La parola ai trentenni

trentenni2La riflessione sulla generazione dei trentenni che ho tentato di proporre dopo la tragedia del Collatino a Roma, ha stimolato numerose reazioni. Troppo preziose per non raccoglierle e continuare così a discutere.
Scrive Carlo, uno dei tanti che si sta costruendo un futuro all’estero: “Credo che ci siano tre cose da prendere in considerazione: Innanzitutto siamo la prima generazione a vivere in uno stato di continua “crisi” (i primi anni novanta e le crisi del sistema politico italiano e di tutto un mondo di riferimenti, dal posto fisso ai partiti tradizionali, alla pensione sicura…). In qualche modo ci è sempre stato detto che non ci sarebbe stato un futuro. In secondo luogo siamo la prima generazione “di minoranza” – numericamente siamo meno non solo dei nostri genitori ma anche dei nostri nonni. In più “valiamo” anche meno per il mercato visto il nostro scarso potere reddituale. Terzo: siamo figli di una generazione, i baby boomer, che ha distrutto i valori precedenti senza veramente costruirne dei nuovi. Il risultato è che il nostro universo di valori è stato sempre schizofrenico e tendenzialmente appiattito su un relativismo intollerante e modaiolo”. Concorda con lui Alessandra: “Io penso che siamo una generazione che, da che ne abbia memoria, ha purtroppo assorbito sempre una sorta di “pessimismo sociale”, molto spesso eccessivo e immotivato. E in questo pantano o rimani un eterno adolescente o diventi da subito fin troppo adulto”.
È una crisi di valori, anche per Daniele: “Io penso che un ruolo determinante lo abbia anche lo smarrimento di una prospettiva di Fede. Lo dice bene Don Armando Matteo in ‘La prima generazione incredula’: la prima generazione di persone “senza Fede” è la nostra, quella dei 30enni di oggi”. Dello stesso parere Carmela: “Ho 35 anni. alle riflessioni che hai fatto, aggiungerei che la nostra generazione non ha mai avuto grandi ideali, siamo quelli del post: post modernità, postcomunismo, post boom economico, etc… A ragione non crediamo nella politica, ma non abbiamo cercato neanche più di tanto dei valori alternativi”. E Maria Rosaria: “La deriva dei due killer del Collatino è un’estremizzazione di un fenomeno che purtroppo colpisce molti nostri coetanei. La mancanza di senso della vita. Io non vedo altro in questa vicenda e nel consumarsi violento della vita di molti altri”.

C’è poi, impossibile negarlo, il problema del lavoro. Andrea, che si è da poco laureato in giurisprudenza a Milano, scrive: “Ci sono due aspetti su cui rifletto da tempo. Innanzitutto il paradosso per cui la nostra società mediamente economicamente “sta bene” (nonostante la crisi), ma i giovani non trovano lavoro. Questo crea una sproporzione tra potenzialità, idealità, benessere e difficoltà nell’incanalare tutto ciò all’interno di un progetto di vita aperto alla solidarietà e alla comunità. Qui credo nasca anche il problema della partecipazione “politica”: il sano egoismo di pensare alla sicurezza lavorativa per il futuro rompe la catena di disponibilità a servire tutti e, al crescere della disaffezione, non fa nascere un moto di impegno”.
C’è chi sceglie di andarsene, è il caso dell’autore del blog Italiano in America che commenta: “Queste considerazioni mi mettono un velo di tristezza soprattutto perché non vedo alcuno spiraglio. Credo che la nostra generazione sia nata alla fine di un boom economico e di benessere nella quale l’Italia si crogiolava le cui ripercussioni si sono manifestate a partire dalla nostra generazione. penso che la strada sia ancora lunga ed in salita purtroppo, motivo per cui a breve mi trasferisco con mia moglie e mio figlio negli Stati Uniti”.

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