Fiore, quando l’amore nasce in carcere

Fiore

“Sally è già stata punita, per ogni sua distrazione o debolezza…”

Sono le note che Daphne ascolta dal suo tanto agognato mp3 tra le pareti del carcere, e che sembrano addirsi perfettamente alla sua storia.

Una storia che racconta, appunto, di errori e pene da scontare. Una storia di solitudine e diffidenza. Ma anche una storia d’amore: nata tra sbarre e bolle di sapone, tra messaggi clandestini e sguardi timidi.

È la storia di “Fiore”, l’ultimo intenso film di Claudio Giovannesi, che già aveva raccontato storie di adolescenti difficili in: “Alì ha gli occhi azzurri”.

Il film è nato nel carcere minorile di Casal del Marmo a Roma ed è particolarmente realistico, privo di orpelli, a partire dalla scelta degli attori: eccezione fatta per Valerio Mastandrea (che ancora una volta regala una credibile e intensa interpretazione), i due protagonisti e la maggior parte degli attori non sono professionisti.

“Daphne” nella vita di tutti i giorni lavora come cameriera, “Josh” ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza del carcere.

Guardando questo film e, qualche giorno fa, un altro recente successo italiano di Paolo Virzì, “La pazza gioia”, non posso fare a meno di riflettere.

Innanzitutto sul cinema italiano, sulla capacità di raccontare storie e su una linfa vitale che – malgrado tutto – non credo affatto spenta.

E poi, entrambi i film, mi portano a riflettere sulle professioni di aiuto in ambito sociale. Sia i due giovani protagonisti di Giovannesi che le due attrici che interpretano il ruolo di giovani donne affette da disturbi mentali nella pellicola di Virzì (Micaela Ramazzotti e Valeria Bruna Tedeschi), sono personaggi che rompono gli schemi.

Ci mostrano in maniera dolorosa e a al tempo stesso tenera e un po’buffa i limiti di sistemi che rischiano di essere troppo regolamentati e rigidi o comunque incapaci di guardare alla persona nella ricchezza e complessità della sua storia.

Nel punto più basso delle loro vite, tra le mura di un carcere, Daphne e Josh imparano l’amore. Fuggendo dalla comunità di recupero in cui sono accolte, Beatrice e Donatella scoprono la solidarietà e l’amicizia.

 “Il compito educativo è sempre più una sfida che non permette di rallentare il passo del tuo sapere e che impone cambiamenti atti a formare un umanesimo creativo, bello, resistente alle fragilità del nostro tempo”, scrive don Claudio Burgio, cappellano al carcere Beccaria di Milano, che di “Josh” ne incontra e ne accoglie tanti ogni giorno.

Il nostro agire educativo è spesso caratterizzato da infinite e difficili discussioni sulle regole, sulle forme di contenimento, sugli insegnamenti da trasmettere. Ma anche un film può ricordare che oltre a tutto questo e, sicuramente molto prima, è necessario mettersi in ascolto. Perché il rischio è quello che le regole siano più utili a noi invece che a chi educhiamo, se le riduciamo a un’esperienza arida e fine a se stessa.

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