevaro, che ha paragonato l’educatore a un viandante, al coureur de bois. Il maestro di strada ha uno zaino leggero perché è interessato a reperire risorse strada facendo. Lungo la strada è sicuro di incontrare alleati, non nemici da combattere. Per questo la prima cosa che sceglie di fare è mettersi in ascolto, guardando l’altro negli occhi e parlandogli. Spesso è difficile iniziare un dialogo con chi è molto arrabbiato ma all’inizio è importante semplicemente far capire che ci sei. Una insegnante ha usato una volta una definizione che ho apprezzato moltissimo e fatto mia: abbiamo una ‘responsabilità di presenza’ nei confronti dei giovani che incontriamo, che è il primo passo per costruire una relazione.

Che cosa intende quando parla di alleanza educativa?

In educazione non servono prediche, ma pratiche. Nel concetto di alleanza risiede anche l’idea di reciprocità. Non sto andando a beneficare qualcuno, ma sto costruendo un rapporto, stabilendo un noi. Dobbiamo trasmettere anche all’altro il senso del beneficio che riceviamo dallo stare insieme. In fondo la relazione educativa è una relazione d’amore: non un concetto sdolcinato o sentimentale ma un rapporto che si costruisce giorno per giorno. Rosa Agazzi, pedagogista, aveva ideato a scuola il ‘Museo didattico’, una mensola in cui raccoglieva gli oggetti più inutili o anche sgradevoli, ma per loro preziosi, dei suoi bambini. Lo stesso deve fare l’educatore: non deve buttare via niente, ma assumere anche le ‘schifezze’ nel suo percorso.

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Foto: Emiliano Violante

Come le diverse agenzie educative possono lavorare autenticamente in rete?

Per costruire quella che chiamiamo rete è necessario costruire prima di tutto alleanze educative, e poi rapporti istituzionali. Serve far dialogare tra loro genitori, insegnanti, educatori e tutti coloro che noi amiamo chiamare ‘genitori sociali’, persone che pur senza esserlo di mestieri ricoprono un ruolo educativo. Per un efficace dialogo professionale dobbiamo prima passare dall’azzeramento professionale: dobbiamo svuotarci delle nostre convinzioni per costruire relazioni cooperative e concrete. Anche la formazione congiunta è una condizione fondamentale per lavorare bene insieme.

Viene interrogato spesso dai media sul fenomeno delle “baby gang” o sulle forme di espressione giovanili di protesta. Che idea si è fatto in base alla sua esperienza?

Credo che i più giovani abbiano il diritto di protestare e anche, a volte, di farlo in modo non costruttivo. L’importante è non rinchiuderli in una categoria. I giovani sono più cose insieme: possono essere violenti e al tempo stesso pacifici, indolenti ma anche attivi. È compito degli adulti aiutarli e offrire loro delle risposte costruttive, svolgendo il compito di mediatori tra la loro rabbia e il mondo. L’adulto deve trasmettere ai più giovani la necessità di assumere la rabbia ma senza farsi sopraffare. Riconoscere il male e al tempo stesso elaborarlo, senza indentificarsi con l’oppressore. In questo tempo difficile in cui i legami tra generazioni tendono ad indebolirsi, l’educatore dev’essere anche un mediatore tra generazioni diverse. Non posso accettare l’eredità dei padri finché sono carico di sola rabbia.

Il titolo del libro in cui racconta l’esperienza costruita insieme a sua moglie Carla è: “Insegnare al Principe di Danimarca”. Cosa si intende con questa espressione?

Non è possibile insegnare qualcosa a chi ha la mente “ingombra di dolore”. Ce lo insegna Amleto, il principe di Danimarca: un adolescente ossessionato dal pensiero di uccidere l’amante della madre per vendicare il padre. Se invece di Amleto pensiamo a Salvatore, accade la stessa cosa. Dobbiamo consentire ai ragazzi di mettere in scena il loro dramma creando spazi di parola e momenti di sollievo. Dobbiamo prestare la nostra mente a chi non ce la fa a tenere dentro tante cose, a chi è in preda alla disperazione. Anche un bicchiere d’acqua può essere un dispositivo educativo: perché aiuta a prendere tempo, offre un momento di pausa per poi ripartire. Racconto spesso la “Storia dei tre linguaggi” dei Fratelli Grimm che è fortemente simbolica e si presta a tante interpretazioni. Questa storia ci insegna, tra le tante cose, che accettare di crescere non è sicuramente facile e non tutti possono accettarlo subito e che un percorso di crescita inizia quando imparo a controllare la mia rabbia e le emozioni negative e divento pronto a spiccare il volo. Perché in fondo la relazione educativa raggiunge il suo momento più alto nel momento della separazione, quando l’altro sperimenta la sua libertà ed è pronto a gestire il suo tesoro, la sua parte di eredità.

Silvia Sanchini

 

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