Conta solo chi conta?

svegliatitalia-in-centinaia-in-piazza-a-bari-we-are-the-family-video--1453627764Come accade con ogni manifestazione di piazza che si rispetti, anche dopo #Svegliatitalia e #FamilyDay è cominciato il balletto delle cifre. Mi chiedo: a che pro? La rilevanza numerica conferisce minor o maggiore valore a un’idea? Non entro nel merito politico, anche se un paio di riflessioni voglio farle. Sono convinta che sia il momento per l’Italia, al pari di qualsiasi altro Paese civile, di arrivare ad un riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali, è un gesto di civiltà che non possiamo più rimandare. D’altra parte capisco alcune preoccupazioni del mondo cattolico rispetto al Ddl Cirinnà e condivido che ci siano aspetti della proposta di legge controversi, che meriterebbero una più approfondita riflessione.

Detto questo, torniamo all’ossessione per i numeri. Se da una parte e dall’altra la principale preoccupazione è quella di contarsi e dimostrare di essere una fantomatica maggioranza del Paese rappresentandone gli umori e i desideri, è chiaro che non sono più le idee per le quali stiamo manifestando ad avere un ruolo primario. Tutto appare invece solo ed esclusivamente parte di un gioco di forza e mostra un’assoluta incapacità di incontrarsi, ascoltarsi e dialogare. Non a caso i linguaggi utilizzati sono quelli della delegittimazione reciproca, non della mediazione o del confronto.

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Nel suo decalogo “Per imparare la democrazia” (che invito tutti a rileggere), Gustavo Zagrebelsky sottolineava la coscienza della maggioranza e la coscienza della minoranza quali aspetti irrinunciabili di una vera democrazia: “Non esiste nessuna ragione per sostenere, in generale, che i più vedano meglio, siano più vicini alla verità dei meno”. La diversità va riconosciuta come ricchezza e valorizzata per costruire il bene di tutti.

Già, di tutti. Forse qualcuno dimentica che al centro del dibattito ci sono anche le storie di bambini e bambine e il loro diritto a crescere serenamente e senza pregiudizi. Non mi piace la retorica della famiglia cosiddetta “naturale” né tantomeno quella del: “Non importa l’orientamento sessuale, conta solo volersi bene”. La famiglia nei confronti dei più piccoli ha (o dovrebbe avere) numerosi obblighi in più. Non si può trasformare un desiderio in un diritto. Né si può negare la realtà e pensare di possedere sempre e comunque la verità. Il “superiore interesse del minorenne” dev’essere il vero perno attorno al quale far ruotare ogni discussione e ogni scelta, non in modo strumentale o ideologico. E questo richiede un impegno faticoso e quotidiano, uno sforzo di riflessione e un’assunzione di responsabilità molto più importante di qualche numero o qualche slogan.

Silvia Sanchini

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